Capitolo 4
Le ceramiche palermitane: produzioni urbane semi-industriali?
p. 81-170
Texte intégral
4.1. La produzione di Palermo di età islamica a partire dalle tracce sulla ceramica
1Le indagini archeologiche condotte a Palermo non hanno restituito fornaci databili a età islamica o normanna con la sola eccezione di quella normanna rinvenuta sotto il teatro Santa Cecilia.1 Questa povertà di testimonianze ha spinto i ricercatori a formulare ipotesi sull’organizzazione della produzione ceramica della capitale siciliana a partire soprattutto dal ritrovamento di scarti o accessori utilizzati come distanziatori durante la cottura,2 spesso pertinenti a contesti le cui modalità di ritrovamento non sono del tutto affidabili e comunque relativi a un ambito cronologico attribuito alla tarda età islamica o a cavallo tra età islamica e normanna.3 Recentemente nuove informazioni, sebbene ancora preliminari e non sempre chiare, sono giunte grazie ai numerosi scavi di emergenza urbani realizzati negli ultimi anni dalla Soprintendenza Archeologica di Palermo, nel corso dei quali sono state identificate possibili fornaci, scarichi di fornace e diverse tracce pertinenti alla produzione ceramica.4
2Un altro elemento che, nel corso del tempo, ha reso la presenza di una produzione palermitana durante l’età islamica e normanna una certezza, è rappresentato dalle analisi petrografiche5 e chimiche.6 Queste hanno identificato nelle cosiddette “argille di Ficarazzi”, localizzate in cave situate nel litorale compreso tra Acqua dei Corsari e la foce del fiume Eleuterio e alla foce del fiume Oreto, la materia prima utilizzata per la gran parte delle produzioni fittili di Palermo.
3In questa sede si vuole offrire una panoramica dell’organizzazione delle produzioni palermitane di età islamica partendo da un punto di vista differente rispetto a quelli sino ad ora utilizzati, anche se, come si vedrà, i risultati saranno simili a quelli in precedenza proposti. Invece di analizzare gli scarti di fornace, presenti in maniera piuttosto limitata nei contesti a disposizione,7 si avanzeranno ipotesi sulla base delle caratteristiche macroscopiche dei frammenti analizzati, e in particolare considerando elementi quali: impasti, caratteristiche tecnologiche, trattamenti di superficie e tracce lasciate dai distanziatori sui manufatti. È nostra convinzione che questo tipo di approccio possa contribuire a fornire un quadro più dettagliato rispetto a quello tracciato fino ad ora, capace di includere tutte le categorie ceramiche prodotte a Palermo8 e può costituire lo spunto per ulteriori ricerche in questo senso, che richiederanno un più ampio ausilio di analisi archeometriche, di cui questa ricerca si è avvalsa, ma in maniera limitata.
4Questo tipo di analisi consente dunque di osservare la compresenza di sistemi produttivi con specializzazioni diverse che operavano contemporaneamente. In particolare la produzione palermitana può essere ricondotta a tre ambiti specializzati principali,9 che abbiamo convenzionalmente chiamato Produzione 1, Produzione 2 e Produzioni da fuoco. Ad ognuna di queste famiglie produttive non corrisponde una singola bottega, ma vi erano di sicuro numerosi ateliers che erano ulteriormente specializzati, anche se non è possibile sapere se e come erano connessi tra loro10 né dove fossero localizzati.
5Alla Produzione 111 sono riconducibili principalmente oggetti di piccole e medie dimensioni destinati in prevalenza alla tavola, all’illuminazione e all’igiene personale. La caratteristica principale che accomuna quasi tutti questi manufatti12 è la presenza di un forte schiarimento superficiale. Una parte di questa produzione, inoltre, è ricoperta da uno strato vetroso trasparente, opalescente o opaco.13 Questo primo tipo di produzione è realizzato sempre al tornio veloce, mentre la cottura avveniva, per lo meno per le ceramiche rivestite, in due infornate verosimilmente all’interno di forni a barre, o comunque mediante l’utilizzo di un sistema di impilaggio che prevedeva l’uso di barre.14 Il dato palermitano rispecchia un più ampio uso di questo tipo di cottura, associato alla produzione del corredo da mensa invetriato e non, nel mondo islamico e in ambito mediterraneo.15 L’introduzione dei forni a barre in Sicilia, documentata dal ritrovamento di questo tipo di forni o di scarti che ne suggeriscono l’uso,16 sembrerebbe avvenire conseguentemente all’arrivo degli arabo-musulmani, ed è pertanto uno di quegli elementi che è possibile ricondurre a un processo di islamizzazione del sistema produttivo. Diversi indizi, sin dai ritrovamenti più antichi, testimoniano che questa produzione era associata ai forni a barre. Innanzitutto, il vasellame invetriato riconducibile alla Produzione 1 presenta in molti casi tracce del distacco dalle barre. Inoltre, queste ultime sono attestate in maniera costante in diversi siti urbani17 e sono talvolta caratterizzate da colature di vetrina, elemento che conferma dunque l’associazione di questi distanziatori alle produzioni con rivestimenti vetrosi. Al contrario, occorre precisare che, fino a questo momento, sulle ceramiche databili ad età islamica non sono mai ravvisabili segni del distacco dalle cosiddette “zampe di gallo” o da ganci,18 distanziatori che, invece, sono stati identificati in contesti della prima e tarda età normanna.19 Ci si riferisce in particolare ai ritrovamenti di Palazzo Lungarini e di Santa Cecilia.20 È interessante menzionare a questo proposito anche i ritrovamenti di arco dei Cartari e dell’ex Monastero dei Benedettini Bianchi a Palermo. Per questi due siti, infatti, vi è la possibilità che possa trattarsi di contesti di età islamica. Nel caso del Monastero dei Benedettini Bianchi, in cui sono documentati barre e ganci,21 due recenti ipotesi tendono a rialzare la cronologia alla seconda metà dell’XI, quindi a cavallo tra l’età islamica e l’età normanna.22 Nel caso di arco dei Cartari, in cui si segnalano la presenza di barre e zampe di gallo, la cronologia proposta sulla base dello studio preliminare è all’età islamica, ma non si esclude un prolungamento ad età normanna.23 Sempre in Sicilia, l’associazione di zampe di gallo con i forni a barre è documentata tra i materiali di scarico di S. Lucia ad Agrigento.24 Un altro aspetto importante nell’organizzazione delle botteghe che producevano le ceramiche della Produzione 1 riguarda le figure professionali specializzate che operavano per fabbricare il vasellame. Se la presenza costante e regolare di artigiani che si occupavano di tutti gli aspetti che interessavano il processo che andava dalla modellazione alla cottura dei pezzi è certa, per le produzioni invetriate bisogna immaginare la presenza innanzitutto di figure specializzate nella fabbricazione delle vetrine, e poi di artisti che si occupavano della realizzazione dei motivi dipinti, per lo meno di quelli più complessi. Nel mondo islamico non ci sono molte fonti scritte che forniscono delucidazioni su questo argomento, però alcune ipotesi sono state formulate sulla base delle iscrizioni presenti su produzioni ceramiche per lo più di lusso.25 Infine, il ritrovamento di una barra contraddistinta da caratteri in arabo tra i materiali dello scavo di Santa Cecilia,26 indica che nel XII secolo gli artigiani, per lo meno quelli di questa bottega, fossero arabofoni.
6La Produzione 227 comprende un’ampia gamma di forme dalle diverse funzioni, tra le quali si ricordano anfore e anforette da mensa, dispensa e/o trasporto, orcioli, bacili, vasi da senia ecc.28 Anche in questo caso si tratta di vasellame realizzato al tornio ma, a differenza della Produzione 1, le superfici sono acrome, o tutt’al più caratterizzate da un leggero schiarimento o scurimento superficiale, e sono segnate in maniera evidente dalle tracce del tornio, chiamate spesso in letteratura cordonature o cannelures. L’assenza di tracce di distacco da distanziatori tipo barre o zampe di gallo induce a ritenere l’impiego di un altro tipo di impilaggio per la cottura della Produzione 2. Indizi in questo senso sono osservabili da un dettaglio presente sui fondi umbonati delle anfore e degli orcioli e sulle prese di alcuni vasi da senia, soprattutto negli individui caratterizzati da schiarimento o scurimento superficiale. Il forte viraggio cromatico al livello del fondo, che si presenta, a differenza del resto del corpo, rosso vivo (fig. 11), induce a ritenere che questi oggetti fossero impilati l’uno sull’altro, impiegando anche distanziatori ad anello, di cui si conserva qualche esempio nei contesti qui analizzati (fig. 11). Questo elemento, assieme al repertorio morfologico documentato nella Produzione 2, consente di prendere come modello le fornaci della Valle dei Templi di Agrigento29 e di ipotizzare pertanto l’uso delle fornaci del tipo a piano forato.30
Fig. 11. Tracce di cottura della Produzione 2 e distanziatore circolare.

7Le Produzioni da fuoco sono quelle più complesse da affrontare e in questa sede non sarà possibile chiarire fino in fondo i diversi aspetti ad esse connesse. Per fare ciò saranno necessarie, infatti, più estese indagini archeometriche al fine di chiarire gli aspetti tecnologici e quelli legati alla provenienza di questo vasellame. La variabilità degli impasti e delle cotture ha reso piuttosto difficile e incerta la classificazione macroscopica. Le analisi petrografiche hanno infatti rivelato che, in alcuni casi, impasti ritenuti macroscopicamente simili appartengono in realtà a gruppi diversi, mentre viceversa impasti classificati come differenti, sono varianti di una stessa produzione.31 Il gruppo petrografico CF1 è l’unico del tutto compatibile con l’uso di materie prime riferibili alle argille di Ficarazzi, mentre i gruppi CF2, CF3 e CF4.1 lo sono solo parzialmente. Presentano ulteriori differenze i gruppi CF4.2, CF4.3 e CF5, per i quali si suppone comunque una provenienza dall’areale di Palermo. L’ipotesi di una produzione palermitana in questi ultimi casi, oltre che dalla compatibilità geologica, è avallata anche dallo studio morfologico e quantitativo, tenendo in considerazione allo stesso tempo le altre produzioni note siciliane coeve, tra le quali non è documentato un panorama morfologico e tecnologico simile. Quello che appare chiaro all’interno delle produzioni da fuoco, alla luce delle analisi petrografiche, è che a Palermo, o nelle sue immediate vicinanze, vi fossero diversi ateliers specializzati, che utilizzavano fonti di approvvigionamento di materie prime differenti e diverse tecnologie. Il repertorio morfologico, invece, è tutto sommato simile e si compone in prevalenza di olle, ma anche di teglie, tripodi e coperchi. Le olle sono tutte realizzate al tornio veloce, mentre le teglie e i tripodi sono, invece, modellati con la tecnica a colombino, o a mano e rifiniti al tornio. Vi è poi una ulteriore produzione da fuoco contraddistinta da un impasto contenente calcite spatica macinata e aggiunta come degrassante (impasti PA?12 e PA?27) e che, invece, è costituita in prevalenza dalle olle con orlo introflesso, probabilmente realizzate a colombino e rifinite al tornio lento, e da poche teglie. Anche in questo caso, sebbene le analisi petrografiche non diano certezze sulla provenienza,32 si ritiene, sulla base della diffusione di questi individui nella capitale siciliana e sull’ipotesi dell’esistenza di diversi centri in Sicilia che producevano forme simili con la stessa tecnologia,33 che si tratti di una produzione specializzata realizzata in botteghe non troppo distanti da Palermo. In linea generale, è verosimile ritenere che le produzioni da fuoco palermitane non siano frutto di una produzione domestica, ma si tratti, come del resto per la Produzione 1 e 2, di una organizzazione di tipo semi-industriale e massiva.
8Il quadro produttivo proposto in questa sede, ed in particolare quello relativo alle Produzioni 1 e 2 conferma, dunque, quello illustrato da Lucia Arcifa. A questo però vanno aggiunte anche le Produzioni da fuoco che, come si vedrà, per certi aspetti rappresentano una specificità delle botteghe palermitane.
4.2. Produzione 1: una nuova produzione a Palermo
9Nel panorama delle produzioni siciliane conosciute di VIII e IX secolo, la Produzione 1 è del tutto nuova sia sotto il profilo morfologico che tecnologico. Ad essere più precisi, sia il catino carenato che, come si vedrà, è la variante morfologica più diffusa nella Produzione 1, che il catino pseudo-troncoconico, anch’esso regolarmente documentato, erano forme che già circolavano in età tardoantica rispettivamente tra le sigillate nelle varianti Hayes 14 e/o 16 o A2 - A/D forma Salomonson A12b,34 e Hayes 81B.35 Per quanto riguarda i catini carenati, nei contesti di Cartagine di VI-VII secolo36 e di Mazara di fine VII e inizi VIII secolo,37 inoltre, sono stati identificati alcuni individui acromi o caratterizzati da schiarimento superficiale. Pertanto si tratta di una forma conosciuta e utilizzata in Sicilia e Ifrīqiya, e probabilmente non è certo un caso che proprio in queste due regioni il catino carenato diventi la variante più diffusa nelle produzioni da mensa durante l’età islamica, dato che non si registra lo stesso successo in altre regioni della dār al-Islām. Tuttavia, sia nel caso del catino carenato che di quello pseudo-troncoconico, non è possibile allo stato attuale delle conoscenze verificare la continuità tra gli esempi tardo-antichi e quelli di età islamica, in quanto mancano contesti di VIII e IX secolo, soprattutto a Palermo, e le poche informazioni a disposizione su questo periodo non forniscono indizi su queste varianti formali che sembrano del tutto assenti. Riguardo al catino pseudo-troncoconico, invece, oltre alla su citata circolazione tardo-antica, occorre ricordare che una tradizione di studi attribuisce la diffusione di questa forma nel mondo islamico ad una influenza delle produzioni cinesi.38 Non si può pertanto escludere che il suo uso a Palermo in età islamica sia una reintroduzione.
10Ad ogni modo, sia che si tratti di varianti introdotte ex-novo con l’arrivo degli arabo-musulmani, sia che invece ci si trova di fronte a oggetti che continuano ad essere prodotti tra VIII e IX, il grande successo di queste forme tra IX e XI secolo, documentato dalla loro quantità e diffusione, spinge a considerare l’uso dei catini carenati e di quelli pseudo-troncoconici una novità nel panorama siciliano. In età tardoantica, infatti, entrambe le forme sono documentate in maniera sporadica, soprattutto in Sicilia, e pertanto occorre immaginare che in età islamica vi sia stata comunque una rifunzionalizzazione di questo tipo di vasellame. In questo quadro, l’unico elemento che a nostro parere rimanda ad una tradizione precedente già ampiamente in uso in Sicilia è di tipo tecnologico, ed è costituito dallo schiarimento superficiale.
11Alla Produzione 1 sono associati diversi wares che si dividono in tre classi principali: invetriata, schiarita e acroma.
12Se si prendono come esempio i materiali della Gancia e di Palazzo Bonagia, il 75,37 % (2350 NMI) di questo primo tipo di produzione è rappresentato da quelle invetriate (GLAZED), il 22,32 % (696 NMI) da quelle schiarite (SCHIAR) e il 2,28 % (71 NMI) da quelle acrome (P1PLAIN).39 Alla Nuova Pretura, sono documentate proporzioni simili: 63,08 % (82 NMI) invetriata, 35,38 % (46 NMI) schiarita e 1,54 % (2 NMI) acroma (P1PLAIN).
Grafico 1. Percentuali della Produzione 1 (sul NMI del totale dei frammenti analizzati). a. Gancia e Palazzo Bonagia; b. Nuova Pretura.


13L’analisi dei dati della Gancia e di Palazzo Bonagia, ha permesso di notare alcune differenze a livello morfologico tra questi wares. Nelle produzioni invetriate (GLAZED) e nelle acrome (P1PLAIN) le forme aperte sono più del doppio rispetto a quelle chiuse, mentre nelle schiarite (SCHIAR) sono quasi equiparabili. Si nota anche una maggiore presenza di lucerne schiarite (74 NMI) rispetto a quelle invetriate (45 NMI).
Grafico 2. Percentuali delle forme all’interno della Produzione 1 dai contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia.

14Per quanto riguarda la produzione acroma (P1PLAIN), dei 71 individui documentati alla Gancia e a Palazzo Bonagia, 62 provengono da contesti databili. Il primo esemplare di acroma della Produzione 1 compare nell’OC3 con una lucerna, mentre cresce la loro frequenza nell’OC4 per diminuire in quello successivo. Le forme più frequenti sono sempre i catini carenati, mentre meno rappresentate sono le quelle chiuse e le lucerne.40 Alcuni esemplari privi di schiarimento – coppette carenate apode e una coppa emisferica – sono stati identificati tra i materiali di età islamica più antichi di Castello San Pietro.41 Tuttavia, non si riesce a capire se questi individui rientrino nella Produzione 1 o nella Produzione 2. Nel caso in cui si tratti di Produzione 1, questo consentirebbe di anticipare la presenza del ware P1PLAIN tra la fine del IX e gli inizi del X secolo.
Fig. 12. Esemplificazione delle forme associate al ware P1PLAIN.

15Le produzioni schiarite (SCHIAR) sono documentate sin dai contesti di età islamica più antichi (fine IX-primi del X secolo) e per tutto il periodo qui preso in considerazione. Da un punto di vista tecnologico, occorre notare che, mentre le forme aperte sono schiarite su entrambe le superfici, nella maggior parte dei casi le forme chiuse non presentano schiarimento sulla superficie interna che risulta pertanto acroma. Si tratta in tutti i casi di produzioni prive di elementi decorativi e da un punto di vista morfologico sono caratterizzate dallo stesso panorama e dalla medesima evoluzione nel tempo delle produzioni invetriate.42 Solo un vaso con filtro (VFIL.g1a) presenta una decorazione incisa al pettine sul collo esterno e una decorazione applicata sulla spalla (SCHIARINC). Lo stesso tipo di incisione al pettine si ritrova su un vaso con filtro mazarese, che però, a differenza dell’individuo palermitano, presenta anche un decoro dipinto.43 Un altro elemento che potrebbe essere considerato decorativo, è la presenza nei vasi con filtro del poggiadito sulle anse che possono essere singole o, a partire dalla metà dell’XI secolo circa, doppie.44
Fig. 13. Esemplificazione delle forme associate al ware SCHIAR.

Fig. 14. Esemplificazione delle forme associate al ware SCHIAR.

Grafico 3. Attestazioni delle forme nella SCHIAR (sul NMI del totale dei frammenti analizzati).

16L’inizio della produzione locale di invetriata a Palermo alla fine del IX secolo45 è sicuramente legata all’arrivo degli arabo-musulmani. Ceramiche invetriate importate conosciute in letteratura come “vetrine pesanti” circolavano a Palermo già durante l’VIII e il IX secolo,46 e pressappoco in questo stesso periodo vasellame invetriato in monocottura sembrerebbe prodotto in Sicilia, come dimostrano i dati di Sofiana e quelli più recenti della Sicilia orientale.47 Tuttavia, quelle che iniziano ad essere prodotte nella capitale siciliana in seguito alla conquista aghlabide sono ceramiche con una tecnologia completamente diversa. La realizzazione in doppia cottura, infatti, consentiva di realizzare decorazioni dipinte molto elaborate e di ottenere più in generale vetrine migliori da un punto di vista qualitativo ed estetico. I dati a disposizione fino a questo momento sembrerebbero dimostrare che non ci fu una fase di sperimentazione di questo tipo di produzione a Palermo, permettendo dunque di ipotizzare uno spostamento di maestranze.
17Tra le produzioni di età islamica documentate in Sicilia le ceramiche invetriate sono state quelle maggiormente prese in considerazione negli studi passati per le loro caratteristiche estetiche. Ciò ne ha favorito la raccolta, conservazione, musealizzazione e documentazione durante i diversi tipi di scavi (archeologici e non) realizzati nel corso del tempo. Nonostante questo interesse, non è mai stato intrapreso uno studio sistematico in grado di proporre una classificazione crono-tipologica di riferimento. Quello che qui si presenta, sulla base dell’analisi dei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, unendo al contempo i dati provenienti dalla Nuova Pretura e dai Monti di Trapani, è dunque un primo tentativo di sistematizzare l’evoluzione delle produzioni invetriate tra la fine del IX e l’XI secolo.48 Tuttavia, sia sotto il profilo cronologico che tipologico resta ancora molto lavoro da fare. Su quest’ultimo aspetto, sebbene l’analisi macroscopica sistematica abbia fatto progredire molto le conoscenze, non si può non ravvisare la necessità di integrare questi risultati con un maggior numero di analisi archeometriche delle vetrine. Diversi sono gli elementi che limitano la classificazione macroscopica di questo tipo di rivestimenti. Innanzitutto, il rivestimento vetroso si deteriora con il tempo, causando l’alterazione del suo aspetto. In secondo luogo, esistevano diverse ricette per la realizzazione delle vetrine che potevano portare a risultati macroscopicamente simili e questo rende difficile distinguere i diversi procedimenti senza analisi specifiche. Infine, si tratta di produzioni artigianali, atte a subire variazioni più o meno importanti come anche incidenti di percorso, e pertanto è difficile in alcuni casi stabilire la volontarietà di alcune rese finali. Recentemente, sono stati proposti due tentativi di classificazione della produzione palermitana invetriata impiegando un approccio integrato tra l’analisi macroscopica a quella microscopica a partire da una campionatura realizzata all’interno di differenti corpora palermitani (Gancia, di Palazzo Bonagia e Castello San Pietro) e di Castello della Pietra (TP).49 Il primo studio mostra un panorama della produzione palermitana più complesso rispetto a quello che ci si aspettava dal solo esame macroscopico, confermando alcune ipotesi e mettendo in discussione delle altre.50 Il secondo, invece, si concentra su due gruppi specifici di ceramiche prodotte e circolanti nel corso dell’XI secolo e di cui sono state identificate versioni palermitane, ma anche mazaresi e ifrichene.51 Tuttavia, il numero di esemplari analizzati nei lavori citati è ancora troppo esiguo e non è sufficiente a tracciare un quadro completo ed esaustivo della produzione palermitana invetriata. Pertanto, non è qui possibile proporre una classificazione del tutto integrata, ma si terrà in conto, con la dovuta cautela, dei risultati delle analisi delle vetrine degli studi appena menzionati.
18L’analisi macroscopica ha consentito di identificare sostanzialmente tre “gruppi” di vetrine classificate come trasparenti, opalescenti e opache.52 Occorre, a questo punto, fare alcune precisazioni. Innanzitutto, non si è differenziato, durante la classificazione delle invetriate trasparenti, tra lucido e non lucido. Laddove il decoro appare chiaramente sotto vetrina ed è ben visibile, infatti, l’assenza di lucidità è stata attribuita al deterioramento post-deposizionale. Inoltre, sebbene in generale non venga fatta in letteratura la distinzione tra opaco e opalescente, si è optato nel caso di Palermo per questa divisione, in quanto ci sembra, allo stato attuale delle ricerche, la più coerente considerando la carenza di analisi archeometriche, che, come è stato detto, non permette di tracciare un panorama tecnologico esaustivo. Sono definite opalescenti le vetrine che hanno una decorazione dipinta sotto un rivestimento dall’aspetto lattiginoso e che, pur coprendo lievemente il decoro, non lo fa del tutto, consentendone dunque una lettura abbastanza chiara. Le opache, invece, sono le vere e proprie produzioni piombo-stannifere contraddistinte da rivestimenti del tutto coprenti e, quando presente, da una decorazione dipinta sopra vetrina. La questione che si pone, nel caso delle opalescenti, come si vedrà più avanti, è se l’effetto opaco fosse volontario o se sia il frutto di altri fattori – errore del vasaio, deterioramento post-deposizionale ad esempio – che non sempre sono interpretabili macroscopicamente.
19Nel caso delle vetrine trasparenti, che possono essere incolori o colorate,53 sono state riconosciute produzioni monocrome oppure con decorazione dipinta sotto vetrina. Il vasellame con vetrina trasparente è quello più diffuso a Palermo (87,12 %/2041 NMI alla Gancia e Palazzo Bonagia). Le invetriate opalescenti sono decisamente meno diffuse, documentate da circa 54 individui nei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia (2,26 %). È interessante però sottolineare come nei contesti precoci di Castello San Pietro (fine IX-inizi X secolo) rappresentino la maggioranza delle produzioni invetriate e che l’altra maggiore concentrazione si ritrova nei contesti di fine X-prima metà dell’XI secolo nella produzione conosciuta come tipo D’Angelo.54 Questo tipo di vetrine è il più difficile da interpretare in quanto non in tutti i casi è chiaro se l’effetto opalescente fosse voluto. Le stesse analisi al SEM-EDS hanno mostrato una situazione diversificata, attribuendo l’opalescenza a tre possibili fattori: quarzo e bolle in sospensione, basse percentuali di stagno o deterioramento post-deposizionale. Infine le opache hanno verosimilmente vetrine contraddistinte da alte percentuali di stagno e sono documentate in varianti bianche o verde/turchesi (5 individui, 0,21 % alla Gancia e Palazzo Bonagia) e, quando decorate, sono overglazed, ovvero presentano la decorazione dipinta sopra la vetrina. Da un punto di vista quantitativo le ceramiche con vetrine opache sono pochissime nei contesti di Palermo in questa sede analizzati, forse perché i primi esemplari prodotti in loco risalgono alla fine del X, o più probabilmente agli inizi dell’XI secolo, e si diffondono maggiormente a partire dalla metà dell’XI secolo.
Grafico 4. Percentuali dei diversi wares invetriati documentati all’interno della Produzione 1 (sul NMI del totale dei frammenti analizzati).

