La pittura parietale romana a Pompei e a Roma: disegni ed acquarelli nell’archivio della sezione romana dell’Istituto Archeologico Germanico
p. 149-166
Résumés
Parmi les quelque 10 000 feuilles du groupe « VII Dessins à la main » des archives historiques de l’Institut archéologique allemand de Rome, environ 5 % représentent des peintures murales de l’époque romaine, qui, à quelques exceptions près, proviennent de Pompéi et de Rome. Seuls quelques-uns de ces dessins ont été réalisés entre 1829 et 1861, car l’Institut n’a commencé à documenter les fresques romaines de manière plus systématique qu’après l’annexion du royaume des Deux-Siciles à l’Italie. Cette activité a été organisée et supervisée scientifiquement par Wolfgang Helbig de 1862 à 1873. Dans le sens d’une archéologie philologique, l’intérêt pour l’interprétation iconographique des scènes figurées ainsi que la recherche de leurs modèles grecs étaient au premier plan. Par conséquent, les peintures de représentations figurées forment également le groupe de loin le plus important parmi les dessins, et on y trouve également quelques scènes pseudo-antiques. Ce n’est que sous l’égide d’August Mau que la décoration murale dans son ensemble devient le centre d’intérêt principal, dans les années 1873-1890, et que les fresques sont comprises et interprétées comme des œuvres romaines. La documentation des scènes figurées se poursuit, mais des murs entiers sont également représentés et leur couleur est documentée.
Of the approximately 10,000 sheets in the group “VII Hand drawings” of the historical archive of the German Archaeological Institute, Rome Department, about 5% depict wall paintings of Roman times, which, with a few exceptions, were found at Pompeii and Rome. Only a few of these drawings were made between 1829 and 1860, as the Institute only began to document Roman frescoes in a more systematic manner after the annexation of the kingdom of the Two Sicilies to Italy. This was organised and scientifically supervised by Wolfgang Helbig from 1862 to 1873. In the tradition of philological archaeology, the interest in the iconographic interpretation of figurative scenes as well as the search for their greek models were in the foreground. Accordingly, the figure paintings are by far the largest group among the hand drawings, among which there are also some pseudo-antique scenes to be found. It was only under the aegis of August Mau that wall decoration as a whole became the focus of interest in the years 1873-1890, and the frescoes were understood and interpreted as Roman works. The documentation of figurative scenes continued, but entire walls were also depicted and their colourfulness was documented.
Texte intégral
L’archivio storico dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma
1L’archivio custodisce nella sua sezione “VII, Handzeichnungen” circa 10 000 disegni, acquarelli, planimetrie e schizzi di monumenti e artefatti antichi che altro non sono che l’archivio della raccolta delle immagini visive dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica (ICA). Il fondo si è formato a partire dal 1829, anno della fondazione dell’Instituto, raccogliendo le documentazioni che i soci ordinari e corrispondenti inviavano alla direzione romana o che venivano presentate durante le numerose adunanze scientifiche sul Campidoglio. Inoltre, l’Instituto ben presto cominciò ad inviare disegnatori per documentare oggetti e monumenti venuti alla luce durante gli scavi in corso. Solo una parte di questi materiali servì per corredare le pubblicazioni dell’Instituto, mentre un’altra parte, la più cospicua, cominciò a formare una raccolta di immagini accessibile agli studiosi per le loro ricerche. La necessità di creare un tale archivio venne sottolineata dal segretario fondatore Eduard Gerhard già in un manifesto del 18281. La raccolta delle Handzeichnungen è stata incrementata fino all’1890 circa, quando l’Instituto, ormai trasformato nell’Imperiale Istituto Archeologico Germanico di Roma (Kaiserlich Deutsches Archäologisches Institut, KDAI), aveva già interrotto la pubblicazione delle riviste e collane tradizionali Annali dell’Instituto (AdI), Bullettino dell’Instituto (BdI) e Monumenti inediti pubblicati dell’Instituto (MonInst) a favore delle Römische Mitteilungen (RM). La maggior parte dei documenti di questo fondo storico è stata messa online grazie al progetto “Die Antike in Zeichnung, Plan und Bauaufnahme”, finanziato dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft-DFG negli anni 2012-2015. All’incirca 6 750 fogli sono attualmente consultabili e scaricabili in open access tramite il sito iDAI.Objects/Arachne2. Finora si è rinunciato a mettere online, invece, i circa 3 000 fogli dell’archivio redazionale delle pubblicazioni AdI e MonInst, poiché la loro digitalizzazione sembrava meno importante in quanto i volumi stampati sono tutti disponibili in rete3.
Il fondo sulla pittura pompeiana e romana
2Complessivamente cinquecentoventotto documenti, ovvero poco più del 5% del fondo, si riferiscono alla pittura di epoca romana. Non sorprende che la stragrande maggioranza di essi, quattrocentosessantacinque esemplari, raffigurino affreschi pompeiani4, mentre Roma e Ostia seguono con cinquantatre attestazioni5. I disegni eseguiti in altri luoghi sono pochissimi.
3La raccolta è piuttosto conosciuta e numerosi disegni ed acquarelli sono stati ripresi in diverse pubblicazioni, soprattutto nei frequenti casi in cui gli affreschi originali sono o distrutti o molto deteriorati.
