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  • 7. Autografia e umiltà
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    Plan détaillé Texte intégral 7.1 L’autografia in contesti di petitio ed excusatio 7.2 L’autografia di personaggi venerabili Notes de bas de page

    Autografia ed epistolografia tra XI e XIII secolo

    Ce livre est recensé par

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    7. Autografia e umiltà

    p. 119-124

    Texte intégral 7.1 L’autografia in contesti di petitio ed excusatio 7.2 L’autografia di personaggi venerabili Notes de bas de page

    Texte intégral

    7.1 L’autografia in contesti di petitio ed excusatio

    1Si esamineranno in primo luogo due lettere, entrambe contenenti dichiarazioni di autografia, nelle quali gli autori si pongono in una condizione di ostentata debolezza rispetto ai loro interlocutori, cui rivolgono richieste o scuse: come si vedrà, l’impressione è che i riferimenti alla scrittura di propria mano siano funzionali all’esigenza di dare prova di umiltà. Nella prima, Adam Marsh scrive al vicario dei Frati minori in Inghilterra per perorare la causa di un giovane frate il quale, dopo essersi temporaneamente allontanato dal suo ordine, desiderava esservi riaccolto. Avendo richiamato i modelli di pentimento del figliol prodigo, del re Davide e dell’apostolo Pietro, si appella alla charitas e alla compassione del destinatario, invitandolo a riaccogliere il confratello, che è molto pentito. A una prima conclusione della lettera, segue un poscritto che richiama l’attenzione del destinatario sulla natura autografa dello scritto, con le parole: «videte qualibus litteris scripsi vobis mea manu misera»441. Segue una breve riflessione sull’incongruità della posizione di coloro che consigliano al vicario, in questa e altre occasioni, di mostrarsi duro, seguita da un secondo saluto («iterum in eternum valete»).

    2La dichiarazione di autografia, come si è già avuto modo di rilevare, è modellata precisamente su quella contenuta nella lettera paolina ai Galati («videte qualibus litteris scripsi vobis mea manu»). Proprio per questo risulta interessante soffermarsi sull’unica parola aggiunta da Adam, l’aggettivo misera che qualifica la sua mano. Non si può escludere che tale addizione denigratoria derivi proprio dalla necessità di attenuare il parallelo tra l’apostolo e l’autore stesso, specialmente perché il termine non trova una spiegazione nel testo della lettera. La dichiarazione dovrà considerarsi, proprio come quella paolina, un modo di richiamare l’attenzione del lettore, segnalando la circostanza dell’autografia, forse di per sé non evidente per il destinatario, il quale non è attestato altrove nell’epistolario. È probabile che Adam ritenesse l’autografia un mezzo utile a produrre l’effetto sperato sul vicario, convincendolo a compiere ciò che gli suggeriva; essa costituiva una prova del suo coinvolgimento e impegno personale e, al tempo stesso, come suggerito anche dall’uso dell’aggettivo miser, una sua dimostrazione di umiltà per essersi sobbarcato un lavoro manuale che avrebbe potuto essere affidato a un segretario.

    3A sua volta, Gilberto Foliot definisce una sua lettera indirizzata all’arcivescovo di York Rogerio di Pont l’Évêque una “palinodia” — vale a dire una ritrattazione — scritta di sua mano (manu propria conscribendo)442. L’epistola, datata tra il 1155 e il 1157, si colloca nel contesto di una controversia tra l’abbazia di Gloucester, della quale Gilberto era stato abate e di cui continuava a difendere gli interessi, e la sede di York. I monaci di Gloucester e i loro sostenitori contestavano l’alienazione di tre tenute a York ad opera dell’arcivescovo Ealdredo di York (deceduto nel 1069), cui l’abbazia era stata temporaneamente affidata443; la contesa si placò solo quando, nel 1157, le tenute furono restituite a Gloucester in cambio di una ricca concessione di terre444.