Grafico 5. Percentuali dei diversi wares invetriati documentati all’interno della Produzione 1 (sul NMI dei frammenti provenienti da contesti affidabili).

4.2.1. Invetriate trasparenti gialle
20Prendendo in considerazione i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, il 3,46 % (81 NMI) della Produzione 1 presenta una vetrina gialla trasparente. Sono stati identificati due wares: monocroma (YELL) e dipinta sotto vetrina (YELLPNT).
21La ceramica monocroma è documentata a partire dall’OC3 (Grafico 5), sebbene non si sa se la comparsa a partire da quest’ultimo sia dovuta alla casualità dei contesti che, per i periodi di età islamica più antichi, sono ancora pochi e contengono un numero limitato di individui. Alla Gancia e a Palazzo Bonagia sono stati identificati 32 individui classificabili come monocrome gialle, si tratta di quindici forme aperte, tredici chiuse e quattro incerte (fig. 15).55
22Per quanto riguarda le invetriate gialle con decorazione policroma (YELLPNT), nei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia sono stati identificati 49 individui, di cui 44 riferibili al ware specifico giallo di Palermo o alla sua imitazione.56 Gli altri cinque individui sono di difficile identificazione: in un paio di casi potrebbe trattarsi di vetrina incolore particolarmente tendente al giallo, e dunque appartenere al ware POLYCH,57 e provengono da unità stratigrafiche piuttosto incerte, tranne in un caso in cui è documentato in un contesto dell’OC4 (seconda metà del X secolo).
Fig. 15. Esemplificazione delle forme associate al ware YELL (a) e YELLPNT (b).

23Identificato nel 2012, grazie allo studio dei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia e presentato per la prima volta in occasione del convegno Les dynamiques de l’Islamisation en Méditerranée centrale et en Sicile,58 con il nome giallo di Palermo si designa una produzione con caratteristiche tipo-stilistiche molto simili al cosiddetto giallo di Raqqāda.59 Anche se ad oggi non si è in grado di localizzare con precisione la o le botteghe che fabbricavano questo ware specifico, si sa, grazie alle analisi petrografiche e chimiche,60 che si tratta di una produzione palermitana.61 Le analisi chimiche, peraltro, hanno permesso di osservare che la composizione degli impasti del giallo di Palermo è molto omogenea, tanto da raggrupparli in uno stesso gruppo (group A), ad esclusione di un unico frammento.62 Le analisi al SEM/EDS su sei campioni hanno inoltre dimostrato una certa omogeneità nelle vetrine, che si presentano con un caratteristico colore giallo, definito dai francesi “jaune moutarde”. Si tratta in tutti i casi di vetrine piombifere e la bassa percentuale di stagno presente in alcuni campioni è stata interpretata come casuale. Abbondanti bolle in sospensione e antimonio contraddistinguono, invece, una forma chiusa (fig 16.PB1023) piuttosto inusuale rispetto sia al repertorio palermitano che ifricheno conosciuto.63 Le varianti morfologiche fino a questo momento documentate comprendono soprattutto catini carenati e pseudo-troncoconici, poche forme chiuse non ben identificabili e qualche esemplare di lucerna a piattello e cupoletta (fig. 16.LUC1).64 Interessante è, inoltre, segnalare la presenza di un fondo apodo associato ad una non ben identificata forma aperta, dettaglio formale inusuale nel corredo palermitano.65 Infine, la decorazione, realizzata in verde e bruno sotto vetrina, ha un repertorio stilistico ben preciso che comprende elementi geometrici di diverso tipo, zoomorfi e pseudo-iscrizioni (fig. 16).
24La cronologia ipotizzata per il giallo di Palermo ricade tra la fine del IX e i primi decenni del X secolo, cioè a cavallo tra l’età aghlabide e quella fatimide.66 Gli elementi che hanno consentito di proporre questa datazione si basano su diversi indizi. Innanzitutto, le associazioni con le altre categorie funzionali e la posizione delle unità stratigrafiche contenenti questo ware specifico. Nelle sequenze della Gancia il giallo di Palermo è associato a varianti formali e a decori considerati “alti” come datazione, in quanto restituiti dai contesti di età islamica antichi e che trovano confronto con produzioni ifrichene ritenute aghlabidi o della prima età fatimide. Inoltre, si trova in una fase ben precisa e limitata nel tempo – la III fase della Gancia67 corrispondente all’OC2– mentre risulta assente sia nella fase precedente (OC1), che nelle fasi successive, se non in alcuni casi in cui la sua presenza può essere interpretata come residuale o come l'ultima e più tarda fase della sua della produzione.68 L’ipotesi di un periodo di fabricazione ravvicinato nel tempo sembra essere avallata anche dalla vicinanza della composizione chimica degli impasti, che potrebbe indicare punti di prelievo dell’argilla vicini.69
25Questo quadro cronologico è supportato da una serie di considerazioni. Innanzi tutto, si ritiene che il giallo di Palermo non possa che essere coevo al giallo di Raqqāda, data la straordinaria somiglianza tra le due produzioni, l’associazione dei due nei contesti palermitani e gli stretti collegamenti tra Palermo e l’Ifrīqiya.70 Questo, purtroppo, non risolve la questione cronologica in termini assoluti, in quanto, come è noto, le datazioni proposte per le ceramiche di Raqqāda si fondano su sequenze stratigrafiche non affidabili, e sul postulato che dopo lo spostamento della capitale dei Fatimidi a Mahdiyya (916) il centro di Raqqāda abbia smesso di produrre ceramica.71 Tuttavia, è innegabile che il corpus più importante di giallo di Raqqāda provenga da Raqqāda stessa, che ebbe il momento di massimo splendore soprattutto quando fu capitale - dall’876 al 909 sotto gli Aghlabidi, e dal 909 al 916 sotto i Fatimidi.72 Allo stesso tempo, a ṣabra al-Manṣūriyya, capitale fatimide fondata nel 946/947 e dove sono stati eseguiti di recente scavi stratigrafici, il giallo di Raqqāda è quasi del tutto assente,73 lasciando ipotizzare, dunque, che questo tipo di ceramica non fosse più in uso, per lo meno in quest’area, al momento della fondazione della città. Pertanto è probabile che l’inizio e forse anche l’apice della produzione si possa collocare proprio nel periodo in cui Raqqāda fu capitale, e che la fondazione di ṣabra possa costituire il terminus ante quem. Ad avallare questa datazione, infine, vi è un individuo di giallo di Palermo, restituito dai contesti di Palazzo Bonagia, caratterizzato da un motivo decorativo a pseudo-iscrizione (fig. 16). Il tipo di cufico a terminazioni bifide utilizzato, documentato in Ifrīqiya a partire dalla metà del IX secolo nelle mattonelle a lustro metallico situate nel mihrab della grande moschea di Kairouan, sembra non possa essere datato oltre i primi decenni del X secolo.74
26Dal punto di vista della distribuzione, individui classificabili come giallo di Palermo sono documentati a Palermo, e ad oggi solo due individui sono attestati a Castello della Pietra, in provincia di Trapani.75 La quasi totale assenza di esportazioni di questo ware specifico sembra confermare ulteriormente una cronologia “alta” del giallo di Palermo, in quanto, come si vedrà, le prime esportazioni di invetriate palermitane nel resto della Sicilia, tranne nell’appena menzionato caso di Castello della Pietra e forse di Casale San Pietro,76 sembrano risalire alla seconda metà del X secolo.77
27Sfortunatamente, l’assenza di dati quantitativi sul giallo di Palermo, al di là di quelli a disposizione in questa sede, impedisce di avere risposte certe in termini sociali e dell’organizzazione delle produzioni a Palermo. Innanzi tutto, sarebbe interessante capire se il giallo di Palermo fu per un certo periodo la produzione preponderante a Palermo78 o se fosse destinata ad un ambito sociale specifico. Per rispondere a questa domanda occorrerebbe realizzare uno studio sulla distribuzione di questo ware specifico nelle diverse aree della città. Un’altra considerazione può essere fatta su alcuni frammenti rinvenuti alla Gancia,79 a Palazzo Bonagia, a piazza Bologni,80 in via Paternostro81 e in via Imera,82 i quali, seppur nelle linee generali si presentano simili al giallo di Palermo, sono caratterizzati o da una tecnica più incerta (fig. 16.GA39), o da motivi decorativi imitati male o ancora da uno stile dei motivi secondari diverso. L’ipotesi più probabile è che questi frammenti siano stati prodotti in botteghe differenti rispetto a quelle che fabbricavano il giallo di Palermo più tipico. Da un punto di vista cronologico, si è convinti che una parte di questa sorta di “imitazione dell’imitazione” fosse contemporanea al giallo di Palermo, in quanto in uno dei contesti della Gancia è documentata in associazione a quest’ultimo, anche se resta difficile da stabilire se ciò valga per tutta la produzione.
28L’identificazione del giallo di Palermo consente infine di ampliare le considerazioni a un territorio molto più vasto. In particolare, l’esistenza di una imitazione palermitana del giallo di Raqqāda potrebbe far supporre la presenza di altri centri di produzione situati in altre città nel nord Africa, che imitavano questo ware specifico.83
Fig. 16. Esemplificazione delle forme associate al ware specifico giallo di Palermo.

4.2.2. Invetriate trasparenti incolore
29Le invetriate incolori si dividono in due wares principali: monocrome (INC) e ceramica con decorazione dipinta policroma sotto vetrina (POLYCH). Le monocrome sono le più difficili da interpretare in quanto, trattandosi di frammenti, non è possibile escludere che in alcuni casi si tratti di ceramica con decorazione dipinta (POLYCH), ma che quest’ultima non sia visibile nella porzione del vaso conservata. Inoltre, alcune vetrine sono tendenti al giallo o al verde, e potrebbe trattarsi in questi casi di monocrome verdi o gialle venute male o semplicemente con un colore più tenue. Da un punto di vista morfologico, nei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia è documentata una percentuale leggermente superiore di forme aperte rispetto a quelle chiuse e alle lucerne84 (fig. 17). È interessante notare che tra le forme aperte si riscontra una maggiore presenza di catini pseudo-troncoconici (CATPT) rispetto ai catini carenati (CATCAR), in controtendenza rispetto al ware POLYCH, forse dovuto al fatto che da un punto di vista cronologico si osserva una maggiore frequenza del ware INC soprattutto a partire dai contesti di seconda metà-fine X secolo (OC4/5-5) (Grafico 5), nei quali si osserva un aumento dei CATPT. Solo in un paio di casi sono documentati rispettivamente un motivo decorativo applicato e inciso sulla superficie esterna.
Fig. 17. Esemplificazione delle forme associate al ware INC.

30Il secondo ware, caratterizzato da vetrina trasparente e decoro policromo (POLYCH), è sicuramente il più documentato nella produzione palermitana, sin dai contesti dell’OC1 e per tutte le fasi inn questa sede analizzate. Dei 2343 individui invetriati identificati alla Gancia e a Palazzo Bonagia, 1590 appartengono al ware POLYCH, corrispondenti al 67,88 %. Oltre tre quarti di questo ware è documentato da forme aperte (76,05 %), mentre il 21,06 % sono forme chiuse85 e l’1 % sono lucerne (fig. 19-22, Grafico 6). Anche alla Nuova Pretura degli 82 frammenti invetriati documentati nei contesti di età islamica, 46 appartengono al ware POLYCH (56,10 %).
Grafico 6. Le forme del ware POLYCH (Gancia e Palazzo Bonagia) (sul NMI del totale dei frammenti analizzati).

31La gran parte dei frammenti analizzati presenta schiarimento superficiale su entrambe le superfici mentre, così come è stato visto per le produzioni solamente schiarite (SCHIAR), le forme chiuse sono schiarite solo sulla superficie esterna. Sono documentatati, inoltre, pochi individui86 senza schiarimento superficiale, o con schiarimento molto debole, non associati a forme o decori specifici (fig. 18.PB1003). Questo ci ha indotto a ritenere che non si tratti di una assenza volontaria, ma piuttosto di incidenti di percorso non voluti dal vasaio. Alcuni catini carenati, inoltre, presentano intacchi sulla carena (fig. 18.b) – in questo caso probabilmente non voluti – o sull’orlo, e un individuo presenta un cordoncino applicato a livello della carena contraddistinto da incisioni (fig. 18.PB670). Nel caso degli intacchi sull’orlo e del cordoncino applicato, si tratta di motivi decorativi voluti dal vasaio e di cui si trovano esempi anche nelle produzioni invetriate ifrichene.87 Da menzionare sono anche due individui che presentano sulla superficie interna una decorazione dipinta in verde e bruno sotto una vetrina trasparente, mentre sono invetriate verdi a partire dalla parte alta dell’orlo interno e fino all’altezza della carena in un caso, per tutta la superficie esterna nell’altro (fig. 18.a).88
Fig. 18. PB1003 (ceramica contraddistinta da debole schiarimento); PB670 (ceramica con applicazione con intacchi su orlo e carena); PB875 (ceramica caratterizzata con intacchi sull’orlo); a. ceramica con vetrina trasparente incolore sulla superficie interna, verde sulla superficie esterna; b. catino carenato con intacchi sulla carena.

32Le analisi al SEM-EDS realizzate sulle vetrine del ware POLYCH mostrano una situazione composizionale diversificata. Si tratta in tutti i casi esaminati di vetrine altamente piombifere, che in alcuni individui presentano quantità di stagno in tracce o moderatamente abbondante.89 Se nel primo caso la presenza di stagno è stata interpretata come casuale, sorge il dubbio per il secondo, in quanto i decori sono sotto una vetrina che si presenta macroscopicamente trasparente. È stato dunque ipotizzato che in questi casi la presenza di stagno sia da collegare al decoro.90
33L’obiettivo dello studio di una grande mole di individui è stato sin da subito quello di identificare gruppi di ceramiche aventi caratteristiche simili da un punto di vista tecnologico, stilistico e morfologico e che erano prodotte in un lasso di tempo ben preciso: i wares specifici. All’interno del ware POLYCH è stato possibile isolare ben pochi wares specifici, mentre la gran parte dei frammenti resta purtroppo non raggruppabile. Innanzitutto, le varianti morfologiche, tranne forse in alcuni casi,91 non sono associate esclusivamente a determinati motivi decorativi, ma una stessa variante morfologica può essere contraddistinta da diverse decorazioni. Allo stesso modo, non esiste un rapporto biunivoco tra varianti morfologiche e motivi decorativi ma una stessa variante può essere decorata da motivi diversi e secondo sintassi differenziate e uno stesso motivo decorativo può decorare diverse forme, salvo, anche in questo caso, per alcune eccezioni.92 Inoltre, a fronte di temi decorativi, secondari o principali che siano, ripetitivi, le campiture nei diversi esemplari così come le combinazioni dei motivi decorativi all’interno di uno stesso pezzo sono molto variabili. Questa diversificazione è visibile in particolar modo nelle forme aperte, soprattutto nei catini carenati (CATCAR), mentre le forme chiuse, soprattutto microvasi (MV), tazze (TAZZ) e bottiglie (BOTT) sembrano essere leggermente più standardizzate, sebbene non manchino anche in questo caso unica. Tuttavia, non è possibile escludere che questa apparente maggiore standardizzazione delle forme chiuse sia da attribuire ad una loro minore attestazione rispetto a quelle aperte.
34Questa diversificazione dei motivi decorativi e le difficoltà nel raggruppare il vasellame sulla base di elementi stilistici comuni rende difficile fornire una cronologia circoscritta di queste migliaia di frammenti in assenza di un contesto contraddistinto da associazioni affidabili. Pertanto, per la gran parte degli individui appartenenti al ware POLYCH non si è in grado di stabilire, all’interno delle diverse unità stratigrafiche, quando si tratta di residuali e quando sono in fase.93 Inoltre, altrettanto poco chiara è la durata d’uso di queste produzioni, tema sul quale andrebbe realizzato uno studio specifico analizzando i diversi casi singolarmente.
35Il POLYCH è anche il ware maggiormente esportato tra le produzioni palermitane invetriate. Sebbene sia difficile quantificare in maniera affidabile il volume della diffusione di questo ware, a causa della mancanza di studi sistematici dei contesti di ritrovamento, si può comunque affermare che circola regolarmente a livello regionale a partire dalla seconda metà del X secolo,94 con l’unica eccezione forse di Casale San Pietro, vicino Castronovo di Sicilia (PA), in cui è documentato in contesti databili entro la metà del X secolo.95 Pressappoco allo stesso periodo risalgono anche le esportazioni, decisamente meno abbondanti, in Italia peninsulare, Sardegna, Ifrīqiya, nell’attuale Libia e forse in Egitto.96
Fig. 19. Esemplificazione delle forme associate al ware POLYCH.

Fig. 20. Esemplificazione delle forme associate al ware POLYCH.

Fig. 21. Esemplificazione delle forme associate al ware POLYCH.

Fig. 22. Esemplificazione delle forme associate al ware POLYCH.

