Conclusioni

p. 85-94


Texte intégral

Tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità.
George Orwell, 1984

La censura non è più una necessità quando tutto il discorso pubblico prende la forma di una barzelletta.
Postnam 1985, p. 167

1Questo libro nasce dalla necessità – e anche dalla curiosità – di esplorare un fenomeno che stiamo vivendo anche nel nostro paese. Sono passati mesi da quando ci siamo chieste: “che cos’è davvero questa cancel culture?”. Come primo tentativo, per avere una spiegazione e una risposta immediate, abbiamo consultato il dizionario. Effettivamente, l’Enciclopedia Treccani aveva già provveduto ad aggiornare le sue voci, definendo la cancel culture come un «atteggiamento di colpevolizzazione verso qualcuno o qualcosa che ha detto o compiuto qualcosa di offensivo e che ha a che fare con il politicamente corretto». Questa definizione, tuttavia, non ci sembrava esaustiva e, soprattutto, avevamo l’impressione che non riuscisse a cogliere la dinamicità di questo fenomeno, venuto da lontano, che a tratti sembrava assumere portate gigantesche e a tratti si esauriva in fake news e flames sui social network.

2Per queste ragioni abbiamo preso due decisioni. La prima era di non dare per scontata la definizione di cancel culture: il nostro lavoro, infatti, ha preso le mosse dalla problematizzazione dell’etichetta stessa così da permetterci di mostrare gli usi strumentali che ne sono stati fatti nel discorso pubblico. Può sembrare banale, ma banale non lo è affatto. L’argomento della cancel culture è molto scivoloso e tende a confondersi e sovrapporsi a tantissimi altri concetti e fenomeni (uno fra tutti, il politicamente corretto) e, dunque, poteva essere aggredito utilizzando punti di vista e apparati teorici molto distanti tra loro. A nostro avviso, scegliere di distinguere il piano delle pratiche di attivismo, quello dell’etichettamento di queste pratiche e quello delle conseguenze politiche di questo etichettamento è stata la strada che più di tutte ci ha permesso di mettere a frutto le nostre competenze sociologiche, ma anche di rendere conto di tutti i piani su cui la cancel culture si muove nel contesto italiano.

3La seconda decisione è stata di esplorare la cancel culture partendo dalle sue origini: il contesto statunitense. Se è vero che il focus del nostro lavoro è sull’Italia abbiamo, però, innanzitutto, deciso di dialogare con la Storia (Sciarrone, 2021) partendo dal contesto in cui tutto ha avuto origine, gli Stati Uniti. Tenendo a mente, tuttavia, che questa che stiamo provando a raccontare con questo libro è la “Storia del presente”: una storia che, mentre scriviamo queste righe, sta mutando, sta assumendo altre connotazioni, sta per essere risemantizzata da altri gruppi e movimenti che la fanno propria e che sono, a loro volta, prodotti del contesto in cui si muovono. Riempire di significati e dare altre direzioni alla Storia o, per meglio dire, alle Storie, si inserisce, quindi, in una sorta di ciclicità incessante.

4Quindi, siamo partite dagli Stati Uniti, dai bianchi Stati Uniti, potremmo dire, dove da sempre le comunità afroamericane mettono in atto forme di boicottaggio come strategia politica e, in alcuni casi, di sopravvivenza. Questo contesto, infatti, è caratterizzato da profonde fratture, legate ai processi di razzializzazione, che hanno dato vita a movimenti ed espressioni di agency soprattutto da parte delle comunità afroamericane. Sono, quindi, entrati nel linguaggio e nello slang – offline, prima, e online, poi – termini nati per segnalare la necessità degli afroamericani di essere consapevoli e di lottare contro le ingiustizie perpetrate nei loro confronti: il rimanere vigili (woke), ma anche la pratica del richiamo (call-out) che, in un certo senso, possono essere considerati i predecessori logici della pratica della cancellazione che si configura come l’ultimo «disperato appello alla giustizia» (Clark 2020, p. 89). Ma anche la rimozione delle statue dei confederati e di altri personaggi storici controversi non è nient’altro che un’antica pratica che ha attraversato diverse culture ed epoche storiche e sempre, o quasi, con lo stesso significato: la volontà da parte delle minoranze di scrivere una storia maggiormente inclusiva e di sentire proprio uno spazio pubblico da cui sono state storicamente escluse.

