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    Publications de l’École française de Rome
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    Plan

    Plan détaillé Texte intégral 1.1. Le lastre da Acquarossa 1.2. Le lastre da Tuscania, Ara del Tufo 1.3. Le lastre da Tuscania, Guadocinto Notes de bas de page

    Festa in mostra

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    Table des matières

    Capitolo 1. Le lastre architettoniche figurate a stampo da Acquarossa e da Tuscania: dallo scavo alla pubblicazione

    p. 15-25

    Texte intégral 1.1. Le lastre da Acquarossa 1.1.1. Contesto archeologico 1.1.2. Dalla ricomposizione delle lastre alla ricostruzione dei tetti 1.1.3. La presentazione museale 1.1.4. La pubblicazione delle lastre 1.2. Le lastre da Tuscania, Ara del Tufo 1.2.1. Contesto archeologico 1.2.2. Dal restauro alla ricomposizione delle lastre 1.2.3. La presentazione museale 1.2.4. La pubblicazione delle lastre 1.3. Le lastre da Tuscania, Guadocinto 1.3.1. Contesto archeologico 1.3.2. La presentazione museale 1.3.3. La pubblicazione delle lastre Notes de bas de page

    Texte intégral

    1.1. Le lastre da Acquarossa

    1.1.1. Contesto archeologico

    1Situato nella campagna viterbese, a 6 km a nord del paese, il pianoro di Acquarossa deve all’archeologo Luigi Rossi Danielli la sua prima identificazione come sede di un abitato etrusco arcaico.1 In un rapporto pubblicato agli inizi del secolo scorso, lo studioso segnala la presenza in superficie di frammenti di ceramica, di fregi di terracotta e di tegole con residui di policromia.2 Comunque è solo nel 1966 che cominciano propriamente gli scavi sul sito, affidati dalla Soprintendenza all’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma. Molto attivi nel Viterbese da un decennio, in particolare a San Giovenale (1957-1965), gli archeologi svedesi portano avanti l’esplorazione sistematica del pianoro con campagne annuali fino al 1975, poi ancora nel 1978.3 Sono aperti numerosi sondaggi e già durante la seconda campagna del 1967, la trincea 27 riporta alla luce presso il margine nord del sito vestigia di strutture con rilievi architettonici in terracotta.4 L’allargamento del settore scavato, che riceve il nome di Zona F, consente la scoperta di un ampio complesso monumentale in cui oggi si è concordi nel riconoscere il palazzo o regia di Acquarossa.5 Quattro campagne di scavo, condotte da M. Strandberg Olofsson, Ö. e Ch. Wikander, rivelano, a confronto delle case scoperte altrove sul sito, l’importanza e la singolarità del complesso.6 Edificato alla fine del VII sec. a.C, il palazzo ebbe sviluppi successivi, di non sempre evidente interpretazione. È l’ultima fase del complesso, la meglio conosciuta, che ci interessa in questa sede. Essa si concretizza negli anni 570-560, qualche decennio prima dell’abbandono definitivo del sito di Acquarossa.7 Consiste, in linea di massima, nella costruzione di due ali (A e C) con portico in facciata, disposte ad angolo quasi retto lungo i lati nord ed est di uno spazio all’aperto o corte. I muri sembrano costruiti, almeno in gran parte, in opera quadrata a blocchi di tufo, di preferenza a mattoni crudi o al pisè. Base e capitelli in peperino completavano le colonne lignee dei portici. Sul lato nord, l’edificio A, largo di ca 13 m, contava probabilmente tre stanze dietro il portico. Ad est, le fondazioni dell’edificio C sono meglio conservate e delimitano una costruzione lunga di almeno 25 m. Dal portico si accedeva a uno spazio centrale, una specie di largo vestibolo che si apriva lateralmente su due locali. In quello a destra, resti di banchine lungo i muri sono riconducibili alla funzione di triclinium della sala. Un’ultima stanza chiudeva l’estremità sud dell’edificio; la parete meridionale raggiungeva un’altezza di 4 m.

    2I tetti dei due edifici combinavano una copertura di tegole e, fatto unico ad Acquarossa, numerosissimi rilievi stampati in terracotta che hanno presto reso celebri gli scavi svedesi: si tratta all’occorrenza di antefisse a testa femminile e delle lastre di rivestimento delle strutture lignee o antepagmenta, con fregio figurato dei quattro tipi A, B, C e D. Tutte queste terrecotte sono state rinvenute in posizione di crollo, spezzate e sparse davanti agli edifici A e C.

    1.1.2. Dalla ricomposizione delle lastre alla ricostruzione dei tetti

    3È presso Porta San Pietro di Viterbo, nei piani superiori dell’antico Palazzo Donna Olimpia, che, all’epoca degli scavi, un grande locale fu allestito a scopo di deposito per i reperti. A mano a mano delle loro scoperte, i frammenti delle lastre architettoniche furono raccolti e registrati nel locale, in cui si trova ancora oggi parte del materiale. Dalle liste pubblicate nel 1984 da M. Strandberg Olofsson8 emerge che gran parte delle terrecotte architettoniche della Zona F venne alla luce già nel 1967. Nuovi frammenti, assai numerosi, furono trovati nel 1968, poi altri successivamente fino al 1979, anno delle ultime segnalazioni.

    4A partire da innumerevoli frammenti, il lungo e difficile lavoro di ricomposizione delle lastre ha portato alla costituzione di gruppi coerenti, contraddistinti da una lettera (A, B, C o D) secondo il tipo di lastra, e identificati da un numero d’ordine crescente. Nel catalogo di M. Strandberg Olofsson, i gruppi C o units C nella terminologia dell’autrice, ammontano a 21, rimanendo inteso che alcuni gruppi appartengano alla stessa lastra. Si aggiungono 32 frammenti isolati. Sulla base del materiale conservato, il numero minimo di lastre C è di 18 e il numero di esemplari all’origine venne stimato a 20.9 Per il tipo D sono 19 i gruppi di frammenti e 25 i frammenti isolati. Gli esemplari attestati sono al minimo 16 e la valutazione del loro numero all’origine oscilla tra 18 e 20.10 Per semplicità il termine di “lastre” sarà qui privilegiato per indicare i gruppi di frammenti o units, visto che la maggior parte di essi corrispondono ad altrettante lastre individuate.

