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    Le anforette etrusche di età tardo-arcaica dalla necropoli esquilina (Roma): analisi del contenuto

    Laura Ambrosini

    p. 341-347

    Résumés

    Il caso studio riguarda alcune anforette etrusche tardo-arcaiche, di altezza compresa tra gli 8 e i 10 cm circa e capacità di 100 e 150 ml, riferibili al Gruppo Copenhagen ABc 1059 rinvenute a Roma nell’antica necropoli esquilina nelle tombe 3 e 12 di Piazza Vittorio scavate nel 2002 dall’allora Soprintendenza Archeologica di Roma. E’ stato possibile evidenziare due sottogruppi con caratteristiche ben distinte: il primo, di probabile produzione ceretana e tarquiniese-vulcente (anche se non si escludono altri centri di produzione minori), presenta fasce sul corpo e un’eventuale decorazione accessoria (palmetta sul collo, linguette sulla spalla, raggiera alla base); il secondo, riferibile all’ambito tarquiniese (o anche vulcente?), presenta due palmette erette sui due lati del corpo e due pendule al di sotto delle anse. La cronologia dei due sottogruppi, in base ai contesti noti, appare circoscritta alla fine del VI-inizi del V sec. a.C. Tenendo esclusivamente conto della morfologia e della metrologia del vaso, è stata avanzata l’ipotesi che le anforette fossero state utilizzate come unguentari. Destinata a personaggi femminili e deposta a diretto contatto con il corpo (lungo il fianco sinistro o presso i piedi; talora anche all’interno del loculo parietale) l’anforetta era considerata un oggetto di uso personale, piuttosto legato alle pratiche svolte nel corso della cerimonia funebre per ungere la salma o il corpo dei partecipanti. Nello studio si discutono i risultati delle indagini di gas cromatografia ad alta risoluzione con spettrometria di massa realizzate al fine di indagare il contenuto di questi piccoli vasi.

    This case study concerns some late-archaic Etruscan amphorae, with a height between 8 and 10 cm and a capacity of 100 to 150 ml, related to the Group Copenhagen ABc 1059, found in Rome in the ancient Esquiline necropolis in tombs 3 and 12 of Piazza Vittorio, excavated in 2002 by the formerly Soprintendenza Archeologica di Roma. These amphorae can be divided into two subgroups with distinct characteristics: the first, probably of Caeretan and Tarquinian-Vulcian production (although other minor production centres are not excluded), has bands on the body and a possible accessory decoration (a palmette on the neck, tongues on the shoulder, radial pattern at the base); the second, connected to the Tarquinian area (or also Vulcian?), has two palmettes on both sides of the body and two below the handles. The chronology of the two subgroups, according to known contexts, is the end of the 6th to the beginning of the 5th century B.C. Taking into account the morphology and metrology of the vessel, I suggested in 2009 that these small amphorae were used for ointments. Intended for women and placed in direct contact with the body (along the left side or near the feet; sometimes even inside the parietal niche) the amphora was considered an object of personal use, linked to the practices carried out during the funeral ceremony to anoint the corpse or the bodies of the participants. The study discusses the results of high-resolution gas chromatography investigations with mass spectrometry carried out in order to investigate the contents of these small vessels.

    Texte intégral Il caso studio Produzioni e cronologia La distribuzione L’uso in base ai dati archeologici Conclusioni sul contenuto Conclusioni storico-economiche Bibliographie Notes de bas de page Auteur

    Texte intégral

    Il caso studio

    1Il caso studio che si presenta riguarda alcune anforette etrusche tardo-arcaiche riferibili al Gruppo Copenhagen ABc 1059 rinvenute a Roma nel 2002 nelle tombe 3 e 12 della necropoli esquilina a Piazza Vittorio. Esemplari di questo tipo sono conservati in molte collezioni museali, spesso privi non solo del contesto ma, talora, anche del luogo di rinvenimento. Pertanto questa scoperta in scavi condotti con metodi scientifici ha consentito di effettuare le indagini di gas cromatografia ad alta risoluzione con spettrometria di massa al fine di indagarne il contenuto1. Nei due studi già condotti su queste anforette editi nel 2009 e 2010 in due convegni sui rapporti tra Etruria e Roma nell’età dei Tarquinii, tenendo esclusivamente conto della tettonica del vaso e dell’aspetto metrologico, avevo avanzato l’ipotesi che si trattasse di unguentari. La necropoli esquilina, com’è noto, fu sterrata in modo affrettato e caotico tra il 1873 e il 18842. Il rinvenimento effettuato nel 2002 nella necropoli è pertanto importantissimo. Sono state scoperte 12 tombe databili tra VI e V secolo a.C., quasi tutte lungo il lato breve di Piazza Vittorio in direzione di via dello Statuto e via Carlo Alberto3.

    Fig. 1 - Roma, Piazza Vittorio, necropoli esquilina, tomba 3. Anforetta a fasce, n. inv. 475.851.

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    foto Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma; cortesia M. Barbera; elaborazione L. Ambrosini

    2La tomba 34, a fossa rettangolare scavata nel banco con loculo laterale chiuso da tegole poste in verticale5, è stata completamente distrutta da interventi moderni. Ha restituito un’anforetta a collo distinto risparmiato e corpo ovoide decorato a fasce orizzontali in vernice nera e bruna diluita (fig. 1)6. Essa è stata deposta nel loculo, poco al di sopra del capo del defunto adulto, sul lato destro, a ovest. Tra gli esemplari etruschi questa anforetta può essere avvicinata ad alcune rinvenute a Cerveteri7, nell’Ager Veientanus8 e a Tolfa9, e ad esemplari conservati in collezioni museali10. Il tipo, per la forma, con corpo fortemente compresso, è avvicinabile alle anforette attiche a figure nere del medesimo periodo rinvenute anche a Roma11, mentre per il tipo di decorazione, sembra ispirato a modelli di area greco-orientale caratterizzati da fasce a vernice nera disposte orizzontalmente sul corpo, largamente documentati in molti centri del bacino del Mediterraneo, provenienti dalle coste dell’Asia Minore e dalle isole vicine i cui specifici luoghi di fabbricazione non sono tuttavia ancora stati determinati con certezza12.