    4La lettera in esame, che apre uno scambio epistolare dedicato alla questione, contiene una richiesta di scuse per i toni aspri che Gilberto è consapevole di aver usato durante il suo ultimo incontro con Rogerio, avvenuto a Worcester in occasione di uno degli ultimi processi relativi alla controversia. L’autore afferma che se fosse nell’abituale confidenza con il destinatario (con il quale invece evidentemente c’è stato uno screzio), avrebbe inviato una littera clausa, in modo da non offrire agli occhi di tutti ciò che era destinato solo all’arcivescovo: «si nos admitteret solite iam dilectionis archanum, secreta signo clauderemus nec ad patrem directa multorum occulis intuenda committeremus»445. Tuttavia, sapendosi escluso dal favore, proprio a causa di ciò non ha mandato una littera clausa ma una lettera aperta per chiedere perdono e conquistare la benevolenza del destinatario, se ciò è possibile446. Gilberto dichiara di non presumere di poter agevolmente ottenere un risultato con la sua cartula trepidante, verso la quale non crede sia facile che il destinatario tenda la mano o volga l’occhio447. Chiede perdono affinché la collera di Rogerio non sia portata all’eccesso448, e se ha detto qualcosa (di male) su di lui lo ritira con questa ritrattazione scritta di sua mano: «nam si quid in vos diximus, hoc ipsum palinodiam in nos manu propria conscribendo recantamus». Se l’ha anche solo un poco turbato, egli confessa la sua colpa di aver offeso un superiore e un amico prorompendo in affermazioni che non si meritava affatto449.

    5Pur scusandosi, Gilberto non rinuncia però a difendere l’atteggiamento tenuto in occasione dell’incontro, e sottolinea che lui e la sua parte si sono trattenuti non replicando all’accusa de literis corruptis, cioè di falso; vale a dire, non hanno lanciato un’accusa di precum falsitas, di falsità dell’accusa. Chi lancia una falsa accusa — osserva — secondo la legge perde tutto ciò che rivendica: una tale eventualità è stata scongiurata da Gilberto, che ha dunque dato prova di moderazione, anche se è vero che ha parlato con foga e si è reso ridicolo per amore dei fratelli di Glastonbury.

    6A questo l’arcivescovo Rogerio non mancherà di rispondere che, se solo fosse stato effettivamente presentato un appello di falsità dell’accusa, York avrebbe potuto facilmente provare di essere nel giusto con la sua accusatio falsi. In effetti è stato dimostrato che la maggior parte delle false carte dell’abbazia di Gloucester furono eseguite verso la fine dell’abbaziato di Gilberto450. È probabile che Gilberto ne fosse a conoscenza, se non ne era in prima persona l’ispiratore: si comprende dunque come la sua posizione fosse delicata. La scelta di scrivere a mano l’intera lettera e di sottolinearlo doveva dunque testimoniare la buona volontà del mittente, il suo desiderio di risolvere lo screzio e di impegnarsi personalmente a tale fine.

    7.2 L’autografia di personaggi venerabili

    7Un legame concettuale tra scrittura di propria mano — laddove essa costituisce una libera scelta — e umiltà è attestato anche da alcuni biografi dei secoli in esame, i quali menzionano l’attività autografica di alcuni personaggi venerabili interpretandola in quest’ottica; simili casi possono aiutare ad analizzare alcuni riferimenti all’autografia epistolari, tra cui quelli appena citati.

    8Esplicito è in proposito il ritratto dell’abate Federico di Hirsau contenuto nell’Historia Hirsaugiensis Monasterii: dopo aver descritto la sua apparenza fisica, la sua abitudine di dedicarsi all’insegnamento e alla preghiera, ai digiuni e alle veglie, il biografo afferma che, trascurando i secularia negocia, era attratto dalla vita contemplativa. Subito però sente il bisogno di precisare che era così ricco in umiltà e in impegno spirituale che si diceva avesse un posto per scrivere tra gli altri copisti451. In questo caso non si tratta necessariamente di autografia d’autore, in quanto potrebbe trattarsi di semplice copiatura, alla quale, come è noto, poteva essere attribuito un valore edificante452; risulta però evidente che il biografo considera eccezionale che un abate si dedichi a questa attività, in qualche modo abbassandosi al livello dei semplici monaci che lavoravano come copisti.