5In ultima istanza, queste pratiche segnalano una necessità che è diventata sempre più urgente, cioè mettere in discussione la “normalità” costruita sulle diseguaglianze di potere ed evitare che nelle posizioni dominanti sieda chi usa il potere a fini personali, abusandone, o a discapito di chi quelle posizioni le ha raramente o mai occupate.

6Esplorando le origini del fenomeno, siamo giunte innanzitutto alla conclusione che effettivamente i social media hanno avuto un ruolo fondamentale, nel bene e nel male, nella costruzione di queste pratiche come cultura. Da una parte, è vero che alcuni social media, soprattutto Twitter e Facebook, sono uno spazio in cui non solo è più facile inserirsi rispetto ai cosiddetti canali mainstream, ma sui quali è anche più semplice condividere esperienze su argomenti sensibili. Dall’altra, però, ciò che nasce su Twitter non rimane su Twitter: così come è semplice “entrarvi”, è anche facile che le notizie che sui social diventano “virali” si riversino nei media mainstream. In questo processo, accade che i canali di comunicazione di massa, più o meno consapevolmente, stravolgano e decontestualizzino il significato originale di quelle notizie, riempiendole di nuovi significati. È così che le comunità afroamericane vengono etichettate come antipatriottiche, i/le suoi/sue esponenti diventano “vandali” e le loro istanze l’ultimo tentativo di limitare la libertà di espressione e che, all’improvviso, da minoranza oppressa diventano cultura maggioritaria.

7Ma quando ha attraversato l’oceano, grazie alla viralità dei social, giungendo in Italia, che significati e che forma ha assunto la cancel culture? Mettendo in ordine gli eventi e approfondendo le accezioni del termine, abbiamo provato a svolgere l’intricata matassa.

8Un fatto ci è sicuramente chiaro: non solo l’ordine degli eventi, i punti di rottura e come questi si intersecano con altre linee temporali sono fondamentali per comprendere il fenomeno, ma soprattutto il momento storico e il contesto in cui viviamo sono cruciali per capire perché sia nata e come si sia evoluta la retorica sulla cancel culture.

9Nell’esplorazione delle origini e dei mutamenti e, dunque, anche nel passaggio dagli Stati Uniti all’Italia, ci è parso subito chiaro un altro elemento: ciò che è rimasto immutato è che l’etichetta “cancel culture” viene usata in modo strumentale per oscurare sia l’appropriazione, sia il depotenziamento da parte delle maggioranze di istanze emancipatorie. Le élite, infatti, attraverso la prospettazione di esiti potenzialmente distopici, dipingono le minoranze come capaci di sovvertire lo status quo e, sia ambienti di destra che di sinistra, paventano un mondo dittatoriale dominato dalla censura e dalle limitazioni alla libertà di espressione.

10Detto questo, come abbiamo visto in particolare nei due capitoli empirici del volume, il concetto di cancel culture in Italia ha assunto connotazioni diverse, proprio in ragione della storicità dei contesti e della contestualizzazione della storia, portando al centro le questioni di genere e assumendo particolare rilevanza soprattutto nel discorso giornalistico online, ma producendo anche effetti nel dibattito politico e nella realtà offline.

11Per quanto riguarda il dibattito giornalistico sui social, l’aspetto che più ha richiamato la nostra attenzione è stato l’uso smodato di questa etichetta, che nei due anni della nostra ricerca è rimbalzata continuamente fra i vari media e social in relazione a fenomeni molto distanti tra loro, ma con un denominatore comune: la già citata centralità delle questioni di genere e la creazione di un’ansia sociale.

12La cancel culture in Italia, allora, è particolarmente interessante – e da qui il nostro convincimento dell’aver fatto bene a “spacchettare” il concetto in varie sottodimensioni – perché essa esiste nella misura in cui viene narrata e notiziata dai media. Questo aspetto è centrale perché nella ricostruzione che emerge dagli articoli di giornale si prospettano scenari al limite del paranoico e una serie di meccanismi d’azione che caratterizzerebbero la cancel culture che non hanno, in realtà, alcun riscontro empirico.