4Quasi tutti gli acquarelli pompeiani e una scelta dei disegni a matita sono stati presentati nel 1989 nell’ambito della mostra Italienische Reise a Pompei6 e molti documenti si trovano riprodotti al posto degli originali smarriti o sbiaditi nei volumi dell’opera fondamentale Pompei, pitture e mosaici7. Per quanto riguarda la raccolta dedicata a Roma, vorrei ricordare la mostra del 2009 I colori dell’Archeologia alle terme di Diocleziano8, nella quale furono esposti alcuni disegni relativi alla villa romana della Farnesina e al famoso ciclo di scene dell’Odissea ora nella biblioteca Vaticana.
La storia del fondo sulla pittura pompeiana e romana: 1829-1861
5È ben noto che fino all’annessione del Regno delle Due Sicilie all’Italia nel 1861, cioè grosso modo nei primi trent’anni della sua esistenza, l’ICA non si è particolarmente interessato al tema della pittura di epoca romana9. È sufficiente uno sguardo al contenuto delle pubblicazioni, e soprattutto alle tavole dei MonInst10, per rendersi conto che i nuovi scavi nelle necropoli etrusche che portarono alla luce un’enorme quantità di ceramica greca, reperti vari e architetture e pitture di epoca arcaica e classica suscitavano maggiore attenzione. Qui si apriva un varco diretto alla produzione artistica del periodo che J. J. Winckelmann aveva definito come l’acme dell’arte antica, della quale l’arte romana appariva solo un riflesso11. Di conseguenza, gli scavi delle città vesuviane sepolte nel 79 d.C. con le loro pitture di epoca romana sollecitavano meno la curiosità dei protagonisti del neo-fondato ICA. Inoltre, gli scavi di Pompei erano strettamente legati alla Casa Reale Borbonica e le istituzioni competenti come la Direzione degli Scavi e il Real Museo Borbonico reclutavano disegnatori con l’incarico di documentare le nuove scoperte12. Infine, sugli scavi delle città vesuviane esistevano già importanti pubblicazioni come gli otto volumi delle Antichità di Ercolano esposte (Napoli 1757-1792) e altri continuavano ad uscire, soprattutto i volumi del Real Museo Borbonico, ma poi anche le grandi imprese di W. Zahn e dei fratelli Niccolini13.
6Infatti, nell’archivio ordinario14 del DAI a fronte di trecentonovantadue fogli che sono sicuramente databili all’epoca post-unitaria, un unico disegno è senza dubbio precedente in quanto porta la data del 183815. Raffigura la decorazione di stucco dipinto di una lunetta in una sala di un complesso termale a Bolsena. Il disegno, inviato e descritto brevemente nei BdI del 1837 e del 1838 dal socio corrispondente S. Camilli e da Emil Braun, è di qualità modesta16. Lo scorcio architettonico popolato da figure e arabeschi sembra ascrivibile al Quarto stile, data che viene indicata anche da una fistula ivi trovata con scritta Neronis Caesaris Aug.
7Un’analoga segnalazione del ritrovamento fortuito di una parete affrescata giunse da Catania all’Instituto nello stesso anno 1837 da parte dell’architetto Friedrich Maler, che era l’inviato presso la Santa Sede del Baden, del Württemberg e dell’Assia e che si trovava in viaggio nell’Italia centrale e meridionale per acquisire artefatti antichi per l’allestimento del Museo d’arte di Karlsruhe17. Maler aveva buoni rapporti con Chistian Karl Josias Bunsen e con gli altri membri dell’ICA ed è probabilmente anche grazie alla sua notorietà che il suo disegno e il suo commento sul ritrovamento di un ambiente romano a Catania vicino al Monastero dei Benedettini fu pubblicato nei MonInst e negli AdI (fig. 1)18. Da buon architetto e conoscitore dell’arte antica, Maler sottolinea che l’affresco ricorda gli esempi di Pompei (infatti, sembra una parete del IV stile) e con riferimento a Vitruvio descrive i cinque strati di stucco della parete. Caratterizza la qualità del quadro centrale che raffigura le tre Grazie come mediocre e lontano dal prototipo greco dal quale dipende. Emil Braun aggiunge al rapporto di Maler un proprio commento iconografico sulle tre Grazie, nel quale confronta il quadro centrale con altre raffigurazioni del tema19. Il commento viene corredato con una intera tavola dei MonInst20 che riproduce un disegno di contorno molto ingrandito del solo gruppo delle Grazie in completo isolamento dal resto della parete, persino dalla cornice del quadro stesso.
Fig. 1. Stanza con parete dipinta a Catania. MonInst, II (1837), tav. 46b.

8L’approccio di Braun è tipico dell’atteggiamento verso la pittura pompeiana e romana che ricorre frequentemente negli articoli degli AdI e dei BdI, ma anche nei volumi del Real Museo Borbonico. L’analisi si limita all’interpretazione dell’iconografia della sola parte figurativa degli affreschi che si cerca di mettere in sintonia con quanto le fonti letterarie dicono sulle divinità e sui miti ivi rappresentati.
9Il primo articolo che si occupò in questo senso della pittura di Pompei si trova già nel primo volume degli AdI pubblicato nel 1829. Qui Alois Hirt presentò due disegni che aveva ricevuto da W. Zahn e che si trovano oggi nell’archivio redazionale del DAI. Rappresentano due quadri mitologici della casa del Naviglio a Pompei VI 10,1121. Hirt confronta le scene figurate con le fonti antiche e propone che il primo quadro rappresenti le nozze di Sonno e Pasitea (fig. 2) mentre l’altro, il nido degli amorini, sia da intendere come una poesia idilliaca trasposta in pittura, senza che ci sia una narrazione concreta.