36Come anticipato, all’interno del ware POLYCH è stato possibile identificare due wares specifici, basandosi sulle caratteristiche stilistico-morfologiche. Il primo è il graticcio ware, che non è altro che una ridefinizione del tipo pavoncella, riconosciuto per la prima volta negli anni novanta da Alessandra Molinari durante lo studio delle ceramiche restituite dagli scavi di Casale Nuovo.97 Si è deciso di ridefinire il tipo pavoncella in quanto in passato la scarsa conoscenza che si aveva delle produzioni palermitane aveva appiattito le diversità esistenti. In poche parole, con il passare del tempo gran parte della produzione invetriata ritenuta palermitana e ritrovata come esportazione al di fuori della città, è confluita nel gruppo tipo pavoncella, pur possedendo caratteristiche stilistiche differenti nei decori. Invece, si ritiene che sia possibile isolare un gruppo di ceramiche che possiedono un insieme di elementi in comune. In primo luogo, un decoro zoomorfo e/o antropomorfo stilizzato campito dal graticcio, caratterizzato da uno stile proprio alla produzione palermitana visibile prevalentemente nella realizzazione degli occhi e nella morfologia dei corpi (fig. 23a). In secondo luogo la sintassi decorativa, all’interno della quale le raffigurazioni animate non rappresentano scene complesse, ma si trovano isolate e uno stesso elemento può essere più volte ripetuto (da 2 a 12 volte) secondo gli schemi riassunti a fig. 23b. In alcuni casi, in uno stesso individuo possono trovarsi anche due elementi animati differenti – ad esempio figura antropomorfa centrale circondata da quattro figure zoomorfe entro rote – che però non hanno interazioni tra loro. Infine, è rilevante l’associazione a decorazioni secondarie, anche queste tipiche della produzione palermitana (fig. 23c). L’insieme di questi elementi peculiari, assieme a un repertorio morfologico specifico,98 concorre all’identificazione di questo ware specifico.
37Il graticcio ware99 è una produzione palermitana di buona qualità caratterizzata da una decorazione dipinta policroma (bruno; verde e bruno; bruno e giallo; verde, bruno e giallo) sotto vetrina trasparente incolore. Purtroppo, le analisi realizzate sulle vetrine sono ancora troppo poco numerose per poter avere un quadro chiaro su questo ware specifico che, come si vedrà a breve, è prodotto in un lasso di tempo prolungato e probabilmente da più botteghe. Le analisi al SEM-EDS realizzate su due campioni hanno stabilito che si tratta di vetrine piombifere e in un caso si nota la presenza di tracce di stagno, verosimilmente casuale.100 Dai dati in possesso, le forme aperte sono in netta maggioranza rispetto a quelle chiuse, tra le quali si riconoscono una variante di tazza (TAZZ.g1c) e una bottiglia.101 Tra i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, sono state identificate, tra le forme aperte riconoscibili, tre varianti principali: CATCAR3.3.o10; CATCAR3.3.o11; CATPT1.1.o4 (fig. 23). Si ritiene in linea generale che il panorama morfologico sia più ricco di quello sin qui identificato, anche se è importante sottolineare che il graticcio ware, fino a questo momento, non è mai associato a catini carenati con orlo bifido.102
38Sebbene i dati a disposizione siano ancora piuttosto parziali, sembra che la pavoncella sia il motivo zoomorfo più rappresentato. Tra i motivi secondari, invece, vi sono soprattutto decori geometrici e pochi pseudo-epigrafici (fig. 23c), non esclusivi di questo ware specifico, e in generale già documentati nell’orizzonte ceramico precedente (OC3).
39Dal punto di vista delle decorazioni, il graticcio ware si declina in una serie di varianti che riguardano alcuni dettagli sia nella realizzazione dei singoli elementi zoomorfi e antropomorfi (fig. 23a), sia nella sintassi generale (fig. 23b).103 Tra gli schemi decorativi riassunti nella fig. 23b, il più antico è il numero 8, ritrovato in un contesto dell’OC4. Riguardo agli altri, è possibile solo proporre delle ipotesi da sottoporre a verifica. Il “graticcio 1” (fig. 23b) ad esempio associa alla pavoncella campita a graticcio un motivo a scaglie (fig. 23c.ARCH58) che, come si vedrà, inizia ad essere documentato nei contesti dell’OC5.104 A questo stesso orizzonte ceramico sono anche attribuibili tutte le produzioni di graticcio ware caratterizzate da decorazione antropomorfa, mai documentata, per lo meno fino a questo momento, negli orizzonti ceramici precedenti. Per tutti gli altri schemi non si può dire molto, in quanto si tratta per lo più di pezzi unici, non sempre provenienti da contesti affidabili. Siamo convinti tuttavia che lo studio di nuovi contesti consentirà di meglio precisare la circolazione e l’evoluzione di ulteriori schemi decorativi, che diventeranno pertanto utili indicatori cronologici.
40Quello che resta da chiarire è se il graticcio ware era il frutto del lavoro di una bottega – o meglio più probabilmente di un gruppo di botteghe dato il volume e la durata di questo tipo di vasellame105 – specializzata in questa precisa produzione oppure veniva fabbricato assieme ad altri tipi di ceramiche. Questa incertezza è determinata dal fatto che il graticcio ware da un punto di vista tecnologico, morfologico e dei motivi decorativi secondari è del tutto simile ad altre ceramiche ad esso coeve. In questo caso, l’elemento distintivo è rappresentato, come è stato detto, da un insieme di: 1) stile decorativo (campitura a graticcio e stilizzazione degli elementi animati, che li differenziano chiaramente da altre produzioni con raffigurazioni zoomorfe e antropomorfe); 2) sintassi decorativa.
Fig. 23. Esemplificazione delle forme, dei motivi campiti da graticcio (a), della sintassi decorativa (b) e dei motivi secondari (c) associati al graticcio ware.

41Ad oggi è difficile stabilire una possibile origine di questo ware specifico, sebbene nel mondo islamico siano documentati temi simili talvolta campiti da graticcio su diversi tipi di ceramiche.106 Tuttavia, sembra possibile poter cogliere una specificità nello stile di realizzazione dei decori del graticcio ware propria alla produzione palermitana, e si ritiene dunque valida l’affermazione di Derek Kennet negli anni ’90 che sia “a distinctive ware from western Sicily”.107 Infatti, in Sicilia ceramiche del tipo graticcio ware sembrano, allo stato attuale delle conoscenze, prodotte solo dagli ateliers della capitale e non risulta che fossero presenti altre botteghe siciliane che imitavano questo particolare ware specifico. Pertanto, è verosimile che le identificazioni in Sicilia di graticcio ware siano tutte palermitane, sebbene questo dato andrà più ampiamente verificato. Inoltre, sono esigue le quantità di vasellame stilisticamente simile identificate in Tunisia e caratterizzate da impasti compatibili con produzioni locali.108 Questo permette di ipotizzare che il graticcio ware sia nato a Palermo e imitato da artigiani ifricheni, in un processo inverso rispetto a quello ipotizzato per il giallo di Palermo. Il graticcio ware palermitano ebbe anche un discreto successo al di fuori della capitale, sicuramente nel resto dell’Isola e forse anche in contesti extra-insulari. È difficile allo stato attuale proporre una carta di distribuzione affidabile, in quanto dovrebbero essere rianalizzate tutte le identificazioni del tipo pavoncella alla luce del nuovo raggruppamento qui proposto e perché l’origine palermitana andrebbe verificata di volta in volta mediante analisi specifiche. Per quanto riguarda la distribuzione extra-insulare, l’unica identificazione certa di graticcio ware palermitano è quella del foro di Nerva a Roma.109 Sarebbe interessante, tuttavia, analizzare gli esemplari da El Medeinah, Surt,110 quelli conservati presso il Benaki Museum111 e il catino carenato di Caccuri,112 che non si esclude possano essere produzioni palermitane. Tra gli anni ‘70 e ‘80 la produzione palermitana era conosciuta solo da una nicchia specializzata di studiosi e non erano state realizzate molte indagini petrografiche; pertanto ritrovamenti di invetriata simili a quelli di cui si discute erano considerati maghrebini o tuttalpiù siculo-maghrebini, anche in presenza di analisi petrografiche. Questo è ad esempio il caso di quelle effettuate sui cosiddetti bacini di Pisa. In questo caso una revisione realizzata nel 2011 ha stabilito che una parte dei bacini, precedentemente considerati siculo-maghrebini o maghrebini, era in realtà siciliana.113 Non sarebbe strano pertanto che, proprio come avvenuto per i bacini di Pisa, alcune di queste produzioni restituite da scavi nord africani risultassero palermitane, dato che contatti di diversa natura tra Sicilia e nord Africa sono documentati da diversi tipi di fonti.114 Questa ipotesi è ancora più verosimile se si considerano i risultati delle analisi chimiche realizzate di recente su alcune produzioni ritrovate a Surt, tra le quali si riconoscono alcuni esemplari che potrebbero appartenere al gruppo del graticcio ware. Purtroppo queste analisi restano ancora inedite, ma i risultati preliminari, esposti su un poster presentato al convegno AIECM3 di Silves, ipotizzano la provenienza palermitana di alcuni individui analizzati.
42Ancora difficile è inquadrare precisamente la forchetta cronologica di produzione del graticcio ware. I dati della Gancia permettono di osservare i primi individui negli assemblaggi dell’OC4, anche se il momento di massima fioritura sembrerebbe essere l’orizzonte ceramico successivo per il quale, come si vedrà, si è ipotizzata una datazione a partire dall’ultimo quarto del X secolo (Grafico 7). Il graticcio ware continua ad essere prodotto nel corso della prima metà dell’XI secolo, anche se in quantità progressivamente minori, mentre si ritiene che nella seconda metà dell’XI secolo sparisca del tutto.115
Grafico 7. Il graticcio ware nel tempo in rapporto al ware POLYCH.

43Il secondo ware specifico è quello che è stato definito come ceramica con decorazione a splash. Si tratta anche in questo caso di un sottogruppo del ware POLYCH in quanto contraddistinto da una decorazione dipinta in verde e bruno sotto vetrina trasparente e incolore. Nelle forme aperte, se la superficie esterna è in genere decorata da motivi a bande, archi o triangoli ben tracciati, sono le superfici interne che ospitano il motivo a splash. Questo effetto decorativo, detto jaspé (in francese) o splashed (in inglese),116 fino a poco tempo fa sembrava del tutto assente in Sicilia,117 mentre è ampiamente diffuso nel mondo islamico sin dai contesti più antichi che documentano produzioni invetriate.118 Ceramica caratterizzata da questo specifico effetto decorativo, oltre ad essere una delle prime produzioni invetriate del mondo islamico, è anche una delle più longeve, essendo documentata lungo un ampio arco cronologico con evoluzioni differenti a seconda delle aree geografiche e della tecnica di realizzazione utilizzata.119 Nel corso del tempo le diverse accezioni conferite alle splashed wares, hanno portato alla confluenza in queste ultime di produzioni simili esclusivamente nell’apparenza finale della decorazione, caratterizzata in prevalenza da decoro a colature o a pois, e non ascrivibili ad una particolare ricetta di vetrina.120 La tecnica più diffusa è stata di recente descritta da Oliver Watson come “a red earthenware body covered with a thin white slip over which lies a transparent glaze with splashes of copper green, iron brown, and manganese purple. These are applied as oxides which stain the glaze; as the glaze is fluxed with lead it becomes quite fluid as it matures in the kiln causing the colors to run in an uncontrolled fashion”.121 Tuttavia, varianti tecnologiche e morfologiche delle splashed wares sono state trovate in tutto il mondo islamico e datate tra IX e XII secolo,122 e si ritiene che quella palermitana possa rientrare a pieno titolo in una di queste.
44Da un punto di vista tecnologico si è scelto di non classificare la produzione di Palermo come slashed ware per non generare ulteriore confusione. Però si ritiene che vi fosse una volontà di imitare quel preciso effetto decorativo in una determinata fase cronologica, ed è per questo che si preferisce definirla come ceramica con decorazione a splash. Si riconoscono in particolare due varianti principali: quella realizzata con colature di colore e quella con decorazione a pois (fig. 24). La prima è associata a forme aperte a profilo pseudo-troncoconico o emisferico (CATPT1.1.o2 e CATPT1.1.o4)123 e a una bottiglia,124 mentre quella con la decorazione a pois, a sua volta declinata in due sotto varianti da un punto di vista decorativo, alle forme aperte carenate (CATCAR3.3.o4 e CATCAR3.3.o10) (fig. 24).125 A Palermo, frammenti con decorazione a pois oltre ad essere documentati dai contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia (12 individui), sono stati rinvenuti anche a Castello San Pietro,126 in via Torremuzza127 e a Palazzo Reale.128 Fuori Palermo gli unici due ritrovamenti fino a questo momento sono quelli di Monte Iato e di Piazza Armerina.129 Tra l’altro è molto interessante notare che in quest’ultimo sito, oltre ad essere presente una importazione da Palermo, vi è probabilmente una produzione locale realizzata con il motivo decorativo a pois.130 Per quanto riguarda la cronologia, è importante sottolineare, data la durata e la frequenza di ceramica caratterizzata da questo decoro nel mondo islamico, che nei primi quattro orizzonti ceramici palermitani questo tipo di vasellame è fino ad ora assente, mentre compare solo nell’OC5,131 sia come produzione locale sia come importazione dall’Egitto e dall’Ifrīqiya.132 Ceramica del tipo splashed ware importata dal mondo islamico è testimoniata da alcuni esempi di provenienza egiziana rinvenuti sulle facciate di San Piero a Grado,133 sulla torre civica di Pavia134 e all’abbazia di Pomposa,135 con datazioni certamente non antecedenti alla fine del X secolo. Inoltre, una forma aperta carenata con decorazione a pois è documentata in nord Africa alla Qal‘a Banū Ḥammād, fondata nel 1008.136 Ceramica con decorazione a pois su smalto bianco è inoltre rappresentata in Egitto in contesti di fine X secolo.137 Queste splashed wares circolanti nel Mediterraneo tra fine X e XI secolo costituiscono a nostro avviso il modello per le produzioni palermitane dell’OC5. La presenza di ceramica con decorazione a splash prodotta a Palermo inoltre è uno degli indizi della circolazione di nuovi prodotti in ambito mediterraneo in seguito alla “rivoluzione commerciale” dei Fatimidi.138
Fig. 24. Esemplificazione delle forme associate alla splashed ware.

45Nonostante la grande quantità di frammenti analizzati abbia fornito un ampio campione di riferimento, siamo comunque convinti che in futuro, oltre a poter meglio precisare e circoscrivere le cronologie, potranno essere chiarite le tecnologie impiegate per la realizzazione delle vetrine e riconosciuti altri wares specifici all’interno del ware POLYCH che in questo studio non sono stati identificati per diversi motivi (assenza di determinate fasi cronologiche, scarsa rappresentatività nei siti analizzati ecc.). Ad esempio sarà utile, in particolare, approfondire le ricerche su quattro potenziali ware specifici, documentati attualmente da numeri troppo esigui per poter avanzare ipotesi credibili. In un primo caso si tratta dei catini pseudo-troncoconici con decorazione a scaglie (ARCH58) (fig. 25). Questa decorazione sembra, infatti essere esclusivamente rappresentata su questa variante formale con dimensioni comprese tra i 23 e i 30 cm di diametro, talvolta associata al motivo della pavoncella campita da graticcio139. Nel secondo caso, invece, si tratta del vaso con filtro, ed in particolare della variante VFIL3.1, decorata da un motivo a goccia GOC104, il quale è documentato fino a questo momento solo su questa forma (fig. 25). Un altro caso è quello della decorazione a pois verdi associati a motivi apparentemente astratti e campiti da brevi tratti in bruno (MISC51 e MISC52, fig. 25b), identificata ad oggi solo sulla superficie interna di due forme aperte (CACAR1.1.o2; CATPT1.1.o4). Infine, vanno menzionati due individui, una forma aperta e un’anforetta, caratterizzati in entrambi i casi da una decorazione in verde e bruno sbiadita, tonalità che non si ritiene essere legata ad un deterioramento post-deposizionale (fig. 25a). Nel caso dell’anforetta, che già di per sé non è una forma molto comune nella produzione invetriata palermitana, sono visibili numerose incisioni poco profonde realizzate certamente in fase di tornitura (fig. 25a).
Fig. 25. Alcuni possibili wares specifici.

4.2.3. Invetriate trasparenti verdi
46Quello delle trasparenti verdi è il secondo gruppo di invetriate più diffuso nella produzione palermitana. In passato si riteneva che la presenza di produzioni invetriate verdi fosse sinonimo di contesti tardi, posizione ormai ampiamente confutata.140 Diversi wares sono contraddistinti da vetrina verde. Il GREEN ware (monocrome verdi) è il più frequente, documentato alla Gancia e al Palazzo Bonagia da 248 individui in tutte le fasi di età islamica analizzate (Grafico 5). Si osserva una maggiore attestazione nelle forme chiuse (48,79 %) (anfore, bottiglie, brocche, olle, vasi con filtro) rispetto a quelle aperte (39,92 %) e alle lucerne (4,03 %),141 in controtendenza con il resto delle produzioni invetriate palermitane. Alla Nuova Pretura il GREEN ware è rappresentato da 9 individui (10,98 %) e anche in questo caso si registra una maggiore presenza di forme chiuse (Grafico 8, fig. 26 e fig. 27). Nel caso delle forme chiuse, le superfici interne sono generalmente prive sia di schiarimento che di vetrina. Un unicum è rappresentato da una forma aperta contraddistinta da uno schiarimento molto debole (forse assente) e una vetrina verde scuro, mentre sul punto di appoggio del fondo sono presenti una serie di piccole incisioni parallele lungo tutto il suo diametro (fig. 27.GA875).
Grafico 8. Percentuale di attestazione delle forme del GREEN ware alla Gancia e a Palazzo Bonagia (sul NMI del totale dei frammenti analizzati).

Fig. 26. Esemplificazione delle forme associate al GREEN ware.

Fig. 27. Esemplificazione delle forme associate al GREEN ware.

47Un secondo ware, documentato a partire dall’OC2 (fine IX-primi X secolo) fino all’OC 4/5 (seconda metà del X secolo), è contraddistinto da vetrina incolore sulla superficie interna e da schiarimento e vetrina verde sulla superficie esterna (GREENINC). Sono stati identificati in totale 14 individui nei contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, in tutti i casi forme chiuse, verosimilmente tutte anforette, con superfici percorse da cannelures (fig. 28d). Le analisi al SEM-EDS realizzate su un frammento pertinente a questo ware hanno stabilito che si tratta di una vetrina che contiene stagno in quantità moderata sia sulla parte esterna (in verde) che su quella interna (incolore). Se la vetrina esterna, in un primo momento classificata come deteriorata, presenta una vetrina macroscopicamente opalescente, quella interna, invece, risulta macroscopicamente trasparente, essendo chiaramente visibili il colore della superficie e le inclusioni sottostanti. È interessante, infine, che la stessa combinazione di vetrine (verde all’esterno e incolore all’interno) e forme è prodotta con un impasto che si ritiene essere una variante dell’impasto della Produzione 1.142
48Un solo individuo di forma chiusa, in stato abbastanza frammentario, presenta la parte alta del collo simile a quella che contraddistingue alcuni vasi con filtro (VFIL.g1a) marrone/porpora, mentre più in basso diventa verde (GREENBROWN, fig. 28b). Si segnala questo caso, ma non si spinge oltre il ragionamento in quanto si tratta di un singolo individuo.
49Alcune produzioni invetriate verdi sono contraddistinte da un decoro sotto vetrina. Sono documentati due casi distinti. Nel primo si tratta forse di un incidente di percorso da parte del vasaio, in quanto sono state identificate quattro forme aperte contraddistinte da decorazione dipinta policroma sotto vetrina verde (GREENPOLY) negli OC4 e 4/5 (fig. 28c). Nel secondo caso, invece, siamo di fronte ad un ware che inizia ad essere documentato negli OC5a-5b e che diventa più frequente nei contesti della prima metà del XII secolo.143 È caratterizzato da decorazione in bruno sotto vetrina verde (GREENPNT, fig. 28a). Il nostro campione è molto limitato (15 NMI tra i materiali della Gancia e di Palazzo Bonagia) e pertanto non si riescono a definire meglio le varianti morfologiche né a stabilire la consistenza e l’evoluzione di questo ware, che nel complesso sembra documentato in quantità molto limitate nell’OC5 (5 individui dalla Gancia e da Palazzo Bonagia).144
50Infine un ultimo ware si distingue da tutta l’invetriata palermitana per la tecnica di manifattura realizzata a stampo, invece che al tornio.145 Si tratta di una forma chiusa (bottiglia o vaso con filtro?) schiarita solo sulla superficie esterna e invetriata verde su entrambe le superfici (GREENST). Ulteriore elemento di distinzione è la presenza di un decoro ottenuto a stampo sulla superficie esterna (fig. 28e).
Fig. 28. a. GREENPNT; b. GREENBROWN; c. GREENPOLY; d. GREENINC; e. GREENST.

4.2.4. Invetriate marroni
51Un piccolo ma significativo gruppo di ceramiche è costituito dalle invetriate marroni (BROW), le cui vetrine necessiteranno in futuro di analisi al SEM-EDS per comprenderne la composizione. Sono state classificate come invetriate trasparenti, sebbene in molti casi la tonalità di marrone impiegata è molto scura, impedendo di fatto di capire se si tratti effettivamente di vetrine trasparenti. Ad ogni modo sono caratterizzate da schiarimento superficiale e non possiedono decorazione dipinta. Le invetriate marroni compaiono, tra i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, a partire dall’OC4 e fino ad ora sono stati identificati 19 individui di cui 9 forme aperte146 e 9 forme chiuse, tra le quali si riconosce solo un MV.g1c (fig. 29).
Fig. 29. Esemplificazione delle forme associate al BROWN ware.

4.2.5. Opalescenti
52I wares che pongono i maggiori problemi a livello di classificazione macroscopica rientrano nei gruppi delle opalescenti (OPA). Si è già detto che con questo termine si identificano ceramiche con decorazione dipinta policroma sotto una vetrina dall’aspetto lattiginoso, non del tutto trasparente. Escludendo il tipo D’Angelo, un ware specifico di cui si parlerà a breve, alla Gancia e al Palazzo Bonagia sono stati identificati 18 individui contraddistinti da queste caratteristiche, il cui più antico è documentato nell’OC4. Si tratta prevalentemente di forme aperte (fig. 30) e di poche forme chiuse (TAZZ). Una concentrazione di invetriate opalescenti, rappresentate da circa 5 individui (catini carenati e una tazza), è documentata, invece, nei contesti di fine IX-inizi X secolo di Castello San Pietro.147
53Le analisi realizzate su alcuni campioni di invetriate opalescenti hanno chiarito che questo effetto poteva essere raggiunto in diversi modi.148 Un primo modo è l’aggiunta di stagno, ritrovato in diverse quantità. Come è stato accennato, tracce di stagno (< 1 %) sono state attribuite ad una azione non volontaria.149 Nei casi in cui, invece, la presenza di stagno è moderata (1 % circa) o abbondante (3 % circa), la questione è più complessa e vale la pena soffermarsi.150 Solo nel secondo caso i frammenti appaiono effettivamente opalescenti da un punto di vista macroscopico; invece nel primo la vetrina di alcuni individui appare trasparente, con un decoro sotto vetrina ben visibile, mentre quella di altri è più incerta spesso perché deteriorata, e non si esclude pertanto che possa essere opalescente. Nel caso di presenza di stagno abbondante (3 %), l’ipotesi formulata in un articolo del 2020 è stata di una azione di opacizzazione volontaria da parte del vasaio, mentre per gli individui in cui la presenza di stagno è moderatamente abbondante non si esclude un legame con i coloranti impiegati.151 Senza voler entrare troppo in dettagli tecnici, produzioni opacizzate allo stagno sono documentate nel Vicino e Medio Oriente islamico già a partire dall’VIII e IX secolo, alcune di queste con tenori di stagno anche inferiori al 3 % e quarzo e bolle in sospensione ma presentano decorazione dipinta sopra vetrina, come ad esempio le Yellow Glazes.152 Nei casi analizzati di Palermo, i decori dipinti si trovano, invece, sotto la vetrina, e la quantità di stagno, un materiale costoso in quanto non presente naturalmente sull’isola, al massimo intorno al 3 % è stata spiegata con una compensazione dello schiarimento superficiale e forse talvolta con la presenza del quarzo in sospensione, che potrebbe aver contribuito all’opacizzazione.153 Inoltre, nel caso di presenza di stagno moderatamente abbondante o abbondante, non si riconoscono gruppi accomunati da caratteristiche stilistiche comuni e per di più gli individui sono pochi e spalmati lungo una sequenza che copre almeno un secolo. Questi dati rendono difficile, dunque, immaginare la presenza di una produzione regolare di manufatti con questa tecnologia, e spinge a cercare altre spiegazioni per la presenza di stagno. La questione tecnologica resta ancora aperta e saranno necessarie ulteriori indagini per comprendere meglio origine ed evoluzione, volontarietà o meno dei caratteri visibili nei rivestimenti di questo tipo di vasellame.
54L’opalescenza è anche ottenuta con quarzo non fuso e bolle in sospensione. Questo è il caso di una serie di individui documentati tutti in una fase piuttosto precoce, tra fine IX e inizi X secolo, a Castello San Pietro, cosa che rende verosimile un uso intenzionale di questa tecnica per opacizzare.154
55Quello che comunque appare chiaro, al di là della necessità di realizzare ulteriori analisi, è che attualmente non si riesce a determinare con il solo esame macroscopico a cosa sia dovuta l’opalescenza, se all’aggiunta di stagno e/o di quarzo non fuso e bolle, oppure a deterioramento post-deposizionale. Sotto questo punto di vista purtroppo non siamo stati in grado, a causa dello scarso numero di individui documentati, di identificare elementi morfologici o decorativo-stilistici peculiari ad una tecnologia specifica.
Fig. 30. Esemplificazione delle forme associate al OPA ware.

