Le ortensie di Sereni
p. 95-100
Texte intégral
1Guardavo il lago, questa mattina, prima di entrare nella sala del convegno: blu sotto il blu del cielo, un blu impenetrabile, come sa essere solo in alcune fredde nitide giornate d’inverno, che nascondono sotto la tersa impassibilità dell’aria il mistero dell’infinito. Da piccolo (sfollato insieme alla mia famiglia, ho abitato a Creva, sopra Luino, dai tre mesi di età fino ai quattro anni), per quanto il ricordo sia sfocato e possa far travisare sensazioni antiche, ho visto altri aspetti del Lago Maggiore: cupo e imbronciato, nell’attesa del temporale, evanescente nelle pallide giornate di nebbia, spazzato dai venti di primavera o soffocato dall’afa estiva. O, forse, sono soltanto invenzioni fondate su ritorni successivi a quello che considero il mio paese natale; ritorni sempre più sporadici, fino a un’assenza di oltre 40 anni. Ma questa mattina, sul vivo del luogo caro a Sereni, mi viene da pensare che alcuni poeti non possano essere capiti fino in fondo se non legandoli al loro ‘paesaggio’: non solo quello dell’anima, ma anche quello dei posti del cuore. È il paesaggio che ci aiuta: così, è banale ricordarlo ma va detto, per il Leopardi, per il Pascoli, così per il Montale del Levante ligure, così per Sereni, tanto più che le immagini luinesi, le figurazioni del lago, rappresentano, saldandosi e contrariis, l’esatto rovescio dell’amata e insieme faticosa vocazione cittadina milanese, espressa in alcune fra le più belle poesie degli Strumenti umani, come Via Scarlatti e Il male d’Africa. Un poeta a più facce, insomma, e a più paesaggi, sempre legati a una sorta di innamoramento per essi che non esclude ripulse o rimpianti, se si aggiunga anche il terzo lato della triangolazione, il fiume Magra che, tra Liguria e Lunigiana, sbocca sul mare, «un bel fiume negro d’America» (Un posto di vacanza).
2Dov’è il poeta Sereni, se non in questa voluta non-concludenza dei sentimenti? Che si vorrebbero abbarbicare a un luogo con il timore di tradire l’altrove, ma, insieme, anche la propria vocazione poetica; che chiedono al luogo stesso, come in Un posto di vacanza, di dimenticarlo, l’uomo Sereni, di non lusingarlo più. Benché il nodo stia all’opposto: è a Sereni che tocca non dimenticare, e portare con sé, lungo tutto il percorso della sua poesia, da Frontiera fino all’ultima raccolta, Stella variabile, lo strascico di una vita dichiarata a metà, lusingata e insieme respinta per via dell’impossibilità di ‘tenere’ tutto se non nella friabilità del ricordo: specchio del «tempo sperperato» di Altro compleanno, la lirica conclusiva di Stella variabile e della sua esistenza. Ogni parola, poetica e no, si riallaccia all’antica e insieme la rinnega. E beata la giovinezza, quando questa sensazione non si è ancora saldamente radicata nella coscienza. È per questo, forse, che amo Frontiera, la prima raccolta poetica di Sereni, più delle altre, al di qua di ogni giudizio estetico (riconosco in Gli strumenti umani la raccolta perfetta, e in Stella variabile, nella sua vibrante benché contenuta drammaticità, attenuata solo dalla certezza degli affetti familiari, la stupenda dichiarazione di quel fallimento che ogni uomo sente quando gli anni avanzano, giacché alla fine mai i conti tornano). Perché, come è multiforme, e dunque libero, il lago nell’imprevedibilità del suo cangiare, che impone a chi osserva e se ne sente attratto, così appare multiforme in Frontiera la prospettiva poetica aperta: Sereni non ha ancora definitivamente scelto, dentro di sé, chi voglia (o debba?) essere come poeta. Un’aggiunta di fascino per una raccolta così priva di confini, nonostante il limite dichiarato dal titolo. Abbandonarsi a una morbida, tenera liricità, come nel magnifico attacco di Canzone lombarda, una delle sue poesie più note:
Sui tavoli le bevande si fanno più chiare
l’inverno sta per andare di qua.
