URL originale : https://books.openedition.org/res/9634
Introduzione
p. 9-14
Texte intégral
1Fine ottobre 2021. L’Unione Europea lancia delle linee guida a uso interno dei Commissari e delle Commissarie dal titolo #UnionOfEquality. European Commission Guidelines for Inclusive Communication1. Nell’Introduzione si legge che lo scopo del documento è quello di «fornire standard comuni per la comunicazione inclusiva e fornire consigli ed esempi concreti per i colleghi Commissari» (European Commission 2021, p. 5; trad. nostra) nell’esercizio delle loro funzioni. Le linee guida fanno riferimento a tutta una serie di accortezze che i Commissari e le Commissarie sono invitati a utilizzare durante le comunicazioni ufficiali quali: l’uso di pronomi neutri rispetto al genere; l’attenzione a una rappresentazione il più possibile inclusiva di tutte le differenze quando si organizzano convegni o si producono materiali divulgativi; l’attenzione alla produzione di materiali divulgativi accessibili a persone con disabilità, per esempio, visive o uditive; il rispetto dell’identità di genere delle persone trans e di orientamenti sessuali non eterosessuali; l’uso di linguaggi non discriminatori verso anziani, migranti irregolari, persone con disabilità o con malattie stigmatizzate come l’HIV. Il documento è poi diviso in varie sezioni che affrontano diverse tematiche in ottica intersezionale e fra queste c’è un capitolo dedicato a Culture, stili di vita o credenze (Cultures, Lifestyles or Beliefs). Qui, tra le altre cose, si invitano i membri della Commissione a non assumere che tutte le persone sul territorio europeo siano cristiane – in particolare cattoliche2 – e, dunque, a utilizzare espressioni più neutre come “festività/vacanze” anziché “Natale” e a cercare di ampliare lo spettro dei nomi, quando si fanno degli esempi, includendovi anche qualche nome non cristiano come “Malika” e “Julio” al posto di “Maria” e “John”.
2È il 28 novembre 2021. In Italia esce un articolo su «Il Giornale» e comincia a diffondersi la notizia che l’Unione Europea vuole cancellare la parola Natale e perfino il nome Maria, in ragione della promozione dell’inclusività. Nei giorni immediatamente successivi, escono una decina di articoli di giornale e post di personaggi politici italiani – di diversi schieramenti, da «la Repubblica» a «Il Corriere della Sera», da Matteo Salvini a Matteo Renzi – indignati per quello che viene definito l’ennesimo caso di cancel culture.
3Il 30 novembre, Helena Dalli, Commissaria europea per la parità, porge le sue scuse mentre ritira le linee guida, da lei stessa elaborate e giudicate a posteriori come una bozza che necessita di revisioni, che hanno generato questo “scandalo”. La sera stessa il TG1 dedica un servizio al tema della cancel culture durante il quale Alessandro Barbano, scrittore e giornalista di alcune delle più importanti testate italiane (quali «Il Mattino» e «Il Messaggero»), spiega che:
È una ideologia quella che si è affermata in Occidente, che ha dentro di sé una grande promessa: l’idea di un mondo pacificato e senza violenza. Si realizza in tutti gli ambiti della vita, dalla politica alle relazioni civili, all’arte, alla storia, alla memoria, quindi è un’ideologia totalitaria e si realizza eliminando le differenze che sarebbero fonte di discriminazione e di potere. Ma eliminando le differenze si approda a una neutralità nella quale si perde ogni identità. Un po’ quello che è accaduto con i regimi: i cittadini dei regimi erano soggetti senza identità. È un po’ anche quello che accade con la cultura del gender, che è parte di questa ideologia: promette una eguaglianza al prezzo di una neutralità che esclude il maschile e il femminile. Ma dentro la storia del femminile c’è una storia di trecento anni di diritti. Immaginate cosa può essere una società che abolisce le sue differenze storiche e culturali: è una società che non ha più nessuna identità.