Fig. 2. Pompei VI 10, 11 casa del Naviglio. W. Zahn, Sonno e Pasitea.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-10-002-17, disegno preparatorio di AdI 1829, tav. d’agg. D1.
10Per l’illustrazione di altri articoli si ricorreva ogni tanto semplicemente al metodo di copiare le tavole presenti nel Real Museo Borbonico, così nel caso del contributo di Heinrich Wilhelm Schulz negli AdI del 1839 sull’iconografia di una presunta Fortuna che in realtà è una Venere Pompeiana, corredato con una tavola nei MonInst22, e per l’articolo di Filippo Grimaldi-Gargallo e di Emil Braun sul mito di Io ed Argo che fu accompagnato da una tavola nella quale esempi della pittura vascolare riprodotti in scala maggiore venivano accompagnati da piccole immagini di gemme e di tre dipinti pompeiani23.
11Accanto a queste poche e fortuite segnalazioni di pitture di Pompei e di pochissime scoperte in altri luoghi, troviamo nelle pubblicazioni del primo trentennio dell’ICA anche alcune segnalazioni che riguardano dei ritrovamenti a Roma. In alcuni casi i disegni originali delle tavole pubblicate nei MonInst e negli AdI sono ancora presenti nel nostro archivio redazionale.
I disegni della collezione Campana pubblicati da Emil Braun
12Nel 1839, Emil Braun appena nominato Primo Segretario dell’Instituto, fece copiare per la pubblicazione nei MonInst da Domenico Ascani tre disegni appartenenti alla famosa collezione di Giovanni Pietro Campana che sarebbero stati riproduzioni di antichi affreschi romani trovati sull’Esquilino presso la basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti. Gli affreschi sarebbero stati visibili ancora nel Settecento prima che le intemperie li distruggessero. Due disegni rappresenterebbero i trionfi di due imperatori, l’uno di Adriano su una quadriga di cavalli, l’altro di Antonino Pio su una quadriga di elefanti24, mentre il terzo raffigurerebbe il mito di Alfeo e Aretusa (fig. 3)25. I disegni preparatori di Ascani sono conservati nell’archivio del DAI. L’anno seguente, Braun pubblicò altre due scene mitologiche da disegni della collezione Campana che chiaramente appartengono allo stesso ciclo pittorico e che mettono in scena la consegna delle armi da parte di Tetide ad Achille e l’uccisione di Chione per mano di Diana26. Durante l’adunanza di Winckelmann del 1839, Braun presentò tutti e cinque disegni mostrandosi assolutamente convinto che si trattasse di opere dello stimato Pietro Santi Bartoli che documentavano delle pitture romane antiche27. Oggi può sembrare strano che le evidenti differenze stilistiche e tipologiche che esistono tra le raffigurazioni disegnate e quello che si sapeva già all’epoca dei quadri mitologici di Pompei non abbiano suscitato in lui qualche dubbio in più sull’autenticità dei presunti originali antichi oltre quelli che espresse nella prima trattazione dell’argomento negli AdI 183928. Al contrario, ancora nel 1853, tornò sull’argomento e rispose in un breve articolo ai dubbi formulati sia da Otto Jahn, sia da P. Galli, per ribadire che i disegni copiavano degli affreschi antichi29.
Fig. 3. Copia da un disegno della collezione Campana, Alfeo e Aretusa.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-03-014, disegno preparatorio di MonInst, VI (1839) tav. 9.
13In difesa di Braun bisogna ricordare, però, che gran parte di quel che si sapeva all’epoca della pittura antica a Roma era dovuto alle illustrazioni di Pietro Santi Bartoli e di suo figlio Francesco. In effetti, c’è una certa affinità tra i tre quadri mitologici pubblicati sui MonInst e alcune incisioni di Bartoli che raffigurano gli affreschi della tomba dei Nasoni30. Inoltre, è possibile che anche i disegni Campana fossero davvero opere di P. S. Bartoli, come suppose Braun, il che avrebbe loro conferito un alto grado di affidabilità. Purtroppo, i disegni della collezione Campana relativi agli affreschi antichi o presunti antichi sono oggi dispersi31.
14Infine, la sintonia tra le fonti scritte e le raffigurazioni visive che Braun mise in evidenza nell’esegesi delle tre scene mitologiche, probabilmente era per lui un argomento forte a favore della tesi che i disegni rappresentassero affreschi antichi di epoca romana.
15Come risulta da una mia ricerca tematica tra i miti antichi rappresentati nella pittura del ’500 e ’600, in realtà i tre fogli mitologici prestati da G. P. Campana a Braun riproducevano disegni32 di Nicolas Poussin e appartengono ad un ciclo di 15 fogli che il pittore francese ha creato nel 1622/1623 a Parigi per il poeta Giovanni Battista Marino (fig. 4). Questi schizzi, dopo essere stati portati a Roma dal poeta, finirono dopo la sua morte avvenuta nel 1625, in una data indeterminata nella collezione del cardinale Camillo Massimo. Nel 1739, il medico e collezionista d’arte Richard Mead li acquistò dagli eredi del cardinale Massimo per portarli in Inghilterra. Oggi sono custoditi a Windsor Castle e fanno parte del Royal Collection Trust33. Visto che Poussin è stato il maestro di P. S. Bartoli, è probabile che le tre scene mitologiche in questione siano state copiate proprio da lui quando si trovavano nella collezione Massimo.
Fig. 4. N. Poussin, Aci trasformato in dio fluviale, ca. 1622/1623.

Royal Collection Trust, RCIN 911939.