    5Nonostante la differenza di cornici tra tipi A-B e C-D,11 tutte le lastre rientrano senz’altro nelle stesse dimensioni, cioè, dopo la cottura, una lunghezza di cm 60 e un’altezza di cm 21, con minime variazioni dovute alla cottura. Tale standardizzazione assume grande importanza nella prospettiva della ricostruzione dei tetti, tentata per la prima volta dall’architetto C.B. Persson.12 Il lavoro venne poi ripreso ed approfondito da M. Strandberg Olofsson sulla base di un’ampia massa di dati (topografici, quantitativi, tipologici, decorativi e architettonici). Ne emerge l’ipotesi, presentata nel 1984,13 di un edificio A con tetto di tegole a due spioventi, columen nel senso nord-sud, e, inserito nel frontone aperto, un tettuccio per il portico (fig. 1).

    Fig. 1. Acquarossa. Ricostruzione del complesso della Zona F, ultima fase, con gli edifici porticati A (a sin.) e C (a des.) (da Strandberg Olofsson 1984).

    6I quattro tipi di lastra, A, B, C, D, ornavano la fronte dell’edificio, ancorati con chiodi di ferro sulle travi in legno del tetto. Le lastre A e B con Eracle erano poste in posizione convergente sul frontone. Quelle dei tipi C e D si allineavano in due file sovrapposte, la prima sotto il bordo inferiore del tettuccio, la seconda, al di sotto e arretrata, sull’architrave della colonnata. La sequenza iconografica delle due file – tipi C e D in alternanza o tipo unico per fila – rimane non precisabile sulla base dei dati archeologici ed iconografici. L’edificio C, a columen longitudinale, presentava presumibilmente sulla facciata lastre del solo tipo A, in fila unica sul bordo del tetto.

    1.1.3. La presentazione museale

    7Le scoperte ad Acquarossa rappresentano un momento di fervido aggiornamento delle conoscenze sull’abitato, l’architettura e le terrecotte architettoniche degli Etruschi. Molto presto dopo la quinta campagna annuale di scavi, due mostre temporanee ne rivelano i primi risultati, accolti con curiosità ed entusiasmo.14 Comunque si deve aspettare ancora un decennio per la concretizzazione di un progetto di mostra permanente a Viterbo. Questo si realizza in seguito alla pubblicazione dello studio architettonico di M. Strandberg Olofsson (1984) e al famoso Progetto Etruschi del 1985, anno di otto mostre memorabili tra cui quella di Siena, Case e palazzi d’Etruria, coordinata da S. Stopponi.15 Quindi, nel settembre 1986, dopo ampi lavori di restauro, la Rocca Albornoz di Viterbo inaugura il suo nuovo status di Museo Nazionale con l’apertura di sei sale dedicate all’architettura etrusca nel Viterbese, coronando trent’anni di ricerche svedesi a San Giovenale e Acquarossa.16 L’ampio catalogo pubblicato per l’occasione rimane ancora oggi l’opera più documentata per l’architettura e la decorazione fittile del complesso della Zona F di Acquarossa.17 La sala IV nel pianoterra del museo è interamente dedicata a questo complesso e offre, per quanto permesso dall’esiguità dello spazio, una ricostruzione tridimensionale degli edifici A e C secondo l’ipotesi del 1984 (fig. 2).

    Fig. 2. Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz, Viterbo, sala IV. Vetrine e ricostruzione dedicate all’edificio A della Zona F di Acquarossa. Numerazione delle lastre secondo Strandberg Olofsson 1984.

    8Perpendicolare ad una riproduzione del portico dell’edificio C, una larga vetrina espone, su tre livelli, esemplari più o meno ricomposti dei quattro tipi di lastre.18 Al di sopra della vetrina, una ricostruzione parziale del tetto incorpora delle lastre ricomposte con integrazione delle lacune.19

    9Gli esemplari di lastre C visibili nel museo sono complessivamente 11, di cui tre in vetrina e otto sul tetto; lo stesso vale per gli esemplari di tipo D. Del resto, la lastra C2 è conservata nel deposito del Museo mentre il Deposito di Porta San Pietro conserva gli altri esemplari ricomposti e i frammenti isolati.20

    1.1.4. La pubblicazione delle lastre

    10Finora le pubblicazioni hanno divulgato ampiamente le tematiche figurative dei rilievi di Acquarossa, ma il numero di lastre effettivamente pubblicate con una descrizione e un’illustrazione specifiche è rimasto estremamente limitato. Qualunque sia il tipo di lastra, gli esemplari riprodotti in articoli, libri e cataloghi corrispondono infatti quasi esclusivamente alle lastre della vetrina nel Museo di Viterbo.21 Rispetto ai tipi C e D, le lastre C1 e D1, le meno lacunose delle loro serie, hanno per così dire il monopolio delle riproduzioni. Si tratta sempre di fotografie globali dell’esemplare, dapprima restaurato, poi, dagli anni ’80, derestaurato – vale a dire senza integrazione delle lacune, di norma in bianco e nero.22 Fotografie di qualche dettaglio delle lastre D sono state pubblicate negli Atti del XXIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici.23

    1.2. Le lastre da Tuscania, Ara del Tufo24

    1.2.1. Contesto archeologico

    11Posta sulla riva destra del Marta presso la strada che, fiancheggiando il fiume, s’inoltra nella valle in direzione di Tarquinia, a circa 3 km dal moderno centro abitato, la località di Ara del Tufo era nota già dagli anni ’60 del secolo scorso per la presenza di una necropoli dove Leonida Marchese,25 per conto della Soprintendenza, aveva effettuato alcuni scavi rinvenendo materiali di epoca arcaica.26 Nel 1979, nel corso di una ricognizione nell’area, alcuni volontari del Gruppo Archeologico Romano recuperarono un gruppo di frammenti di terrecotte architettoniche di prima fase:27 l’inconsueto ritrovamento spinse l’allora Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale ad avviare studi e ricerche sul sito e quindi a promuovere successive campagne di scavo28 con l’obiettivo di riportare alla luce la necropoli e soprattutto di chiarire il rapporto tra i suoi monumenti funerari e i numerosi frammenti di terrecotte che continuavano ad emergere dagli strati superficiali del terreno. La presenza a Tuscania di lastre di rivestimento architettonico figurate era peraltro nota sin dal 1856, quando Carlo Campanari ne rinvenne un certo numero in uno scavo da lui compiuto.29 Confluite nella Collezione del Marchese Campana, queste vennero poi acquisite dai musei di Monaco e di Parigi dove furono, salvo eccezioni,30 genericamente indicate come provenienti da Toscanella, come allora si chiamava il centro, mancando ogni dato sulla località dove era stato compiuto lo scavo.