4Questa vicenda – così come i risvolti politici che ha avuto e, in particolare, il ritiro delle linee guida – è interessante perché racchiude in sé tutti gli elementi che andranno a comporre il presente volume. Intanto, la centralità del tema della cancel culture nel dibattito pubblico italiano che è ormai divenuta un’etichetta pret-à-porter per liquidare ogni forma di rivendicazione o di richiesta di una società più inclusiva e attenta alle disuguaglianze (oltre che alle differenze). In secondo luogo, la grande confusione che c’è attorno a questo concetto che viene variamente scambiato, sovrapposto o assimilato al “politicamente corretto” e, in modo imprevisto, all’“ideologia gender”. In terzo luogo, gli effetti politici perversi che non la cancel culture – la quale, al pari dell’ideologia gender, è bene chiarirlo fin da subito, non esiste in Italia così come viene raccontata – ma lo spauracchio di essa ha prodotto, produce e continuerà a produrre. Il caso citato, infatti, è certamente un esempio di censura che, però, contrariamente a quanto viene narrato da politici e giornalisti italiani, ha colpito le rivendicazioni di una serie di minoranze (religiose ma non solo) che sono a tutti gli effetti membri dell’Unione europea e che continuano a rimanere invisibili in molte comunicazioni. Infine, questo caso è particolarmente interessante perché mette in luce le due specificità del caso italiano nell’uso del concetto di cancel culture, ben evidenziate dall’intervento di Barbano. Da una parte, il focus del dibattito pubblico non tanto sui processi di razzializzazione, come avviene nel contesto statunitense in cui è nata, ma sulle questioni di genere. Dall’altra, la pervasività del concetto, in questa particolare declinazione, che trascende gli ambienti conservatori e ultracattolici. Infatti, la paura della cancellazione ha creato inedite convergenze tra ambienti e partiti populisti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, che coi movimenti conservatori di matrice religiosa hanno un forte sodalizio da anni, e ambienti e partiti apparentemente progressisti, quali il Partito Comunista e il cosiddetto femminismo radicale, proprio laddove la nozione di identità di genere è stata al centro dell’attenzione, come nel caso del dibattito sul disegno di legge contro l’omotransfobia promosso dal deputato Zan (c.d. ddl Zan)3.
5Per tutti questi motivi, abbiamo sentito l’urgenza di scrivere questo volume per contribuire al dibattito su questo tema cercando di restituire la complessità degli aspetti che lo compongono e della realtà sociale da cui origina. Il focus sarà sulle questioni di genere sia perché queste sono le nostre competenze scientifiche specifiche, sia perché questo è il terreno su cui si gioca la partita nel contesto italiano.
6Poiché questo tema genera inevitabili polarizzazioni, ci sembra importante chiarire qual è l’obiettivo del libro. Questo volume intende innanzitutto svelare il carattere di epifenomeno della cancel culture rispetto alla quale è difficile, quando non impossibile, distinguere la sua realtà dalla sua narrazione. L’obiettivo è fare chiarezza e distinguere i vari piani che si intersecano quando si affronta questo fenomeno: le istanze e le pratiche di protesta che talvolta prevedono la “cancellazione” di qualcosa o qualcuno, il loro etichettamento come “cultura” e gli effetti politici di questo etichettamento. In questo modo, mostreremo come l’uso dell’espressione “cancel culture” sia necessariamente ideologico e l’uso degli epiteti offensivi più svariati, il sarcasmo e la sufficienza con cui solitamente il tema viene affrontato ne sono la dimostrazione. Questo libro, dunque, non intende assumere una prospettiva (fintamente) super partes, ma intende misurarsi sul terreno del posizionamento ideologico scientificamente sviscerato.
7Alla luce di quanto appena detto, obiettivo del libro non è tanto fare chiarezza rispetto al concetto di cancel culture quanto ricostruirne le origini ed esaminare le declinazioni che questa nozione ha assunto nel dibattito pubblico italiano e gli usi politici che schieramenti anche molto lontani fra loro ne fanno. Lo scopo ultimo, allora, è aggiungere un tassello e arricchire le riflessioni sul tema con un punto di vista che, a nostro avviso, è sottorappresentato sia nel dibattito pubblico (politico e giornalistico), sia in quello accademico.