13Le tre strategie d’azione di cui parlano i giornali e che abbiamo individuato (la minaccia, la coercizione e la censura) sono meri espedienti retorici volti a delegittimare istanze emancipatorie proposte o discusse da gruppi marginalizzati come le donne e le persone non binarie. Questo è reso evidente dalla confusione, non sempre intenzionale, fra politicamente corretto e cancel culture attorno alla richiesta di non utilizzo di termini offensivi; dalla ridicolizzazione delle proposte di riforma del linguaggio per evitare formule escludenti come il maschile sovraesteso; dai toni allarmistici con cui i giornali parlano di (presunte) censure di prodotti culturali e personaggi pubblici.

14Questo discorso martellante che è rimbalzato fra tutti i media, digitali e non, ha rappresentato il sostrato e finanche la giustificazione ideologica per un agire politico conservatore che è riuscito a raccogliere e generare simpatie tra persone, partiti e attivisti di orientamenti molto diversi tra loro, seppur capitanati da soggetti appartenenti alla destra e/o a fronti ultracattolici. Nell’entrare nel dibattito politico italiano, infatti, il concetto di cancel culture – e, soprattutto, la polemica intorno alla sua pericolosità – si è innestata su una polemica preesistente, quella sull’ideologia gender. Questo innesto ha dato nuova linfa a un processo che era già in atto da tempo: la sempre più stretta convergenza fra partiti populisti di destra e movimenti religiosi neocattolici intorno ai temi anti-gender. E ha prodotto l’ultimo dei suoi frutti con l’affossamento del ddl Zan.

15Sebbene questa sovrapposizione fra cancel culture e ideologia gender sia stata raramente esplicitata e tematizzata, è stato, infatti, con l’esplosione (nel discorso giornalistico prima, in quello politico poi) della retorica sulla censura e sulla cancellazione delle differenze sessuali, descritte come il frutto di un non meglio precisato politicamente corretto e pensiero unico, che si è generata la reazione di opposizione al disegno di legge che ne ha decretato l’affossamento. L’aspetto innovativo di questa epoca storica è la convergenza di vedute anche fra partiti di destra e intellettuali e movimenti di sinistra femministi che, diversamente da quanto era accaduto con l’ideologia del gender, sulle tematiche di genere poste sotto questa veste hanno fatto fronte comune.

16Alla luce di quanto emerso dalla nostra ricerca, sono diverse le considerazioni e gli spunti di riflessione ulteriori.

17Un primo aspetto ha a che fare con il posizionamento dello schieramento grande assente in questo processo: la sinistra di partito. L’ideologia gender è considerata di destra, tipicamente di ambienti conservatori ultracattolici e per questo osteggiata da intellettuali e – più timidamente – dai partiti di sinistra. Perché non è successo lo stesso con la cancel culture? Da una parte, ci duole ammettere che i cattolici hanno sempre preso molto più sul serio la questioni di genere e il pensiero femminista di quanto non sia mai riuscita a fare la sinistra italiana. La nascita dell’“ideologia gender”, a inizio degli anni 2000, ad opera del Vaticano, infatti, introduceva una novità fondamentale che

stava nel fatto che l’istituzione ecclesiastica, pur ribadendo in modo netto e inequivocabile la sua difesa della famiglia biparentale patriarcale e la minaccia che il femminismo costituiva per la stessa, riconosceva al pensiero delle donne quella dignità intellettuale che la politica invece si rifiutava pervicacemente di riconoscere […]. C’era, dunque, un dibattito. E non destava scandalo, bensì interesse, che un’istituzione massima dell’autorità patriarcale per eccellenza in questo paese potesse intervenirvi. Anzi, per molte era un’occasione per segnalare ai propri compagni uomini di partito e militanza politica, specialmente a sinistra, che paradossalmente i prelati si dimostravano più seri di loro nel tenere conto dell’elaborazione delle donne. (D’Alessio 2022, p. 46)

18Ecco, allora, che attorno alla cancel culture si incontrano due aspetti fondamentali che ne hanno determinato il successo: la prima, che la accomuna all’ideologia del gender, è il permanere dello scarso o nullo interesse con cui a sinistra si affrontano le questioni (soprattutto teoriche) di genere. La seconda, che invece la differenzia dall’ideologia del gender, è la messa in ridicolo da parte dei progressisti delle istanze contemporanee portate dalle donne e dalle minoranze sessuali che ha fatto sì che l’idea della cancel culture si diffondesse tagliando trasversalmente l’opinione pubblica e fornendo una sponda – legittima anche per chi si schiera a sinistra – per sostenere posizioni conservatrici. In questo processo, l’ironia di giornalisti e giornaliste e dei/delle vari/e intellettuali che si sono occupati di tematiche di genere in questi anni ha giocato un ruolo fondamentale, fornendo a sua volta una legittimazione ideologica anche alle posizioni politiche conservatrici, di destra e di sinistra.