    12Le indagini effettuate dalla Soprintendenza nel 1980, 1981, 1983 e 1992 hanno riportato alla luce 35 tombe dei tipi a fenditura superiore entro tumulo, a camera entro tumulo, a una o più camere ipogee, a fossa, a cassa e a cremazione in buca, tombe che, nonostante i saccheggi subiti nel tempo, hanno restituito materiali che attestano una continuità di frequentazione del sepolcreto dal VII al IV sec. a.C. con sporadici episodi di riuso in epoca romana.31 La concentrazione maggiore di terrecotte architettoniche interessa il settore centrale del sepolcreto (fig. 3), e in particolare il versante meridionale di tre tumuli gentilizi rispettivamente denominati 4, 8 e 10, in uso tra la fine del VII e la prima metà del VI sec. a.C. Le indagini condotte hanno così consentito di riconoscere come tali elementi fossero pertinenti al tetto di un sacello per il culto gentilizio, facente parte di un complesso che, convenzionalmente denominato Struttura 5, si attesta presso il versante meridionale del Tumulo 4, area che ha restituito le più alte percentuali di terrecotte. Malgrado gli sconvolgimenti subiti, in gran parte operati dalle arature, in parte dovuti alla presenza di alcune più tarde sepolture sovrappostesi agli strati arcaici, lo scavo ha posto in evidenza come le terrecotte giacessero frammiste a parti di crollo e a resti di bruciato in uno strato che, oltre a sigillare la fossa di fondazione dell’edificio, probabilmente a pianta rettangolare e definita sul margine orientale da alcuni blocchi di tufo rapportabili all’elevato,32 si estendeva anche alla zona a questo immediatamente circostante. La sacralità dell’area appare inoltre sottolineata sia dai resti di una struttura ad andamento circolare antistante il sacello, forse un altare secondo un modello che potrebbe richiamare un apprestamento noto a Grotta Porcina,33 sia dall’addensarsi in quest’area di diverse sepolture. Spicca fra queste la Tomba 12, in uso nel corso della piena età arcaica che, ricavata a quota profonda sotto il sacello, sembrerebbe rapportarsi al pari di altri sepolcri ivi presenti, al complesso cultuale, secondo un uso attestato altrove, come ad esempio alla Cuccumelletta di Vulci.34

    Fig. 3. Ara del Tufo. Planimetria del settore centrale: (a) della necropoli e (b) particolare della stessa (da Moretti Sgubini – Costantini 2025).

    13Vari e copiosi i resti di terrecotte restituiti dallo scavo, costituiti da elementi pertinenti a tutte le diverse parti che compongono un tetto quali frammenti di sculture acroteriali, acroteri ad intaglio, antefisse, tegole di gronda dipinte, sime dei tipi Tuscania Cavalieri al passo I e II e Cavalieri al galoppo I e II, lastre dei tipi Tuscania Scena di Partenza I, nelle due varianti, Scena di partenza II, anche queste nelle due varianti, e dei tipi Acquarossa A, B, C e D.35

    14Grazie ai ritrovamenti della necropoli di Ara del Tufo, cui si aggiungono almeno quelli di Sasso Pizzuto e di Guadocinto, si definisce così, come già da tempo proposto, la dibattuta ubicazione36 di sacelli destinati al culto funerario gentilizio eretti nel nostro, come in altri centri d’Etruria, presso sepolcri riconducibili a illustri esponenti delle élites locali.
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.2.2. Dal restauro alla ricomposizione delle lastre

    15Tempi lunghi ed esami accurati ha richiesto il restauro delle terrecotte a stampo di Ara del Tufo, non solo per il loro stato frammentario ma anche per le problematiche di conservazione del colore che, in alcuni casi preservato in modo straordinario, ne consente un più compiuto apprezzamento. Inizialmente eseguito presso i laboratori del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, tale lavoro è poi proseguito presso quelli del Museo Archeologico di Tuscania.

    16Per quanto riguarda le lastre dei tipi Acquarossa, il tipo C è documentato da sette lastre frammentarie che insieme ad altri 14 frammenti al momento isolati consentono di accertare la presenza di quattro lastre. Il tipo D è attestato da cinque parti di lastre ricomposte e 11 frammenti per ora isolati, ed anche in questo caso è accertata la presenza di almeno quattro lastre.

    17Nel frattempo, ultimati i lavori di consolidamento e adeguamento funzionale del monumentale ex Convento francescano di Santa Maria del Riposo, nel 1988 erano state inaugurate ed aperte al pubblico le sale del pianterreno dedicate alla mostra permanente delle sfarzose testimonianze dei complessi funerari appartenuti a illustri famiglie dell’aristocrazia etrusca dominanti a Tuscania nell’età ellenistica.37 Contestualmente è stato possibile, grazie ad una collaborazione con il Museo del Louvre, verificare la presenza di “attacchi” con le terrecotte di scavo ottocentesco conservate a Parigi, operazione che ha dato risultati positivi38 consentendo non solo di accertare definitivamente, almeno per quanto concerne le lastre figurate parigine, la loro provenienza da Ara del Tufo, ma restituendo anche memoria di interventi probabilmente eseguiti nel corso del XIX sec. dai Campanari nella necropoli.39
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.2.3. La presentazione museale

    18Nel progetto definitivo del museo,40 il primo piano dell’edificio era destinato ad accogliere le testimonianze provenienti dalle necropoli del territorio esposte secondo una sequenza topografico-cronologica. Dopo l’allestimento nel 1997 di una prima sala dedicata alla cultura materiale del centro in età orientalizzante, solo nel 2007 è stato finalmente possibile ultimare il percorso espositivo, arricchendo le sezioni già in progetto con i risultati di nuove scoperte effettuate nel frattempo nel territorio. Così in una grande sala destinata ad ospitare le esperienze dell’architettura funeraria di Tuscania è stata adottata una scelta espositiva che, già felicemente sperimentata a Viterbo per le terrecotte di Acquarossa, presenta al pubblico una proposta ricostruttiva del frontone del sacello per il culto gentilizio di Ara del Tufo ove le sime e le lastre di rivestimento architettonico dei tipi Tuscania, che in origine proteggevano l’intelaiatura lignea del tetto dell’edificio, sono state applicate su pannelli di plexiglass, integrando graficamente le lacune esistenti nel fregio; in una vetrina prossima sono state collocate invece le terrecotte architettoniche dei tipi Acquarossa A, B, C e D, probabilmente spettanti al rivestimento dei lati lunghi dell’edificio, anch’esse dotate di idonei supporti e, ove necessario, integrate graficamente (fig. 4).