    9L’autografia è poi interpretata come un segno di umiltà nella biografia di Ambrogio di Milano contenuta nella Legenda aurea, scritta nella seconda metà del XIII secolo. Anche in questo caso il riferimento alla scrittura di propria mano segue un elenco di doti del personaggio in questione, quali la capacità di digiunare, la generosità e la compassione; l’autore associa poi l’umiltà e l’operosità (o lo zelo) come virtù di cui l’autografia è la conseguenza, e al tempo stesso la prova: «fuit etiam [...] tante humilitatis ac laboris ut libros quos dictabat propria manu scriberet»453. Il fatto che si tratti in questo caso di inequivocabile autografia d’autore risulta importante perché è possibile che intervenga anche l’idea che la nobiltà e l’utilità dell’attività di composizione letteraria darebbero diritto all’assistenza di collaboratori.

    10Non sempre, comunque, le testimonianze di biografi relative all’eccezionale attività autografica di personaggi venerabili contengono esplicite interpretazioni del suo valore454. È il caso della fonte della Legenda aurea per quanto riguarda Ambrogio, la Vita Ambrosii di Paolino di Milano, che conobbe una notevole fortuna nel Medioevo, come testimoniano i numerosi manoscritti conservati, in larga parte appartenenti al periodo in esame455. Paolino afferma solo che Ambrogio non si sottraeva al lavoro di scrivere di propria mano i codici («nec operam declinabat scribendi propria manu libros»), se non quando era malato456. L’uso del verbo declino, comunque, suggerisce l’idea che il santo avrebbe potuto facilmente sottrarsi a quel lavoro faticoso, in virtù del suo rango ecclesiastico e della sua importanza. Ancora una volta il passo relativo all’autografia segue la descrizione della propensione del santo all’astinenza, ai digiuni, alle veglie e della sua assiduità nella preghiera, il che suggerisce che l’autore mirasse a mettere in luce l’eccezionale resistenza, anche fisica, di Ambrogio. Nel prosieguo del passo è in effetti definito fortissimus nell’amministrare i sacramenti, tanto che, dopo la sua morte, cinque vescovi riuscivano a malapena a compiere il lavoro che egli era solito fare riguardo ai battesimi457.

    11Ambrogio stesso aveva d’altronde riflettuto sul significato della propria autografia, attribuendola alla verecundia, termine che può essere tradotto con “vergogna”, ma che rimanda a un insieme di concetti quali il riguardo, la riservatezza, la modestia, la moderazione, il ritegno, la timidezza e il pudore. Quest’interpretazione appare coerente con il modo in cui il vescovo descriveva la sua attività di composizione: come si ricorderà, una delle sue motivazioni per l’autografia era la volontà di non dare l’impressione di buttare fuori qualcosa quanto di nasconderlo («ut non tam deflare aliquid videamur, quam abscondere»). È evidente che ciò risponde all’esigenza di dare prova di modestia e di umiltà, mostrando di non attribuire alla propria attività di composizione letteraria un grande valore: il suo frutto, o almeno il processo creativo, dovrebbero secondo questa concezione essere nascosti piuttosto che divulgati.

    12Ambrogio aveva anche affermato che, scrivendo da solo, non doveva arrossire alla presenza di un altro («neque alterum scribentem erubescamus»458). Quest’ultimo concetto è ripreso da Guiberto di Nogent nella giustificazione della sua preferenza per l’autografia, con la differenza che il benedettino è molto più esplicito nello spiegare che la vergogna nasce dalla consapevolezza delle propria lentezza nel comporre («tanto enim liberius ad animus dicenda recolligo, quanto minus pro circumspicienda sententia dictandi lentitudinem, michi soli vacuus, erubesco»)459. La predilezione per la solitudine, e dunque per la scrittura di propria mano, è dunque ricollegata al topos della debolezza e scarsa preparazione dell’autore460.