Nell’ampio respiro dell’acqua
ch’è sgorgata col verde delle piazze
vanno ragazze in lucenti vestiti
3o invece perseguire l’itinerario di una poesia più meditativa, ancora minacciata (beata gioventù) dall’enfasi, come appare in una lirica contigua, Compleanno, che così si chiude:
Maturità di foglie, arco di lago
Altro evo mi spieghi lucente,
in una strada senza vento inoltri
la giovinezza che non trova scampo
4e che si abbina alla «giovinezza vaga e sconvolta» di Maschere del’36.
5Cantare o riflettere. È il bivio di fronte al quale sembra trovarsi il Sereni di Frontiera. Non possiamo non tener conto delle energie di queste due componenti che, più che attrarsi, come avverrà poi, e fondersi, ma non senza un residuo di attrito, qui si contrastano: ciò che, con una bella immagine, riferendosi a se stesso ma più in generale all’aura di quel particolare momento della vita, un altro grande e mai abbastanza riconosciuto poeta, Sergio Solmi, definì come la «giovinezza fervida e indecisa». Devo ammettere che, quanto a Frontiera, sto, al primo impulso, dalla parte del Sereni lirico, e dei suoi contrappunti di luci, colori, suoni, movimenti che penetrano nel paesaggio così come nella poesia e nella coscienza di chi legge con la forza che solo la grazia della gioventù sa esprimere e comunicare. Il «vortice d’ombra e di vampe», insomma, di Incontro. Ma c’è già anche l’altro Sereni di cui occorre tener conto: il Sereni che pensa su Sereni e sul poetare. Più avanti, dunque, le due nature si uniranno, e con risultati mirabili, ma a me oggi piace l’imperfezione come segno di modernità nel Novecento più avanzato, una modernità seriale come verità più vera e più profonda, che non fa ancora presagire appieno ciò che verrà scelto dopo, quanto il poeta deciderà di essere; e che in alcuni momenti riesce a raggiungere un sublime intessuto di bellezza e di caduta, com’è per la nostra storia e per la storia del mondo. Sereni, ci ha ricordato più volte, e con piena ragione, Pier Vincenzo Mengaldo, è un poeta esistenziale, non un metafisico. E come tale si comporta nei suoi versi. L’esistenziale rischia consapevolmente di rasentare il cascame, il metafisico vi rinuncia in nome dell’oscurità. È più appariscente ma ha meno coraggio.
6Va da sé: chi scrive poesie negli anni Trenta del Novecento deve fare i conti con Montale e con Ungaretti. Il fortissimo impulso ritmico di Montale, l’eco delle rime interne, i versi finali sigillo. L’angoscia di Montale parte dall’esistere ma lo trapassa, si fa metafisica. Da Ungaretti (un poeta che amo per le liriche di guerra, ma che mi sembra diventare più avanti completamente artificioso, per ritrovare una vena non artefatta nelle poesie della vecchiaia), il giovane Sereni mutua a tratti la tendenza all’allusività: una cifra poi destinata a scomparire. Tuttavia, il vero incontro-scontro è con la poesia altissima del Novecento, appunto con Montale. È troppo intelligente, Sereni, per compiere operazioni di ricalco. Sarà possibile costruire un montalismo di ritorno, metamorfizzato, con la reductio all’appunto sulla quotidianità, al controcanto malinconico di chi, nel dopoguerra, ha da fare i conti solo con «mali minori», nell’altro grande del pieno Novecento e della generazione postmontaliana, l’unico che possa stare alla pari con Sereni e con Giorgio Caproni: il milanese Luciano Erba. Ma Sereni cerca una strada diversa. Devo ammetterlo: a parte Frontiera, non sono stato attratto in modo speciale dalla poesia di Sereni fino ai miei trent’anni, così come nel jazz ci ho messo molto tempo per capire Bill Evans (un colosso, un titano del pianoforte, penso ora). Per il fatto che l’approccio all’afflato lirico filtrato dalla costruzione, così in entrambi, richiede nel fruitore la maturità cronologica, e magari esperienziale, di cui la giovinezza è destituita. Nondimeno, se è vero, che il nostro inconscio è atemporale, ecco allora giustificarsi, almeno in me, il continuum della predilezione per Frontiera: la raccolta che, in potenza, ma, in alcune delle sue liriche, anche in atto, racchiude in sé la possibilità di tutte le età della vita e di tutte le strade poetiche percorribili; tanto che il ventaglio è più largo, imperfetto ma più largo, ed è motivo di fascino. Così come è affascinante e insieme disturbante, nella vita, la discontinuità dell’adolescenza.