56Tra le invetriate opalescenti è possibile isolare, come è stato anticipato, il cosiddetto tipo D’Angelo, sebbene studi recenti abbiano mostrato una complessità maggiore di questo ware specifico rispetto a quanto ritenuto in passato.155 Identificato tra i bacini del Nord Italia da Graziella Berti e Liana Tongiorgi negli anni ‘80156 e, per la prima volta, in Sicilia da Franco D’Angelo157, il “tipo D’Angelo”, o “tipo Pisa”, è stato definito inizialmente come un ware caratterizzato da un decoro tracciato da linee in verde e bruno realizzate con pennellate di uguale spessore sopra una vetrina opalescente.158 Più di recente, invece, questa definizione è stata in parte modificata, in quanto è stato suggerito che il decoro si trova piuttosto sotto la vetrina.159 Ad ogni modo, rispetto alle altre invetriate policrome palermitane, il tipo D’Angelo si distingue per l’uso e lo spessore dei decori: nelle invetriate policrome palermitane il manganese è realizzato con pennellate sottili ed è impiegato per disegnare i motivi decorativi, mentre il rame e il ferro servono piuttosto per realizzare le campiture; nel caso del tipo D’Angelo, invece, il rame e il manganese hanno lo stesso spessore di pennellata e sono utilizzati entrambi per tracciare il decoro. Il repertorio morfologico è contraddistinto in prevalenza dalla presenza di catini carenati, per la maggior parte con orlo bifido, catini emisferici con orlo a breve tesa e alcune forme chiuse, tra cui albarelli e tazze160 (fig. 31). Il repertorio decorativo, invece, si compone principalmente di motivi geometrici161, fitomorfi e, più di rado, di qualche motivo zoomorfo. Da un punto di vista cronologico si riteneva che questa tipologia fosse prodotta e circolasse tra la seconda metà del X e la prima metà dell’XI secolo. I dati più recenti consentono un raffinamento cronologico, fissando l’inizio della produzione di questo ware specifico a Palermo nell’OC5a (fine X-inizi XI secolo), con un sensibile aumento nell’OC5b e una prosecuzione nel corso della prima metà dell’XI secolo. Resta invece incerta la fine di questa produzione a Palermo. All’interno dei contesti dei Monti di Trapani, datati intorno alla metà dell’XI secolo, la produzione palermitana è ancora attestata da pochi individui. Non è chiaro se il tipo D’Angelo sia presente tra gli scarti del Monastero dei Benedettini Bianchi (a Palermo) datati alla seconda metà dell’XI secolo162, mentre è assente nelle UUSS di XII secolo di Cefalà Diana (vicino Palermo).163
57Per quanto riguarda la composizione delle vetrine, negli anni ‘90 Franco D’Angelo aveva avanzato l’ipotesi preliminare di un effetto opalescente della vetrina causato non dall’aggiunta di stagno nella miscela, ma dalla presenza di abbondanti granuli di quarzo lasciati intenzionalmente non fusi e di bolle. Tuttavia, le analisi all’epoca realizzate da parte di Claudio Capelli su un numero molto ridotto di campioni non avevano potuto confermare detta ipotesi in quanto in tutti i casi la vetrina, pur presentando inclusi di quarzo, risultava completamente devetrificata e l’effetto di opacizzazione legato alla cristallizzazione dei carbonati di piombo secondari, come pure il forte schiarimento superficiale dell’impasto, mascheravano il possibile effetto primario dovuto alle inclusioni non fuse.164 L’ipotesi di Franco D’Angelo è stata ulteriormente messa in discussione dall’analisi al SEM-EDS di un campione proveniente dalla Gancia, che ha messo in evidenza una quantità di cassiterite piuttosto abbondante, sufficiente all’opacizzazione, e una carenza di quarzo non fuso.165 Inoltre, anche da un punto di vista macroscopico occorre aggiungere che di recente sono stati riconosciuti alcuni individui palermitani contraddistinti da decoro in verde e bruno di uguale spessore sotto una vetrina macroscopicamente trasparente.166 Pertanto, sebbene da un punto di vista morfologico e decorativo questo ware specifico resti un buon indicatore cronologico, occorreranno ulteriori indagini per comprendere la tecnologia, o meglio le tecnologie, utilizzate per questa produzione. Infatti sebbene la presenza di quarzo in sospensione possa essere interpretata nel segno di una scarsa attenzione nelle temperature di seconda cottura e/o nei rapporti tra quarzo e piombo, l’alta incidenza di produzioni palermitane macroscopicamente opalescenti non permette di escludere la presenza di uno o più atelier che utilizzasse in maniera volontaria questo tipo di opacizzazione.167
58Così come per il graticcio ware,168 anche per il tipo D’Angelo è difficile stabilire l’origine di questo stile decorativo. Vasellame contraddistinto da tecniche di decoro basate sull’esecuzione di linee di uguale spessore in bruno e verde, associate a forme carenate con orlo bifido, sono prodotte a Palma di Maiorca (Verde y Manganeso) tra XI-XII secolo.169 Anche nella cosiddetta Green and Brown Painted Ware di produzione egea si documenta questo stesso tipo di decoro, ma su ceramiche ingobbiate. Inoltre, se all’inizio della produzione (fine XI-inizi XII secolo) le linee sono per lo più irregolari, i motivi geometrici (linee o spirali) compaiono solo a partire dalla prima metà del XII secolo.170 Quello che è certo è che il tipo D’Angelo è il ware specifico palermitano più imitato da altri ateliers siciliani. Sono state identificate, infatti, produzioni a Piazza Armerina,171 Mazara,172 Paternò173 e Siracusa174 a partire da contesti databili nei livelli della prima metà dell’XI secolo e con motivi decorativi che spesso sembrano il risultato di processi di semplificazione dei modelli di riferimento. Sembrerebbe esistere infine anche almeno una produzione in Ifrīqiya, come dimostrano alcuni ritrovamenti175 e forse importazioni ifrichene in Sicilia.176
59Per quanto riguarda il quadro distributivo, il tipo D’Angelo a Palermo è stato identificato in diversi punti della città, mentre è difficile proporre una distribuzione della produzione palermitana nell’isola in quanto, come è stato detto, esistono diverse produzioni locali.177 Fuori dalla Sicilia, ceramiche con caratteristiche morfologiche e decorative simili e definite in un primo momento “siculo-maghrebine” e poi siciliane, sono attestate a San Zeno (ante 1029), a San Piero a Grado (inizi XI), a San Matteo (ante 1027?) e presso la torre civica di Pavia (ante 1063), con datazioni comprese tra la fine del X e l’XI secolo.178 Più di recente si segnala un individuo classificabile come tipo D’Angelo anche in Grecia, sebbene occorrerà in futuro verificare se si tratta di una produzione palermitana o meno.179
Fig. 31. Esemplificazione delle forme associate al tipo D’Angelo.

4.2.6. Opache
60Durante l’età islamica di Palermo, le produzioni invetriate opache sono quelle che compaiono più tardi all’interno della sequenza, a partire dall’OC5a (fine del X-inizi XI secolo). Come già anticipato, si è deciso di dividere le vetrine opache da quelle opalescenti, in quanto si differenziano da quest’ultime per due fattori: i) macroscopicamente non si vede la superficie ceramica sottostante la vetrina; ii) il decoro dipinto, quando presente, si trova sopra la vetrina (overglazed).180 L’ipotesi, che per il momento è basata su un campione piuttosto ristretto di analisi al SEM-EDS,181 è che si tratti di vetrine piombo-stannifere con tenori di stagno alti (>7 %). All’interno della famiglia delle vetrine opache sono stati identificati due wares principali: le invetriate verde/turchesi (TUR, fig. 32a-b) e quelle bianche con decorazione dipinta in verde e bruno talvolta con l’aggiunta del giallo sopra vetrina (OVERGLAZED, fig. 32c).
61Le invetriate tendenti al verde/turchese (TUR)182 sono caratterizzate da una vetrina opaca che ha una tonalità differente rispetto sia alle invetriate verdi palermitane, sia alle smaltate turchesi che si ritrovano ad esempio tra le produzioni ifrichene,183 di cui abbiamo qualche esempio tra i nostri rinvenimenti,184 sia alle smaltate o alle vetrine alcaline egiziane.185 È interessante notare come, da un punto di vista morfologico, siano del tutto assenti all’interno di questo ware i catini carenati, mentre sono documentati catini pseudo-troncoconici ed emisferici e forme chiuse non identificate.186 Da un punto di vista dei decori, un individuo presenta tracce di decorazione in bruno, mentre un altro ha una decorazione incisa sotto vetrina.187 Per quanto riguarda la cronologia, infine, questo ware compare nei contesti dell’OC5a.
62L’altro ware opaco è rappresentato da produzioni con vetrina opaca bianca al di sopra della quale è applicata la decorazione dipinta. Nei contesti della Gancia un solo individuo, un fondo ad anello di una forma non ben identificata e di piccole dimensioni con decorazione dipinta sulla superficie interna, è documentato in un contesto appartenente all’OC5b. Il resto della produzione opaca è ascrivibile ad un ware specifico piuttosto complesso da definire: la ceramica cosiddetta “a boli gialli”. La prima classificazione risale agli anni ’80, e in particolare ai ritrovamenti di questo ware specifico tra i bacini del Nord Italia. Si identificarono in particolare individui smaltati o invetriati con boli in giallo e fondo chiaro (XI secolo) e bacini smaltati o invetriati con boli in giallo e fondo verde (inizio XI secolo).188 Il carattere distintivo di queste produzioni era senz’altro la presenza di elementi circolari delineati da una linea bruna e campiti in giallo, definiti per l’appunto “boli”. Le invetriate e/o smaltate a fondo verde hanno un decoro a treccia realizzata in bruno con un pennello sottile su una banda bianca e campita da bottoni in giallo; quelle a fondo bianco, invece, presentano un decoro che consiste sempre in una treccia, ma questa volta tracciata in verde e contente il bolo in giallo definito dalla linea in bruno. La treccia può comporre diversi schemi decorativi, tra cui spirali, mandorle ed altri elementi geometrici.189 L’origine di questa produzione era ricondotta esclusivamente ad officine ifrichene, sulla base di analisi petrografiche in sezione sottile eseguite da Tiziano Mannoni su alcuni bacini.190
63Alcuni recenti studi sono stati in grado di fornire numerose novità in merito alla ceramica “a boli gialli”. Innanzitutto, l’analisi dei contesti dei Monti di Trapani e la selezione di alcuni individui da Castello San Pietro ha consentito in maniera incontrovertibile di riconoscere una produzione di smaltata su fondo bianco con decoro a boli gialli palermitana,191 identificata, tra l’altro, anche nel corso della revisione di alcune sezioni sottili dell’archivio di Tiziano Mannoni.192 In un altro lavoro su Mazara, invece, è stata documentata una produzione a boli gialli mazarese,193 individuata peraltro anche tra i materiali di Castello della Pietra.194 Resta comunque difficile proporre un quadro chiaro delle produzioni a boli gialli sia da un punto di vista distributivo che tecnologico e, soprattutto, distinguere le diverse produzioni siciliane e tunisine.195 Tra i materiali dei Monti di Trapani, ad esempio, le produzioni ifrichene sembrano preponderanti rispetto a quelle palermitane,196 mentre a Castello della Pietra sono documentate solamente produzioni mazaresi.197 Anche da un punto di vista tecnologico questo ware specifico pone problemi in quanto contraddistinto da un panorama piuttosto diversificato di vetrine e decori. Ad esempio, nella produzione palermitana è documentato vasellame smaltato sia nella variante verde/turchese che in quella a fondo bianco con decoro lineare, ma vi era probabilmente anche una versione invetriata come testimoniato dalla sezione sottile del bacino di Pisa (fig. 32d).198 Il bolo giallo, inoltre, sembra essere realizzato con antimonio nel caso delle produzioni smaltate, e forse in manganese in quelle invetriate.199
64Allo stato attuale delle conoscenze la produzione palermitana sembra rappresentata, da un punto di vista morfologico, dal catino emisferico con orlo a breve tesa (fig. 32c), mentre in altre produzioni (ifrichene e mazaresi), sono documentati anche il piatto con carena e orlo a tesa e il catino troncoconico. Da un punto di vista cronologico, invece, l’assenza di questa produzione tra i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, datati entro la prima metà dell’XI secolo, e la presenza in quelli dei Monti di Trapani, suggerisce l’inizio di questa produzione intorno alla metà dell’XI secolo circa. Non è chiaro, invece, fino a quando venga prodotta.
Fig. 32. a. TUR; b. TUR con decorazione incisa sotto vetrina; c. OVERGLAZED (GA772), ceramica “a boli gialli” (PM43; CP83 da Capelli et al. 2020); d. Invetriata tipo a boli gialli (da Capelli – Meo – Sacco c.d.s.).

4.2.7. Anforette invetriate palermitane: una produzione specializzata?
65Come è stato visto, alcuni individui di anforette sono documentati nella Produzione 1 nei wares SCHIAR, P1PLAIN, POLYCH, OPA, GREEN e GREENINC. Oltre a questi esemplari, un gruppo di anforette si distingue per l’impasto il quale, sebbene si ritenga essere una produzione palermitana, ha una serie di caratteristiche macroscopiche che lo distinguono (impasto PA3). L’impasto si presenta macroscopicamente più depurato rispetto a quello più diffuso della Produzione 1, e per certi versi si nota una maggiore somiglianza con la Produzione 2,200 sebbene, a differenza di quest’ultima, contraddistingua sempre produzioni inveriate. Altri due elementi tipici di questa produzione sono l’assenza (o talvolta debole presenza sulla superficie esterna) di schiarimento superficiale, nonché la presenza di cannelures sulla superficie esterna. Entrambe le superfici sono ricoperte da vetrina nelle seguenti combinazioni: 1) incolore internamente e verde sulla superfice esterna; 2) verde su entrambe le superfici.201 Le vetrine verdi hanno in molti casi un aspetto opalescente attualmente di difficile interpretazione in assenza di analisi al SEM-EDS. Si è già anticipato che una produzione di anforette con vetrina verde all’esterno e incolore all’interno contraddistinta da quantità di stagno moderatamente abbondante, è stata identificata nella Produzione 1.202 Si potrebbe pertanto ipotizzare che, anche nel caso di questa variante della Produzione 1, l’aspetto opalescente della vetrina sia dovuto alla presenza di stagno.
66Purtroppo la frammentarietà del campione di riferimento non consente di apprezzare le varianti formali nella loro interezza e non sono stati istituiti allo stato attuale confronti puntuali. L’unico elemento riconoscibile è l’ansa costolata, comparabile a quelle diffuse nella Produzione 2 di anfore palermitane.203
67Dal punto di vista cronologico questa produzione di anforette è documentata da pochi individui (11 nei contesti della Gancia) ma lungo un arco cronologico compreso tra l’OC2 e l’OC4/5, ovvero pressappoco durante tutto il X secolo. Difficile proporre un’interpretazione di questa variante della Produzione 1 sulla base di un campione di riferimento così ristretto. Si potrebbe immaginare il lavoro specializzato di una bottega, oppure di un tipo di contenitore atto a contenere uno specifico prodotto. Occorrerà in futuro meglio indagare su un maggior numero di individui e con analisi mirate a chiarire i suoi aspetti tecnologici.
Fig. 33. Anforette invetriate con impasto PA3.

Fig. 34. Cronologia dei principali wares e dei wares specifici della produzione palermitana.

4.3. Produzione 2: tra tradizione e nuovi elementi
68Come si evince dalle analisi petrografiche e archeometriche, l’argilla impiegata per la Produzione 2 è la stessa della Produzione 1, ma presenta macroscopicamente alcune differenze dovute in parte alla lavorazione, in parte al tipo di cottura subita.204 Gli elementi che di fatto distinguono la Produzione 2 dalla Produzione 1 riguardano prevalentemente i trattamenti di superficie e il repertorio morfologico e decorativo. All’interno della Produzione 2, per la quale sono stati analizzati alla Gancia e a Palazzo Bonagia 1829 individui, ai quali si aggiungono 155 dalla Nuova Pretura, 86 dai Monti di Trapani e 46 da Mondello, sono stati individuati cinque wares principali: P2PLAIN, PNT, INCISA, BURNISH e SOVRADIPINTA. Si è scelto di trattare i primi tre assieme, per ragioni che saranno più ampiamente spiegate nel prossimo paragrafo, mentre il BURNISH ware e la SOVRADIPINTA saranno descritti a parte.
69Per quanto riguarda le varianti morfologiche, all’interno della Produzione 2 sono state identificate molte forme, destinate ad assolvere diverse funzioni: dalla mensa allo stoccaggio e al trasporto, dalla gestione delle acque all’illuminazione ecc. Si tratta in prevalenza di forme chiuse – anfore, anforette, anfore con filtro, orcioli, tazze, boccali, bottiglie, olle, lucerne, chamber pots, catusi, vasi da senia ecc. – e di un numero decisamente inferiore di forme aperte – bacili, catini carenati, alfabeguer ecc.
4.3.1. La moltitudine delle produzioni acrome, con decorazione dipinta e incisa
70Rispetto alla presentazione della Produzione 1 e dei wares BURNISH e SOVRADIPINTA della Produzione 2,205 in cui si è scelto di descrivere le caratteristiche principali e il repertorio morfologico di ogni singolo ware, per i wares P2PLAIN, PNT e INCISA si è optato per una soluzione differente. In questo caso si è deciso di analizzare all’interno delle forme generali la frequenza dei singoli wares. Diverse motivazioni hanno portato a questa scelta. In primo luogo la similitudine dei trattamenti di superficie, al di là della presenza o meno di decorazione, dipinta o incisa che sia. In linea generale, le superfici di questi tre wares possono essere acrome, oppure caratterizzate da un leggero schiarimento superficiale o da superfici scurite. L’ottenimento dello scurimento superficiale è chiaramente dovuto al tipo di cottura subita dai pezzi (a volte anche il semplice posizionamento all’interno del forno può incidere), mentre il leggero schiarimento superficiale è molto diverso rispetto a quello che di solito caratterizza la Produzione 1, poiché è molto più sottile e potrebbe essere definito più come una scialbatura.206 Questa differenziazione delle superfici non sembra legata a particolari varianti formali o decori, sebbene, come si vedrà, sono state riscontrate tendenze per alcuni contenitori specifici. Le produzioni di età islamica della Produzione 2, inoltre, sono generalmente caratterizzate da cannelures, che percorrono i corpi della maggior parte delle forme chiuse (anfore, anforette, orcioli ecc.) ma anche su alcune forme aperte (bacili). È chiaro che queste similarità nei trattamenti delle superfici in diverse varianti formali è stata utile per avanzare ipotesi sull’organizzazione artigianale della Produzione 2, ma allo stesso tempo ha reso difficile identificare con certezza la forma sulla base di porzioni di vaso piccole. Inoltre, è stato osservato che uno stesso individuo può presentare una combinazione di questi trattamenti di superficie. Questo è il caso ad esempio di molti fondi umbonati che in pezzi scuriti, sono l’unica parte del vaso a non presentare lo scurimento (fig. 11). Per tutte queste ragioni si è ritenuto più coerente illustrare questi tre trattamenti di superfici – acrome, scurite, con leggero schiarimento – assieme, considerandoli una sorta di varianti dei diversi wares principali che qui si presentano.
71Un’altra questione riguarda il vasellame caratterizzato da decorazione dipinta (PNT), che sembra per lo più rappresentato da anfore, anforette e tazze, ben più raro in altre varianti formali.207 In letteratura si nota una tendenza nel distinguere, soprattutto all’interno della produzione di anfore, la classe della dipinta.208 Tuttavia, si ritiene che all’atto pratico questo approccio funzioni poco, in quanto stesse forme si trovano in versione dipinta e in versione non dipinta. La tecnica di fabbricazione, i tipi di cottura e i trattamenti di superficie sono gli stessi e l’unica differenza è, per l’appunto, l’aggiunta o meno di un decoro dipinto. Inoltre, a causa della frammentarietà dei pezzi e a seconda della porzione di vaso conservata, non sempre è possibile capire se l’individuo fosse dipinto o meno. Ad esempio, di rado si trovano fondi dipinti, anche nei casi in cui facciano parte in origine di forme decorate. Quindi sono difficili da stabilire per ciascuna tipologia stime precise sul vasellame che effettivamente presentava decorazione dipinta.
72Ancora più complicate da identificare sono le produzioni con motivi incisi, in quanto questo tipo di decoro si trova su parti specifiche del vaso (orli soprattutto, più raramente sulla spalla). Comunque sia, rispetto alle produzioni con decorazione dipinta, quelle con decorazione incisa non sono molto frequenti209 e, anche in questo caso, non sembrano caratterizzate da specifiche varianti formali.
73Anche da un punto di vista morfologico non è semplice distinguere le differenti varianti formali, talvolta anche in presenza di parti di vaso generalmente considerate come diagnostiche. Ad esempio i fondi umbonati e le anse lisce caratterizzano sia le anfore che gli orcioli, e talvolta i bacili; su alcuni orli a larga imboccatura vi è il dubbio se si tratti di anfore, orcioli od olle.
74L’insieme delle argomentazioni appena esposte, ha spinto dunque ad analizzare all’interno delle diverse forme la frequenza dei wares P2PLAIN, PNT, INCISA. Tuttavia, riconosciamo che la decorazione dipinta è un carattere distintivo della produzione palermitana, oltre che ad essere un buon indicatore cronologico. Proprio in virtù di ciò si approfondirà questo aspetto specifico preventivamente rispetto alle forme.
4.3.1.1. I motivi decorativi dipinti: indicatori cronologici e di provenienza?
75I motivi decorativi dipinti presenti sulla maggior parte delle tipologie anforiche, ma anche su anforette e tazze, sono un indicatore molto importante per il classificatore in quanto contribuiscono a contraddistinguere le produzioni palermitane (e siciliane), e a fornire indicazioni cronologiche utili a datare i contesti. Produzioni ceramiche con decorazione dipinta in rosso, relative a diverse categorie funzionali, sono molto diffuse ed hanno una lunga tradizione in tutto il sud Italia nel corso dell’alto-medioevo,210 così come nel Vicino Oriente sia nei livelli bizantini (VI-VII secolo) che nelle produzioni della prima età islamica.211 Anche in Sicilia, ceramiche dipinte sono documentate già in contesti bizantini di VIII secolo,212 per poi diventare più consistenti nel corso del IX secolo.213
76La produzione palermitana dipinta di età islamica si sviluppa in questo contesto culturale, che probabilmente affonda le sue radici in una tradizione precedente all’arrivo degli arabo-musulmani in Sicilia,214 sebbene non ancora ben identificabile nella parte occidentale dell’isola, soprattutto per mancanza di contesti databili tra VIII e IX secolo. Nella produzione palermitana sono stati documentati diversi motivi decorativi,215 talvolta tipici di parti specifiche del vaso,216 ma in generale non esclusivi di forme particolari in quanto restituiti da differenti varianti formali.217 Alcuni di questi motivi non sono ancora ben circoscritti da un punto di vista cronologico, a causa del fatto che sono documentati da numeri troppo esigui di frammenti e carenti per quanto riguarda i confronti, o aventi confronti solamente generici (DIP2, DIP5, DIP7, DIP10, DIP11, DIP12, DIP13, DIP14, DIP15, DIP16, DIP19, DIP 20, DIP22).218 Una certa varietà è stata riscontrata a partire dall’OC2,219 ma una buona parte dei motivi è stata restituita anche da contesti più tardi, relativi agli orizzonti ceramici successivi (OC3 a OC6). Tuttavia, non si è in grado di stabilire se, ed eventualmente in quali casi, si tratti di residui. Una particolare concentrazione di nuovi motivi decorativi dipinti elaborati su anfore/anforette e anfore con filtro è documentata tra i materiali restituiti dagli scavi di Palazzo Reale (DIP21, DIP23, DIP24). Sebbene non sia possibile stabilire quando sia iniziata la produzione di questi ultimi né quanto siano stati diffusi in città, in quanto rappresentati da singoli individui, è possibile documentare attualmente la loro presenza solo nell’OC6. È molto interessante rimarcare che in questo stesso OC sono attestate, sempre nei contesti di Palazzo Reale, una decorazione dipinta realizzata in bruno e bianco (fig. 35.1) e un decoro che raffigura un motivo fitomorfo (fig. 35.DIP24) molto simile ad alcuni raffigurati sulle produzioni invetriate (FIT3). Come si avrà modo di dire, l’imitazione di alcuni motivi decorativi delle produzioni da mensa con rivestimento vetroso è documentata anche in un’altra classe ceramica in parte coeva rispetto ai materiali di Palazzo Reale, ovvero la cosiddetta sovradipinta in bianco.220
Fig. 35. I motivi decorativi della produzione palermitana meno frequenti e meno chiari da un punto di vista cronologico (disegni e foto non in scala).