    Fig. 4. Museo Archeologico Nazionale di Tuscania. Proposta ricostruttiva della decorazione frontonale del sacello di Ara del Tufo e vetrina con terrecotte architettoniche dei tipi Acquarossa A a D.

    19In particolare, per quanto riguarda i tipi C e D, sono esposte parti di cinque lastre ricomposte del primo tipo di cui si conserva anche un frammento isolato; del secondo sono parzialmente ricomposte tre lastre.41 Viene così offerto al visitatore, con una soluzione tanto suggestiva quanto di facile approccio anche per i non addetti ai lavori, non solo l’immagine del prospetto frontonale del sacello che sorgeva presso i tre tumuli gentilizi della necropoli, ma anche la vivida testimonianza di un artigianato artistico specializzato nell’architettura sacra ma non solo, come insegnano testimonianze di Acquarossa e forse della stessa Tuscania, la cui alta qualità si coglie anche nella cura profusa per la resa dei dettagli minori.
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.2.4. La pubblicazione delle lastre

    20Fino agli anni ’80 del secolo scorso quando presero l’avvio le indagini archeologiche nella necropoli di Ara del Tufo, le uniche lastre note dei tipi Tuscania erano quelle conservate nei musei di Parigi e di Monaco,42 testimonianze che però, come già accennato, non era possibile collegare ad una specifica località. Analogamente un frammento del tipo Acquarossa C, conservato tra i materiali della cosiddetta Raccolta Comunale e pubblicato in occasione della mostra di Milano del 1973,43 risultava avulso da qualunque contesto fino al momento in cui le campagne di scavo effettuate nel territorio, restituendo un cospicuo numero di analoghi frammenti, permisero di ricomporlo con quanto restava della lastra originaria accertandone definitivamente la provenienza.44 La maggior parte delle terrecotte architettoniche ricomposte è edita45 ed esposta, ma solo alcuni degli esemplari recuperati sono stati riprodotti a colori46 per condividere con la comunità scientifica, e non solo, la straordinaria policromia conservataci in alcuni di essi.
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.3. Le lastre da Tuscania, Guadocinto47

    1.3.1. Contesto archeologico

    21Tra la fine del 2005 e il 2006, nell’ambito di un progetto della Soprintendenza finalizzato alla conoscenza di complessi a carattere cultuale, furono avviate a Tuscania indagini di scavo in un’area dove alcune segnalazioni raccolte in loco indicavano la presenza di strutture monumentali e sculture animalistiche. Il sito oggetto di indagini risulta ubicato poco più a sud-est della necropoli di Madonna dell’Olivo ed occupa la sommità di un leggero rilievo che, sovrastando la sponda destra del Marta e la strada di collegamento tra Tuscania e Tarquinia, risulta prossimo, grazie a due guadi, all’importante via di comunicazione verso i centri del Biedano poi ricalcata dalla romana Clodia.48

    22A dispetto dell’obbiettivo alla base delle ricerche, è stato qui individuato, e quindi indagato nel corso di tre campagne di scavo e restauro svoltesi nel 2005-2006, 2009 e 2011, l’ampio settore di una necropoli monumentale che, in precedenza sconosciuta, manifesta aspetti legati a modelli e ad usi funerari molto vicini a quelli che caratterizzano il settore centrale della necropoli di Ara del Tufo. Qui come lì sono infatti presenti tre grandi tumuli, in questo caso in uso almeno sin dalla prima età arcaica e interamente costruiti, di circa 20 m di diametro (fig. 5): scaglionati su quote leggermente diverse questi appaiono disposti in una posizione preminente che assicura loro piena visibilità, sia da parte di chi percorre la strada di fondovalle, sia, soprattutto, dal Colle San Pietro sede dell’acropoli dell’antico abitato.

    Fig. 5. Guadocinto, planimetria generale (da Moretti Sgubini 2015).

    23Se poco si conserva e dunque si può dire del Tumulo 1, gli altri due complessi, malgrado i guasti subiti, si qualificano anzitutto per monumentalità e tecnica costruttiva. Del Tumulo 2 resta buona parte delle due camere in asse e del dromos, tutti interamente costruiti in blocchi isodomi di tufo, come pure realizzato in blocchi e lastre di tufo è il tamburo; diversamente il Tumulo 3 si distingue per l’uso nel tamburo di blocchi isodomi di nenfro poggianti su una raffinata modanatura a toro che grava su un filare di base in blocchi di tufo.49

    24Intensamente utilizzato è risultato lo spazio circostante questi due ultimi monumenti, secondo un uso documentato in altre necropoli gentilizie50 che vede affollarsi, intorno alle tombe maggiori, sepolture minori qui rappresentate da fosse, rinvenute per lo più prive di corredo, da inumazioni in cassa o in sarcofago di pietra e da tombe a buca per cremati, tutte probabilmente riferibili a individui legati da vincoli di parentela o clientelare ai nobili titolari dei grandi tumuli. Si distingue da queste una piccola tomba a edicola affine a modelli noti a Populonia che, ubicata presso il Tumulo 3 e accuratamente realizzata in blocchi di nenfro, accolse la sepoltura di una giovane donna.51 Di ben maggiore impegno doveva essere una più imponente struttura probabilmente funeraria a pianta quadrangolare, più tardi oggetto di riuso, che si elevava nel residuo spazio fra i tre tumuli: anch’essa interamente costruita e probabilmente dotata di una fronte porticata impreziosita da pregevoli elementi architettonici in nenfro, questa doveva essere decorata sul tetto da tre grandi acroteri, pure in nenfro, raffiguranti giovani su ippocampo, raffinati prodotti riferiti a scultori di scuola vulcente.52

    25Nonostante gli sconvolgimenti causati dalle spoliazioni antiche, dai lavori agricoli e dai saccheggi ad opera di scavatori clandestini, lo scavo ha restituito anche ragguardevoli resti dei corredi pertinenti ai complessi principali, ove figurano sia ceramiche d’importazione talora di particolare qualità, sia di produzione etrusca, che documentano una frequentazione tra la prima metà del VI e gli inizi del IV sec. a.C. di questo settore del sepolcreto che indubbiamente si qualifica per monumentalità e complessità di soluzioni architettoniche.