8La pratica di cancellare nasce proprio come tentativo delle minoranze di acquisire visibilità in uno spazio pubblico in cui faticano a emergere e il cui accesso è regolato e presidiato dalle maggioranze. Inizialmente, si configura come una pratica – diffusa, in particolare, sui social network e nei contesti afroamericani statunitensi – che consiste nel sottrarsi dall’interazione con interlocutori che promuovono discorsi, valori o azioni considerate offensive e, successivamente, nel chiedere anche ad altri/e di farlo. In una versione più recente ha preso la forma anche di una vera e propria ostracizzazione e di richieste di sanzione. Il cancellare, dunque, ha prima di tutto a che fare con il “non (voler) ascoltare” e, solo in ultima istanza, con il “non far parlare”.
9E, tuttavia, quando queste pratiche di protesta abbiano iniziato ad essere etichettate come “cultura” e, di fatto, come “cultura della censura” rimane ancora non chiaro. In ogni caso, l’espressione “cancel culture” è divenuta progressivamente di uso comune e, nello spostarsi da un continente all’altro, ha assunto le specificità del contesto culturale in cui si è poi diffusa.
10Guardare a questi processi, dunque, non solo permette di approfondire un fenomeno sicuramente di grande attualità, ma permette anche di fare considerazioni più ampie sui contesti – quello italiano nel nostro caso – che lo recepiscono e di individuare anche alcune regolarità e parallelismi con altri fenomeni socio-culturali, come la diffusione dell’espressione “ideologia gender”.
11Inoltre, le riflessioni contenute in questo volume permettono di approfondire il funzionamento del giornalismo online italiano e della politica “da social”, fornendo alcuni spunti teorici e metodologici in tal senso. Il volume, infatti, analizza dati empirici – raccolti sulle pagine Facebook delle principali testate giornalistiche nazionali e di politici italiani, leader di partito ed esponenti di movimenti politicamente rilevanti di tutti gli schieramenti – che hanno una funzione, non tanto esaustiva, quanto esemplificativa di questi processi. La raccolta dei dati ha proceduto per parole chiave: cancel culture, innanzitutto, ma anche call-out e woke, che, come vedremo, sono espressioni legate all’accezione originaria di cancel culture; “cancellare” e “cancellazione”, e ancora “censura”, “politicamente corretto” (anche nella versione inglese politically correct) e “pensiero unico”, che nella comunicazione giornalistica e politica italiana si accompagnano ai discorsi sulla cultura della cancellazione. La ricerca, focalizzata sul biennio 2020-2021, ha prodotto una mole imponente di dati: più di 1.600 post sulle pagine dei giornali, e più di 800 su quelle dei politici, tra l’altro in un periodo in cui il discorso giornalistico e politico era focalizzato solo sulla pandemia da Covid-19. Nel corso del volume, attingendo a questo vasto corpus di materiale empirico, diamo conto dei modi e delle forme con cui la cancel culture è approdata nel contesto italiano, nel discorso giornalistico e in quello politico. Il numero dei post, che sulle pagine dei giornali sono il doppio di quelli sulle pagine dei politici, ci danno già la misura del fenomeno e ci dicono qualcosa delle sue caratteristiche: il suo essere fenomeno prima di tutto mediatico.
12Il volume si articola in tre capitoli, oltre a introduzione e conclusioni. Il primo capitolo ricostruisce le origini delle pratiche che sono comunemente ritenute cancel culture a partire dalle prime azioni di resistenza dei movimenti afroamericani (e le loro ragioni) sui social network, fino ad arrivare alle sue evoluzioni più recenti con le proteste del movimento Black Lives Matter (BLM)4. Il secondo capitolo sposta il focus sul contesto italiano e illustra i modi in cui l’espressione “cancel culture” viene declinata nel dibattito giornalistico. In particolare, si mostreranno le peculiarità del contesto culturale italiano che hanno fatto sì che la cancel culture venisse associata principalmente alle questioni di genere tramite la diffusione di notizie, quasi sempre false, che vengono riprese e amplificate nel più ampio dibattito pubblico anche da personaggi e intellettuali associati al fronte progressista. Il capitolo mostra, inoltre, i meccanismi di creazione della realtà da parte dei giornali sui social network e i modi in cui il giornalismo italiano descrive i tre strumenti tramite cui la cancel culture opererebbe: la (presunta) censura del linguaggio, che la renderebbe simile al politicamente corretto; le istanze e proposte di riforma del linguaggio; la (presunta) censura di cose e persone. L’ultimo capitolo è, infine, dedicato agli effetti della diffusione di questo concetto in Italia e, in particolare, agli usi politici che diversi partiti e movimenti – sulla carta appartenenti a schieramenti lontani, se non opposti – ne hanno fatto negli ultimi due anni, soprattutto a causa del dibattito parlamentare sul ddl Zan. In questo capitolo si mostrerà come la retorica sulla cancel culture abbia influenzato e polarizzato il dibattito attorno al costrutto dell’identità di genere innestandosi sulla preesistente polemica anti-gender, consolidando le convergenze, fra i partiti populisti di destra, gruppi conservatori ultracattolici e una parte del movimento femminista italiano, quello radicale. Tali convergenze facendo leva su una realtà costruita nel discorso mediatico, in cui una supposta cultura della cancellazione attinge e si rafforza nella più generale ideologia gender, hanno prodotto degli effetti di realtà come l’affossamento del ddl Zan.