    Fig. 2 - Roma, Piazza Vittorio, necropoli esquilina, tomba 12. Anforetta a fasce, n. inv. 475.854.

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    foto Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma; cortesia M. Barbera; elaborazione L. Ambrosini

    3La tomba 1213, parzialmente devastata, era costituita da un sarcofago di tufo ricoperto da un lastrone; lo scheletro aveva una placchetta di bronzo fra le ginocchia e lungo il braccio destro tre vasetti miniaturistici: un’anforetta a collo distinto risparmiato e corpo decorato a fasce (fig. 2)14, un’anforetta a collo distinto verniciato di nero e corpo decorato con palmette (fig. 3)15 e una coppetta a vernice nera etrusco-arcaica, che riprende prototipi attici di fine VI a.C.16. Quest’ultima è simile al tipo 35 di Gravisca (attestato anche a Pyrgi)17 ed alle Miniature Bowls di bucchero del tipo 2 di Rasmussen18. L’anforetta a fasce (fig. 2) aderente per il tipo di decorazione a prototipi ionici19, a parte due esemplari da Cerveteri20, trova confronto con anforette prive di contesto21. È confrontabile anche con anforette che hanno una palmetta eretta sul collo, le baccellature sulla spalla, e, talora, la raggiera alla base del piede, rinvenute a Cerveteri22, Tarquinia23, Vulci24, Sovana25, Grotte di Castro26, Bisenzio27, Veio28, Corchiano29, Palestrina30, oltre che a Peccioli31, e con altre di provenienza sconosciuta32. Sottolineo che alcuni di questi esemplari rinvenuti in Etruria sono stati attribuiti, anche di recente, a produzione attica33. Personalmente riferisco questi esemplari alla produzione etrusca del Gruppo Copenhagen ABc 1059, identificato dal Beazley34 ed ampliato dalla Ginge35, che ha come modello le anforette attiche della Light-make Class, in particolare quelle del Gruppo Campana, anch’esse ispirate all’ambiente ionico ed importate anche in Etruria36 (soprattutto a Cerveteri e Tarquinia)37, ma anche a Siracusa38, Agrigento39, ad Ampurias40, a Rodi41 e ad Olbia Pontica sul Mar Nero42 (odierna Ucraina). Le anforette di produzione attica43 rispetto a quelle di produzione etrusca, sono di dimensioni un po’ maggiori44 e presentano una catena di palmette o decorazioni più complesse sul collo e spesso una raggiera alla base. L’anforetta decorata con palmette (fig. 3) trova confronto con esemplari da Amatrice45, da Aléria46, Marta47 e con vari esemplari conservati a Tarquinia48 e Orbetello49.

    Fig. 3 - Roma, Piazza Vittorio, necropoli esquilina, tomba 12. Anforetta con palmette, n. inv. 475.852.

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    foto Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma; cortesia M. Barbera; elaborazione L. Ambrosini

    Produzioni e cronologia

    4Le tre anforette sono riferibili al Gruppo Copenhagen ABc 1059 creato dal Beazley, nel quale occorre necessariamente creare dei sottogruppi, se non altro per distinguere i diversi tipi di decorazioni che esse presentano. I due sottogruppi sembrano avere caratteristiche ben distinte (fig. 4). Il primo, di probabile produzione ceretana e tarquiniese-vulcente50 (anche se non si escludono altri centri di produzione minori), che appare caratterizzato da fasce sul corpo e da un’eventuale decorazione accessoria (palmetta sul collo, linguette sulla spalla, raggiera alla base), sembrerebbe diffuso in ambito ceretano, tarquiniese e vulcente, ma anche nel Lazio. Il secondo, caratterizzato da due palmette erette sui due lati del corpo e due pendule al di sotto delle anse (e da baccellature sulla spalla), sembra riferibile all’ambito tarquiniese (o anche vulcente?) ed essere diffuso maggiormente nell’entroterra tarquiniese e vulcente, con interessanti « esportazioni » ad Aléria ed Amatrice. La decorazione a palmette51 potrebbe rientrare nel quadro di repertori decorativi semplificati, diffusi parallelamente in ambiti produttivi differenti52. In effetti sembra legata alla decorazione accessoria dei Gruppi figurati Monaco 892, 883 e Vaticano 265. Potrebbe trattarsi, in effetti, di prodotti « minori » delle medesime officine53. La questione è molto complessa ed andrebbe indagata in uno studio specifico di più ampio respiro. La cronologia dei due sottogruppi in base ai contesti noti, appare circoscritta alla fine del VI-inizi del V secolo a.C. Accanto a questi due sottogruppi esiste anche una produzione di anforette analoghe54, una orvietana55, individuata dal Donati (che possiamo riferire alla Pattern Class del Gruppo di Orvieto)56 e ad una chiusina57 come testimoniano gli esemplari da Sarteano, Chianciano e Fallerini e che arriva fino all’Etruria padana58. Tale produzione, come ha ben evidenziato Giulio Paolucci, appare ancora legata alla produzione del bucchero nero locale, dalla quale mutua anche alcune forme59. Frammenti di anforette riferibili a questa produzione provengono dall’angolo nord-ovest del podio della cella del Tempio dei Castori, da uno strato anteriore alla I fase del tempio votato da Aulo Postumio e dedicato da suo figlio nel 484 a.C. e dal podio del pronao del tempio60. Contatti molto labili esistono tra le anforette a fasce etrusco-meridionali e quelle recentemente attribuite alla Pattern Class campana61, nella quale – va sottolineato – la decorazione a fasce fa parte di una sintassi decorativa in cui altre parti del corpo sono completamente verniciate.