    26L’importanza di quanto riportato in luce risulta ulteriormente apprezzabile grazie anche al rinvenimento di una rilevante mole di terrecotte architettoniche che documentano anche a Guadocinto la presenza di strutture destinate al culto funerario degli illustri esponenti della compagine sociale tuscaniese deposti nelle tombe. Presso il Tumulo 2 e soprattutto sul versante settentrionale del Tumulo 3 sono stati infatti riportati in luce antefisse, acroteri a ritaglio, tegole, embrici, gocciolatoi a testa felina, elementi a tutto tondo, sime a toro e cornice baccellata e lastre dei tipi Tuscania Scena di partenza I nelle due varianti, Tuscania Scena di partenza II, nota in tre varianti, Acquarossa C e Acquarossa D. Del tipo C restano parti di nove lastre ricomposte e 17 frammenti al momento isolati, che documentano la presenza di almeno tre elementi; il tipo D è documentato da 20 frammenti per ora isolati e 17 parti ricomposte pertinenti ad almeno otto lastre. Un’analoga situazione è stata individuata anche presso il margine occidentale del Tumulo 1 ove, sebbene in minore quantità, sono stati recuperati frammenti di terrecotte architettoniche di prima fase. Riconosciute pertinenti ad almeno due tipi in precedenza non attestati, queste, denominate Tuscania/Guadocinto A e Tuscania/Guadocinto B, presentano in entrambi i casi scene di partenza di guerriero con armati e cavalieri, in movimento verso destra e verso sinistra.53

    27Sulla base della giacitura dei due gruppi di terrecotte come pure dei tipi delle scene figurate sembra al momento possibile pensare che in questo settore del sepolcreto fossero presenti due distinti sacelli, dei quali il primo, di cronologia seppur di poco più antica, sembrerebbe potersi porre in rapporto con il Tumulo 1, mentre il secondo potrebbe essere collegato ai Tumuli 2 e 3. Quanto osservato sembra tuttavia destinato a restare a livello d’ipotesi tenendo conto che tutta l’area ad ovest del sepolcreto e in parte gli stessi monumenti sono risultati ampiamente sconvolti fra l’altro da massicci fenomeni franosi collegati a profondi dissesti subiti dal costone che sovrasta e delimita ad occidente il sepolcreto, dissesti probabilmente rapportabili ad eventi sismici i cui esiti si colgono anche in altre necropoli di Tuscania.54
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.3.2. La presentazione museale

    28All’indomani della prima campagna di scavo sono stati subito avviati i lavori di restauro che hanno consentito di presentare già nel 2007, anno in cui è stato portato a compimento l’allestimento del percorso espositivo del Museo di Tuscania, i primi eccezionali risultati delle indagini compiute. Il grande salone centrale al primo piano del Museo che, nel progetto originario era stato destinato a funzioni di sala polivalente, ha accolto in sei vetrine alcune delle più significative testimonianze provenienti da Guadocinto, che vedono affiancarsi alle sculture in nenfro da un lato una scelta delle preziose ceramiche rinvenute dallo scavo, dall’altro una selezione delle terrecotte architettoniche comprendenti i quattro tipi di lastre già noti presentati con un esemplare per tipo (fig. 6).

    Fig. 6. Museo Archeologico Nazionale di Tuscania: vetrine della necropoli di Guadocinto.

    29L’allestimento, realizzato in tempi molto brevi e con carattere provvisorio per la necessità di rendere immediatamente noti i nuovi dati che lo scavo aveva restituito, ha rappresentato, insieme all’apertura delle nuove sale, il momento conclusivo del Convegno Archeologia nella Tuscia organizzato dall’Università degli Studi della Tuscia e dalla Soprintendenza.
    (A.M.S.M., S.C.)

    1.3.3. La pubblicazione delle lastre

    30Nel 2010 sono stati pubblicati gli Atti del Convegno Archeologia nella Tuscia dove comparivano solo pochi frammenti delle lastre architettoniche55 riproposte poi, con numerosi aggiornamenti, ivi compresi i nuovi tipi, nel 2011 negli Atti del Convegno Deliciae Fictiles IV;56 ma anche in questa pubblicazione i tipi Acquarossa C e D sono presenti con due soli esemplari. Un progetto, attualmente in fase di definizione, prevede la documentazione e lo studio di tutti i materiali ancora inediti che consentirà di definire ulteriormente le problematiche proposte dalla necropoli di Guadocinto specie per quanto concerne l’ubicazione delle strutture cultuali che resta, come detto, problematica.
    (A.M.S.M., S.C.)

    Notes de bas de page

    1Rystedt 1986, p. 31; Fenelli 1989, p. 432-433.

    2Rossi Danielli 1959, p. 20 (riedizione di una pubblicazione del 1908); Andrén 1974, p. 6, nt. 37.

    3Sotto la direzione di C.E. Östenberg fino al 1975: Rystedt 1986, p. 31.

    4Strandberg Olofsson 1984, p. 15.

    5Cf. in particolare Torelli 1983, p. 485-492; 1985, p. 30-32; 1992 (nuova versione: Torelli 1997, p. 87-121); Briquel 2017. Breve sintesi della discussione relativa alla funzione dell’edificio: Strandberg Olofsson 1985, p. 56‑57.

    6Östenberg 1975, p. 17‑26; Strandberg Olofsson 1984, p. 15‑26 e 81-82; 1985, p. 54‑56; Rystedt 1986, p. 31; Strandberg Olofsson 1986a.

    7Per la cronologia della fase: Strandberg Olofsson 1996 e 2004; anche infra p. xxx.