77Il grosso della produzione palermitana è costituito da motivi decorativi molto frequenti e peculiari che ne fanno una sorta di marchio di fabbrica, in grado di consentire l’identificazione immediata dell’origine palermitana o siciliana dei contenitori, e quindi verosimilmente anche dei prodotti contenuti. Inoltre, questi motivi decorativi si evolvono nel tempo in modo abbastanza chiaro e sono considerati a giusto titolo una fondamentale linea guida per l’attribuzione delle cronologie delle anfore palermitane.221 Gli studi degli ultimi anni hanno consentito di precisare alcune di queste cronologie, soprattutto quelle relative alle fasi di età islamica più antiche riconosciute (fine IX-primi X secolo), sebbene nel complesso il quadro offerto tra gli anni ’90 e 2000 non sia cambiato di molto. Tra i motivi più antichi vi è quello a cappi continui (fig. 36, DIP17) che, anche se non si sa quando inizia ad essere realizzato a Palermo, è documentato sicuramente a partire dai contesti palermitani datati tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, e non sembra protrarsi molto nel tempo.222 È presente, infatti, nelle fasi più antiche di Castello San Pietro,223 della Gancia (contesti inediti) e di Palazzo Bonagia (contesto inedito). Dagli stessi contesti provengono anche frammenti caratterizzati dal motivo decorativo che alterna bande verticali a motivi sinusoidali realizzati con lo stesso spessore di pennellata, che sembrano avere una durata leggermente più lunga (fig. 36.DIP8 e DIP9).224 Nel corso della prima metà del X secolo, il decoro sinusoidale diventa progressivamente più corsivo (fig. 36.DIP18),225 fino a trasformarsi in una serie di tratti staccati paralleli tra loro che si alternano a larghe bande verticali (fig. 36.DIP4). Quest’ultima variante compare all’incirca intorno alla metà del X secolo e prosegue invariata fino almeno alla prima metà dell’XI secolo. Non è chiaro cosa succede, invece, nella seconda metà dell’XI secolo, mentre si sa che nel corso del XII secolo i tratti obliqui diventano ancora più corsivi, sottili e distanziati, e le bande verticali sono sottili e tendono a sdoppiarsi (fig. 36.normanna).226 Un altro decoro molto comune e pressappoco coevo al motivo DIP4 (metà del X-metà dell’XI secolo circa) è il DIP3 (fig. 36), caratterizzato da larghe bande orizzontali, situate sempre sulla spalla dell’anfora, separate da brevi tratti verticali paralleli tra loro.
Fig. 36. I motivi decorativi della produzione palermitana più frequenti (disegni e foto non in scala).

78Sebbene i motivi decorativi sin qui descritti siano peculiari della produzione palermitana, occorre dire che verso la fine del X secolo, sono documentate altre produzioni siciliane caratterizzate dagli stessi motivi decorativi di quelle palermitane (soprattutto il motivo DIP4, fig. 36), come ad esempio quelle di Piazza Armerina227 e della Sicilia nord-orientale. Si rileva invece l’assenza di anfore dipinte nella produzione mazarese.228
4.3.1.2. Un nuovo panorama di contenitori per la mensa, dispensa e trasporto
79Prima di iniziare la disamina delle produzioni palermitane, occorre chiarire che con il termine ‘anfora’ verrà indicato in questa sede sia il contenitore da trasporto usato per i commerci a breve, medio e lungo raggio, sia una serie di forme chiuse che in realtà potrebbero aver assolto anche ad altre funzioni, come essere state impiegate per la dispensa e/o per la tavola.
80Le anfore prodotte a Palermo tra la fine del IX e l’XI secolo hanno caratteri tecnologici ben definiti che le rendono immediatamente riconoscibili. Le superfici, segnate da tracce di tornio evidenti dette cannelures o cordonature, sono acrome oppure caratterizzate da un leggero schiarimento o scurimento (P2PLAIN), e possono essere contraddistinte da una decorazione dipinta in rosso/bruno (PNT). Più di rado presentano decorazioni incise (INCISA), le quali sono generalmente localizzate sull’orlo o tuttalpiù sulla spalla. La tradizione di anfore che si sviluppa nel corso dell’età islamica, proseguirà anche durante l’età normanna, che nel complesso manterrà gli stessi aspetti tecnologici e di trattamenti di superficie, evolvendosi viceversa da un punto di vista morfologico e decorativo. Sebbene nelle produzioni di XII secolo l’approvvigionamento di argilla sembri lo stesso, il corpo ceramico si presenta, ad un esame macroscopico, più depurato. Questa differenza trova riscontro anche nelle analisi chimiche, in cui si nota che le anfore della Zisa sono state raggruppate tutte all’interno del gruppo C.229 Anche i trattamenti di superficie restano grossomodo gli stessi, acromi o con leggeri schiarimenti o scurimenti. Tuttavia, se alcune anfore sono caratterizzate ancora da cannelures simili a quelle di età islamica, la maggior parte delle tipologie certamente ascrivibili al XII secolo si presentano piuttosto lisce nella metà inferiore, mentre la parte superiore è percorsa da cordonature più fitte e profonde rispetto a quelle del periodo precedente. Assenti dal repertorio qui preso in considerazione sono, invece, le anfore caratterizzate da pareti lisce, documentate ad esempio nei contesti di XII secolo avanzato di Segesta.230
81Le anfore di età islamica si declinano in diverse variati e sotto varianti che saranno descritte in dettaglio qui di seguito in ordine numerico.231
82ANF1. L’inizio e la fine della produzione di questo tipo di anfora, identificata in contesti della seconda metà del X secolo, non sono stati ancora stabiliti con certezza (fig. 38). Il motivo decorativo più antico che caratterizza un individuo è il DIP18, motivo che, come è stato visto, compare forse intorno alla metà del X secolo, subito dopo i tratti sinusoidali (DIP8) e prima del decoro DIP4. Esemplari di quest’anfora sono stati restituiti da un contesto di Palazzo Bonagia appartenente all’OC4/5, relativo alla seconda metà del X secolo, e in associazione al motivo decorativo DIP3, i cui primi esemplari sono stati attestati nello stesso OC. Destinato verosimilmente ad accogliere liquidi, questo contenitore dal corpo ovoidale, fondo umbonato e collo stretto, generalmente contraddistinto da motivi decorativi dipinti, ha una capacità di circa 5 litri. Forse appartenenti al tipo 1 sono gli orli del gruppo ANF.g1, che presentano caratteristiche morfologiche comparabili. Occorre precisare, tuttavia, che non è possibile escludere che gli orli del gruppo ANF.g1, o una parte delle sue varianti, siano pertinenti piuttosto a bottiglie. Anche in questo caso, alcuni esemplari sono contraddistinti da decorazione dipinta, mentre altri sono acromi. Il primo esempio di ANF.g1 è stato restituito da un contesto dell’OC2, mentre gli esemplari più tardi sono stati restituiti dai contesti dei Monti di Trapani, della metà dell’XI secolo (OC6).232 Oltre che essere documentata a Palermo, questa forma è stata restituita dagli scavi di Casale San Pietro (Castronovo),233 e a San Vito, dove gli esemplari rinvenuti sono stati interpretati come ceramica utilitaria di bordo.234 La sua destinazione a carattere commerciale resta quindi una ipotesi da verificare, a causa di ritrovamenti extraurbani così sporadici.
83ANF2. Anche se di questo tipo di anfora non si conosce lo sviluppo del corpo, la forma del collo e le proporzioni orlo/collo sono talmente tanto peculiari che si è scelto di soprassedere alla regola generale stabilita per questo lavoro per la costituzione di un tipo morfologico (fig. 38). Anche in questo caso una serie di orli, classificati come ANF.g2, potrebbero essere parte del tipo ANF2. Per lungo tempo, forme simili sono state considerate tipiche del XII secolo per comparazione con i tipi B1 e B2 della Zisa235 e in alcuni casi i colli di quest’anfora sono stati confusi con l’ANF11,236 meglio conosciuta come Faccenna A. Tuttavia, gli studi recenti degli assemblaggi palermitani hanno permesso in primo luogo di distinguerla da quest’ultima e in secondo luogo di anticipare gli inizi della produzione dell’ANF2 alla metà del X secolo e seguirne la produzione fino alla prima metà dell’XI secolo. Al contrario, non siamo più certi che la produzione dell’ANF2 continui nel XII secolo, e riteniamo che gli individui restituiti dalle volte della Zisa potrebbero essere residuali – così come è stato ipotizzato per l’ANF6.2b – in quanto, a differenza di altri tipi di anfore documentate,237 non sono state ritrovate forme integre, e anche i motivi decorativi suggeriscono piuttosto un ambito cronologico di età islamica. Questo tipo di anfora è attestata sporadicamente in Sicilia,238 e al di fuori dell’isola è stata documentata a Ṣabra al-Manṣūriyya239 e a Napoli.240
84ANF4. Tra le anforette più piccole identificate fino a questo momento (circa 3 litri), ad oggi si dispone di un solo individuo integro (fig. 37). Una panoplia di varianti di orli probabilmente pertinenti a questa forma, classificati in questa sede come ANF.g3, è documentata durante tutte le fasi di età islamica in questa sede riconosciute a Palermo (fine del IX-prima metà dell’XI secolo).241 Destinata forse ad un uso domestico per il servizio da tavola o allo stoccaggio, anche quest’anfora si contraddistingue per la presenza di decorazione dipinta. Al di fuori di Palermo, non si sa se questo tipo di anforetta fosse utilizzata per trasportare prodotti o venduta in quanto contenitore. Diversi orli compatibili con questa tipologia, o meglio con l’ANF.g3, sono stati riconosciuti in particolare a Mondello,242 Carini,243 Casale San Pietro244 e Marineo.245
85ANF6. L’anfora caratterizzata da un corpo leggermente troncoconico e spalla ribassata, con imboccatura di medie dimensioni, sempre decorata da motivi dipinti, è di sicuro il tipo palermitano più diffuso. Sono state identificate due varianti principali.
86La variante 6.1 (fig. 37), che corrisponde al gruppo IV della classificazione di Carini246, si distingue per la presenza del tipico orlo a tulipano. Numerose varianti dell’orlo a tulipano sono state raggruppate all’interno del gruppo ANF.g7, che si ipotizza faccia parte pertanto del tipo ANF6.1. Si tratta dell’anfora più diffusa negli assemblaggi palermitani247 ed è distribuita in tutta la Sicilia.248 La scoperta dell’ANF6.1 nelle acque di Mondello,249 di Marsala,250 di San Vito,251 nel canale di Sicilia,252 a Pantelleria,253 a Pisa,254 a Beaulieu-sur-Mer255 e a Qaṣr al-‘Āliya in Tunisia,256 permette di inserire questa variante di anfora tra i contenitori da trasporto di liquidi (circa 10-11 litri) a lunga distanza. L’ANF6.1 sembra assente dagli assemblaggi palermitani della fine del IX-inizi del X secolo analizzati fino a questo momento,257 mentre compare, attraverso i primi prototipi, nel corso della prima metà del X secolo (OC3) per trovare la sua massima diffusione nella seconda metà del X secolo, prima di diminuire progressivamente nel corso dell’XI secolo (Grafico 9). Un terminus ante quem per la fine di questa produzione, o comunque per una sua forte flessione, potrebbe essere costituito dai materiali dei Monti di Trapani (metà XI secolo), in cui questa tipologia è quasi del tutto assente. Durante questo secolo di esistenza, questa anfora subisce una evoluzione riconoscibile soprattutto nella morfologia degli orli e nella tendenza all’allungamento dei corpi (fig. 37). In particolare, l’orlo che caratterizza la variante ANF6.1.o3 e il gruppo di orli ANF.g7n (fig. 37.ANF6.1.o3 e fig. 159), non sono mai documentati nei contesti antecedenti alla fine del X-prima metà dell’XI secolo della Gancia e di Palazzo Bonagia. Questo dato è confermato anche dai materiali di Palazzo Reale di metà/seconda metà XI secolo in cui gli orli a tulipano sono rappresentati quasi esclusivamente da questa variante specifica. Questa cronologia “bassa” è in un certo senso avallata anche da una ipotesi inedita di Fabiola Ardizzone, la quale postula che questa particolare variante potrebbe rappresentare una sorta di prototipo dell’orlo che caratterizzerà nel XII secolo il tipo A della Zisa258. Anche questa variante più tarda è stata oggetto di commercio, come dimostrano diversi ritrovamenti insulari ed extra-insulari.259 Infine, l’analisi del contenuto organico di un esemplare proveniente dai ritrovamenti di Mondello, suggerisce che questa anfora fu impermeabilizzata con resina fortemente scaldata e trasportava una bevanda fermentata ricca in acido malico.260
87La seconda variante del tipo 6, ANF6.2 (fig. 37), si differenzia dalla ANF6.1 principalmente per la forma dell’orlo. Sembra meno rappresentata negli assemblaggi palermitani, ma è possibile che si tratti di un problema di riconoscibilità, dato che gli orli dell’ANF6.2 sono meno caratterizzati e non si esclude che alcune varianti dei gruppi ANF.g4 e g6 possano essere pertinenti a questo tipo. Il motivo decorativo che caratterizza la variante 6.2.o1, documentata da un modulo di circa 5 litri, suggerisce una sua produzione sin dalla fine del IX-prima metà del X secolo, mentre non è possibile stabilire la sua durata. La variante 6.2.o2, invece, è tra le anfore palermitane più grandi ritrovate fino a questo momento (35 litri circa). La revisione delle cronologie dei carichi dei relitti A e B di Marsala (cfr. supra), ha consentito di rialzare l’inizio della produzione di questa tipologia tra la fine del X e la prima metà dell’XI secolo, ed in effetti i motivi decorativi che la caratterizzano confermano questo ambito cronologico. Il tipo 6.2.o2 è rappresentato anche da un’anfora restituita dalle volte di uno degli edifici palermitani normanni,261 dove tuttavia ci si chiede se non possa essere un residuale, e alcuni individui ritrovati nelle acque di San Vito.262 Una ulteriore variante (6.2.o3) è documentata da un esemplare restituito da un contesto di Pisa datato genericamente tra l’XI e il XII secolo.263
Grafico 9. L’ANF6.1 e l’ANF.g7 nel tempo in rapporto alla produzione di anfore palermitane.