    Fig. 4 - Carta di distribuzione delle anforette a fasce e a palmette in base ai dati finora disponibili.

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    elaborazione L. Ambrosini

    La distribuzione

    5Le anforette del primo sottogruppo (quelle a fasce) mostrano una distribuzione secondo un asse nord-ovest/sud-est, e non è escluso, credo, che Roma abbia svolto un ruolo di ridistribuzione verso sud. Al di fuori dell’Etruria, anforette di questo tipo sono attestate oltre che a Roma, verso sud a Palestrina, Anagni, attraverso l’asse tiberino nell’Agro Falisco. Le anforette del secondo sottogruppo (quelle con palmette) sembrano avere una distribuzione grosso modo est-ovest, che arriva all’alta Valle del Tronto in direzione dell’Adriatico ad Amatrice e oltre mare ad Aléria. Le anforette dei due sottogruppi sembrano distribuirsi soprattutto, dunque, nelle aree di influenza ceretana e tarquiniese-vulcente. Le produzioni orvietane e chiusine, ben delineate da Donati e Paolucci, che mostrano contatti con il secondo sottogruppo, sembrano raggiungere da un lato l’Etruria Padana (Bologna e Ariano Polesine) e dall’altro Roma.

    L’uso in base ai dati archeologici

    6Oltre a rinvenimenti in tombe plurime di Cerveteri62 e Corchiano63 e in depositi votivi (Anagni-S. Cecilia64), alcune di queste anforette sono pertinenti, fortunatamente, a contesti chiusi. Per quanto riguarda le anforette del primo sottogruppo (quelle a fasce) abbiamo vari contesti di rinvenimento. Nella tomba 3 della necropoli della Colombella a Palestrina65, femminile, l’anforetta era collocata presso i piedi. A Veio nella tomba NN OO 16 di Veio-Quattro Fontanili66, tomba a fossa quadrata con gradini di accesso e due loculi per cremazioni, è stata rinvenuta un’altra di queste anforette insieme con un frammento di olpe a figure nere nella terra di riempimento, forse rotte appositamente nel corso della cerimonia funebre sul fondo della fossa dove sono stati rinvenuti i resti del rogo67. Sempre a Veio un’anforetta68 di questo tipo è stata rinvenuta nella tomba X (XI) di Macchia della Comunità. Dall’Ager Veientanus, località Lucchina, tomba 2, loculo 2, proviene un altro esemplare, collocato presso la gamba destra della defunta. La tomba, femminile era del tipo a fossa con loculo per la cremazione e gradini. Un’anforetta di questo tipo proviene da un’inumazione femminile entro loculo della tomba a camera 14 di Corchiano, I sepolcreto di S. Antonio69. Nella tomba 8 di Amatrice70, a fossa coperta da grossi ciottoli di arenaria grigia, attribuibile ad un individuo di sesso femminile e (forse) ad un infante71 le due anforette del secondo sottogruppo (con palmette) sono state rinvenute lungo il fianco sinistro della defunta, deposta supina, grosso modo all’altezza della gamba, entrambe in posizione orizzontale. I vasi sono stati rinvenuti completamente vuoti, pertanto, si deve supporre che siano stati deposti con il loro contenuto ben sigillato da un tappo in materiale deperibile. Occorre sottolineare che la tomba ha restituito anche un aryballos di pasta vitrea72, destinato evidentemente anch’esso a contenere unguenti o profumi; ignoriamo tuttavia se l’uso di un diverso materiale per il contenitore sia dovuto ad una diversa zona di produzione dell’unguento o profumo oppure per conservare inalterate determinate caratteristiche organolettiche di quest’ultimo73. Un’altra anforetta con palmette è stata rinvenuta nella tomba 110 di Aléria74, anch’essa femminile, ad inumazione semplice in fossa semicircolare, coperta da un ammasso di piccole pietre, deposta lungo il fianco sinistro della defunta. In base a questi dati si evince che le anforette (che raggiungono l’altezza massima di 11 cm e che pertanto possiamo considerare miniaturistiche) sono vasi destinati a individui di sesso femminile, deposti a diretto contatto con il corpo (lungo il fianco sinistro o presso i piedi)75. La presenza a diretto contatto con la defunta, anche all’interno del loculo parietale, lascerebbe pensare che si tratti di un oggetto di uso personale, piuttosto che essere legato alle pratiche svolte nel corso della cerimonia funebre per la salma da parte dei partecipanti.

    Conclusioni sul contenuto

    7Come anticipato, in base alla tettonica dei vasi (conformazione del labbro, in genere dotato di almeno un solco interno per l’innesto di un coperchietto in materiale deperibile, e spesso conformato ad echino appiattito superiormente e quindi adatto a versare liquidi piuttosto densi) e alla metrologia (altezza compresa tra gli 8 e gli 11 cm di altezza, e una capacità di 100-150 ml), avevo avanzato l’ipotesi che avessero contenuto olio profumato, cioè oleoliti (essenze estratte tramite macerazione in olio). Le analisi di cromatografia in fase gassosa (associata alla spettrometria di massa)76 condotte da Nicolas Garnier hanno evidenziato:

    • nell’anforetta a fasce dalla tomba 3: prodotti del latte, pece di conifere e vino rosso;

    • nelle due anforette (a fasce e con palmette) dalla tomba 12: prodotti del latte, pece di conifere, grasso vegetale (acido linoleico riscaldato) e vino (o aceto).