19Un ulteriore elemento di riflessione è il legame tra social network e potere degli utenti: se è vero che negli Stati Uniti le polemiche sui social hanno, in qualche caso, raggiunto una massa critica tale da avere l’effetto di dare seguito concreto alla voice espressa dalle minoranze, in Italia questo non è mai avvenuto. Nel nostro paese, i media mainstream che nella cultura convergente (Jenkins 2006) si esprimono anche sui social sono diventati principalmente casse di risonanza del pensiero dei privilegiati. In questo modo, si è effettivamente realizzata la paura dei fautori dell’esistenza della cancel culture: si è ridotto non solo lo spazio discorsivo, ma anche quello dell’agire politico. Ma non certo nella direzione dell’instaurazione di una “dittatura delle minoranze”. Sono paradigmatiche in questo senso le reazioni contrarie all’uso dello schwa e all’inserimento della parola “genere” nel ddl Zan, che avevano lo scopo di aggiungere e ampliare le categorie di persone discriminate e non di cancellare quelle già riconosciute come tali. Le reazioni contrarie non solo hanno un carattere conservatore, nel senso letterale del termine, ma hanno anche l’effetto – questo sì, reale – di silenziare le rivendicazioni di minoranze che cercano di aprire lo spazio di visibilità e azione di persone con identità di genere particolarmente stigmatizzate o invisibilizzate.

20In effetti, nel momento in cui scriviamo siamo testimoni di diversi tentativi di silenziamento. Negli Stati Uniti, dove la polemica sulla cancel culture ha avuto origine, il dibattito sul razzismo sistemico originatosi dopo l’assassinio di George Floyd per mano di un agente di polizia ha impensierito la destra. Tanto che l’allora presidente Donald Trump, espressione del partito Repubblicano, ha avviato nel 2020 un processo di messa al bando della Critical Race Theory, una prospettiva di analisi che indaga il razzismo come elemento strutturale della società. L’attuale presidente Biden, componente del partito Democratico, ha rimosso l’ordine esecutivo del suo predecessore, ma non è riuscito a fermare le iniziative dei singoli Stati a trazione conservatrice per eliminare i riferimenti alla teoria critica della razza negli insegnamenti scolastici1. Più di recente, sono state promosse, da parte del partito Repubblicano, iniziative legislative per porre un freno alle discussioni su temi di genere nelle scuole statunitensi – potremmo dire, con un’espressione nostrana, contro “il gender nelle scuole”. Queste si sono concretizzate, in Florida, in una legge statale intitolata Parental Rights in Education (“Diritto genitoriale nell’educazione”), subito ribattezzata dall’opposizione “Don’t say gay” bill (“legge ‘Non dire gay’”) poiché, di fatto, impedisce che i temi intorno all’identità di genere e l’orientamento sessuale entrino negli insegnamenti destinati ai bambini fino al terzo anno di scuola primaria2. Ancora più recente è il ribaltamento da parte della Corte suprema della storica sentenza del 1973 Roe v. Wade che legalizzava l’aborto negli Stati Uniti, lasciando alla discrezione dei singoli Stati la legislazione in materia e che ha fatto sì che in Texas e Missouri l’aborto sia adesso illegale.

21Nel nostro paese, è notizia dei giorni in cui completiamo la stesura del volume che il centrodestra ha vinto le elezioni e che formerà un governo a guida Fratelli d’Italia. Questo partito, come abbiamo visto, è uno dei primi oppositori all’ideologia gender tanto che, in risposta a una circolare emanata dal Ministero dell’Istruzione in occasione della giornata internazionale contro omofobia, bifobia e transfobia (che cade il 17 maggio), ha presentato delle interrogazioni parlamentari alla Camera e al Senato in opposizione a un’iniziativa che, come si legge in un articolo de «la Repubblica», vorrebbe «spalancare le porte della scuola all’ideologia gender» e rappresenterebbe, secondo esponenti della Lega, un tentativo di «imporre il ddl Zan» senza passare dal parlamento3. A livello locale, inoltre, l’assessore di FDI, Maurizio Marrone, parte della Giunta regionale piemontese guidata da Forza Italia, ha istituito il Fondo vita nascente che stanzia 400mila euro (più ulteriori 60mila) per garantire alle donne «il diritto di non abortire» e per sostenere progetti «finalizzati alla promozione del valore sociale della maternità e alla tutela della vita nascente», di fatto configurandosi come un finanziamento pubblico alle associazioni antiabortiste.