88ANF7. Tra le tipologie più longeve della produzione palermitana e che hanno avuto più successo anche fuori dall’isola, presente già nei contesti palermitani di fine IX– inizi X secolo, continua ad essere prodotta per tutta l’età islamica (fig. 37).264 Capiente tra i 17 e i 18 litri, l’ANF7 è documentata da esemplari acromi ma anche caratterizzati da decorazione dipinta. La presenza di una nervatura a rilievo sulla spalla di alcuni individui, è stata considerata come indicatore degli esemplari più antichi.265 Appartenenti all’ANF7, sono anche probabilmente gli orli del gruppo ANF.g23. La diffusione di varianti di questo tipo di anfora, oltre che in Sicilia,266 in contesti extra insulari da individui databili, sulla base dei motivi decorativi, sin dalla metà del X secolo,267 dimostra incontrovertibilmente la sua vocazione commerciale.
89ANF8. Anfora di grandi dimensioni, dalla capacità di circa 28 litri,268 contraddistinta da larga imboccatura, collo di altezza media, e motivo decorativo dipinto (fig. 37). Probabilmente gli orli relativi all’ANF.g27, o una parte di essi (sicuramente le varianti “c” e “d”), sono pertinenti a questo tipo di anfora. Dai dati a disposizione, l’ANF8 è documentata a Palermo in contesti le cui associazioni sono databili tra la fine del IX e la prima metà del X secolo,269 cronologia avallata dall’associazione con il motivo decorativo dipinto a bande sinusoidali,270 e non sembra proseguire nel tempo. L’anfora tipo 8 e le varianti di orli ANF.g27c e ANF.g27d, sono tra le più antiche anfore palermitane circolanti in ambito insulare. Dal punto di vista della distribuzione, infatti, si ritrovano in diversi siti siciliani, sebbene localizzati unicamente nell’estremità occidentale,271 anche se non si esclude del tutto che questo dato possa essere ricondotto ad un problema di riconoscibilità. Un esemplare ritenuto della Sicilia occidentale è infine documentato in Ifrīqiya negli scavi di Cartagine.272 Un elemento da mettere in evidenza è la somiglianza dell’ANF8 con anfore prodotte nell’area di Siracusa datate dalla prima metà del X secolo273 e di Agrigento.274 Inoltre, va rilevata anche la similitudine con un’anfora ifrichena, nello specifico con il tipo 5 di Ṣabra al-Manṣūriyya275 e con una tipologia documentata ad Althiburos.276 Bisogna, tuttavia, sottolineare come questi confronti siano stati istituiti solo sulla base dei colli e degli orli e non sull’intera forma, e dunque non è possibile stabilire con certezza se si tratti della stessa variante morfologica e/o dimensionale, oppure di somiglianze riservate esclusivamente all’aspetto dell’imboccatura.
90ANF9. Documentato da pochi individui a Palermo, questo tipo di anforetta di piccole dimensioni, verosimilmente impiegata per la mensa, ha una forma simile al tipo ANF6, ma ha il corpo più schiacciato e cuoriforme (fig. 38). Circolava probabilmente nell’ambito del X secolo e fino a questo momento risulta associata alle decorazioni dipinte DIP4 e DIP2.
91ANF10. Rappresentato fino a questo momento da due individui privi dell’orlo dalla capacità di circa 15 litri e provenienti da contesti le cui associazioni sono incerte (fig. 37). La cronologia di entrambi gli esemplari è stata proposta, dunque, solo sulla base dei motivi decorativi che li caratterizzano. Quello più antico presenta il motivo a cappi continui il cui uso, come è stato visto, è circoscritto, esaurendosi verosimilmente entro la prima metà del X secolo.277 L’altro individuo è caratterizzato, invece, dal decoro DIP4, tipico dei contesti databili tra la metà del X e la metà dell’XI secolo.278 Si segnala che le anse che contraddistinguono l’anfora più antica sono una liscia e l’altra con solco.279 L’ANF10 trova confronti con alcune anfore, contraddistinte peraltro da un motivo decorativo a cappi molto simile a quello palermitano, restituite dagli scavi di Apigliano e datate tra X e XI secolo.280
92ANF11. Tra le produzioni di anfore palermitane, il tipo ANF11, meglio conosciuto come Faccenna A è l’unico, fino a questo momento, a non essere mai caratterizzato da decorazione dipinta (fig. 38). Si tratta di un’anfora dal lungo collo, corpo affusolato e fondo umbonato. Si segnala che la forma del corpo ricorda vagamente quella delle LRA7, un tipo di anfora a vocazione vinaria, prodotta in Egitto fino all’XI secolo.281 Nei contesti qui analizzati sono stati riconosciuti ad oggi due moduli principali, che corrispondono a due varianti morfologiche individuate:282 la variante 1, documentata in particolare nel carico del relitto A di Marsala, che contiene dai 2,5 ai 3,5 litri, e nelle acque di Mondello, che contiene tra i 4 e i 5 litri; la variante 2 di più grandi dimensioni (h 65 cm circa, fig. 171) restituita dall’ipogeo retrostante l’abside dei SS. Crispino e Crispiniano del Transkemonia283 e da Ṣabra al-Manṣūriyya.284 Da un punto di vista cronologico, questo tipo di anfora è stato considerato per lungo tempo una produzione di epoca normanna,285 ma una sua circolazione nel corso del XII secolo non è ad oggi suffragata da dati relativi all’analisi di assemblaggi provenienti da sequenze stratigrafiche affidabili. Al contrario, i dati in possesso sino ad ora sembrano piuttosto documentare questa tipologia di anfora tra la fine del X e la prima metà dell’XI secolo.286 Non è ancora chiaro, comunque, quando l’ANF11 inizia ad essere prodotta né quando smette di circolare, e attualmente non si hanno prove di una sua esistenza nel XII secolo. Diversi carichi di questo tipo di anfore scoperti nelle acque siciliane – Marsala A,287 San Vito288 e Mondello289 – documentano inconfutabilmente la sua vocazione commerciale. Al di fuori della Sicilia è stata documentata fino a questo momento solo in Ifrīqiya,290 contrariamente a quello che si credeva in passato.291 Sembrerebbe trattarsi quindi di un’anfora destinata soprattutto al trasporto extra regionale, forse a corto raggio. Le recenti analisi dei contenuti organici sugli esemplari di Marsala292 e Mondello293 hanno supposto la presenza di una bevanda fermentata molto ricca in acido malico compatibile con il vino o il succo di melograno.294
93ANF12. L’anfora che compare più tardivamente nella produzione palermitana di epoca islamica è l’ANF12 (fig. 38), che potrebbe essere una variante o l’evoluzione dell’ANF7,295 e alcune delle sue varianti sono state identificate in contesti di età normanna.296 Le prime attestazioni risalgono, infatti, alla fine del X-inizi dell’XI secolo tra i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia, è ben rappresentata tra quelli di Palazzo Reale e sembra proseguire almeno fino alla prima metà del XII secolo. Questa tipologia di anfora, caratterizzata da una larga imboccatura e alto collo, può essere acroma o presentare una decorazione dipinta ed è suddivisa in due varianti principali, che si distinguono tra loro per la forma delle anse. L’ANF12.1 ha le anse ad orecchio e sembra essere la variante più antica, mentre l’ANF12.2 ha anse verticali e sembra essere piuttosto di XII secolo. è probabile che gli orli del gruppo ANF.g25, forse solo ad esclusione dell’ANF.g25h, siano pertinenti al tipo ANF12. Oltre che a Palermo,297 l’ANF12 è documentata a Carini,298 Brucato,299 Monti di Trapani,300 relitto B di Marsala, quest’ultima con una capacità di 4 litri circa.301
94ANF14. Sebbene non sia stato possibile ricostruire nessuna forma integra pertinente a quest’anfora, la peculiarità dell’orlo, nelle sue differenti varianti, ci ha indotto a isolare questa tipologia, che forse comprende anche i gruppi di orli ANF.g15a e ANF.g16a. Ugualmente all’ANF8, la produzione e la circolazione del tipo 14 (fig. 37) è limitata alla prima metà del X secolo, come suggeriscono i contesti di rinvenimento, il decoro dipinto associato302 e la ricchezza di dettagli morfologici.303 Anfore di questo tipo sono documentate, infatti, nei contesti della III fase della Gancia, datata tra la fine del IX e i primi decenni del X secolo.304 Fino a questo momento individui del tipo ANF14.1 sono stati restituiti da contesti palermitani305 e di Carini,306 mentre il tipo ANF14.2 dalle acque di Mondello. In particolare quest’ultimo è caratterizzato da una iscrizione incisa in arabo in cui si legge parte di un nome307 e dal decoro DIP18, che conferma dunque una datazione intorno alla prima metà/metà del X secolo.308 Quest’ultimo ritrovamento induce a porre la questione riguardo ad una sua possibile funzione commerciale. Purtroppo, trattandosi di un solo individuo, non si è in grado di offrire risposte definitive, in quanto non è possibile escludere che l’esempio di Mondello possa anche aver fatto parte della ceramica di bordo.
95ANF15. Un altro tipo di anfora, l’unica fino a questo momento a non essere documentata negli assemblaggi palermitani, è rappresentata da un esempio attestato a piazza Bovio a Napoli e attribuito alla produzione palermitana dalle analisi petrografiche309 (fig. 37). Si tratta di un contenitore piuttosto insolito rispetto al panorama del resto delle produzioni palermitane: di forma ovoidale con anse ad orecchio e fondo arrotondato. Quest’ultimo è l’aspetto più inconsueto di questo individuo, in quanto il resto delle anfore palermitane sono sempre contraddistinte da fondi umbonati o tuttalpiù piatti nelle varianti di minori dimensioni. La presenza del decoro a cappi continui, datato non oltre la metà del X secolo, costituisce un terminus ante quem per questa tipologia di anfora. È decisamente troppo presto speculare sulle motivazioni dell’assenza dell’ANF15 dai contesti di Palermo, in quanto questo tipo di anfora è documentata, come si è detto, da un solo individuo. Si dovrà indagare in futuro se era un’anfora a sola vocazione commerciale, oppure se si tratta di un tipo più antico rispetto ai contesti palermitani in questa sede analizzati, precedente dunque alla fine del IX secolo, e vagliare dunque la possibilità che possa trattarsi di una produzione di pieno IX secolo.
Fig. 37. Esemplificazione della produzione di anfore palermitane.

Fig. 38. Esemplificazione della produzione di anfore palermitane.

Fig. 39. Crono-tipologia delle anfore palermitane.

96Al di là delle tipologie di anfore fino a qui presentate, e dei gruppi di orli che si ritiene possano essere ricondotti ai suddetti tipi noti e che sono stati via via menzionati, numerosi altri orli di difficile attribuzione tipologica sono stati documentati e raggruppati secondo caratteristiche comuni.310 Si tratta in linea generale di tipologie che si ritiene essere di età islamica e che presentano caratteristiche superficiali del tutto comparabili al resto della Produzione 2, generalmente acrome o contraddistinte da decorazione dipinta, più di rado incisa.
97Una parte della produzione di anfore di età islamica si distingue per la presenza di un filtro, fino a questo momento documentato unicamente nella versione a fori semplici. Rispetto ai vasi con filtro della Produzione 1, si tratta di vasellame di più grandi dimensioni, con pareti più spesse e filtri che non sono mai elaborati. Inoltre, sono documentati nei wares P2PLAIN, PNT e INCISA e i forti schiarimenti che contraddistinguono le superfici esterne della Produzione 1, in questo caso sono molto deboli (quando presenti). Fino a questo momento è stato possibile ricostruire un numero molto ridotto di individui integri o parzialmente integri, riconducibili a due varianti principali: una con il corpo cuoriforme (ANFFIL2), paragonabile a quello che contraddistingue l’ANF9, e l’altra con corpo globulare (ANFFIL3) (fig. 184).311 Si ignora, dunque, quale sia lo sviluppo del corpo del resto dei colli con filtro documentati (fig. 185). Questa somiglianza con la produzione anforica palermitana, sia sotto il profilo dei trattamenti di superficie che su quello morfologico, implica chiaramente una sottostima delle ANFFIL, identificabili a tutti gli effetti solo in presenza del filtro presso la base del collo. Da un punto di vista cronologico, le anfore con filtro sono documentate nei contesti di Palazzo Bonagia e della Gancia sin dall’OC3 e per tutta la durata dell’età islamica qui rappresentata. Inoltre, i contesti ceramici di Palazzo Reale e dei Monti di Trapani offrono una testimonianza della loro presenza anche nell’OC6 (metà/seconda metà dell’XI secolo).
98Per quanto riguarda le produzioni di anfore di XII secolo non si hanno dati provenienti dall’analisi di nuovi contesti. Tuttavia, la migliore conoscenza delle produzioni di età islamica consente di proporre alcune nuove considerazioni e soprattutto aprire nuove questioni. In primo luogo, ci si domanda quanto il quadro rappresentato dai ritrovamenti della Zisa e in generale nelle volte degli edifici palermitani della seconda metà del XII secolo sia esaustivo rispetto ai consumi di anfore effettivi della popolazione palermitana di quel periodo. Inoltre, l’identificazione di tipi documentati nelle volte dei palazzi normanni in contesti databili in età islamica, spinge a chiedersi se tutte le tipologie fino ad ora considerate di XII secolo risalgano effettivamente a quel periodo o non siano piuttosto da interpretare come residui di età islamica o attardamenti d’uso. A tutti gli effetti, fino a questo momento le percentuali dimostrano che le anfore più documentate nelle volte sono le tipo A della Zisa,312 mentre dal punto di vista del tipo dei decori e dei trattamenti di superficie solo i tipi C, G e H313 mostrano caratteristiche attribuibili al XII secolo (fig. 40).314 Per quanto riguarda le altre tipologie, i caratteri intrinseci non sono dirimenti e l’attribuzione cronologica si è basata fino a questo momento esclusivamente sul loro ritrovamento negli edifici palermitani di XII secolo.
Fig. 40. Anfore recuperate dalle volte di edifici di età normanna palermitani attribuibili al XII secolo (da Ardizzone 2012).

99Stesse caratteristiche tecnologiche delle anfore della Produzione 2 fin qui presentate sono state riscontrate in due tipologie di contenitori simili per forma ma non per dimensioni: gli orcioli (ORC) e alcune varianti delle tazze tipo 2 (TAZZ2).315 L’analisi del materiale ha portato a stabilire che gli individui con diametri entro i 10/12 cm sono classificabili come tazze, mentre quelli con diametri dai 14/15 cm in poi corrispondono piuttosto alle forme che in letteratura vengono identificate come orcioli,316 boccali,317 tazze/tazzoni,318 olle,319 caraffe.320 Va tenuto presente che si tratta sempre di produzioni artigianali e che la convenzione adottata in questa sede ha una finalità prettamente classificatoria.321 Nel caso delle varianti più grandi si apre, tuttavia, una questione terminologica: si è deciso, infatti, di definirli orcioli (ORC), ovvero contenitori per liquidi,322 nonostante la funzione di questi oggetti non sia così chiara. In linea generale si ritiene che siano recipienti da dispensa o comunque polifunzionali,323 per i quali si esclude in questa sede la funzione “da trasporto” così come quella potoria.324 Alcune varianti presentano una insellatura destinata probabilmente ad accogliere un coperchio forse in materiale deperibile (legno?).325 Contenitori di questo tipo sono stati identificati anche in Ifrīqiya, dove è stato suggerito che vasellame simile negli usi berberi moderni è impiegato per servire o bere il latte o lo yogurt.326
100Sia nel caso degli orcioli che delle TAZZ2 si tratta di forme con orlo a fascia, generalmente caratterizzate da un’ansa liscia327 e corpo globulare o, nel caso di alcune varianti di tazze tipo 2, cuoriforme. Gli elementi che permettono di distinguere gli orcioli dalle TAZZ2 della Produzione 2 sono, invece, i fondi e la presenza o meno della decorazione dipinta. Gli orcioli sono, infatti generalmente contraddistinti da un fondo umbonato e sono privi di decoro dipinto.328 Al contrario le tazze hanno un fondo piatto e la maggior parte degli individui riconosciuti presentano motivi dipinti. Comunque sia, a livello classificatorio è facile confondere queste due forme, in mancanza di porzioni di vaso sufficientemente grandi, così come non è sempre chiara la loro distinzione dalle anfore. Infatti sia gli ORC che le TAZZ2 sono prodotti con gli stessi ware delle anfore (P2PLAIN, PNT, INCISA) ed anche in questo caso le superfici possono essere acrome, con leggero schiarimento o scurimento. Nel caso degli orcioli, poi, essendo caratterizzati da fondi umbonati ed anse del tutto simili a quelli delle anfore, è ancora più complicato distinguere le due forme. A proposito dei fondi umbonati, si rileva che talvolta questi ultimi hanno un colore della superficie diverso dal resto del corpo. Lo si nota in prevalenza sugli individui con superfici scurite, in cui il fondo è, al contrario, rosso vivo (fig. 11). Questo è chiaramente la traccia lasciata dal sistema di impilaggio in cottura, che veniva realizzato mettendo gli individui l’uno sull’altro, inserendo il fondo all’interno dell’orlo dell’individuo sottostante, o utilizzando i sostegni circolari.329
101Da un punto di vista crono-tipologico, è difficile capire l’evoluzione sia delle tazze che degli orcioli. Per le tazze ci sono ancora troppi pochi individui (33 NMI alla Gancia e a Palazzo Bonagia) per proporre ipotesi affidabili. Si rileva, comunque, che le TAZZ2 della Produzione 2 sono documentate fino a questo momento quasi esclusivamente nella seconda metà del X secolo-primi dell’XI secolo.330 Per quanto riguarda gli orcioli, le uniche differenze riscontrate nei diversi individui documentati riguardano gli orli, mentre la struttura dei corpi, dei fondi e delle anse non sembra modificarsi. Sono stati identificati in tutte le fasi di età islamica in questa sede analizzate,331 e le diverse varianti si trovano distribuite in tutta la sequenza.332 Le varianti ORC1.1.o2, ORC1.1.o8 e ORC1.1.o12 sono documentate a partire dai contesti più antichi (fine IX-primi del X secolo, OC1-2), mentre nel corso della prima metà del X secolo compaiono gli ORC1.1.o1, ORC1.1.o3, ORC1.1.o4, ORC1.1.o5, ORC1.1.o6, ORC1.1.o7, ORC1.1.o14. In generale queste varianti sono documentate anche nelle fasi successive di seconda metà X-prima metà XI secolo. Alcuni orcioli, invece, compaiono a partire dalla seconda metà del X secolo (ORC1.1.o9, ORC1.1.o10, ORC1.1.o11, ORC1.1.o13, ORC1.1.o15). In quest’ultimo caso si tratta, tuttavia, di forme rappresentate da un singolo individuo, tranne nel caso di ORC1.1.o9. L’apparente assenza di linee evolutive nel tempo può essere interpretata o nel segno di un campione di riferimento ancora troppo scarso, o può essere legata alla natura delle UUSS analizzate e quindi ad una presenza massiccia di residuali nei contesti, oppure ad un fattore funzionale. Si potrebbe ipotizzare, infatti, da un lato il successo di questa forma e dall’altro un uso prolungato nel tempo dei singoli oggetti, che avrebbero dunque delle fasi di vita lunghe.
102La comparsa degli orcioli nei contesti di età islamica di Palermo e l’uso diffuso di questo contenitore in città, porta a considerare questa forma come parte integrante del processo di islamizzazione della cultura materiale avvenuto progressivamente in seguito alla conquista islamica. Anche se da un punto di vista morfologico esempi di orcioli sono documentati anche in Italia peninsulare,333 la sua assenza nei contesti insulari di VIII e IX secolo noti sembra significativa.334 In Sicilia la forma è documentata in diversi contesti urbani, più raramente rurali,335 sebbene siano state classificate assieme varianti che, come è stato visto, in questa sede si è scelto di separare in quanto è stato ipotizzato avessero funzioni diverse. Ad esempio le dimensioni degli esemplari di Agrigento (<12 cm)336 e di Siracusa337 sono comparabili alle TAZZ2, mentre a Piazza Armerina338 e a Mazara339 sono documentate entrambe le varianti, ovvero quelle assimilabili alle tazze e quelle compatibili agli orcioli. Nel caso di Mazara, poi, sono emersi due aspetti interessanti. In primo luogo lo studio dei residui organici mostra che in tutte le “caraffe sottoposte ad analisi sono state rilevate tracce di frutta e grassi, tra cui olio di oliva,340 mentre nella bottega del vasaio l’esame macroscopico ha consentito di appurare che contenevano il manganese, utilizzato per decorare le produzioni invetriate.341 Inoltre, le varianti dimensionali più piccole presentano tracce di combustione sulla superficie esterna, che potrebbe implicare un uso per scaldare o mantenere in caldo gli alimenti,342 avallando dunque l’ipotesi di una differenziazione funzionale tra le varianti più grandi e quelle più piccole.
103In Ifrīqiya sono documentate, poi, forme che da un punto di vista morfologico somigliano vagamente agli orcioli palermitani ma che in apparenza avevano in molti casi altre funzioni. Ad esempio nel caso degli esemplari ritrovati a Ṣabra al-Manṣūriyya,343 Kairouan344 e Ksar Lemsa345 si tratta di “céramique culinaire tournée” talvolta ingobbiata in rosso,346 quindi ceramica da cucina tornita, che in generale è attestata nei contesti ifricheni in quantità decisamente più scarsa rispetto a quella modellata a mano (modelée à la tournette). In altri casi, invece, si tratta di produzioni acrome (céramique commune) mono o biansate, tra le quali si riconoscono due varianti principali: una più schiacciata, classificata come bol (ciotola),347 e una in effetti più simile agli orcioli qui presentati, forse utilizzata per lo stoccaggio.348 Di quest’ultima tipologia, tuttavia, non sono chiare né la frequenza né la distribuzione.
104Anche nell’area corrispondente all’attuale Algeria sono documentate forme simili morfologicamente agli orcioli palermitani, ma che hanno uno spessore delle pareti più fine, orli semplici e sono biansate. Si tratta di ceramica a pasta chiara senza rivestimento con diametri entro i 15 cm, classificate come jarritas.349 Rispetto alle produzioni palermitane, sembra essere ceramica più fine, probabilmente con funzione potoria, paragonabile da un punto di vista funzionale alle nostre tazze e soprattutto ai contenitori iberici.350
105Sempre restando nel mondo islamico e intorno al concetto di islamizzazione della cultura materiale, recentemente è stato proposto un confronto tra forme simili a quelle qui classificate come orcioli e documentate a Castello San Pietro351 e le serie T20 (jarro) e T21 (jarra) della classificazione di Sonia Gutierrez.352 Occorre innanzitutto precisare che nella classificazione di Castello San Pietro sono raggruppate sotto la definizione di “boccali” nel contributo del 2014353 e “mug” in quello del 2018354 forme dal diametro di circa 17 cm che in questa sede sono state definite “orcioli”, distinguendole dalle tazze in quanto, seppur e simili da un punto di vista morfologico, le dimensioni decisamente più ridotte di queste ultime lasciano immaginare una funzione differente. Questo stesso confronto è stato di recente condiviso da Antonino Meo per le produzioni mazaresi355 e in precedenza suggerito anche da Paul Reynolds per gli individui di Bir Ftoua a Cartagine.356 Si ritiene che il confronto proposto con le produzioni iberiche possa funzionare da un punto di vista morfologico per le TAZZ2, che potrebbero essere in effetti forme potorie ma che a Palermo, come è stato detto, non sono così tanto diffuse; funziona meno per gli orcioli che, per le loro dimensioni e per la forma degli orli che caratterizzano numerose varianti, non si ritiene essere forme potorie, ma piuttosto per la dispensa o polifunzionali, sebbene la questione funzionale, come detto, resti comunque aperta. Inoltre, il rapporto dimensionale altezza/larghezza degli orcioli è differente da quello degli esemplari andalusini. Al di là dell’aspetto morfologico, il jarro è in al-Andalus la forma prevalente nella ceramica da mensa di età emirale, sostituisce le forme aperte carenate, ed in questo senso è ritenuto un indicatore dei contesti di età islamica. Per Palermo non sembra che si possa seguire la stessa evoluzione e sostituzione, in quanto i contesti palermitani di età islamica restituiscono numerose forme aperte. In sintesi, sia nel caso dei jarro/jarra spagnoli che degli orcioli palermitani si è di fronte ad un processo di islamizzazione, che però è il risultato a nostro parere di due linee evolutive differenti, nate per soddisfare due tipi diversi di domande. Nel primo caso si tratta di una evoluzione nei consumi a tavola, mentre nel caso palermitano non è ancora del tutto chiaro, anche perché mancano contesti chiave di VIII e IX secolo in grado di gettare luce sulla questione.
106Il tema dell’introduzione degli orcioli resta, dunque, a nostro parere aperto. È chiaro comunque come l’orciolo sia una forma abbastanza semplice e comune, ed è possibile istituire vaghi confronti con produzioni cronologicamente e geograficamente anche distanti tra loro. Si tratta quindi di capire: 1) la funzione di questi oggetti a Palermo; 2) se questi oggetti erano utilizzati allo stesso modo nei diversi siti di consumo siciliani; 3) quale cambiamento nei consumi ceramici della popolazione palermitana ha portato all’uso regolare di questi contenitori. Tra l’altro dai dati di cui si dispone sembra che questa forma scompaia in età normanna, sebbene questa assenza andrà meglio verificata con lo studio sistematico di ulteriori contesti databili a questo periodo.
Fig. 41. Esemplificazione degli orcioli prodotti a Palermo tra IX e XI secolo.

Fig. 42. Esemplificazione delle tazze della Produzione 2 palermitana.