    13Ciò aiuta a comprendere un po’meglio il complesso di significati che potevano essere attribuiti all’autografia di un religioso: l’umiltà non si lega solo all’operosità e allo spirito di abnegazione del lavoratore, magari notturno, che sceglie di sobbarcarsi un lavoro manuale e perciò in un certo senso servile, ma anche alla verecundia, al riserbo, alla modestia intellettuale del grande autore che non vuole essere considerato tale.

    Notes de bas de page

    441 The letters of Adam Marsh, vol. ii, cit., ep. 193, p. 474.

    442 The letters and charters of Gilbert Foliot, cit., ep. 128, p. 166: «nam si quid in vos diximus hoc ipsum palinodiam in nos manu propria conscribendo recantamus».

    443 C. Brooke, Saint Peter of Gloucester and Saint Cadoc of Llancarfan, in Celt and Saxon. Studies in the early British border, a cura di n. K. Chadwick, Cambridge University Press, Cambridge 1963, p. 271–272.

    444 Il documento che contiene le disposizioni finali del caso si trova nell’Historia et cartularium monasterii sancti Petri Gloucesteriae, vol. II, a cura di W. H. Hart, Longman, Green, Longman, Roberts and Green, London 1865, n. 597, pp. 105–107. Si veda in proposito anche la testimonianza di Giovanni di Salisbury, in The letters of John of Salisbury, vol. I, cit., ep. 42, p. 77.

    445 The letters and charters of Gilbert Foliot, cit., ep. 128, p. 166.

    446 «Sed quia nos exclusos novimus, ideo non iam intus positas sed foris vix herentes litteras mittimus, ut veniam postulent et suo gratiam domno, si quomodo possint, apud vos redintegrando concilient».

    447 «Quod tamen trementi cartule factu facile non speramus, ad quam nec manum porrigi, nec vestros facile converti occulos posse estimamus».

    448 «Unde si nos designatio iusta repulerit, volumus saltem alios non latere quod querimus, quia vestram non ferentes ultra iracundiam veniam excessui postulamus».

    449 «Et si vestrum vel modicum movimus animum, ipso culpam fatemur ore, quo minus caute prorumpendo id nullo vestro exigente merito in domnum offendimus et amicum». Su gentile suggerimento di Giulia Ammannati modifico il testo edito sin qui trasformando “ quominus” in “quo minus”.

    450 Cfr. Morey e Brooke, Gilbert Foliot and his letters, cit., pp. 124, e più in generale tutto il capitolo, pp. 124–146.

    451 Historia Hirsaugiensis Monasterii, in MGH SS 14. Supplementa tomorum i–xii pars ii. Supplementum tomi xiii, a cura di G. Waitz, Impensis bibliopolii Hahniani, Hannover 1883, p. 256, menzionato in Lettere originali del Medioevo latino (VII–XI sec.), vol. i. Italia, cit., p. 62: «in tantum autem humilitate et spirituali occupatione pollebat, ut scriptorium inter alios scriptores habere perhibeatur».

    452 I fondamenti di una concezione sacrale del lavoro dello scriba furono posti in epoca tardoantica e altomedievale, a cominciare da Cassiodoro: si veda J. Stiennon, L’écriture, Brepols, Turnhout 1995 (TYP, 72), pp. 47–50. Per esempi più tardi di attribuzione di un valore sacro alla scrittura cfr. M. B. Parkes, Their hands before our eyes: a closer look at scribes. The Lyell lectures delivered in the University of Oxford 1999, Ashgate, Aldershot 2008, p. 13.

    453 De sancto Ambrosio, in Iacopo da Varazze, Legenda aurea, cit., p. 383. Sul tema dell’umiltà cristiana si veda O. Schaffner, Christliche Demut. Des heiligen Augustinus Lehre von der Humilitas, Augustinus–Verlag, Würzburg 1959, spec. pp. 212–293.