7Ma dovrò passare a un esempio concreto, scelto partendo dalla premessa che ogni occultamento è segno di potenziale disvelamento. E perciò mi sono chiesto perché la sezione di Frontiera intitolata Versi a Proserpina, compaia – cinque poesie – soltanto nell’edizione 1966, e tra l’altro decurtata di altre cinque poesie che fanno parte del fascicolo originale, costituito da dodici fogli dattiloscritti. Il fascicolo, ci spiega l’e-dizione critica delle Poesie di Vittorio Sereni, per cura di Dante Isella (P 379-380), è aperto da una Nota dell’autore datata 30 ottobre 1960, in cui, a proposito degli stessi Versi a Proserpina, commenta: «Mi sembrano dunque nell’insieme i miei versi più giovanili ed estenuati insieme. Perché dunque riprenderli, visto che li avevo scartati dalle brevi raccolte precedenti? Li riprendo per le ragioni opposte a quelle per cui li avevo scartati. Prima si trattava di nascondere una debolezza, un cedimento, un lato esteticamente manchevole. Oggi, perché nasconderli? Documentiamoli, invece».
8Ci troviamo di fronte a un paradosso. Dato che alcune di queste poesie, tra cui quella di cui parlerò, sono, per usare l’espressione comune che adoperiamo quando vogliamo significare una nostra reazione emotiva di adesione, ‘belle’. Perché dunque il rinvio fino al 1966 della pubblicazione della raccolta come sezione del più ampio Frontiera, e ancora con soppressioni e mutilazioni? Questa volta la risposta più ovvia – perché non gli piacevano, poiché le trovava deboli –, come sostiene lo stesso poeta, non tiene di fronte all’evidenza. Non si tratta di poesie deboli: appartengono, invece, a un versante esplicitamente legato a una componente lirico-effusiva che l’autore non riconoscerà più come propria nell’evolversi della sua poetica. O forse, anche, per non far riemergere ombre disturbanti che fanno male: il personaggio di Proserpina, secondo molta critica, sarebbe da identificarsi con la ragazza luinese Piera Battaglia, morta a vent’anni. Ma a noi interessano, oltre al valore in sé e per sé, per alcuni segnali che vi sono contenuti. Prendiamo “Dicono le ortensie”, che ritengo una delle prove più laboriose nell’ideazione, e più alte nel risultato, anche in virtù dello shock formale dell’ultimo verso (lo vedremo), al di là dell’apparente semplicità, del Sereni poeta:
Dicono le ortensie:
– è partita stanotte
e il buio paese s’è racchiuso
dietro la lanterna
che guidava i suoi passi
– dicono anche: – è finita
l’estate, è morta in lei,
e niente ne sapranno i freddi
verdi astri d’autunno –.
Un cane abbaiava all’ora fonda
alla pioggia all’ombra del mulino
e la casa il giardino
si vela di leggera umidità.
9Fotofilia e scotofobia, come spessissimo in Frontiera, contendono: basti il ricordo, in Inverno a Luino, del disorientamento del poeta nella notte, sedato quando è una luce del paese a salvarlo:
m’accendi nel buio d’una piazza
una luce di calma, una vetrina.
10Non sentirsi solo, affogato nel buio della vita (di qui anche i «grandi amici» che popolano la sua produzione successiva). Certo, luce non investita della valenza metafisica che ha la «luce-in-tenebra» montaliana (si veda, nelle Occasioni, Eastburne). Il conforto di Sereni è tutto terreno. Ma anche fotofobia, come Sereni appare il poeta delle volute contraddizioni dello spirito che parla a se stesso, del dubbio esistenziale, del balbettio dell’animo sensibile di fronte all’imprevedibilità della vita: forse, dietro le luci ci può essere anche il vuoto.