22In conclusione del volume, abbiamo deciso di provare a prendere sul serio l’invito mosso da alcune obiezioni portate avanti dai fautori e dalle fautrici dell’esistenza della cancel culture in Italia. A questo scopo, abbiamo delineato alcuni elementi chiave del discorso contro la cancel culture, che – soprattutto fra i partiti di destra e i movimenti conservatori – stanno avendo un certo successo.

23Il primo aspetto riguarda il fatto che sia in atto una guerra di censura. Per certi versi questa affermazione ha un fondo di verità: è vero, quasi autoevidente, che se si pretende che gli altri membri della società non usino più determinate parole considerate offensive, come “fr*cio”, si sta effettivamente conducendo un’operazione di censura. Tre sono, però, gli elementi importanti da tenere a mente: la legittimità di quella censura, la sua effettività e i margini di potere – reali e presunti – che si attribuiscono a chi prova ad esercitarla. Da una parte, certamente le minoranze con i social network hanno acquistato una visibilità senza precedenti. Dall’altra, però, non esiste nessun “ministero della Verità” orwelliana, ma semplicemente esistono dei gruppi di pressione e dei pubblici che stanno sviluppando nuove sensibilità e che talvolta ottengono dei risultati politici di ordine simbolico: il biasimo o la disapprovazione, temporanea e comunque limitata ad alcune cerchie, di persone che volutamente usano linguaggi dispregiativi verso minoranze etniche e sessuali. Ecco, allora, “l’era della suscettibilità” di cui parla Soncini (2021) e la “cultura del piagnisteo” di cui parla Hughes (1994), negli omonimi libri, entrambi per riferirsi a una supposta ipersensibilità dei “fautori della cancel culture”, sono forse più da imputare ai sostenitori dell’esistenza della cancel culture. Anzi, sono il tentativo malcelato di delegittimare una parte della società e le sue rivendicazioni per dare l’impressione che tutto stia cambiando facendo, però, attenzione a che niente cambi, parafrasando la celebre frase de Il Gattopardo.

24In secondo luogo, probabilmente le soluzioni proposte, dal “cancellare” al ripensare il linguaggio per renderlo più inclusivo, possono essere considerate ingenue, ma non si possono liquidare insieme ai problemi su cui gettano luce. La cancel culture viene raccontata, dai media e dai politici, come una stortura, il segnale di una deriva distopica verso l’appiattimento dell’esperienza umana, di cui non si potranno più mettere in evidenza le differenze per timore di incappare nello stereotipo e venire, così, “cancellati”. A ben, guardare, però, ci sembra che sia vero proprio il contrario: si tratta, infatti, dell’esito di una grande rimozione dalla coscienza collettiva non solo delle esperienze, ma anche delle esistenze di chi sperimenta, oltre alla differenza, la disuguaglianza che spesso vi si accompagna, e che, restando vigile, richiamando e, anche, “cancellando”, mette in luce proprio tale rimozione. Insomma, potremmo chiederci:

E se la cancel culture non fosse altro che l’avatar logico e inevitabile di una democrazia esaurita, definita ormai “illiberale”? Il figlio illegittimo del pensiero occidentale e del capitalismo sfrenato, in una società che si suppone universalista, ma che è cieca nei confronti dei suoi “impensati” e incapace di riconoscere gli innumerevoli crimini e le conseguenze della schiavitù e della colonizzazione […]. (Murat 2022, p. 41; trad. nostra)

E, aggiungiamo noi, delle disuguaglianze di genere?