    8Strandberg Olofsson 1984, p. 145‑157.

    9Strandberg Olofsson 1984, p. 36 e 120-127; 1986a, p. 85‑86; 1994a, p. 274.

    10Strandberg Olofsson 1984, p. 37 e 128-134; 1986a, p. 85‑86; 1994a, p. 274. A titolo di confronto, per il tipo A venne calcolato un numero minimo di 43 lastre sulla base di 68 gruppi di frammenti o units conservati. Per il tipo B, di cui sussistono 14 gruppi, il numero minimo di lastre è 10; per ipotesi, il numero originario ammonterebbe a 12.

    11Tipi A e B: cornice a cavetto con 37 baccelli convessi; tipi C e D: cornice a cavetto con 26 baccelli concavi.

    12Östenberg 1975, p. 165.

    13Strandberg Olofsson 1984, p. 73-75 e 77-80, con la fig. 49 a p. 74 (= Case e palazzi d’Etruria 1985, p. 56, fig. I.9); 1986a, p. 86‑89 e fig. 96.

    14Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte: Stoccolma (1972‑1973) e Milano (1973). Cf. Cristofani 1973, p. 454‑455.

    15Su Acquarossa, p. 41‑58 del catalogo (testi di E. Rystedt, M. Strandberg Olofsson, Ch. e Ö. Wikander).

    16Antonelli 1986; Ceschi 1986; Berlingò 1997, p. 7-21.

    17Strandberg Olofsson 1986a; 1986b; 1986c.

    18A seguito di un rinnovo nel 2009, le lastre del livello inferiore sono ormai presentate sul fondo di una ricostruzione grafica basata in realtà su frammenti provenienti da Tuscania (cf. infra p. 28).

    19Le lastre sono avvitate nella struttura espositiva rendendo difficile la loro deposizione, ed è pertanto necessario l’uso di una scala per l’osservazione ravvicinata.

    20Lista infra, p. xxx.

    21Strandberg Olofsson 1986a, p. 90, n. 125 (= C1), 126 (= C9), 127 (= C16), 128 (= D1), 129 (= D10) e 130 (= D12).

    22C1: Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte 1973, tav. XII (in alto); Città etrusche 1974, p. 264, fig. 1 (a colori); Andrén 1974, tav. XXIV, fig. 53; Östenberg 1975, p. 168 (in alto); Torelli 1983, p. 498, fig. 9; Strandberg Olofsson 1984, p. 25, tav. III, 1; 1985, p. 58, fig. 1.35; 1986a, p. 85, fig. 86; Torelli 1992, p. 263, fig. 19; Strandberg Olofsson 1994a, p. 273, fig. 5; Torelli 1997, p. 107, fig. 85; Principi etruschi 2000, p. 160, fig. 120 (a colori); Étrusques 2013, p. 148, fig. 128 (a colori). C9: Strandberg Olofsson 1984, p. 25, tav. III, 2; 1986a, p. 85, fig. 87. La lastra con banchetto in Torelli 1997, segnalata come esemplare da Acquarossa nel Museo di Viterbo, risulta essere in realtà una ripresa capovolta della lastra n. inv. 114185 in vetrina nel Museo di Tuscania e proveniente da Ara del Tufo. L’errore risale forse a Barbieri 1991 (p. 20, fig. 3 – fotografia nella direzione giusta; inoltre la fig. 4 illustra una lastra di tipo D erroneamente attribuita a Acquarossa). D1: Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte 1973, tav. XII (in basso); Andrén 1974, tav. XXIV, fig. 54; Östenberg 1975, p. 169 (in basso); Torelli 1983, p. 498, fig. 10; Strandberg Olofsson 1984, p. 26, tav. IV, 1; 1985, p. 58, fig. 1.35; 1986a, p. 85, fig. 88; Torelli 1992, p. 263, fig. 20; Strandberg Olofsson 1994a, p. 273, fig. 6; Torelli 1997, p. 107, fig. 86; Principi etruschi 2000, p. 160, fig. 121 (a colori); Étrusques 2013, p. 147, fig. 127 (a colori). D10: Östenberg 1975, p. 185, in basso, a des. (framm. a colori); Architettura etrusca nel Viterbese 1986, tav. X, 2 (a colori). D12: Strandberg Olofsson 1984, p. 26, tav. IV, 2. Frammento della parte centrale di D2 e un altro della parte destra di D3 in Östenberg 1975, p. 185 (in alto a sin. e a des.).

    23Fontaine 2019, tav. XCI, a e XCII, a e d.

    24L’intera sezione 1.2. è a cura di A.M. Moretti Sgubini e S. Costantini.

    25Studioso di origine pugliese, laureato in numismatica, lavorò a lungo presso il Museo di Tarquinia dove seguì, tra l’altro, le prime campagne di scavo nell’area della Civita. Fu spesso presente anche nel territorio di Tuscania, dove compilò il primo registro inventariale dei materiali archeologici, oggi indicati convenzionalmente come Raccolta Comunale, conservati nel locale museo sito fino al 1971, anno del terremoto, nell’episcopio della basilica di San Pietro. Nel 1964 pubblicò la prima guida del Museo: Marchese 1964. Per alcuni cenni biografici sulla figura di Leonida Marchese, si veda Romanelli 1975.

    26Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 163‑164, fig. 2. I materiali sono oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Tuscania.

    27Moretti Sgubini 1981; Coccia 1982; Moretti Sgubini – Ricciardi 1982, p. 133.

    28Moretti Sgubini – Ricciardi 1982; 1993. L’edizione integrale dei risultati delle campagne di scavo 1980-1981, 1983 è attualmente in avanzato corso di studio.

    29Gaultier 1993, p. 187-188.

    30Nel Museo del Louvre alcuni frammenti furono erroneamente indicati provenienti da Cerveteri: Gaultier 1993, p. 188, 190.

    31Moretti Sgubini – Ricciardi 1982, p. 139.

    32Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 176‑177; Moretti Sgubini 2015, p. 618-619, fig. 29. Le terrecotte di Ara del Tufo sono state successivamente prese in esame da N. Winter nel suo studio dedicato alle terrecotte architettoniche decorate (Winter 2009, p. 561-562, ivi riferimenti ai diversi tipi analizzati nel volume), che ha creduto di poter riconoscere in esse i resti di due diversi tetti realizzati a distanza di circa un decennio. Contra: Moretti Sgubini – Ricciardi 2011a.