    8Dominique Frère interpreta i dati in questo modo: le due anforette della tomba 12 hanno avuto due differenti e successive fasi di utilizzazione: prima riempite di olio profumato e poi di vino rosso. La quantità di acido tartarico prova che hanno contenuto per ultimo il vino rosso. Durante il rituale funerario sarebbe stato versato l’olio profumato (nella prothesis o in altro momento, come la libagione, ad esempio); una volta svuotate dell’olio sono state riempite di vino come offerta per il defunto per il viaggio nell’aldilà o per il banchetto eterno. Questa ricostruzione mi sembra del tutto plausibile. Le fonti iconografiche di ambito greco indicano nell’anfora il vaso destinato a conservare vino e olio. Sulle scene di vasi attici, venditori attingono olio sia da anfore da trasporto che da anfore di media grandezza per riempire le lekythoi77. Le nostre anforette possono essere stati contenitori di sostanze diverse in periodi differenti. Un confronto in tempi moderni lo possiamo fare, ad esempio, con le bottiglie di vetro prodotte in Italia per contenere l’acqua minerale, ma che vengono comunemente riutilizzate per conservare vino, olio, aceto, pomodoro o altro. Chi farà analisi tra duemila anni cosa troverà in queste bottiglie nate per contenere acqua minerale? Ovviamente, tracce di olio, pomodoro, aceto, vino etc. Un’altra ipotesi è che le nostre anforette potevano essere contenitori multifunzionali come ad esempio la lekanis, (contenitore per cibo, belletti, giochi etc.), come ho potuto verificare in uno studio edito qualche anno fa78. A mio avviso, bisogna riflettere sul metodo delle analisi: come facciamo a stabilire con certezza se queste sostanze sono state contenute tutte contemporaneamente o in momenti diversi. La quantità di acido tartarico è sufficiente a testimoniare che il vino è stato contenuto per ultimo nel vaso? Poiché questo tipo di analisi sono qualitative e non quantitative, fino ad oggi non siamo in grado di stabilire in quale percentuale tali sostanze siano state contenute in questi vasi. Per semplificare: latte (con un po’ di pece di conifera mischiato con vino) oppure vino (aromatizzato con un po’ di pece di conifera e, ad esempio, formaggio grattugiato). La compresenza di vino e latte potrebbe essere collegata anche alla manifattura di creme aromatizzate con erbe. Nelle tavolette micenee79 – la più esplicita è Pylos Un 26780 – è citato il vino nella preparazione del profumo81. Da Teofrasto e da Dioscoride sappiamo che le erbe tritate erano immerse nel vino prima di essere scaldate nell’olio in modo da estrarre gli olii essenziali82. Durante l’immersione nel vino degli aromatizzanti il contenuto alcolico e la sua liquidità erano il fattore principale. Probabilmente per questa operazione non era utilizzato vino di buona qualità: una tavoletta micenea di Knosso Uc 160 ed altri documenti parlano di mosto o, più probabilmente di vino di qualità inferiore83. Da Plinio (N.H. XII, 132) sappiamo che l’inflorescenza di lambrusca (vite rampicante selvatica) era utilizzata per il profumo oinanthe84. Inoltre, nel profumo alla rosa il vino veniva usato come stabilizzatore. Nel caso in cui il vino non fosse stato contenuto nelle nostre anforette per ultimo, la presenza di prodotti del latte spingerebbe verso l’identificazione del contenuto con creme composte da prodotti del latte o grasso vegetale, aromatizzate con pece di conifera e vino. Sono certa che l’affinamento della tecnica in futuro consentirà di stabilire anche la sequenza dei contenuti « sfogliando » stratigraficamente i residui del contenuto. L’ideale sarebbe una sorta di tomografia computerizzata che consenta non solo di analizzare con analisi non distruttive la composizione chimica dei residui conservati all’interno, ma di acquisire direttamente il volume intero e di riprodurre sezioni o strati per effettuare elaborazioni tridimensionali. Chissà se in futuro sarà possibile inventare qualcosa del genere…

    Conclusioni storico-economiche

    9La produzione di queste anforette, utilizzate come contenitori di olii profumati e/o di vino sembra affiancarsi all’ultima produzione del bucchero, imitando prototipi attici, a loro volta influenzati da quelli ionici. Tale produzione si sviluppa quasi contestualmente, forse non a caso, con la produzione di massa di lekythoi attiche alla fine del VI secolo a.C. Non credo sia un caso che la produzione delle anforette si sviluppi, per lo meno inizialmente, nei distretti ceretano e tarquiniese-vulcente, dove la produzione di olio di oliva e di vino era ben attestata. Nasce forse per colmare una « fetta » di mercato appetibile e non ancora del tutto saturata dalle importazioni di lekythoi attiche (con il loro contenuto)85.