    454 Due casi eccezionali di scrittura di propria mano nonostante la disabilità fisica sono quelli di Ermanno detto “il Contratto” e di Martino di Léon, secondo i rispettivi biografi. L’autografia del primo è testimoniata dal suo discepolo Bertoldo di Reichenau, il quale afferma: «sive aliquid novi vix digitis itidem dissolutis scriptitabat, sive sibi vel aliis lectitabat, vel aliquibus utilitatis aut iustae necessitatis sese exercitiis intentissimus semper occupavit» (MGH SS rer. Germ. n. s. 14. Die Chroniken Bertholds von Reichenau und Bernolds von Konstanz 1054–110, a cura di i. A. Robinson, Hahnsche Buchhandlung, Hannover 2003, p. 165). Di Martino di Léon si racconta che in tarda età non riuscisse più a sollevare le braccia e che avesse fatto costruire un macchinario in grado di permettergli di scrivere sulle tavolette cerate: «cum in scribendo manuum et brachiorum suorum pondus sustinere non posset, fecit ad quamdam trabem in sublimi colligari funes, quos per scapulas et brachia ducens, quodammodo suspensus imbecillis corporis pondus levius tolerabat, et sic in tabulis caeratis scribens, tradebat scriptoribus, qui ab eo dictata vel copillata (scil. compilata) scribebant, transferentes in pergamena», in Vita sancti Martini scripta a Luca diacono Legionensi, postea Tudensi episcopo, cap. 12, in PL ccviii, coll. 16C–16D. Alcuni di questi riferimenti all’autografia sono segnalati in Bartoli Langeli, I “tres digiti”. Quasi una canonizzazione, in All’incrocio dei saperi: la mano. Atti del convegno di studi (Padova 29–30 settembre 2000), a cura di a. Olivieri, CLEUP, Padova 2004, pp. 49–57. Una fonte più tarda fa anche riferimento all’autografia di Tommaso d’Aquino, cfr. Ystoria sancti Thome de Aquino de Guillaume de Tocco (1323), a cura di c. Le Brun–Gouanvic, PIMS, Toronto 1996, p. 155: «Sic enim tempus vite sue, sibi concessum ad meritum, distribuit ad profectum, ut preter illud tempus modicum, quod sompno vel refectioni pro valitudine corporis sibi perfunctorie indulsisset, reliquum orationi, lectioni, predicationi, meditationi vel scribendis aut dictandis questionibus expendebat, ut sic nullum sue vite tempus esset vacuum, quod non esset sacris actionibus occupatum». Dettatura e scrittura sono citate come modi alternativi di lavorare alle quaestiones («tempus [...] vel scribendis aut dictandis quaestionibus expendebat»), il che fa supporre che si faccia riferimento alla scrittura autografa d’autore e non alla copiatura.

    455 L. Cracco Ruggini, Sulla fortuna della Vita Ambrosii, in «Athenaeum», n. 41, 1963, pp. 98–110. Wibaldo di Stavelot conosceva certamente questa Vita, come dimostra l’uso della frase «ut vos neque vivere pudeat neque mori ullatenus pigeat» (Das Briefbuch Abt Wibalds, cit., vol. iii, ep. 395, p. 830), che riecheggia il celebre: «non ita inter vos vixi, ut pudeat me vivere; nec timeo mori» che Paolino attribuisce ad Ambrogio, in Paolino di Milano, Vita di Sant’Ambrogio. La prima biografia del patrono di Milano, a cura di M. Navoni, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, cap. 45, par. 2, p. 126.

    456 Ivi, l. 38, par. 2, p. 116: «nec operam declinabat scribendi propria manu libros, nisi cum aliqua infirmitate corpus eius adtineretur».

    457 «In rebus etiam divinis inplendis fortissimus, in tantum ut quod solitus erat circa batizandos solus implere quinque postea episcopi, tempore qui decessit, vix inpleret».