16In ogni caso, l’articolo di Braun corredato con cinque tavole intere sulle presunte pitture dell’Esquilino rimase praticamente l’unica opera corposa sul tema della pittura romana pubblicata nei MonInst e negli AdI fino al 1860/1861, quando il giovane Eugen Petersen arrivò all’ICA come uno dei primi borsisti inviati da Berlino. Egli si dedicò alla pubblicazione delle decorazioni di stucco e di pittura delle famose tombe dei Valeri34 e dei Pancrazi35 che erano state portate alla luce negli anni 1857/1858 da Lorenzo Fortunati36. Complessivamente sette tavole dei MonInst furono dedicate alla documentazione delle tombe e, fortunatamente, tutti i disegni preparatori si sono conservati nell’archivio redazionale. Due fogli portano la firma del disegnatore Gregorio Mariani37, ma probabilmente tutti i disegni sono di sua mano (fig. 5). Nei suoi saggi, anche Petersen si concentra molto sull’esegesi dell’iconografia delle figure rappresentate e discute le relative fonti letterarie, ma cita anche tanti confronti nell’arte antica figurativa. Inoltre, cerca di contestualizzare l’iconografia delle immagini in quanto si chiede quale significato potevano avere le scene raffigurate in un ambiente sepolcrale. Sia nella documentazione delle tavole, sia nel commento di Petersen c’è molta attenzione alla sintassi dell’insieme decorativo. Grazie ai confronti con contesti simili nella Domus Aurea e nella Villa Adriana di Tivoli, ma anche a Pompei, l’autore riuscì a fissare la cronologia delle tombe nel II secolo d.C. e assegnò loro un valore come opere d’arte romana.
17Il suo approccio d’insieme rappresentò dunque una novità metodologica rispetto all’analisi concentrata su singoli dettagli pittorici dei suoi predecessori.
Fig. 5. Roma, via Latina, sepolcro dei Pancrazi. G. Mariani, lunetta.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-05-138, disegno preparatorio di MonInst, VI (1861) tav. 51 sotto.
La storia del fondo sulla pittura pompeiana e romana: 1862-1873, gli anni di Wolfgang Helbig
18Come si è già detto, l’ICA cambiò il suo atteggiamento alquanto passivo rispetto agli scavi vesuviani qualche anno dopo l’annessione del Regno borbonico all’Italia e cominciò ad impegnarsi direttamente e anche con una certa continuità nella documentazione delle nuove scoperte, tra le quali gli affreschi continuavano a suscitare molto interesse38. In sostanza, il compito di occuparsi delle vicende pompeiane fu affidato soltanto a due studiosi, Wolfgang Helbig e August Mau, che si occuparono l’uno dopo l’altro anche della documentazione della pittura e ai quali va ascritto il merito di aver costituito la maggior parte del fondo archivistico di cui si parla in questo contributo.
19Helbig arrivò a Roma nel 1862 grazie ad una borsa di studio e l’anno successivo si recò per la prima volta a Napoli e a Pompei. Il suo compito era in parte anche diplomatico, perché l’ICA cercava di stabilire buoni rapporti con i nuovi responsabili che adesso gestivano gli scavi e il Museo di Napoli39. Il metodo più giusto per conseguire lo scopo era però l’attività di ricerca: Helbig cominciò così, oltre che a scrivere qualche rapporto sui nuovi scavi per il BdI, a lavorare a un ambizioso progetto sulla pittura pompeiana che prevedeva un catalogo di tutti i quadri di figure, di cose e di fenomeni naturali nonché la loro interpretazione40. Per una simile ricerca serviva, però, un apparato illustrativo e Helbig lamentò presto di aver contato già cinquantadue quadri inediti che esigevano una documentazione. Wilhelm Henzen e Eduard Gerhard accolsero la sollecitazione di Helbig e l’ICA cominciò a incaricare alcuni disegnatori che, sotto la guida dello stesso Helbig, dovevano riprodurre dei quadri a Pompei e nel Museo di Napoli41. È questo il momento di nascita del fondo ordinario sulla pittura pompeiana e romana dell’odierno DAI di Roma.
20Nel 1864, Helbig lavorava con i disegnatori Ferdinando Scalabrini, Francesco Gargiulo, Antonio Aurelj, Antonio Ala e forse anche altri alla documentazione dei quadri, scegliendo gli esemplari da copiare e controllando i risultati (fig. 6). Già nel 1865, anno in cui venne nominato II Segretario dell’ICA, concluse la sua raccolta di materiale in Campania. Ma una volta avviata questa impresa, l’Instituto continuò anche nella seconda metà degli anni ’60 dell’800 ad inviare disegnatori a Pompei come Louis Schulz e Gregorio Mariani. Anche la pubblicazione dei rapporti sulle nuove scoperte a Pompei nei BdI continuò negli anni seguenti e furono redatti da diversi soci e borsisti dell’ICA fino a quando, a partire dal 1873, se ne occupò quasi esclusivamente August Mau.
Fig. 6. Pompei VII 1, 25 casa di Sirico. A. Ala, con firma di approvazione di W. Helbig, Venere con Marte o Adonide.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-32-117.