    10In conclusione, i nuovi rinvenimenti effettuati nella necropoli esquilina forniscono una preziosa testimonianza sulle produzioni etrusche circolanti a Roma86 agli inizi del V secolo a.C. I corredi, estremamente « ridotti », con pochi vasetti miniaturistici, si allineano ai parametri già documentati a Roma, certamente improntati alle norme stabilite per il lusso funerario, codificati a metà V secolo a.C. dalle XII Tavole, alle quali finisce per adeguarsi la stessa Veio87. Si cessa di sacrificare nelle tombe oggetti pregiati e si abolisce il corredo o lo si limita a qualche oggetto simbolico (spesso miniaturizzato) o specificatamente motivato88. Viene abolita l’unzione del cadavere ad opera dei servi ed ogni bevuta a turno (nel simposio funebre). L’analisi dei corredi funerari romani che hanno restituito le anforette consente da un lato, di approfondire l’ideologia funeraria nella delicata fase immediatamente successiva al passaggio dalla monarchia alla repubblica, e dall’altro, di mettere in evidenza le modalità attraverso le quali tale influsso culturale si è manifestato nelle aree di contatto tra Etruschi, Latini e Sabini.

    Bibliographie

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    Notes de bas de page

    1  Vorrei ringraziare gli amici e colleghi Dominique Frère e Claude Pouzadoux per avermi coinvolta nel progetto MAGI e Nicolas Garnier per aver effettuato le analisi. Per ragioni editoriali, per tutti i riferimenti bibliografici si rinvia a quanto già edito su queste anforette nei due studi specifici: Ambrosini 2009; 2010.

    2  Sugli scavi nella necropoli esquilina vedi Ambrosini 2009, p. 179, con bibl. cit.

    3  Barbera et al. 2005, p. 305; Ambrosini 2009, p. 179, con bibl. cit.

    4  Sulla tomba 3: M. Pentiricci, in Barbera et al. 2005, p. 309, fig. 44, p. 310, fig. 45; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 4, con bibl. cit.; sull’anforetta dalla tomba 3: M. Barbera, in Barbera et al. 2005, p. 306, 310, fig. 46; Barbera 2006, p. 139, 306; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 5a-b, con bibl. cit.

    5  Tale tipo è attestato anche nelle tombe 4-5 e 11; Ambrosini 2009, p. 180, nr. 16, con bibl. cit.

    6  Inv. 475.851, alt. 7,9 cm, diam. orlo 5 cm, diam. corpo 6,4 cm, capacità 150 ml: Barbera 2006, p. 139, fig. I.151; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 5a-b, con bibl. cit.

    7  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 22, con bibl. cit.

    8  Località Lucchina (Viale Giardini di Ottavia), tomba 2, loculo 2, alt. 8 cm (Arizza 2020, p. 131 in alto, attribuito alla “Classe: Ceramica a vernice nera”!): si tratta di un’inumazione femminile (20-29 anni); la sepoltura viene datata alla prima metà del IV sec. a.C. (Arizza 2020, p. 396); non è presente alcun cenno al motivo per cui nel corredo siano presenti almeno due vasi di fine VI-inizi V e uno dell’ultimo quarto del V sec. a.C.

    9  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 23, con bibl. cit.

    10  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 23-25, con bibl. cit.; 2010, p. 359, nr. 28, p. 365, fig. 13, con bibl. cit.

    11  Ambrosini 2009, p. 180, nr. 18 con bibl. cit.

    12  Ambrosini 2009, p. 181 nr. 19, con bibl. cit.

    13  Barbera et al. 2005, p. 310-312, 313, fig. 53, p. 315, fig. 57-58; Ambrosini 2009, p. 181, 209, fig. 14, con bibl. cit.

    14  Inv. 475.854; alt. 10,1 cm, diam. orlo 4,2 cm, diam. corpo 5,6 cm, capacità 100 ml: Barbera et al. 2005, p. 311, 315, fig. 59.1; Barbera 2006, p. 139, fig. I.152. Confrontata con esemplari simili del Gruppo Copenhagen ABc 1059. Ambrosini 2009, p. 181, nr. 27, p. 205, fig. 1 al centro, p. 210, fig. 16 e 17.1, con bibl. cit.

    15  Inv. 475.852. Alt. 9,5 cm, diam. orlo 4,5 cm, diam. corpo 5,6 cm, capacità 100 ml. Barbera et al. 2005, p. 311-313, 315, fig. 59.2; Barbera 2006, p. 139, fig. I.153; Ambrosini 2009, p. 181, nr. 28, p. 205, fig. 1 a destra, p. 210, fig. 17.2, p. 217, fig. 51, con bibl. cit.

    16  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 29, con bibl. cit.

    17  Ibid., p. 181, nr. 30, con bibl. cit.

    18  Inv. 475.853. Alt. 3,4 cm, diam. orlo 4,5 cm, diam. piede 4,1 cm. Barbera et al.2005, p. 314-315, fig. 59.3; Barbera 2006, p. 139-140, fig. I.154; Ambrosini 2009, p. 181, nr. 31, p. 210, fig. 17.3, con bibl. cit.

    19  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 33, con bibl. cit.

    20  Ambrosini 2010, p. 356, nr. 8 e 10, p. 362, fig. 3, p. 363, fig. 5, con bibl. cit.

    21  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 32, con bibl. cit. Esemplare in Pandolfini, Reperti archeologici, Firenze 10 giugno 2014, p. 31, nr. 53 (a destra nella foto).

    22  Ambrosini 2009, p. 185, nr. 68-70, p. 214-215, fig. 41-43, con bibl. cit.

    23  Ibid., p. 182, nr. 34, con bibl. cit.

    24  Ibid., p. 182, nr. 35, con bibl. cit.

    25  Ibid., p. 184, nr. 64, p. 214, fig. 37, con bibl. cit.

    26  Ambrosini 2010, p. 358, 364, fig. 9, con bibl. cit.

    27  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 36, con bibl. cit.