13Questo libro è pensato per un pubblico ampio e non solo per “addetti/e ai lavori”. Pensiamo, infatti, che possa essere di interesse per studenti e colleghi/e che si interessano di social media, comunicazione e studi di genere, ma anche per una platea di lettori e lettrici più ampia. Sicuramente potrebbe essere uno strumento utile per i giornalisti e le giornaliste per produrre contenuti di qualità anche nel giornalismo digitale e come antidoto alla diffusione di fake news. In secondo luogo, per i politici che per primi dovrebbero – quando non agiscono in malafede – verificare le fonti ed esprimere posizioni, orientate rispetto a valori e ideologie, ma quantomeno informate. Infine, per i lettori e le lettrici curiosi di approfondire un tema che entra costantemente nelle nostre case rimbalzando tra televisione, giornali cartacei e social media.
Notes de bas de page
1 European Commission (2021), #UnionOfEquality. European Commission Guidelines for Inclusive Communication, Commission for Equality, https://drive.google.com/file/d/1KZOudnLHuLfSayH-gqqBaNkk3sLSWP0L/view?fbclid=IwAR2qQamK7xPdggTfsNedp7967BlXzExUddednehs5X6Wq8AfuRxPATeGL5k [ultima consultazione 15 dicembre 2021].
2 A titolo informativo sembra importante sottolineare che, nel 2015, nella UE-28 (che includeva ancora il Regno Unito), le persone di fede cristiana rappresentavano il 71,6% della popolazione, fra queste il 45,3% si definiva cattolico, il 9,6% ortodosso e l’11,1% protestante; gli atei/agnostici rappresentavano il 24%; i musulmani l’1,8%; i Buddhisti lo 0,6%; le persone di fede ebraica lo 0,2% (European Commission 2019).
3 Il disegno di legge Zan (o ddl Zan) “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, proposto dal deputato Alessandro Zan del Partito Democratico, nel 2020, prevedeva la modifica di due articoli del codice penale (604-bis e 604-ter) e ampliava la cosiddetta “legge Mancino” inserendo accanto alle discriminazioni per razza, etnia e religione anche le discriminazioni per disabilità, sesso, orientamento sessuale e identità di genere. Approvato (già con diversi emendamenti) alla Camera nel novembre 2020, è stato poi affossato al Senato ad ottobre 2021 attuando la cosiddetta “tagliola” che blocca l’iter legislativo. A maggio 2022, mentre scriviamo, è stata depositata una proposta di legge dal Partito Democratico nella forma originaria del ddl Zan.
4 Il Black Lives Matter (letteralmente “Le vite dei neri contano”) è un movimento politico e sociale nato all’interno della comunità afroamericana statunitense, a partire dal 2013, come hashtag sui social network. L’evento scatenante è stato l’assoluzione di un vigilante, George Zimmerman, che aveva ucciso l’anno prima con un colpo di pistola il diciassettenne afroamericano Trayvon Martin. Il movimento si occupa e lotta contro la brutalità della polizia, ma anche, più in generale, contro tutte le disuguaglianze razziali sperimentate dalle persone afroamericane (per ulteriori approfondimenti si vedano anche § 1.3-1.4).
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Cancel culture e ideologia gender
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