    458 Sant’Ambrogio, Discorsi e lettere. vol. ii, cit., ep. 37, par. 1, p. 40.

    459 In Huygens, La tradition manuscrite, cit., pp. 112–113.

    460 Cfr. Curtius, Letteratura europea, cit., pp. 97–100.

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    441 The letters of Adam Marsh, vol. ii, cit., ep. 193, p. 474.

    442 The letters and charters of Gilbert Foliot, cit., ep. 128, p. 166: «nam si quid in vos diximus hoc ipsum palinodiam in nos manu propria conscribendo recantamus».

    443 C. Brooke, Saint Peter of Gloucester and Saint Cadoc of Llancarfan, in Celt and Saxon. Studies in the early British border, a cura di n. K. Chadwick, Cambridge University Press, Cambridge 1963, p. 271–272.

    444 Il documento che contiene le disposizioni finali del caso si trova nell’Historia et cartularium monasterii sancti Petri Gloucesteriae, vol. II, a cura di W. H. Hart, Longman, Green, Longman, Roberts and Green, London 1865, n. 597, pp. 105–107. Si veda in proposito anche la testimonianza di Giovanni di Salisbury, in The letters of John of Salisbury, vol. I, cit., ep. 42, p. 77.

    445 The letters and charters of Gilbert Foliot, cit., ep. 128, p. 166.

    446 «Sed quia nos exclusos novimus, ideo non iam intus positas sed foris vix herentes litteras mittimus, ut veniam postulent et suo gratiam domno, si quomodo possint, apud vos redintegrando concilient».

    447 «Quod tamen trementi cartule factu facile non speramus, ad quam nec manum porrigi, nec vestros facile converti occulos posse estimamus».

    448 «Unde si nos designatio iusta repulerit, volumus saltem alios non latere quod querimus, quia vestram non ferentes ultra iracundiam veniam excessui postulamus».

    449 «Et si vestrum vel modicum movimus animum, ipso culpam fatemur ore, quo minus caute prorumpendo id nullo vestro exigente merito in domnum offendimus et amicum». Su gentile suggerimento di Giulia Ammannati modifico il testo edito sin qui trasformando “ quominus” in “quo minus”.

    450 Cfr. Morey e Brooke, Gilbert Foliot and his letters, cit., pp. 124, e più in generale tutto il capitolo, pp. 124–146.

    451 Historia Hirsaugiensis Monasterii, in MGH SS 14. Supplementa tomorum i–xii pars ii. Supplementum tomi xiii, a cura di G. Waitz, Impensis bibliopolii Hahniani, Hannover 1883, p. 256, menzionato in Lettere originali del Medioevo latino (VII–XI sec.), vol. i. Italia, cit., p. 62: «in tantum autem humilitate et spirituali occupatione pollebat, ut scriptorium inter alios scriptores habere perhibeatur».

    452 I fondamenti di una concezione sacrale del lavoro dello scriba furono posti in epoca tardoantica e altomedievale, a cominciare da Cassiodoro: si veda J. Stiennon, L’écriture, Brepols, Turnhout 1995 (TYP, 72), pp. 47–50. Per esempi più tardi di attribuzione di un valore sacro alla scrittura cfr. M. B. Parkes, Their hands before our eyes: a closer look at scribes. The Lyell lectures delivered in the University of Oxford 1999, Ashgate, Aldershot 2008, p. 13.

    453 De sancto Ambrosio, in Iacopo da Varazze, Legenda aurea, cit., p. 383. Sul tema dell’umiltà cristiana si veda O. Schaffner, Christliche Demut. Des heiligen Augustinus Lehre von der Humilitas, Augustinus–Verlag, Würzburg 1959, spec. pp. 212–293.