    28  Ibid., p. 184, nr. 56-41, p. 213, fig. 34-35, con bibl. cit.

    29  Ibid., p. 184, nr. 62-63, fig. 36, p. 185, nr. 66-67, p. 214, fig. 39-40, con bibl. cit.

    30  Ibid., p. 183, nr. 54-55, p. 213, fig. 33, con bibl. cit.

    31  Ambrosini 2010, p. 360, 366, fig. 18-19, con bibl. cit.

    32  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 37-39, p. 212, fig. 27-29, con bibl. cit.

    33  Ibid., p. 185, nr. 65 e 70, p. 214, fig. 38, p. 215, fig. 43, con bibl. cit.

    34  Ibid., p. 182, nr. 41, con bibl. cit.

    35  Ibid., p. 182, nr. 42, con bibl. cit.

    36  Ibid., p. 182, nr. 43, con bibl. cit.

    37  Ibid., p. 182-183, nr. 44, con bibl. cit.

    38  Ibid., p. 183, nr. 45, con bibl. cit.

    39  Ibid., p. 183, nr. 46, con bibl. cit.

    40  Ibid., p. 183, nr. 47, con bibl. cit.

    41  Ibid., p. 183, nr. 48, con bibl. cit.

    42  Ibid., p. 183, nr. 49, con bibl. cit.

    43  Ibid., p. 183, nr. 50, con bibl. cit.

    44  Ibid., p. 183, nr. 51, con bibl. cit..

    45  Ibid., p. 187-189, nr. 90-99, p. 217, fig. 52-53, con bibl. cit.

    46  Ibid., p. 189, nr. 100, p. 217, fig. 54, con bibl. cit.

    47  Ibid., p. 189, nr. 101, p. 218, fig. 55, con bibl. cit.

    48  Ibid., p. 188, nr. 88, con bibl. cit.

    49  Ibid., p. 188, nr. 89, con bibl. cit.

    50  Ibid., p. 187, nr. 82, p. 190, nr. 105, con bibl. cit.

    51  Ibid., p. 193, nr. 127, con bibl. cit.

    52  Ibid., p. 193, nr. 128, con bibl. cit.

    53  Ibid., p. 194, nr. 135, con bibl. cit.

    54  Ibid., p. 189-190, nr. 104, p. 218, fig. 56, con bibl. cit.

    55  Ibid., p. 187, nr. 83, p. 190, nr. 106, con bibl. cit.

    56  Ibid., p. 187, nr. 84, con bibl. cit.

    57  Ibid., p. 190, nr. 107, con bibl. cit.

    58  Ibid., p. 191, nr. 110-111, p. 218, fig. 59-60, con bibl. cit; Ambrosini 2010, p. 359, con bibl. cit.

    59  Ibid., p. 187, nr. 86, con bibl. cit.

    60  Ibid., p. 190, nr. 108, fig. 57-58, con bibl. cit.

    61  Ibid., p. 187, nr. 87, con bibl. cit.

    62  Ibid., p. 185, nr. 69-70, p. 214-215, fig. 41-43, con bibl. cit.

    63  Ibid., p. 185, nr. 66-67, p. 214, fig. 39-40, con bibl. cit.

    64  Ibid., p. 185, nr. 65, p. 214, fig. 38, con bibl. cit.

    65  Ibid., p. 183, nr. 54-55, p. 213, fig. 33, con bibl. cit.

    66  Ibid., p. 184, nr. 56-59, p. 213, fig. 34, con bibl. cit.

    67  Ibid., p. 184, nr. 58-59, con bibl. cit.

    68  Ibid., p. 184, nr. 61, p. 213, fig. 35, con bibl. cit.

    69  Ibid., p. 184, nr. 62, p. 214, fig. 36, con bibl. cit.

    70  Ibid., p. 187-189, nr. 90-91, p. 217, fig. 52-53, con bibl. cit.

    71  Ibid., p. 188, nr. 91, con bibl. cit.

    72  Ibid., p. 189, nr. 98, con bibl. cit.

    73  È noto che a causa del sole e del calore i profumi perdono rapidamente la loro qualità, pertanto i loro contenitori rivestono un’importanza capitale. Secondo le fonti antiche era preferibile conservarli in piccoli vasetti di alabastro, di pietra fredda (Ambrosini 2009, p. 189, nr. 99, con bibl. cit).

    74  Ambrosini 2009, p. 189, nr. 100, con bibl. cit.

    75  Ibid., p. 193, nr. 129, con bibl. cit.

    76  Frère 2006, p. 99; 2008; Garnier, Frère 2008.

    77  Algrain, Brisart, Jubier-Galinier 2008, p. 149-150; Chatzidimitriou 2008.

    78  Ambrosini 2013.

    79  Ringrazio l’amico e collega Maurizio Del Freo dell’ISPC-CNR per aver discusso con me su queste testimonianze.

    80  Bennett, Olivier 1973, p. 243; Chadwick 1973, p. 223-224, 103; Shelmerdine 1985, p. 17, 19.

    81  Frère 2006, p. 103.

    82  Theophr., De odoribus 23, 25; Diosc. I, 52, 53, 55, 56, 57, 58, 59 (Shelmerdine 1985, p. 19; Palmer 1994, p. 89).

    83  Shelmerdine 1985, p. 19.

    84  Nicolas-Duval 2008, p. 56.

    85  Se la produzione di materie grasse animali, olii, essenze e resine vegetali è favorita dal facile accesso alle materie prime, è probabile che anche le officine ceramiche che fabbricavano i contenitori si trovassero nei medesimi siti (Frère 2006, p. 105-106).