21Nello stesso periodo, precisamente nel 1870, per arricchire la raccolta dell’archivio, l’ICA commissionò a Roma la documentazione dell’importante ciclo pittorico di età romana con scene dell’Odissea scavata sull’Esquilino negli anni 1848-184942. Per eseguire l’incarico nella biblioteca Vaticana dove già allora le pitture erano esposte, fu scelto Louis Schulz che per questo lavoro ricevette trecento scudi, una somma relativamente alta rispetto ad altri pagamenti elencati nel registro delle acquisizioni dell’archivio43 in quegli anni (fig. 7). Il prezzo elevato è dovuto probabilmente al fatto che l’artista acquarellò il suo disegno a matita molto accuratamente per dare un’idea della cromaticità, anche se i suoi colori risultano più tenui di quelli dell’originale, probabilmente per favorire comunque la leggibilità dei dettagli disegnati. Anche in questo caso si rinunciò alla raffigurazione del sistema decorativo della parete e i caratteristici pilastri che dividono le singole scene non furono copiati. Di conseguenza, le scene appaiono come singoli quadri separati e la sintassi della parete nella quale il ciclo omerico appare come un fregio non può essere percepita. Ancora una volta l’interesse si limita alla raffigurazione del mito greco mentre la messa in scena romana non viene valorizzata44.
Fig. 7. Scena dell’Odissea dall’Esquilino. Disegno acquarellato di L. Schulz, Ulisse agli inferi.

Biblioteca Vaticana, DAI Roma, archivio inv. A-VII-69-025.
22Helbig pubblicò la sua ricerca sulla pittura pompeiana in due libri distinti che uscirono a distanza di cinque anni l’uno dall’altro.
23Il libro Wandgemälder der vom Vesuv verschütteten Städte Campaniens del 186845 è un catalogo di 1966 quadri suddivisi in diciotto classi tematiche tra cui i temi mitologici e quelli riferibili al teatro o alla poesia sono i gruppi più consistenti. Per le trentacinque tavole che accompagnavano il volume, l’editore Breitkopf und Härtel comprò i disegni preparatori dall’ICA che per questo motivo non confluirono nell’archivio.
24Le Untersuchungen über die campanische Wandmalerei del 187346 contengono l’interpretazione storico-artistica della pittura pompeiana basata sul catalogo pubblicato prima. Anche Helbig percorre la strada dell’archeologia filologica dei suoi insegnanti e predecessori, ma non si limita al confronto tra il racconto di un mito nelle fonti letterarie e la sua rappresentazione visiva nell’arte figurativa. Egli mira piuttosto a scrivere la storia d’arte della pittura figurativa antica partendo dalle informazioni che le fonti scritte danno sui singoli pittori e sulle loro opere. In questa impresa gli è di grande aiuto la straordinaria raccolta delle notizie sugli artisti greci pubblicata qualche anno prima da Heinrich Brunn sotto il titolo Geschichte der griechischen Künstler47 che contiene tante informazioni anche sui pittori. Come gran parte dei suoi contemporanei, anche Helbig negò all’arte romana una propria creatività e uno sviluppo indipendente degno di nota. Vide, invece, nelle opere più riuscite nient’altro che copie o varianti romane di capolavori greci che proprio grazie a queste copie potevano essere ricostruiti e apprezzati. Nelle sue Untersuchungen applicò il metodo della critica delle copie, sperimentato ormai da diversi studiosi con successo nel campo della scultura48, ai quadri pompeiani nei quali riconosceva, a prescindere da poche eccezioni, copie da originali greci di epoca ellenistica. Scrive, quindi, sulla base dei quadri pompeiani una storia della pittura greca ellenistica da Alessandro Magno fino all’epoca di Augusto. Non valorizza la pittura romana come espressione della propria epoca e ignora quasi totalmente le decorazioni delle pareti intere. Il suo approccio appare un passo indietro rispetto al metodo che E. Petersen aveva applicato nella sua trattazione delle decorazioni delle tombe della via Latina qualche anno prima (v. sopra).
La storia del fondo sulla pittura pompeiana e romana: 1873-1890, gli anni di August Mau
25Quando nel 1873 August Mau arrivò all’ICA – che un anno dopo si trasformò nel Kaiserlich Deutsches Archäologisches Institut (KDAI) –, i contatti tra l’Istituto e gli scavi delle città vesuviane furono quasi completamente affidati a lui. Mau aveva studiato filologia a Kiel e Bonn e prima che si trasferisse per motivi di salute a Roma aveva lavorato per dieci anni come insegnante. Su raccomandazione di Theodor Mommsen, fu assunto in veste di assistente ausiliario del I Segretario Wilhelm Henzen per le ricerche epigrafiche a Pompei49. Molto presto però, Mau cominciò ad occuparsi di tutti gli aspetti delle città vesuviane, dall’epigrafia all’architettura, passando per la scultura e, naturalmente, per la pittura. Dal 1873 fino al 1908, pubblicò quasi ogni anno un rapporto sugli scavi di Pompei e molti altri articoli su diversi temi pompeiani nel BdI/RM. Si occupava inoltre anche di indirizzare e di revisionare i lavori dei disegnatori che l’Istituto continuava a inviare50.
26Com’è noto, la più importante opera di Mau riguarda la classificazione delle decorazioni parietali pompeiane in “Quattro stili” che avrebbe cambiato in modo decisivo l’indirizzo della ricerca archeologica sulla pittura romana51. L’intuizione geniale di analizzare le stratigrafie delle murature e degli stucchi per determinare la cronologia relativa degli schemi decorativi la ebbe già durante il suo primo soggiorno a Pompei, anche grazie a qualche suggerimento in merito da parte del direttore del Museo Nazionale di Napoli, Giulio de Petra52. Un primo stralcio della ricerca apparve nel Giornale degli Scavi di Pompei del 187053. La monografia definitiva Geschichte der decorativen Wandmalerei in Pompeji uscì nel 1882 corredata da venti tavole a colori, di cui diciotto di mano di August Sikkard, che raffigurano pareti intere o comunque estratti grandi di pareti54. Purtroppo, gli originali di Sikkard non si trovano nell’archivio del DAI di Roma.