    454 Due casi eccezionali di scrittura di propria mano nonostante la disabilità fisica sono quelli di Ermanno detto “il Contratto” e di Martino di Léon, secondo i rispettivi biografi. L’autografia del primo è testimoniata dal suo discepolo Bertoldo di Reichenau, il quale afferma: «sive aliquid novi vix digitis itidem dissolutis scriptitabat, sive sibi vel aliis lectitabat, vel aliquibus utilitatis aut iustae necessitatis sese exercitiis intentissimus semper occupavit» (MGH SS rer. Germ. n. s. 14. Die Chroniken Bertholds von Reichenau und Bernolds von Konstanz 1054–110, a cura di i. A. Robinson, Hahnsche Buchhandlung, Hannover 2003, p. 165). Di Martino di Léon si racconta che in tarda età non riuscisse più a sollevare le braccia e che avesse fatto costruire un macchinario in grado di permettergli di scrivere sulle tavolette cerate: «cum in scribendo manuum et brachiorum suorum pondus sustinere non posset, fecit ad quamdam trabem in sublimi colligari funes, quos per scapulas et brachia ducens, quodammodo suspensus imbecillis corporis pondus levius tolerabat, et sic in tabulis caeratis scribens, tradebat scriptoribus, qui ab eo dictata vel copillata (scil. compilata) scribebant, transferentes in pergamena», in Vita sancti Martini scripta a Luca diacono Legionensi, postea Tudensi episcopo, cap. 12, in PL ccviii, coll. 16C–16D. Alcuni di questi riferimenti all’autografia sono segnalati in Bartoli Langeli, I “tres digiti”. Quasi una canonizzazione, in All’incrocio dei saperi: la mano. Atti del convegno di studi (Padova 29–30 settembre 2000), a cura di a. Olivieri, CLEUP, Padova 2004, pp. 49–57. Una fonte più tarda fa anche riferimento all’autografia di Tommaso d’Aquino, cfr. Ystoria sancti Thome de Aquino de Guillaume de Tocco (1323), a cura di c. Le Brun–Gouanvic, PIMS, Toronto 1996, p. 155: «Sic enim tempus vite sue, sibi concessum ad meritum, distribuit ad profectum, ut preter illud tempus modicum, quod sompno vel refectioni pro valitudine corporis sibi perfunctorie indulsisset, reliquum orationi, lectioni, predicationi, meditationi vel scribendis aut dictandis questionibus expendebat, ut sic nullum sue vite tempus esset vacuum, quod non esset sacris actionibus occupatum». Dettatura e scrittura sono citate come modi alternativi di lavorare alle quaestiones («tempus [...] vel scribendis aut dictandis quaestionibus expendebat»), il che fa supporre che si faccia riferimento alla scrittura autografa d’autore e non alla copiatura.

    455 L. Cracco Ruggini, Sulla fortuna della Vita Ambrosii, in «Athenaeum», n. 41, 1963, pp. 98–110. Wibaldo di Stavelot conosceva certamente questa Vita, come dimostra l’uso della frase «ut vos neque vivere pudeat neque mori ullatenus pigeat» (Das Briefbuch Abt Wibalds, cit., vol. iii, ep. 395, p. 830), che riecheggia il celebre: «non ita inter vos vixi, ut pudeat me vivere; nec timeo mori» che Paolino attribuisce ad Ambrogio, in Paolino di Milano, Vita di Sant’Ambrogio. La prima biografia del patrono di Milano, a cura di M. Navoni, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, cap. 45, par. 2, p. 126.

    456 Ivi, l. 38, par. 2, p. 116: «nec operam declinabat scribendi propria manu libros, nisi cum aliqua infirmitate corpus eius adtineretur».

    457 «In rebus etiam divinis inplendis fortissimus, in tantum ut quod solitus erat circa batizandos solus implere quinque postea episcopi, tempore qui decessit, vix inpleret».

    458 Sant’Ambrogio, Discorsi e lettere. vol. ii, cit., ep. 37, par. 1, p. 40.

    459 In Huygens, La tradition manuscrite, cit., pp. 112–113.

    460 Cfr. Curtius, Letteratura europea, cit., pp. 97–100.

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