    86  Ambrosini 2009, p. 195, nr. 137, con bibl. cit.

    87  Ibid., p. 195, nr. 138, con bibl. cit.

    88  Ibid., p. 195, nr. 139, con bibl. cit.

    Auteur

    • Laura Ambrosini

      Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale – Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma.
      laura.ambrosini@cnr.it

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    1  Vorrei ringraziare gli amici e colleghi Dominique Frère e Claude Pouzadoux per avermi coinvolta nel progetto MAGI e Nicolas Garnier per aver effettuato le analisi. Per ragioni editoriali, per tutti i riferimenti bibliografici si rinvia a quanto già edito su queste anforette nei due studi specifici: Ambrosini 2009; 2010.

    2  Sugli scavi nella necropoli esquilina vedi Ambrosini 2009, p. 179, con bibl. cit.

    3  Barbera et al. 2005, p. 305; Ambrosini 2009, p. 179, con bibl. cit.

    4  Sulla tomba 3: M. Pentiricci, in Barbera et al. 2005, p. 309, fig. 44, p. 310, fig. 45; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 4, con bibl. cit.; sull’anforetta dalla tomba 3: M. Barbera, in Barbera et al. 2005, p. 306, 310, fig. 46; Barbera 2006, p. 139, 306; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 5a-b, con bibl. cit.

    5  Tale tipo è attestato anche nelle tombe 4-5 e 11; Ambrosini 2009, p. 180, nr. 16, con bibl. cit.

    6  Inv. 475.851, alt. 7,9 cm, diam. orlo 5 cm, diam. corpo 6,4 cm, capacità 150 ml: Barbera 2006, p. 139, fig. I.151; Ambrosini 2009, p. 180, 207, fig. 5a-b, con bibl. cit.

    7  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 22, con bibl. cit.

    8  Località Lucchina (Viale Giardini di Ottavia), tomba 2, loculo 2, alt. 8 cm (Arizza 2020, p. 131 in alto, attribuito alla “Classe: Ceramica a vernice nera”!): si tratta di un’inumazione femminile (20-29 anni); la sepoltura viene datata alla prima metà del IV sec. a.C. (Arizza 2020, p. 396); non è presente alcun cenno al motivo per cui nel corredo siano presenti almeno due vasi di fine VI-inizi V e uno dell’ultimo quarto del V sec. a.C.

    9  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 23, con bibl. cit.

    10  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 23-25, con bibl. cit.; 2010, p. 359, nr. 28, p. 365, fig. 13, con bibl. cit.

    11  Ambrosini 2009, p. 180, nr. 18 con bibl. cit.

    12  Ambrosini 2009, p. 181 nr. 19, con bibl. cit.

    13  Barbera et al. 2005, p. 310-312, 313, fig. 53, p. 315, fig. 57-58; Ambrosini 2009, p. 181, 209, fig. 14, con bibl. cit.

    14  Inv. 475.854; alt. 10,1 cm, diam. orlo 4,2 cm, diam. corpo 5,6 cm, capacità 100 ml: Barbera et al. 2005, p. 311, 315, fig. 59.1; Barbera 2006, p. 139, fig. I.152. Confrontata con esemplari simili del Gruppo Copenhagen ABc 1059. Ambrosini 2009, p. 181, nr. 27, p. 205, fig. 1 al centro, p. 210, fig. 16 e 17.1, con bibl. cit.

    15  Inv. 475.852. Alt. 9,5 cm, diam. orlo 4,5 cm, diam. corpo 5,6 cm, capacità 100 ml. Barbera et al. 2005, p. 311-313, 315, fig. 59.2; Barbera 2006, p. 139, fig. I.153; Ambrosini 2009, p. 181, nr. 28, p. 205, fig. 1 a destra, p. 210, fig. 17.2, p. 217, fig. 51, con bibl. cit.

    16  Ambrosini 2009, p. 181, nr. 29, con bibl. cit.

    17  Ibid., p. 181, nr. 30, con bibl. cit.

    18  Inv. 475.853. Alt. 3,4 cm, diam. orlo 4,5 cm, diam. piede 4,1 cm. Barbera et al.2005, p. 314-315, fig. 59.3; Barbera 2006, p. 139-140, fig. I.154; Ambrosini 2009, p. 181, nr. 31, p. 210, fig. 17.3, con bibl. cit.

    19  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 33, con bibl. cit.

    20  Ambrosini 2010, p. 356, nr. 8 e 10, p. 362, fig. 3, p. 363, fig. 5, con bibl. cit.

    21  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 32, con bibl. cit. Esemplare in Pandolfini, Reperti archeologici, Firenze 10 giugno 2014, p. 31, nr. 53 (a destra nella foto).

    22  Ambrosini 2009, p. 185, nr. 68-70, p. 214-215, fig. 41-43, con bibl. cit.

    23  Ibid., p. 182, nr. 34, con bibl. cit.

    24  Ibid., p. 182, nr. 35, con bibl. cit.

    25  Ibid., p. 184, nr. 64, p. 214, fig. 37, con bibl. cit.

    26  Ambrosini 2010, p. 358, 364, fig. 9, con bibl. cit.

    27  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 36, con bibl. cit.