Salvaci ancora dai notturni orrori
dei lumi nelle case silenziose
11è la liturgia di Strada di Creva. E “Dicono le ortensie” è il punto più solenne dei divergenti segnali emotivi quanto a tenebra e luce emessi dall’autore: dato che la lanterna che guida i passi della donna (amata, o almeno vagheggiata nel fantasticare dell’animo) è meglio da associarsi alla lanterna di un nocchiero dell’Ade, o di un alato Mercurio che conduca le anime nell’oltretomba, piuttosto che alla confortante luce di un cocchiere che vinca l’oscurità accompagnando il semplice congedo notturno da una vacanza. Mentre, diventata scotofilica, l’oscurità del paese che si è racchiuso in se stesso appare assenza di vita ma anche fragile protezione, mezzo di difesa dal dolore. È un clima rafforzato dall’iterazione verbale, dicono - dicono, che possiede la stessa cadenza luttuosa delle note ripetute più volte nel Requiem chopiniano. Ma è anche il crocevia delle fertili contraddizioni di poetica: perché, se, fino al penultimo verso compreso, è un lirismo di forte caratura emotiva a evidenziarsi, sostenuto dall’uso degli enjambement («è finita/l’estate»; «i freddi/verdi astri d’autunno»), con qualche sfumatura espressionistica nel violento gioco di luci e ombre, e incrementato dall’assonanza fonda - ombra e dalla rima del terzultimo e penultimo verso (mulino - giardino), che ci farebbe prevedere un finale in battere, ecco all’improvviso lo scarto. Perché appare, nell’ultimo verso, «si vela di leggera umidità», un inatteso brusco décalage dell’intonazione. Non siamo più nell’ambito di un lirismo malinconico e sofferto, ma sul terreno di una cadenza più prosastica, anche perché la parola in fine verso non si lega a nulla, come invece ci aspetteremmo dopo avere assistito al crescendo della tensione ritmica. Un verso che potrebbe apparire persino casuale, una sorta di zeppa, se non conoscessimo l’intelligenza di Sereni. Spesso mi sono chiesto il perché di questa caduta di tono. La risposta non può essere che una: la caduta è scelta con cura, programmata, per quella ripulsa delle soluzioni facili che è sempre stata di Sereni: qui, dove scommetteremmo sull’ingresso di altro verso sigillo, si va invece verso l’atonale, segno di avanguardia, non certo di retroguardia di versi giovanili estenuati. Ma conta parimenti un altro motivo: se è vero che in Sereni la tecnica dell’attenuazione o trasfigurazione, se non dell’occultamento, di emozioni troppo forti, in parte anche retaggio culturale dell’ermetismo (no, Sereni non è un ermetico, ma in qualche modo ne ha assorbito alcune tendenze, soprattutto agli inizi), dura fino a Gli strumenti umani compresi, a maggior ragione una sublime poesia spettrale come “Dicono le ortensie” deve concludersi in levare con l’ingresso di una cadenza quasi prosastica necessaria per celare, sviare, stornare. Così come per l’angoscia di morte che percorre tutti i Versi a Proserpina, e che fa parte della struttura profonda di ogni giovinezza (se poi rimossa o denegata, è altro discorso), e magari, ancor più, di quelle che precocemente hanno frequentato, come l’autore, il mondo della bellezza e del suo oscuro gemello, lo sgomento, ecco, sembra dire Sereni, meglio tenerli, questi versi, nel cassetto, o mostrarli, minimizzandoli, come documenti. Quando sono, di fatto, i sintomi precoci di ciò che avverrà in Stella variabile: vada a cercarsi, il lettore curioso, quante volte nell’ultima raccolta di un poeta non certo vecchio (nell’80 Sereni aveva 67 anni, ma l’intero volume contiene liriche scritte post 1965!) compaiano la parola «morte» e i suoi derivati e affini.
12Poetare in levare, dunque, forse anche per pudore, o al seguito della vocazione di un lirismo metamorfizzato, che si mostra allo stato puro di rado, ma con risultati preziosi. Come accade alla perfezione, ad esempio, più avanti, in Il male d’Africa: ma anche lì, ecco l’attenuazione dell’ultima strofe e del verso in chiusura, «borbotta borbotta la pentola familiare». È pertanto la quotidianità il ventaglio dietro al quale si nasconde Sereni, la sua cifra e il suo destino: le sue «ortensie» ci dicono di lui più di quanto, forse, egli stesso abbia creduto.
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