27Naturalmente, l’applicazione della classificazione sviluppata da Mau richiedeva necessariamente la documentazione delle decorazioni parietali intere e a colori, perché altrimenti, come lui stesso aveva sottolineato55, una corretta interpretazione degli affreschi non sarebbe stata possibile.
28Nel 1880, già due anni prima della pubblicazione della Geschichte, il KDAI pubblicò sui MonInst due pareti intere del tablino della casa di Livia sul Palatino in cromolitografie di Gregorio Mariani, accompagnate da un saggio di Mau sulla classificazione e sulla cronologia, in cui ascriveva gli affreschi al Secondo stile finale56. Mau ringraziò dei disegni preparatori il “pittore sig. Otto”, che è probabilmente da identificare con il pittore sassone Ludwig Otto57, il quale nella seconda metà degli anni ’70 dell’Ottocento ha lavorato per incarico del KDAI con Kekulé von Stradonitz in Sicilia58. È molto probabile che di sua mano siano anche i quattro disegni acquerellati dell’archivio ordinario del DAI che raffigurano interamente o a grandi sezioni le tre sale principali della casa di Livia (fig. 8).
Fig. 8. Roma, casa di Livia, triclinio. Acquarello di E. L. Otto.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-69-004.
29Poco tempo dopo, il KDAI si dedicò di nuovo, con rinnovato impegno e in grande stile, alla pubblicazione di una spettacolare scoperta di pittura parietale a Roma e pubblicò tra il 1882 e il 1885 complessivamente ventinove grandi tavole di documentazione delle decorazioni della villa romana della Farnesina, scoperta nel 187859. L’interpretazione scientifica di Mau uscì in tre articoli relativamente brevi negli AdI60, nei quali l’autore, com’è noto, classificò anche le pareti della villa come appartenenti al tardo Secondo stile e allo stile dei Candelabri. Purtroppo, dell’apparato illustrativo nel nostro archivio redazionale si trovano solo alcuni fogli (fig. 9) che portano tutti la firma di Sikkard, il quale sembra essere stato in realtà il disegnatore di tutte le tavole61. Solo tre delle ventinove tavole pubblicate sono a colori, perché durante il lavoro di documentazione gli affreschi ormai staccati dalle pareti della villa erano stati impacchettati per essere trasferiti nel nuovo Museo delle Terme, e questo impedì la corretta documentazione cromatica62.
Fig. 9. Roma, villa romana della Farnesina, triclinio c. A. Sikkard, fregio giudiziario (parte).

DAI Roma, archivio inv. A-VII-08-109 – A-VII-08-120, disegni preparatori di MonInst, XI (1882), tav. 47.
30La documentazione non era limitata alla raffigurazione dei sistemi decorativi delle pareti, ma illustrava anche tanti dettagli, per lo più scene di genere o di mito e singole figure, che furono interpretate da Mau, tranne il lungo fregio con scene giudiziarie nel triclinio c (fig. 9), di cui si occupò Christian Hülsen63.
31Quindi, il nuovo metodo di interpretare l’intero sistema decorativo della parete non sostituiva ma integrava l’esegesi filologica delle scene figurative. Conseguentemente, l’Istituto continuò a inviare disegnatori a Pompei per documentare sotto la supervisione di Mau i quadri ritenuti più rimarchevoli. Lo stesso Mau pubblicò nel 1875 un disegno di Ernst Eichler di un quadro di Laocoonte in una decorazione di Terzo stile nella casa omonima Pompei VI 14, 30 (fig. 10). A differenza di Helbig, non vide, però, in esso una replica o una variante di un originale greco, ma un’opera indipendente di un pittore romano piuttosto modesto64. Quattro anni dopo, presenta un altro quadro del Terzo stile nella stessa casa, anche questo documentato da un disegno di Eichler, che rappresenta Polifemo e un gruppo di uomini attorno ad una nave65. Mau entrò qui in pieno nella esegesi iconografica, in quanto interpreta l’antagonista di Polifemo come Ulisse che qui sarebbe raffigurato senza pileo e con un ritratto romano, opponendosi ad una precedente identificazione di Enea proposta da Antonio Sogliano e Carl Robert.
Fig. 10. Pompei, VI 14, 30 casa di Laocoonte. E. Eichler, disegno preparatorio di AdI 1875, tav. d’agg. O.

DAI Roma, archivio inv. A-VII-14-100.
32Gli ultimi disegni furono commissionati attorno al 1890 come, fra gli altri, la serie di quadri di scene mitologiche e di paesaggi sacro-idilliaci nella casa Pompei V 2,1066 copiati da Gregorio Mariani e da Geremia Discanno, che è stato il più proficuo disegnatore che abbia collaborato con Mau a Pompei.
Il fondo in numeri


33Dei centoquarantatre fogli a colori, circa cento acquarelli furono regalati all’Istituto da una sig.ra Wilke, di cui non si conosce che il nome, nel 1909/1910. Sono opere di varie mani databili all’incirca all’ultimo ventennio dell’Ottocento grazie ad alcuni esemplari datati67.
34Altri venti acquarelli sono raccolti in un fascicolo “C. E. Plitt”68, probabilmente l’autore delle raffigurazioni finora non meglio identificato. Esse non sembrano riproduzioni fedeli di pitture esistenti, ma variazioni dell’artista ispirate da decorazioni del Terzo e del Quarto stile. Alcune didascalie fanno suppore che l’artista fosse di lingua inglese.