    28  Ibid., p. 184, nr. 56-41, p. 213, fig. 34-35, con bibl. cit.

    29  Ibid., p. 184, nr. 62-63, fig. 36, p. 185, nr. 66-67, p. 214, fig. 39-40, con bibl. cit.

    30  Ibid., p. 183, nr. 54-55, p. 213, fig. 33, con bibl. cit.

    31  Ambrosini 2010, p. 360, 366, fig. 18-19, con bibl. cit.

    32  Ambrosini 2009, p. 182, nr. 37-39, p. 212, fig. 27-29, con bibl. cit.

    33  Ibid., p. 185, nr. 65 e 70, p. 214, fig. 38, p. 215, fig. 43, con bibl. cit.

    34  Ibid., p. 182, nr. 41, con bibl. cit.

    35  Ibid., p. 182, nr. 42, con bibl. cit.

    36  Ibid., p. 182, nr. 43, con bibl. cit.

    37  Ibid., p. 182-183, nr. 44, con bibl. cit.

    38  Ibid., p. 183, nr. 45, con bibl. cit.

    39  Ibid., p. 183, nr. 46, con bibl. cit.

    40  Ibid., p. 183, nr. 47, con bibl. cit.

    41  Ibid., p. 183, nr. 48, con bibl. cit.

    42  Ibid., p. 183, nr. 49, con bibl. cit.

    43  Ibid., p. 183, nr. 50, con bibl. cit.

    44  Ibid., p. 183, nr. 51, con bibl. cit..

    45  Ibid., p. 187-189, nr. 90-99, p. 217, fig. 52-53, con bibl. cit.

    46  Ibid., p. 189, nr. 100, p. 217, fig. 54, con bibl. cit.

    47  Ibid., p. 189, nr. 101, p. 218, fig. 55, con bibl. cit.

    48  Ibid., p. 188, nr. 88, con bibl. cit.

    49  Ibid., p. 188, nr. 89, con bibl. cit.

    50  Ibid., p. 187, nr. 82, p. 190, nr. 105, con bibl. cit.

    51  Ibid., p. 193, nr. 127, con bibl. cit.

    52  Ibid., p. 193, nr. 128, con bibl. cit.

    53  Ibid., p. 194, nr. 135, con bibl. cit.

    54  Ibid., p. 189-190, nr. 104, p. 218, fig. 56, con bibl. cit.

    55  Ibid., p. 187, nr. 83, p. 190, nr. 106, con bibl. cit.

    56  Ibid., p. 187, nr. 84, con bibl. cit.

    57  Ibid., p. 190, nr. 107, con bibl. cit.

    58  Ibid., p. 191, nr. 110-111, p. 218, fig. 59-60, con bibl. cit; Ambrosini 2010, p. 359, con bibl. cit.

    59  Ibid., p. 187, nr. 86, con bibl. cit.

    60  Ibid., p. 190, nr. 108, fig. 57-58, con bibl. cit.

    61  Ibid., p. 187, nr. 87, con bibl. cit.

    62  Ibid., p. 185, nr. 69-70, p. 214-215, fig. 41-43, con bibl. cit.

    63  Ibid., p. 185, nr. 66-67, p. 214, fig. 39-40, con bibl. cit.

    64  Ibid., p. 185, nr. 65, p. 214, fig. 38, con bibl. cit.

    65  Ibid., p. 183, nr. 54-55, p. 213, fig. 33, con bibl. cit.

    66  Ibid., p. 184, nr. 56-59, p. 213, fig. 34, con bibl. cit.

    67  Ibid., p. 184, nr. 58-59, con bibl. cit.

    68  Ibid., p. 184, nr. 61, p. 213, fig. 35, con bibl. cit.

    69  Ibid., p. 184, nr. 62, p. 214, fig. 36, con bibl. cit.

    70  Ibid., p. 187-189, nr. 90-91, p. 217, fig. 52-53, con bibl. cit.

    71  Ibid., p. 188, nr. 91, con bibl. cit.

    72  Ibid., p. 189, nr. 98, con bibl. cit.

    73  È noto che a causa del sole e del calore i profumi perdono rapidamente la loro qualità, pertanto i loro contenitori rivestono un’importanza capitale. Secondo le fonti antiche era preferibile conservarli in piccoli vasetti di alabastro, di pietra fredda (Ambrosini 2009, p. 189, nr. 99, con bibl. cit).

    74  Ambrosini 2009, p. 189, nr. 100, con bibl. cit.

    75  Ibid., p. 193, nr. 129, con bibl. cit.

    76  Frère 2006, p. 99; 2008; Garnier, Frère 2008.

    77  Algrain, Brisart, Jubier-Galinier 2008, p. 149-150; Chatzidimitriou 2008.

    78  Ambrosini 2013.

    79  Ringrazio l’amico e collega Maurizio Del Freo dell’ISPC-CNR per aver discusso con me su queste testimonianze.

    80  Bennett, Olivier 1973, p. 243; Chadwick 1973, p. 223-224, 103; Shelmerdine 1985, p. 17, 19.

    81  Frère 2006, p. 103.

    82  Theophr., De odoribus 23, 25; Diosc. I, 52, 53, 55, 56, 57, 58, 59 (Shelmerdine 1985, p. 19; Palmer 1994, p. 89).

    83  Shelmerdine 1985, p. 19.

    84  Nicolas-Duval 2008, p. 56.

    85  Se la produzione di materie grasse animali, olii, essenze e resine vegetali è favorita dal facile accesso alle materie prime, è probabile che anche le officine ceramiche che fabbricavano i contenitori si trovassero nei medesimi siti (Frère 2006, p. 105-106).

    86  Ambrosini 2009, p. 195, nr. 137, con bibl. cit.

    87  Ibid., p. 195, nr. 138, con bibl. cit.

    88  Ibid., p. 195, nr. 139, con bibl. cit.

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    • Garnier, Nicolas. (2022) Chimie moléculaire en cuisine : quelle approche analytique pour quels résultats ? Proposition d’une méthode d’analyse-omique des résidus organiques dans des céramiques. Bulletin de Correspondance Hellénique, 146.1. DOI: 10.4000/13g2y
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