25Per rispondere a tali domande, dobbiamo riportare il dibattito alla questione della libertà di parola, ma in un senso nuovo, ponendoci altre domande su cosa si intenda per libertà di espressione: esistono discorsi che non si devono pronunciare? Quali sono i confini eticamente accettabili? E poi, esiste un limite alle possibilità di contestare? Rispondendo a queste domande, forse possiamo inquadrare la cancel culture non tanto come fenomeno che minaccia effettivamente la libertà di parola, ma come la reazione di fronte all’espressione di un’ondata di attivismo che cerca di ampliare i confini dei discorsi pubblici. Le pratiche di cui abbiamo parlato, in particolare il boicottaggio e la segnalazione, non sono altro che strategie politiche messe in atto per denunciare enormi diseguaglianze, risultanti da un disequilibrio di potere. In questo senso, potremmo dire che le comunità afroamericane, negli Stati Uniti, così come i gruppi confinati nelle cosiddette minoranze, non stanno minando la libertà, anzi, stanno tentando di espanderla facendo entrare nel mainstream le voci emarginate, quelle davvero cancellate dalla Storia.

26In terzo e ultimo luogo, i detrattori della cancel culture vedono nelle rivendicazioni delle minoranze un’estrema radicalità. Questa è la critica che raccoglie più consenso tra le persone di sinistra che vedrebbero alcune istanze anche condivisibili ma, al contempo, un’eccessiva intransigenza nel portarle avanti (Cuter 2022) e un’eccessiva attenzione alle questioni identitarie anziché ai diritti sociali. Questa è forse la critica che ci ha dato più da pensare. In realtà, non condividiamo né reputiamo convincente la volontà di creare gerarchie di diritti e di categorie di oppressi e oppresse e tantomeno il tentativo, neanche troppo velato, di delegittimare le battaglie per i diritti civili. Non accogliamo neanche l’idea – peraltro contraddittoria, addirittura “schrödingeriana” – che le minoranze siano troppo radicali, ma non lo siano abbastanza perché si occupano delle battaglie sbagliate.

27Tuttavia, da un lato, facciamo nostro l’avvertimento di Wendy Brown (1995) che sottolinea come alla base della politicizzazione “moralizzante” di alcune istanze identitarie nei termini di marginalizzazione ci sia il paradosso di rinforzare la posizione e la legittimità del “centro”, poiché è sempre da esso – da chi occupa posizioni di potere – che si pretende un riconoscimento. L’invito è, dunque, quello di tener conto non solo di come il sistema culturale e politico posiziona le minoranze, ma anche dei modi in cui le produce rendendo l’esistenza stessa di quei soggetti oppressi e della loro “verità” e “moralità” un effetto del dominio. Dall’altro, condividiamo l’invito a non intraprendere la strada statunitense che ha fatto sì che le questioni di genere (e razziali) si schiacciassero in alcuni casi su questioni identitarie individualizzate, anziché chiamare in causa relazioni sociali e di potere collettive. In questo senso, concordiamo con Cuter (2022) quando dice che la wokeness non è abbastanza radicale perché la posta in gioco non è essere inclusi/e, per esempio tramite il linguaggio, ma rifondare le basi della società capitalista e neoliberista che utilizza queste stesse battaglie per autoperpetuarsi.

28La questione, allora, non è

trovare parole più gentili – come i critici italiani sostengono usando il famoso esempio dell’uso del termine “operatore ecologico” anziché di quello di “spazzino” – ma promuovere una società plurale dove le minoranze etniche, sessuali e sociali siano equamente rappresentate, anche – ma non solo o esclusivamente – nel linguaggio e nel discorso. (Faloppa 2019, p. 193; trad. nostra)

29Si potrebbe dire, per concludere, che la sfida è provare a lasciare le “chiacchiere da bar” confinate al bar, perché nessun censore irromperà nel locale al grido di “questo non si può più dire!”. Tuttavia, riteniamo che sia necessario ampliare il nostro sguardo e, una volta usciti dal bar, provare a immergersi nel contesto in cui ci si muove e nei suoi cambiamenti, cercando di viverli sì con spirito critico, ma anche con la voglia di vederli e sentirli come legittimi anziché come una perdita di qualcosa (della Storia, delle proprie origini, della libertà). In ultima istanza, la posta in gioco non è tanto o non è soltanto cercare di non offendere o di includere categorie di persone considerate particolarmente suscettibili, ma rinunciare direttamente al concetto stesso di etichettamento, rimuovendo pregiudizi e senso comune. Oppure in alternativa – nel tentativo di non vedere questo processo come una perdita – acquisire un dubbio e sperimentare la capacità di adottare il punto di vista dell’altro/a.

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