    33Come a suo tempo suggerito da Giovanni Colonna: Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 164-165, 177.

    34Moretti Sgubini 2015, p. 612.

    35Moretti Sgubini – Ricciardi 1993; Winter 2009, p. 241-247, 262-263, 267-268, 275-281.

    36Moretti Sgubini 2015, p. 617-619, in particolare nt. 126-127. Su Sasso Pizzuto (o Pinzuto), da ultimo, Moretti Sgubini – Costantini 2025, p. 59-61.

    37Moretti Sgubini 1991.

    38Gaultier 1993.

    39Discussa la pertinenza al sacello di Ara del Tufo delle statue acroteriali conservate a Parigi. Cf. Moretti Sgubini – Ricciardi 2011a, p. 78.

    40Moretti Sgubini 1986b.

    41Parte di queste lastre sono allestite nella vetrina che riproduce, con l’ausilio di ingrandimenti fotografici, il dromos di accesso alla Tomba 10 dove furono ritrovate.

    42Andrén 1974 con bibliografia precedente.

    43Melis 1973b e tav. XXVII a.

    44Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 181.

    45Moretti Sgubini – Ricciardi 1982 e 1993; è attualmente in corso di stampa la monografia sulla necropoli di Ara del Tufo, nella quale saranno pubblicate integralmente anche tutte le terrecotte architettoniche.

    46Architettura etrusca nel Viterbese 1986, tav. XIV:2; Moretti Sgubini 1991, p. 10-11, fig. 2-6.

    47L’intera sezione 1.3. è a cura di A.M. Moretti Sgubini e S. Costantini.

    48Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, p. 49.

    49Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, p. 51-57.

    50Moretti Sgubini 2015, p. 620.

    51Costantini – Ricciardi 2015.

    52Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 155; Moretti Sgubini 2015, p. 620.

    53Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 159-160.

    54Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 161.

    55Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, fig. 21-22.

    56Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, fig. 6-15.

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    1Rystedt 1986, p. 31; Fenelli 1989, p. 432-433.

    2Rossi Danielli 1959, p. 20 (riedizione di una pubblicazione del 1908); Andrén 1974, p. 6, nt. 37.

    3Sotto la direzione di C.E. Östenberg fino al 1975: Rystedt 1986, p. 31.

    4Strandberg Olofsson 1984, p. 15.

    5Cf. in particolare Torelli 1983, p. 485-492; 1985, p. 30-32; 1992 (nuova versione: Torelli 1997, p. 87-121); Briquel 2017. Breve sintesi della discussione relativa alla funzione dell’edificio: Strandberg Olofsson 1985, p. 56‑57.

    6Östenberg 1975, p. 17‑26; Strandberg Olofsson 1984, p. 15‑26 e 81-82; 1985, p. 54‑56; Rystedt 1986, p. 31; Strandberg Olofsson 1986a.

    7Per la cronologia della fase: Strandberg Olofsson 1996 e 2004; anche infra p. xxx.

    8Strandberg Olofsson 1984, p. 145‑157.

    9Strandberg Olofsson 1984, p. 36 e 120-127; 1986a, p. 85‑86; 1994a, p. 274.

    10Strandberg Olofsson 1984, p. 37 e 128-134; 1986a, p. 85‑86; 1994a, p. 274. A titolo di confronto, per il tipo A venne calcolato un numero minimo di 43 lastre sulla base di 68 gruppi di frammenti o units conservati. Per il tipo B, di cui sussistono 14 gruppi, il numero minimo di lastre è 10; per ipotesi, il numero originario ammonterebbe a 12.

    11Tipi A e B: cornice a cavetto con 37 baccelli convessi; tipi C e D: cornice a cavetto con 26 baccelli concavi.

    12Östenberg 1975, p. 165.

    13Strandberg Olofsson 1984, p. 73-75 e 77-80, con la fig. 49 a p. 74 (= Case e palazzi d’Etruria 1985, p. 56, fig. I.9); 1986a, p. 86‑89 e fig. 96.

    14Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte: Stoccolma (1972‑1973) e Milano (1973). Cf. Cristofani 1973, p. 454‑455.

    15Su Acquarossa, p. 41‑58 del catalogo (testi di E. Rystedt, M. Strandberg Olofsson, Ch. e Ö. Wikander).

    16Antonelli 1986; Ceschi 1986; Berlingò 1997, p. 7-21.

    17Strandberg Olofsson 1986a; 1986b; 1986c.

    18A seguito di un rinnovo nel 2009, le lastre del livello inferiore sono ormai presentate sul fondo di una ricostruzione grafica basata in realtà su frammenti provenienti da Tuscania (cf. infra p. 28).

    19Le lastre sono avvitate nella struttura espositiva rendendo difficile la loro deposizione, ed è pertanto necessario l’uso di una scala per l’osservazione ravvicinata.

    20Lista infra, p. xxx.

    21Strandberg Olofsson 1986a, p. 90, n. 125 (= C1), 126 (= C9), 127 (= C16), 128 (= D1), 129 (= D10) e 130 (= D12).