35Quindi, solo ventitre fogli a colori sono stati commissionati regolarmente dall’ICA o dal KDAI, mentre tutti gli altri acquarelli sono doni che furono aggiunti al fondo posteriormente.

36Nel seguente elenco dei disegnatori, sono presi in considerazione per il numero delle opere eseguite solo i disegni di attribuzione sicura per firma, per menzione del disegnatore negli AdI o nelle MonInst o per altri indizi molto affidabili. Non si è tentato di assegnare disegni non firmati sulla base di osservazioni stilistiche o tecniche. Perciò, il numero dei disegni di cui è noto il disegnatore è molto più basso del totale dei disegni.

Bibliographie
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Zahn 1828-1859: W. Zahn, Die schönsten Ornamente und merkwürdigsten Gemälde aus Pompei, Herculaneum und Stabiae I-III, Berlin, 1828-1859.
Notes de bas de page
1 Rieche 1979, p. 42; Italienische Reise 1989, p. 97-98 (H. Blanck).
3 AdI: https://zenon.dainst.org/Record/001316857. MonInst: https://zenon.dainst.org/Record/001316317. Sono disponibili online anche il BdI: https://zenon.dainst.org/Record/001317249 e i Monumenti ed annali (1854-1856): https://zenon.dainst.org/Record/001316719.
4 Tre mappe dell’archivio contengono quasi esclusivamente pitture di Pompei: n. 32 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/4397), n. 33 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/4836), n. 34 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/4399). La sistemazione del materiale pompeiano in ordine topografico, seguendo il solito sistema delle regioni ed insule, è stata curata nel 1983 da Manfred Leppert, che è riuscito ad identificare quasi tutti i disegni presenti rendendo la ricerca molto facile. Il suo catalogo dattiloscritto è presente nell’archivio del DAI.
5 Gli esempi romani si trovano nella mappa n. 69 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3984).
6 Italienische Reise 1989, p. 95-112, 327-348 (H. Blanck), 113-325 (A. Varone, E. De Carolis).
7 Pompei, pitture e mosaici 1990-2003.
8 Attilia, Filippi 2009.
9 Italienische Reise 1989, p. 98-101 (H. Blanck).
10 Versione online: https://zenon.dainst.org/Record/001316317.
11 Sulla recezione delle opere di Winckelmann da parte degli archeologi tedeschi che determinavano gran parte delle scelte nei primi anni dell’ICA, vedi Bruer 1994, p. 90-134.
12 Documentazione 1995, p. 24-28 (L. Martorelli).
13 Real Museo Borbonico 1824-1857; Zahn 1828-1859; Niccolini 1854-1896.
14 Mappe 32, 33, 34 e 69.
15 Mappe 69-033 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/882193).
16 S. Camilli, BdI 1837, p. 188; E. Braun, S. Camilli, BdI 1838, p. 6-8; citato da Dennis 1852, p. 344, nt. 33.
17 Jurgeit 2002.
18 MonInst, II (1837), tav. 46B (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654814). F. Maler, AdI 1837, p. 60-61. Purtroppo il disegno originale non si trova nell’archivio redazionale dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma.
19 E. Braun, AdI 1837, p. 177-182.
20 MonInst, II (1837), tav. 47 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654816).
21 A. Hirt, AdI 1829, p. 247-254, tav. d’agg. D,1 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/657709); E,1 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/657711).
22 H. W. Schulz, AdI 1839, p. 101-127. MonInst, III (1839), tav. 6a-c (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654867). La fig. b (Venere Pompeiana nel peristilio di VI 9,6-7 casa dei Dioscuri) copia MB VIII (1832) tav. 24. La fig. c (Venere Pompeiana, Giove e serpente nel cortile di VII 4,20 taberna) copia MB XI (1835) tav. 38.
23 F. Grimaldi-Gargalli, E. Braun, AdI 1838, p. 253-266, 328-330. MonInst, II (1838) tav. 59 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654840). La fig. 3 copia MB XI (1835) tav. 23. La fig. 6 copia MB VIII (1832) tav. 25. La fig. 10 copia MB IX (1833) tav. 50.
24 E. Braun, AdI 1839, p. 238-248. MonInst, III (1839), tav. 10, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654875 (Adriano), tav. 11, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654877 (Antonino Pio).
25 E. Braun, AdI 1839, p. 229-238. MonInst, III (1839), tav. 9, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654873 (Alfeo e Aretusa).
26 E. Braun, AdI 1840, p. 160-165. MonInst, III (1840), tav. 21, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654897 (Tetide ed Achille), tav. 22, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/654899 (Chione e Diana).
27 E. Braun, BdI 1839, 164-167.
28 E. Braun, AdI 1839, p. 229-238. Braun pensa a P. S. Bartoli come autore dei disegni Campana, ma non si convince del tutto. Per quanto riguarda gli originali prende in considerazione Raffaello Sanzio per poi accantonare l’ipotesi.
29 E. Braun, BdI 1853, p. 22-23.
30 Bellori 1706, tav. XI, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/10504 (Hylas tra le Ninfe?), tav. XIII, http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/10506 (Ercole ed Anteo). Cfr. Andreae 1963, p. 88-130, tav. 52,1 e 55,1.