107La presenza di una serie di orli trilobati che, in due casi, è stato possibile ricondurre a due forme integre, permette di identificare alcune brocche per il servizio di liquidi. È quasi impossibile distinguere le brocche dalle anfore in quanto le uniche differenze riguardano la presenza nelle prime di una sola ansa e dell’orlo trilobato. Pertanto è difficile capire la frequenza di questo vasellame che, in generale, non sembra molto diffuso né decorato da motivi dipinti.357
108Una funzione simile dovevano avere anche i pochi esemplari di bottiglie, meno frequenti rispetto a quelle della Produzione 1.358 Tra le bottiglie è stato isolato un tipo di piccole dimensioni con fondo bombato (BOTT4), a sua volta ulteriormente diviso in due varianti. Si tratta delle cosiddette bombette fittili che ricordano gli sphero conical vessels del mondo islamico, oggetti cuoriformi con apertura stretta nella parte superiore, breve collo, fondi a punta o, meno frequentemente, bombati, spesso contraddistinti da decorazioni incise o a stampo, più raramente invetriate, e sulla cui funzione sono state avanzate diverse ipotesi. Tra queste vi è quella di contenitore per vino o birra, profumi, oli essenziali359 o mercurio, oppure ancora strumento per illuminazione. In altri casi è stato suggerito un utilizzo come bomba incendiaria mediante l’uso di nitrato di potassio, nafta o fuoco greco. Infine vi è l’ipotesi dell’eolipide, oggetto che, riempito per metà d’acqua e messo sul fuoco, veniva fatto girare grazie all’azione del vapore.360 Probabilmente bisogna immaginare che oggetti dalle caratteristiche morfologiche nel complesso simili dovessero assolvere funzioni diverse. Ad esempio, nel caso degli esemplari palermitani non sono mai state documentate tracce di combustione361 e pertanto si possono escludere tutti gli usi legati al contatto diretto con il fuoco. Nel caso palermitano si è più propensi ad immaginare l’uso come flaconi. Nel Mediterraneo occidentale questa forma è abbastanza diffusa e si declina in diverse varianti.362 Alla Gancia e a Palazzo Bonagia sono documentati 8 individui acromi in totale, privi di qualsiasi decoro, all’interno di contesti databili tra la seconda metà del X e la prima metà dell’XI secolo.
Fig. 43. Esemplificazione delle brocche e delle bottiglie della Produzione 2 palermitana.

4.3.1.3. Le forme aperte della Produzione 2
109Sebbene non possano essere ritenute forme prevalenti della Produzione 2, occorre segnalare la presenza anche di forme aperte pertinenti a quattro tipi. Il gruppo più numeroso363 è quello costituito dai bacili, documentati nei wares P2PLAIN e INCISA. Classificati come ceramica polifunzionale, hanno le superfici acrome o tutt’al più scurite, e in alcuni casi presentano una decorazione incisa o sulla tesa dell’orlo o, più raramente, sulla superficie esterna. I fondi di questi bacili potevano essere o piatti, oppure anche umbonati, come sembra testimoniare l’individuo restituito dagli scavi di via Imera a Palermo364 ma anche probabilmente l’esemplare restituito dai contesti di Bir Ftouha.365 Da un punto di vista morfologico tutte le varianti documentate hanno un profilo troncoconico, due anse e diametri compresi tra i 20 e i 60 cm. Anche in questo caso, così come riscontrato negli orcioli, le uniche differenze sono state identificate nella forma degli orli, che tuttavia non sono stati ricondotti a cronologie circoscritte. Non si è in grado, pertanto, di offrire una crono-tipologia di questi oggetti, che però si trovano regolarmente in tutti i contesti di età islamica qui analizzati, anche se sempre in percentuale bassa. È possibile quindi dedurre che questo tipo di vasellame era di uso comune e probabilmente serviva a vari scopi: preparazione degli alimenti, stoccaggio di cibi, igiene personale ecc. I bacili sono oggetti frequenti sin dai contesti di VIII e IX secolo della Sicilia, come ad esempio dimostrano quelli restituiti dagli scavi di Sofiana.366 Pertanto è possibile considerare che questo tipo di vasellame sia compreso nei corredi già presenti ed utilizzati a Palermo prima dell’arrivo degli arabo-musulmani. Quello che, invece, risulta difficile da stabilire è se e come abbia cambiato nel corso del tempo la sua funzione.
110Decisamente meno frequenti rispetto a quelli della Produzione 1, sono i catini carenati ed emisferici della Produzione 2, tutti acromi (P2PLAIN). Alla Gancia e a Palazzo Bonagia sono stati identificati, ad esempio, un solo individuo di catino emisferico e 13 individui di catini carenati, tutti caratterizzati da pseudo-carena o carena semplice e da diverse varianti di orli. Difficile interpretare la funzione di questi oggetti, che potrebbero essere stati usati in maniera del tutto simile rispetto alle forme simili della Produzione 1, oppure potrebbero essere stati destinati ad usi specifici che tuttavia non sono ancora facili da definire.
111Un’altra forma aperta restituita dai contesti palermitani, sebbene rappresentata da pochi individui, è l’alfabeguer, un recipiente dalla funzione ornamentale che serviva per contenere basilico o piante aromatiche,367 il cui nome, usato per esemplari più tardi, deriva dallo spagnolo albahaca (castigliano alfabega, in arabo al-‘habac, che significa ‘basilico’). È una sorta di bacile profondo con fondo caratterizzato da un foro per consentire la fuoriuscita dell’acqua in eccesso, contraddistinto da un tipico orlo ingrossato entro cui è ricavato un tubulo per permettere il passaggio dell’acqua, e da una serie di elementi verticali applicati sull’orlo da alcuni dei quali fuoriusciva l’acqua immessa attraverso un ricettacolo verticale. A Palazzo Bonagia sono stati rinvenuti tre frammenti relativi a due o forse tre individui di alfabeguer. Uno di questi è stato restituito da un contesto di fine X primi dell’XI secolo, un secondo proviene da una US forse databile nella seconda metà dell’XI secolo, mentre l’ultimo è stato identificato in una US superficiale. Anche alla Gancia è documentato un individuo in un contesto di fine X-prima metà dell’XI secolo. Non si riescono a ricostruire le forme integre, ma le porzioni di vaso conservate rimandano, seppur non in maniera puntuale, agli individui identificati tra la ceramica restituita dagli scavi di Piazza Armerina.368 Gli esemplari documentati a Palermo possiedono infatti il tipico orlo ingrossato con il tubulo all’interno, utile a consentire il passaggio dell’acqua. Al di sopra dell’orlo si trovano le decorazioni plastiche, mentre sulla superficie esterna è presente una decorazione incisa a motivi ondulati. Oltre agli esemplari di Piazza Armerina,369 altri alfabeguer sono stati rinvenuti in Sicilia ad Agrigento,370 a Palermo (a Castello San Pietro e a piazza della Vittoria) e a Mazara del Vallo.371 Da una prima analisi effettuata su questi esemplari siciliani, seppur su individui a volte molto frammentari, si può comunque dedurre come vi erano differenti varianti di alfabeguer, anche se non è possibile definire se fossero legati ad ambiti cronologici differenti.
112Fuori dalla Sicilia altri esempi di alfabeguer sono stati identificati a Nishapur,372 alla Qal’a dei Banu Hammad,373 a Ṣabra al-Manṣūriyya374 e soprattutto nella penisola Iberica. Il più celebre è il “Vase de Tavira”,375 anche se ve ne sono altri esempi.376 Data l’assenza in contesti precedenti all’arrivo degli arabo-musulmani, anche gli alfabeguer possono essere considerati come indicatori dell’islamizzazione della cultura materiale e pertanto delle nuove usanze locali.
113Connessi sempre alla coltivazione delle piante vi sono anche quelli che sono stati interpretati come vasi. Si tratta di contenitori verosimilmente troncoconici o con pareti cilindriche, dagli orli ingrossati, con pareti dallo spessore consistente e talvolta contraddistinti da un semplice motivo decorativo inciso sulla superficie esterna. Questo elemento suggerisce che questi vasi non fossero interrati.
114Infine numerose forme aperte restano difficili da interpretare a livello funzionale, soprattutto perché documentate da porzioni di vaso insufficienti a definirne l’aspetto.
Fig. 44. Esemplificazione delle forme aperte della Produzione 2 palermitana.

4.3.1.4. Senia, Catusi, distanziatori e le produzioni minori
115La Produzione 2 comprende anche una serie di forme acrome, apparentemente introdotte con l’arrivo degli arabo-musulmani e pertanto giudicate buoni indicatori dell’islamizzazione della cultura materiale, utili a nuove tecniche di gestione delle acque e di produzione di beni. Dal punto di vista archeologico, la gestione delle acque è documentata dai vasi da senia (arcaduz in spagnolo), che fanno parte del sistema idrico della sāniya (senia): una macchina idraulica a trazione animale. I vasi da senia venivano fissati per mezzo di una catena ad una ruota verticale posizionata in un pozzo, in genere a sezione rettangolare, che girava grazie ad una seconda ruota orizzontale attraverso una trasmissione ad ingranaggi, azionata a sua volta da trazione animale. I vasi, posizionati mediante delle funi sulla ruota verticale, attraverso il movimento rotatorio continuo affondavano nel pozzo, si riempivano di acqua per poi svuotare il loro contenuto all’interno di una canalizzazione che faceva scorrere l’acqua in una gebbia.377 È opportuno precisare che molto spesso il termine “senia” è usato come sinonimo di un’altra struttura idrica: la noria (nā‘ūra). In realtà sono sistemi leggermente differenti in quanto la noria è costituita da una grande ruota azionata dalla corrente di un fiume o di un canale.378 Sebbene questi sistemi idrici siano conosciuti in alcune aree del Mediterraneo sin dall’epoca romana,379 non ve n’è traccia in Sicilia prima dell’arrivo degli arabo-musulmani. La prima testimonianza scritta sulla loro presenza a Palermo è quella di Ibn Ḥawqal della seconda metà del X secolo.380 In realtà, il dato archeologico permette di anticipare l’introduzione del sistema della senia almeno a partire dalla fine del IX secolo. Vasi da senia sono documentati infatti nella I fase della Gancia,381 nei contesti di fine IX-inizi X secolo del Palazzo Bonagia e nell’US 865 di Castello San Pietro382 e continuano ad essere documentati in tutte le fasi di età islamica. In tutti i casi studiati, si tratta di produzioni acrome che non presentano mai decorazione dipinta. Sono in genere caratterizzati da un orlo a sezione triangolare esterna, un corpo a bulbo contraddistinto da una lieve strozzatura nei pressi dell’orlo mentre risulta più panciuto verso il basso. La forma è completata da una presa “a bottone”. Da un punto di vista del tipo di produzione, dei trattamenti di superficie e della forma dell’orlo, i vasi da senia possono essere facilmente confusi con le anfore, mentre la presa è molto simile a quella che di solito si trova anche sui coperchi a profilo troncoconico (COPR1). Su quest’ultimo aspetto, l’unica differenza, che tuttavia andrà verificata con un campione di riferimento più ampio, riguarda la presenza di un bottone a rilievo nei coperchi, assente nei vasi da senia (o raramente presente), in cui la presa è piatta, come se dovesse essere in grado di poggiarsi e sostenere il vaso.383 Inoltre, nei pressi della presa dei coperchi non è presente un viraggio cromatico, documentato, invece, nei vasi da senia (fig. 11), segno di un differente sistema di impilaggio in fase di cottura. Come osserva Lucia Arcifa384 da un punto di vista dei confronti, se gli esemplari palermitani risultano molto differenti dagli arcaduz spagnoli,385 somiglianze anche piuttosto stringenti possono essere riconosciute con alcuni esemplari ifricheni386 ed egiziani.387 Altri confronti possono, inoltre, essere istituiti con individui datati al IX secolo e rinvenuti in Siria, in particolare a Raqqa.388 In Sicilia vasi da senia sono documentati a Mazara, in tutte le fasi analizzate (fine X-fine XI/inizi XII secolo),389 e a Calathamet dove sono rappresentati da tre esemplari datati tra XI e XII secolo.390 Tuttavia, per alcuni individui va vagliata la possibilità che possano anche essere stati utilizzati differentemente rispetto alla loro funzione originaria di raccolta delle acque. Ad esempio, il ritrovamento di un vaso da senia nelle acque di Mondello è stato interpretato nel segno di una rifunzionalizzazione di questo oggetto come strumento per la pesca al polpo.391 Al di là dell’aspetto funzionale, che andrà verificato per alcuni individui con ulteriori ricerche, è interessante che l’uso del sistema idraulico della sāniya è dunque documentato in due centri urbani fortemente islamizzati e legati al mondo arabo-musulmano, mentre resta da verificare per le altre realtà urbane siciliane e per gli ambiti rurali. Tra l’altro, il ritrovamento dei vasi da senia nei contesti abitati, al di là di una possibile rifunzionalizzazione di questi oggetti, attesta indirettamente anche la presenza di giardini intramuros.392 Non si sa fino a quando il sistema della senia resti in uso a Palermo, ma in età normanna sono piuttosto i documenti a testimoniare la loro esistenza,393 mentre il dato archeologico per questo periodo è carente. La presenza, infatti, di qualche esemplare nelle volte degli edifici palermitani della metà del XII secolo non è sufficiente a dimostrarne la continuità d’uso, in quanto potrebbero essere residui di età islamica, proprio come è stato ipotizzato per alcune anfore.394
116Un’altra novità dell’età islamica è l’introduzione della produzione dello zucchero, un processo abbastanza complesso che richiede mano d’opera specializzata.395 La produzione dello zucchero è visibile archeologicamente attraverso i vasi conosciuti in letteratura come formae e cantarelli. Le formae sono imbuti a collo largo e corpo conico la cui punta è forata (formae) e nei quali viene versato lo sciroppo della canna. Le formae erano posizionate su recipienti a forma conica e a fondo piatto (cantarelli), nei quali colava lo sciroppo. Fino a poco tempo fa, le sole testimonianze ceramiche per la produzione dello zucchero in Sicilia datavano a partire dal XIII secolo,396 anche se le fonti scritte contengono indizi di una produzione di zucchero già nel corso del X e XI secolo.397 Tuttavia, il recente ritrovamento di formae in un contesto della seconda metà del X secolo-prima metà dell’XI della Gancia e nel corso degli scavi di Corso dei Mille a Palermo,398 ha consentito di ottenere una evidenza archeologica della produzione di età islamica a Palermo. La prosecuzione di queste produzioni nel XII secolo è documentata in prevalenza dalle fonti scritte,399 mentre è debolmente visibile attraverso il dato archeologico. Infatti, l’unico esempio databile alla metà del XII secolo è una forma ritrovata nelle volte di un edificio normanno.400 In passato era stato supposto che il carico del relitto A di Marsala, considerato di XII secolo, trasportasse zucchero, fondandosi sull’ipotesi che l’imbuto ritrovato fosse una forma, e sull’assenza di prodotti che permettessero di sigillare le anfore, elemento che avrebbe suggerito un contenuto solido o vischioso, come lo zucchero.401 Tuttavia, lo studio sistematico archeologico e archeometrico dei ritrovamenti del relitto A di Marsala, ha consentito in primo luogo di stabilire che l’imbarcazione era di fine X-inizi XI secolo, e che le anfore e l’imbuto conservano tracce di vino, in maggioranza rosso.402
117All’interno della Produzione 2 sono compresi anche i catusi, ovvero tubature fittili per la canalizzazione delle acque. Per l’età islamica è stato documentato un solo tipo acromo percorso da cannelures, caratterizzato da un corpo cilindrico con doppia apertura: una caratterizzata da orlo indistinto (CAN1.1o4), e l’altra da un incasso, che in alcune varianti è segnato da una aletta. I diametri di quest’ultima apertura sono compresi tra 7,5403 e i 18 cm circa. Non sono documentate, invece, le canalette larghe e poco sviluppate di produzione palermitana restituite dagli scavi della Zisa in contesti di XII secolo404 e neanche quelle ritrovate a Segesta e datate tra XII e XIII secolo, il cui luogo di produzione resta da verificare.405
118Parte della Produzione 2 sono anche alcune ceramiche funzionali alla cottura del vasellame, che avevano il ruolo di distanziare e sostenere i contenitori all’interno dell’infornata. Si tratta, in particolare, di distanziatori circolari acromi, documentati oltre che a Palermo, anche in altri siti siciliani.406
119Un’altra forma documentata all’interno della Produzione 2 è quella che è stata definita “Chamber pot” (vaso da camera), anche se non si è affatto sicuri che la sua funzione fosse realmente quella. Ciò che spinge a definirla come tale è la somiglianza con altri esempi rinvenuti in area mediterranea.407 Si tratta di produzioni acrome, talvolta scurite, dalla forma cilindrica, orlo a tesa, biansate e fondo umbonato. Tra i materiali della Gancia e di Palazzo Bonagia, sono stati identificati 24 individui a partire dai contesti dell’OC3 e fino all’OC5b. Da un punto di vista evolutivo, la carenza di individui non consente di cogliere eventuali trasformazioni nel corso del tempo.
120All’interno della P2PLAIN sono stati identificati, infine, quattro lucerne a piattello e cupoletta e un microvaso, sebbene, come è stato visto, il grosso della produzione di queste forme rientri nella Produzione 1. Si ritiene, pertanto, che possa trattarsi di produzioni minori, magari non regolarmente fabbricate all’interno delle officine della Produzione 2.
Fig. 45. Esemplificazione dei vasi da senia, da zucchero, catusi, distanziatori, chamber pots e delle produzioni minori della Produzione 2 palermitana.

4.3.1.5. Produzioni da fuoco o Produzione 2?
121Le ultime forme P2PLAIN della Produzione 2 sono relative ad oggetti difficili da interpretare e comprendere sul fronte sia produttivo che funzionale. Un primo gruppo è costituito da diverse varianti di olle408 che, da un punto di vista morfologico, sono del tutto simili a quelle da fuoco, per lo meno nell’andamento generale del corpo e nella morfologia degli orli. Per quanto riguarda i fondi, invece, non sembra siano presenti quelli bombati con rincasso, come invece accade nelle produzioni da fuoco palermitane,409 e differiscono anche le superfici in quanto mai ricoperte da un film scuro. Per le olle della Produzione 2, di cui sono stati documentati un numero esiguo di individui (14 tra la Gancia e Palazzo Bonagia) sin dai contesti della prima metà del X secolo, si può facilmente supporre una funzione da dispensa ed escludere quella a contatto diretto con il fuoco, data anche l’assenza di tracce di combustione.
122Più difficile è, invece, l’interpretazione degli impasti dei tripodi, coperchi e teglie e quindi capire se erano prodotti all’interno delle botteghe della Produzione 2 o in quelle delle Produzioni da fuoco. In linea generale, durante la classificazione macroscopica, è stato piuttosto complesso distinguere per queste varianti i fabrics PA18 e PA21 (Produzione 2) da quelli delle produzioni da fuoco,410 e sono state molte le incertezze. Come si vedrà più avanti (Appendice 1), in alcuni casi non è stato escluso che alcune ceramiche da fuoco siano state prodotte con le argille di Ficarazzi, le stesse con le quali si fabbricavano le ceramiche delle Produzioni 1 e 2. Ciò che cambia e che permette talvolta l’inserimento all’interno delle produzioni da fuoco dei tripodi, coperchi e teglie con impasto incerto è il tipo di cottura subita. Anche l’analisi dei trattamenti di superficie non è del tutto risolutiva: se le teglie hanno effettivamente tracce di combustione sulla superficie esterna, indice di un contatto diretto con il fuoco, i tripodi sono spesso schiariti ed hanno una decorazione incisa al pettine sull’orlo e sul fondo interno. Al di là dell’aspetto funzionale, che verrà affrontato in dettaglio più avanti, ad oggi non è ancora chiaro se le teglie e i tripodi siano effettivamente fabbricati nell’ambito della Produzione 2, oppure facciano parte di una produzione specializzata e differente da quella delle olle da fuoco. Stesse incertezze riguardano anche i coperchi, che tuttavia, rispetto alle due forme precedenti, presentano un impasto di solito più compatto e molto più simile a quello che contraddistingue la Produzione 2. Questo è particolarmente vero per il COPR2, in cui non sono generalmente presenti tracce di combustione, ma anche all’interno degli altri tipi (COPR1 e COPR3) si riscontra una tendenza simile.
123Infine, è opportuno porre l’attenzione su un’ultima forma documentata a Palermo da alcuni individui di XI secolo, restituiti dai contesti di Palazzo Bonagia, monastero dei Benedettini Bianchi411 e Palazzo Reale,412 sulla cui funzione bisognerà meglio indagare in futuro (fig. 46.PB962). Si tratta di un contenitore dalle superfici schiarite, contraddistinto da un corpo cilindrico sul quale sono presenti una serie di fori, da due anse verticali, da prese verticali poste sull’orlo a breve tesa e, in corrispondenza di quest’ultime, applicazioni triangolari aggettanti verso l’interno, forse per accogliere e sostenere recipienti. Sebbene sembri poter essere considerato uno scaldavivande, non vi è alcuna traccia di combustione nei due esemplari ritrovati.
Fig. 46. Forme che potrebbero essere realizzate all’interno delle Produzioni da fuoco o della Produzione 2.