    22C1: Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte 1973, tav. XII (in alto); Città etrusche 1974, p. 264, fig. 1 (a colori); Andrén 1974, tav. XXIV, fig. 53; Östenberg 1975, p. 168 (in alto); Torelli 1983, p. 498, fig. 9; Strandberg Olofsson 1984, p. 25, tav. III, 1; 1985, p. 58, fig. 1.35; 1986a, p. 85, fig. 86; Torelli 1992, p. 263, fig. 19; Strandberg Olofsson 1994a, p. 273, fig. 5; Torelli 1997, p. 107, fig. 85; Principi etruschi 2000, p. 160, fig. 120 (a colori); Étrusques 2013, p. 148, fig. 128 (a colori). C9: Strandberg Olofsson 1984, p. 25, tav. III, 2; 1986a, p. 85, fig. 87. La lastra con banchetto in Torelli 1997, segnalata come esemplare da Acquarossa nel Museo di Viterbo, risulta essere in realtà una ripresa capovolta della lastra n. inv. 114185 in vetrina nel Museo di Tuscania e proveniente da Ara del Tufo. L’errore risale forse a Barbieri 1991 (p. 20, fig. 3 – fotografia nella direzione giusta; inoltre la fig. 4 illustra una lastra di tipo D erroneamente attribuita a Acquarossa). D1: Gli Etruschi. Nuove ricerche e scoperte 1973, tav. XII (in basso); Andrén 1974, tav. XXIV, fig. 54; Östenberg 1975, p. 169 (in basso); Torelli 1983, p. 498, fig. 10; Strandberg Olofsson 1984, p. 26, tav. IV, 1; 1985, p. 58, fig. 1.35; 1986a, p. 85, fig. 88; Torelli 1992, p. 263, fig. 20; Strandberg Olofsson 1994a, p. 273, fig. 6; Torelli 1997, p. 107, fig. 86; Principi etruschi 2000, p. 160, fig. 121 (a colori); Étrusques 2013, p. 147, fig. 127 (a colori). D10: Östenberg 1975, p. 185, in basso, a des. (framm. a colori); Architettura etrusca nel Viterbese 1986, tav. X, 2 (a colori). D12: Strandberg Olofsson 1984, p. 26, tav. IV, 2. Frammento della parte centrale di D2 e un altro della parte destra di D3 in Östenberg 1975, p. 185 (in alto a sin. e a des.).

    23Fontaine 2019, tav. XCI, a e XCII, a e d.

    24L’intera sezione 1.2. è a cura di A.M. Moretti Sgubini e S. Costantini.

    25Studioso di origine pugliese, laureato in numismatica, lavorò a lungo presso il Museo di Tarquinia dove seguì, tra l’altro, le prime campagne di scavo nell’area della Civita. Fu spesso presente anche nel territorio di Tuscania, dove compilò il primo registro inventariale dei materiali archeologici, oggi indicati convenzionalmente come Raccolta Comunale, conservati nel locale museo sito fino al 1971, anno del terremoto, nell’episcopio della basilica di San Pietro. Nel 1964 pubblicò la prima guida del Museo: Marchese 1964. Per alcuni cenni biografici sulla figura di Leonida Marchese, si veda Romanelli 1975.

    26Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 163‑164, fig. 2. I materiali sono oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Tuscania.

    27Moretti Sgubini 1981; Coccia 1982; Moretti Sgubini – Ricciardi 1982, p. 133.

    28Moretti Sgubini – Ricciardi 1982; 1993. L’edizione integrale dei risultati delle campagne di scavo 1980-1981, 1983 è attualmente in avanzato corso di studio.

    29Gaultier 1993, p. 187-188.

    30Nel Museo del Louvre alcuni frammenti furono erroneamente indicati provenienti da Cerveteri: Gaultier 1993, p. 188, 190.

    31Moretti Sgubini – Ricciardi 1982, p. 139.

    32Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 176‑177; Moretti Sgubini 2015, p. 618-619, fig. 29. Le terrecotte di Ara del Tufo sono state successivamente prese in esame da N. Winter nel suo studio dedicato alle terrecotte architettoniche decorate (Winter 2009, p. 561-562, ivi riferimenti ai diversi tipi analizzati nel volume), che ha creduto di poter riconoscere in esse i resti di due diversi tetti realizzati a distanza di circa un decennio. Contra: Moretti Sgubini – Ricciardi 2011a.

    33Come a suo tempo suggerito da Giovanni Colonna: Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 164-165, 177.

    34Moretti Sgubini 2015, p. 612.

    35Moretti Sgubini – Ricciardi 1993; Winter 2009, p. 241-247, 262-263, 267-268, 275-281.

    36Moretti Sgubini 2015, p. 617-619, in particolare nt. 126-127. Su Sasso Pizzuto (o Pinzuto), da ultimo, Moretti Sgubini – Costantini 2025, p. 59-61.

    37Moretti Sgubini 1991.

    38Gaultier 1993.

    39Discussa la pertinenza al sacello di Ara del Tufo delle statue acroteriali conservate a Parigi. Cf. Moretti Sgubini – Ricciardi 2011a, p. 78.

    40Moretti Sgubini 1986b.

    41Parte di queste lastre sono allestite nella vetrina che riproduce, con l’ausilio di ingrandimenti fotografici, il dromos di accesso alla Tomba 10 dove furono ritrovate.

    42Andrén 1974 con bibliografia precedente.

    43Melis 1973b e tav. XXVII a.

    44Moretti Sgubini – Ricciardi 1993, p. 181.

    45Moretti Sgubini – Ricciardi 1982 e 1993; è attualmente in corso di stampa la monografia sulla necropoli di Ara del Tufo, nella quale saranno pubblicate integralmente anche tutte le terrecotte architettoniche.

    46Architettura etrusca nel Viterbese 1986, tav. XIV:2; Moretti Sgubini 1991, p. 10-11, fig. 2-6.

    47L’intera sezione 1.3. è a cura di A.M. Moretti Sgubini e S. Costantini.

    48Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, p. 49.

    49Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, p. 51-57.

    50Moretti Sgubini 2015, p. 620.

    51Costantini – Ricciardi 2015.

    52Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 155; Moretti Sgubini 2015, p. 620.

    53Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 159-160.

    54Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, p. 161.

    55Moretti Sgubini – Ricciardi 2010, fig. 21-22.

    56Moretti Sgubini – Ricciardi 2011b, fig. 6-15.

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    Fontaine, P., Moretti Sgubini, A. M., & Costantini, S. (2025). Capitolo 1. Le lastre architettoniche figurate a stampo da Acquarossa e da Tuscania: dallo scavo alla pubblicazione. In Festa in mostra. Rome: Publications de l’École française de Rome. https://doi.org/10.4000/159sq
    Fontaine, Paul, Anna Maria Moretti Sgubini, et Sara Costantini. « Capitolo 1. Le lastre architettoniche figurate a stampo da Acquarossa e da Tuscania: dallo scavo alla pubblicazione ». In Festa in mostra. Rome: Publications de l’École française de Rome, 2025. doi:10.4000/159sq.
    Fontaine, Paul, et al. « Capitolo 1. Le lastre architettoniche figurate a stampo da Acquarossa e da Tuscania: dallo scavo alla pubblicazione ». Festa in mostra, Publications de l’École française de Rome, 2025, https://doi.org/10.4000/159sq.

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