31 Sarti 2001, p. 186.
32 MonInst, III (1839), tav. 9 (Alfeo e Aretusa), cfr. disegno di N. Poussin, Royal Collection Trust, RCIN 911939, https://www.rct.uk/collection/search#/26/collection/911939/acis-transformed-into-a-river-god. MonInst, III (1840), tav. 21 (Tetide ed Achille), cfr. disegno N. Poussin Royal Collection Trust, RCIN 911934, https://www.rct.uk/collection/search#/15/collection/911934/thetis-bringing-the-armour-to-achilles. MonInst, III (1840), tav. 22 (Chione e Diana), cfr. disegno N. Poussin, Royal Collection Trust, RCIN 911935, https://www.rct.uk/collection/911935/the-death-of-chione.
33 Sulla storia del ciclo intero: https://www.rct.uk/collection/search#/20/collection/911933/the-birth-of-adonis.
34 E. Petersen, AdI 1860, p. 348-415. MonInst, VI-VII (1860), tav. 43 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655343), tav. 44 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655345).
35 E. Petersen, AdI 1861, p. 190-242. MonInst, VI-VII (1861), tav. 49 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655355), tav. 50 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655357), tav. 51 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655359), tav. 52 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655361), tav. 53 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/655363).
36 Erpetti 2020.
37 Capobianco, Unger 2019, p. 365-366.
38 Italienische Reise 1989, p. 101-109 (H. Blanck).
39 Voci 2007.
40 Fröhlich 2011.
41 Su alcuni disegni si trova la nota “riv. Helbig” che attesta l’approvazione del disegno, per esempio VII-32-244: Pompei VII 12,10, altare dei Lari: http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/949130.
42 Attilia, Filippi, 2009, p. 90-91, tav. 9-10, 12-13. Sul ciclo in generale: Biering 1995. Sugli scavi del 1848-1849: Rossetti 2014.
43 Erwerbungstagebuch Archiv/Registro delle acquisizioni dell’archivio 1858-1891. Custodito nell’archivio del DAI Roma.
44 Di un approccio molto diverso è la documentazione del ciclo da parte di H. C. Krohn, anch’essa confluita nell’archivio del DAI Roma, che negli stessi anni ne eseguì degli acquarelli per l’incarico dello storico d’arte K. Woermann. I colori più forti applicati con il pennello si avvicinano di più all’originale e le scene appaiono all’interno del contesto decorativo della parete, vedi Attilia, Filippi 2009, p. 90-91, 92, 94, tav. 11, 14.
45 Helbig 1868.
46 Helbig 1873.
47 Brunn 1853-1859.
48 Per esempio, Overbeck 1857-1858. Cfr. Helbig 1873, p. 1-64; Fröhlich 2011.
49 Studniczka 1908.
50 Su tanti disegni appare la sigla “Revidiert Mau”, p.e. VII-32-175 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/949161): Pompei VIII 2,39 casa di Giuseppe II, Europa sul toro.
51 Per l’analisi critica del metodo di Mau, cfr. Bragantini 2014.
52 Mau 1882, p. VIII.
53 Mau 1870. Il paradosso che l’articolo uscì nel volume del 1870, antecedente al primo soggiorno dell’autore a Pompei, si spiega con il fatto che il giornale portava tre anni di ritardo e il volume NS 2 fu pubblicato solo nel 1873.
54 Mau 1882, vol. 2.
55 Mau 1882, p. V-VI.
56 MonInst, XI (1880), tav. 22 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/656159) tav. 23 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/656161). A. Mau, AdI 1880, p. 136-149.
57 Conosciuto anche come Eugen Ludwig o Eugen Louis Otto (1850-1920), cfr. Thieme, Becker 1907-1950, XXVI (1932), p. 93.
58 Kekulé von Stradonitz 1884, p. V-VI.
59 MonInst, XI (1882) (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3015), tav. 44-48. MonInst, XII (1884) (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3016), tav. 5-8. MonInst, XII (1885) (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3016), tav. 17-34.
60 A. Mau, AdI 1882, p. 301-308. AdI 1884, p. 307-322. AdI 1885, p. 302-318.
61 A. Mau, AdI 1884, p. 308, indica Sikkard come il disegnatore della tavola restaurativa MonInst, XII (1884), tav. 5a (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/656265).
62 C. Hülsen, AdI 1882, p. 309. A. Mau, AdI 1884, p. 308.
63 C. Hülsen, AdI 1882, p. 309-314. MonInst, XI (1880) (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3015), tav. 45-48. Alcuni disegni furono pubblicati anni dopo senza nessun commento critico, così le decorazioni di stucco dei soffitti in MonInst Supplemento (1891) (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/3017), tav. 32-36.
64 A. Mau, AdI 1875, p. 273-289, tav. d’agg. O (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/679843).
65 A. Mau, AdI 1879, p. 79-87, tav. d’agg. H (http://arachne.uni-koeln.de/item/buchseite/681453).
66 Vedi mappa VII-32 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/4397), fogli 32-045 fino a 32-053, con commenti di A. Mau, RM, 5, 1890, p. 260-269.
67 Pubblicati in Italienische Reise 1989, p. 113-325 con ill. a colori (A. Varone, E. De Carolis). Sulla provenienza: Italienische Reise 1989, p. 109-110 (H. Blanck).
68 Vedi mappa VII-34 (http://arachne.uni-koeln.de/item/buch/4399) fogli 34-092 fino a 34-111.
Auteur
-
Thomas Fröhlich
Deutsches Archäologisches Institut, Rom.
frohroma@gmail.com
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Les bois sacrés
Actes du Colloque International (Naples 1989)
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1998
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