4.3.2. Burnish ware a Palermo?
124All’interno della Produzione 2 è stato riconosciuto un piccolo ma significativo nucleo di ceramiche decorate da una serie di bande concentriche dall’aspetto traslucido localizzate sulla superficie interna, e a volte anche su quella esterna. L’esame macroscopico non consente di stabilire con certezza la tecnica di realizzazione di queste bande, che si presentano differenti rispetto alle decorazioni dipinte che caratterizzano le anfore.413 In particolare non è chiaro se si tratti di una sorta di decorazione dipinta lucidata, simile alla tecnica della sigillata D,414 oppure di semplice brunitura. Sono documentate in prevalenza forme aperte, tra le quali si riconosce un CATCAR3.1.o1, ovvero un catino con pseudo-carena e orlo semplice, forse un bacile e alcuni fondi apodi.415 Tra le forme chiuse è stata identificata anche una tazza, mentre tra le forme incerte un fondo ad anello. Questi oggetti, verosimilmente impiegati per la mensa, sono sporadicamente ma costantemente restituiti da contesti databili a partire dalla fine del IX secolo e fino alla prima metà dell’XI secolo. Tuttavia, lo scarso numero di individui documentati (10 tra i contesti della Gancia e di Palazzo Bonagia) rende difficile definire l’effettiva durata di questa produzione ed in particolare di stabilire se, nei casi dei ritrovamenti in contesti più tardi, questo tipo di ceramica vada interpretata come residuale.416
125Allo stato attuale delle conoscenze non sono stati istituiti confronti puntuali con altre produzioni siciliane. Qualche spunto di riflessione, invece, è possibile proporlo sulla base di alcune produzioni ifrichene. Si può innanzitutto osservare che il motivo a bande concentriche si ritrova su produzioni tunisine, tecnologicamente differenti rispetto a quelle palermitane di cui si sta discutendo, databili tra età vandala e bizantina (V-VII secolo d.C.). Ci si riferisce in particolare al “décor lustré”417 che caratterizza soprattutto le varianti più tarde delle sigillate D del tipo Hayes 109, ma anche la ceramica “à double engobe”,418 identificata da Moncef Ben Moussa tra i materiali della Bizacena occidentale, tra le regioni delle Hautes Steppes e dell’Haut Tell, e della Zeugitania.419 Si tratta, in quest’ultimo caso, di un tipo di ceramica abbastanza ben definita da un punto di vista cronologico e tecnologico, caratterizzata da un repertorio piuttosto limitato di forme (vasi a listello soprattutto, ma anche catini carenati), la cui superficie interna si presenta decorata a bande sottili concentriche parallele tra loro di colore diverso, frutto di un contrasto tra due ingobbi di colori diversi,420 e talvolta tra zone ingobbiate e zone prive di rivestimento.421
126Il fattore cronologico e geografico da un lato, e tecnologico dall’altro, non consentono di capire se vi sia qualche legame tra le produzioni palermitane e le produzioni tunisine appena menzionate, ovvero una derivazione delle prime dalle seconde. Innanzitutto si tratta di tecniche diverse, in quanto le ceramiche palermitane non sono in nessun caso ingobbiate, mentre quelle tunisine lo sono, ad esclusione di una parte delle ceramiche “à double engobe”, contraddistinte da decorazioni a bande concentriche ma senza ingobbio. Tuttavia, queste ultime sono interpretate piuttosto come pezzi mal riusciti o comunque di individui che imitano la tecnica principale che doveva prevedere ingobbio e lisciatura.422 L’unico elemento tecnologico effettivamente in comune tra le ceramiche “à double engobe” e quelle palermitane potrebbe essere il doppio passaggio al tornio: una prima volta per la modellazione del vaso e una seconda per il decoro. In secondo luogo, dal punto di vista cronologico, vi è uno scarto di circa due secoli tra entrambe le produzioni tunisine (sigillate D e ceramica “à double engobe”) e quelle palermitane, e non sono state segnalate eventuali fasi intermedie.423 Infine, anche il fattore geografico non gioca a favore di un possibile legame tra le produzioni tunisine e quelle palermitane, soprattutto per quello che riguarda la ceramica “à double engobe”, mai identificata in contesti siciliani e circoscritta ad un’area specifica dell’attuale Tunisia.424
127Recentemente Paul Reynolds ha identificato tra i materiali di Utica numerosi individui contraddistinti da un decoro interpretato dall’autore come bande concentriche brunite. Si tratta di vasellame per lo più costituito da ciotole, catini e bacili circolanti tra il X e gli inizi dell’XI secolo e verosimilmente prodotto in loco o comunque nel nord della Tunisia.425 Da un punto di vista morfologico, cronologico e probabilmente anche tecnologico, le produzioni palermitane sono, dunque, molto simili a quelle di Utica e pertanto sarà opportuno in futuro approfondire un possibile legame tra le due produzioni.
Fig. 47. Burnish ware.

4.3.3. La sovradipinta in bianco: una appendice specializzata della Produzione 2?
128L’unica produzione ingobbiata prodotta a Palermo fino ad ora identificata è la cosiddetta sovradipinta in bianco, un ware che fa la sua comparsa nei contesti dell’OC5a,426 continua ad essere documentato nel corso dell’XI secolo ed almeno fino alla metà del XII secolo, come dimostrano i contesti delle terme della Zisa.427 Si tratta di un ware contraddistinto dallo stesso corpo ceramico della Produzione 2 che, durante l’XI secolo, caratterizza anforette con o senza filtro, verosimilmente destinate alla mensa, con due anse generalmente aventi un poggiadito e fondi umbonati la cui attaccatura al resto del corpo non è arrotondata, come nel caso della maggior parte delle anfore, ma angolare (fig. 184.ANFFIL1.1.o1). La porzione superiore e centrale della superficie esterna, e a volte parte dell’orlo interno, sono rivestite da un ingobbio rosso o bruno, mentre la parte inferiore del vaso presenta solamente colature. Al di sopra del rivestimento è realizzato un decoro dipinto in bianco che in genere rappresenta motivi floreali, a cuori incatenati, a linee e geometrici, mescolando elementi tipici della produzione di anfore, ma più elaborati, con alcuni di quelli che caratterizzano l’invetriata. Tra le volte della chiesa normanna di Santa Maria dell’Ammiraglio (1130-1140) sono stati ritrovati 10 esemplari relativi a varianti morfologiche di più grandi dimensioni e con un decoro molto elaborato che comprende anche pseudo-iscrizioni. Fabiola Ardizzone ritiene che da un punto di vista cronologico questi esemplari siano di poco precedenti rispetto al contesto di rinvenimento e che fossero destinati all’uso domestico piuttosto che al trasporto.428 Queste 10 anfore restano comunque testimonianze isolate per dimensioni e complessità di decoro all’interno del panorama di questo ware documentato in altri contesti palermitani di XI e XII secolo.
129Da un punto di vista morfologico, le anforette sovradipinte si discostano sotto diversi punti di vista dai vasi con filtro della Produzione 1. Nella Produzione 1, lo si ricorda, i fondi sono ad anello, i corpi sono schiacciati nella maggior pare dei casi (VFIL1), meno frequentemente globulari (VFIL2) e a sezione quadrangolare (VFIL3) e i filtri nelle produzioni di X e XI secolo sono in genere elaborati. Nel caso delle anforette sovradipinte, i fondi sono umbonati, i corpi cuoriformi, i filtri sono costituiti da fori semplici e in generale sono di più grandi dimensioni, sebbene siano presenti anche varianti più piccole.429 È quindi una produzione abbastanza specializzata che, sebbene riprenda elementi della Produzione 1 e 2, sembra nel suo insieme essere di fatto una innovazione sia dal punto di vista morfologico che, soprattutto, tecnologico.
130La ceramica sovradipinta in bianco palermitana è documentata regolarmente nei contesti palermitani di XI secolo430 e XII secolo, e sono state identificate anche alcune esportazioni, sebbene non siano chiari il volume e la distribuzione di queste ultime. Si trova con una certa frequenza nei contesti di Pizzo Monaco di metà XI secolo, mentre non è possibile stabilire la provenienza di altri esemplari restituiti da contesti siciliani,431 ad esclusione del caso di Mazara, in cui è stata ipotizzata una produzione locale.432 Alcuni esemplari sono stati identificati anche in Tunisia, sebbene occorrerà in futuro stabilire se si tratta di produzioni locali o importazioni siciliane.433
Fig. 48. Esemplificazione della sovradipinta in bianco.

4.4. La ceramica da fuoco: il caso isolato di Palermo
131A differenza delle Produzioni 1 e 2, il quadro produttivo della ceramica da fuoco presumibilmente prodotta a Palermo non è affatto chiaro. L’analisi macroscopica è stata resa difficoltosa dall’alta variabilità degli impasti i quali, durante la classificazione, sono stati divisi in diversi gruppi, sebbene fosse chiaro sin da subito che molte differenze erano riconducibili ai differenti tipi di cottura subita dai pezzi. Inoltre, la non corrispondenza di forme specifiche ad impasti peculiari, salvo in rari casi, ha reso ancora più difficile l’identificazione e la distinzione delle diverse produzioni. Nonostante questi limiti, si ritiene, alla luce delle analisi petrografiche e di diverse considerazioni che si andranno via via ad esporre, che la gran parte delle produzioni da fuoco circolanti a Palermo siano locali, o tuttalpiù fabbricate in qualche centro situato vicino la capitale. Le produzioni che riteniamo essere palermitane, o comunque fabbricate nei dintorni della capitale siciliana, possono essere suddivise in due grandi famiglie che si distinguono per la presenza (PA?7, PA?12, PA?27) o l’assenza di calcite spatica come degrassante (PA6, PA9, PA10, PA11, PA14, PA15, PA25, PA26, PA35, PA37, PA?81).434
132Come è stato già anticipato, le analisi petrografiche hanno suggerito che il gruppo petrografico CF1 e parzialmente i gruppi CF2, CF3 e CF4.1 sono compatibili con l’uso di materie prime riferibili alle argille di Ficarazzi, sebbene contraddistinte da tecniche diverse, e pertanto sono considerate prodotte a Palermo. I gruppi CF4.2, CF4.3 e CF5, sono differenti, ma comunque riconducibili a produzioni localizzabili nell’areale di Palermo, mentre CF8 e CF9 sembrano genericamente attribuibili alla Sicilia occidentale.435
Grafico 10. Le produzioni da fuoco verosimilmente palermitane.

133Gli impasti senza calcite spatica sono senz’altro i più frequenti a Palermo e sono a matrice ferrica. È opportuno precisare che non si tratta, tuttavia, di un unico gruppo, all’interno del quale vi sono varianti di uno stesso impasto, ma, più verosimilmente, si tratta di una serie di centri produttivi differenti che utilizzano approvvigionamenti di argilla e tecnologie distinti tra di loro, e che allo stesso tempo producono un panorama morfologico simile. In linea generale, da un punto di vista morfologico la batteria da cucina si compone in prevalenza di olle globulari, ma sono documentate anche teglie, tripodi e pentole con orlo introflesso, oltre che coperchi e vasellame in calcare a globigerina.436 Questa prevalenza di olle è un carattere distintivo degli usi della popolazione palermitana, e questa è una delle ragioni che spinge a considerare locale la produzione di queste forme. Nel resto della Sicilia di età islamica la forma più comune, presente anche a Palermo, come si vedrà, ma in minore quantità, è, infatti, la pentola con orlo introflesso e fondo piatto realizzata in prevalenza con impasti calcitici. Le olle sono molto più sporadiche e spesso, tra l’altro, importate proprio da Palermo. Olle palermitane sono state infatti riconosciute soprattutto nella Sicilia occidentale ad Agrigento,437 Entella,438 Corleone,439 Casale Nuovo,440 Valli dello Jato e del Belice Destro,441 Castronovo442 e Cefalà Diana.443 Non è chiaro quando questi oggetti inizino ad essere esportati, ma, sulla base delle caratteristiche formali sembra che la loro circolazione si esaurisca nel corso del X secolo. Alcune produzioni di olle con orlo verticale o estroflesso realizzate al tornio veloce sono state riconosciute in altre aree della Sicilia. Tuttavia, a differenza di quelle palermitane, sono realizzate con impasti diversificati verosimilmente locali e sembrano circolare in contesti piuttosto alti. Ad esempio, gli esemplari di Siracusa sono databili nella prima metà del X secolo e realizzati con impasti calcitici,444 mentre quelli di Corleone, con impasto calcareo locale, sono databili tra la fine dell’VIII e il IX secolo.445
134Un altro elemento peculiare della produzione palermitana, sebbene non esclusivo, è il tripode, conosciuto in letteratura come scaldavivande, pseudo-scaldavivande o sostegno.446 Si tratta di una forma contraddistinta da un basso corpo cilindrico o troncoconico, larga tesa orizzontale, fondo piano poggiante su tre o quattro piedi che, verosimilmente a partire dalla metà del X secolo circa, si dota di quattro elementi verticali impostati sull’orlo.447 L’introduzione di questa forma a Palermo, documentata sin dai contesti dell’OC1, è stata connessa al fenomeno d’islamizzazione che iniziò a coinvolgere l’isola dopo la conquista da parte degli Aghlabidi.448 Oltre che nella capitale siciliana, forme simili sono documentate nella vicina Ifrīqiya,449 dove sembra vi sia una evoluzione simile a quella palermitana, ma anche in alcuni siti siciliani.450 Come si è già avuto modo di dire altrove, non si è affatto convinti che la funzione dei tripodi sia stata quella tradizionalmente accettata di contenere braci.451 A ben vedere, dubbi sulla funzione di questi oggetti erano stati manifestati anche negli anni novanta da Salvina Fiorilla, la quale li classificò come sostegni, osservando che il vasellame in questione proveniente dai siti di Piazza Armerina, Agrigento e Bitalemi non presentava tracce di bruciato.452 Stessa osservazione è stata proposta anche da Maria Serena Rizzo,453 da Alessandra Molinari454 e, più di recente, su alcuni rinvenimenti palermitani.455 L’interpretazione di questo tipo di vasellame come scaldavivande deriva principalmente da studi etnografici, che rilevano come oggetti dalle sembianze morfologiche simili sono usati ancora oggi come contenitori per le braci, che dovevano appunto servire per mantenere caldi i cibi. In effetti, in Spagna gli esemplari di brasero altomedievali identificati conservano tracce di fuoco sull’orlo e all’interno del pezzo.456 Al contrario, i pezzi qui classificati e in generale tutti quelli visionati fino a questo momento dalla scrivente, seppur nella maggior parte dei casi abbiano corpi ceramici refrattari,457 non possiedono quasi mai tracce di fuoco né sulla superficie interna, né su quella esterna.458 Le uniche tracce di annerimenti visibili sono localizzate sull’orlo o sugli elementi verticali, e solo raramente si trovano tracce di combustione sulla superficie interna, che comunque non sembrano essere compatibili con la presenza di braci (fig. 49). Pertanto, la funzione di braciere è a nostro parere da escludere. Si potrebbe allora avanzare l’ipotesi che i cibi erano mantenuti caldi non tramite l’uso di braci, ma riempiendo questo contenitore di acqua bollente, tenendo caldi i cibi grazie al sistema del “bagnomaria”.459 Tuttavia, questo non spiega la presenza in molti di questi contenitori di decorazioni incise al pettine che spesso si trovano, oltre che sull’orlo, anche sul fondo della superficie interna. Si potrebbe allora avanzare l’ipotesi che si tratti di sostegni per olle da fuoco, caratterizzate da un fondo bombato con rincasso. Quest’ultimo elemento potrebbe dunque poggiarsi sulle prese verticali dei tripodi. Ma anche questa interpretazione presenta purtroppo dei limiti. Infatti, i diametri dei fondi della gran parte delle olle sono molto più piccoli rispetto a quelli dei tripodi, impedendo di fatto l’appoggio sulle prese verticali. Se è vero che questo potrebbe spiegare perché a volte all’interno dei sostegni si trovino leggere tracce di fuoco circolari, forse lasciate dall’olla direttamente poggiata all’interno, potremmo anche immaginare la presenza di oggetti per cucinare realizzati in altri materiali, come ad esempio in metallo. Nulla si sa ad oggi sulla presenza e l’uso, o meno, di pentole metalliche a Palermo durante l’età islamica, e pertanto non è del tutto da escludere questa ipotesi. Si potrebbe comunque immaginare una possibile polifunzionalità di oggetti, come d’altronde ipotizzato anche per frammenti con caratteri morfologici simili riconosciuti a Melilla, che non presentano sempre tracce di fuoco.460
135In linea con le produzioni palermitane, stesse incertezze a livello funzionale si riscontrano per gli esemplari tunisini e mazaresi, dove tracce di fumigazione si trovano sulla parte superiore dell’oggetto. A Mazara solo in rari casi tracce di combustione si trovano all’interno della vasca, ragion per cui è stato ipotizzato che questi oggetti potessero assolvere a diverse funzioni.461
136Se sulla comprensione funzionale dei tripodi occorre ancora lavorare, bisogna tuttavia ammettere che questi oggetti erano in qualche modo connessi alla preparazione e alla presentazione dei cibi.
Fig. 49. Localizzazione delle tracce da fuoco nei tripodi palermitani.

137Il nucleo più consistente delle produzioni da fuoco restituite dai contesti palermitani è costituito dal vasellame contraddistinto dagli impasti PA9 e PA6 (351 NMI/49,16 % nei contesti di Palazzo Bonagia e 88 NMI/42,72 % nei contesti della nuova Pretura) e da una tecnologia fortemente caratterizzata. Si tratta in prevalenza di olle realizzate al tornio veloce, con pareti sottili e cordonate acrome o rivestite da una sorta di film scuro sulla superficie esterna (fig. 50 e 52). La presenza di qualche raro tripode, coperchio, bollitoio, casseruola e brocca caratterizzata da questi due impasti andrebbe verificata mediante indagini petrografiche mirate (fig. 51-52). Sebbene la provenienza di questi manufatti sia difficile da identificare solo su base geologica, diverse considerazioni spingono a ritenere che questa produzione fosse realizzata a Palermo o nell’area periurbana. Innanzitutto l’aspetto quantitativo, essendo ritrovata abbondantemente in tutti i contesti di età islamica palermitani analizzati, a partire dall’OC1 e fino all’OC6. In secondo luogo, Palermo ha la concentrazione maggiore di questa produzione, mentre in altri siti è stata documentata in maniera più sporadica e sembra essere stata usata in prevalenza nel X secolo. Infine, alcune analisi petrografiche hanno portato a proporre come possibile luogo di approvvigionamento un’area compresa tra Altofonte e Monreale nella valle dell’Oreto, dunque vicino Palermo.462
Fig. 50. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA9.

Fig. 51. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA9.

Fig. 52. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA6.

138Il secondo gruppo di impasti più frequenti sono i PA10, PA11 e PA26 rappresentati rispettivamente da 98 NMI/12,73 %, 43 NMI/6,02 % e 140 NMI/19,61 % nei contesti di Palazzo Bonagia e 6 NMI/2,91 %, 8 NMI/3,88 % e 103 NMI/50 % in quelli della Nuova Pretura. Riguardo a questi fabric è opportuno precisare che l’analisi macroscopica non combacia con quella archeometrica in quanto quest’ultima li ha ricondotti a gruppi/varianti differenti.463 In effetti, questi sono gli impasti che più di tutti hanno posto problemi durante la classificazione macroscopica a causa della loro alta variabilità. L’impasto PA10 è documentato prevalentemente da tripodi e teglie realizzati a mano o a cercine e poi forse rifiniti al tornio lento, mentre molto più rare sono le olle, i coperchi e i bacili (fig. 53). Le superfici sono sempre acrome e talvolta sono caratterizzate da decorazione incisa. L’impasto PA11 caratterizza quasi in egual misura olle e tripodi, mentre meno documentati sono teglie e coperchi (fig. 54). Anche in questo caso le superfici sono acrome, a volte decorate da motivi incisi. Infine il PA26, più frequente rispetto ai due precedenti, risulta utilizzato per modellare olle in prevalenza ma sono anche documentati scaldavivande, coperchi e teglie (fig. 55-56). Se non fosse per l’impasto e per il maggiore spessore delle pareti, le olle con impasto PA26 sono del tutto somiglianti a quelle con impasti PA6 e PA9, in quanto anch’esse acrome o contraddistinte da un film scuro sulla superficie esterna. Anche in questo caso i tripodi possono essere contraddistinti da un decoro inciso.
Fig. 53. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA10.

Fig. 54. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA11.

Fig. 55. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA26.

Fig. 56. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA26.

139Un terzo gruppo, questa volta contraddistinto da impasti simili da un punto di vista geologico tra di loro è costituito dagli impasti PA14, PA15 e PA37, che caratterizzano in prevalenza olle e più raramente tripodi acromi (fig. 57a-c) e che rappresentano il 4,9 % (35 NMI) della ceramica da fuoco palermitana di Palazzo Bonagia e il 0,49 % (1 NMI) della Nuova Pretura.
140Infine, gli ultimi due impasti presumibilmente palermitani di questa prima grande famiglia a matrice ferrica e senza l’aggiunta di calcite spatica sono il PA25 e il PA35, documentati da un numero esiguo di olle (fig. 57.d-e).464 Nonostante la scarsa rappresentatività di questi due fabrics è interessante soffermarsi sul PA35, in quanto possiede caratteristiche compatibili con il cosiddetto “macrogruppo a”, identificato per la prima volta da Elena Pezzini grazie allo studio delle fasi di età islamica più antiche restituite dagli scavi della Gancia.465 Questo gruppo è caratterizzato da olle dalle pareti lisce e orli verticali o a tesa e da un tipico corpo ceramico grigio al nucleo che vira al rosso/arancione sulle superfici, frutto verosimilmente di una cottura prima riducente e poi ossidante. L’ipotesi formulata da Elena Pezzini è che la produzione di questo tipo di olle affondi le sue radici in una tradizione tecnologica già presente nella Sicilia di età bizantina. Il confronto con la ceramica da fuoco tipo Santa Caterina, prodotta con tecnologia costituita sempre da un corpo ceramico grigio al nucleo e arancio sulle superfici tra la seconda metà del V e l’VIII secolo,466 avallerebbe quanto proposto dalla studiosa. Somiglianze morfologiche possono, inoltre, essere istituite con i gruppi 1, 11 e 12 della classificazione della ceramica di Ganzirri, datate anche queste tra la seconda metà del V e la fine del VII secolo.467
Fig. 57. a. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA14; b. esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA15; c. esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA37; d. esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA25; e. esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA35.

141La seconda famiglia di impasti che si ipotizza essere stata prodotta nell’areale di Palermo è rappresentata da produzioni caratterizzate da calcite spatica aggiunta come degrassante. Anche in questo caso, stando alle analisi petrografiche, che non hanno confermato la provenienza palermitana ma più genericamente dalla Sicilia occidentale, gli impasti PA?12 e PA?27 sono gli stessi e si differenziano macroscopicamente solo per il tipo di cottura subita, mentre il PA?7 è, invece, isolato.468 Questa diversità, in effetti, si nota anche nel panorama morfologico e nella frequenza delle attestazioni. Il PA?7 si contraddistingue per la presenza di olle globulari con orlo estroflesso (fig. 58b); è rappresentato da pochi individui (8 a Palazzo Bonagia), ed è confrontabile con un corpo ceramico documentato alla Gancia in contesti della fine del IX-primi decenni del X secolo.469 Il PA?12 e il PA?27, invece, sono rappresentati da pentole cilindriche a fondo piatto e orlo introflesso, realizzate a cercine e forse rifinite al tornio lento, e da qualche teglia, e sono documentate in maniera costante e senza particolari evoluzioni morfologiche a partire dalla III fase della Gancia (OC2) fino almeno alla prima metà dell’XI secolo470 (fig. 58a). Forme simili caratterizzate dalla stessa tecnologia che prevede l’aggiunta di calcite spatica sono state identificate pressoché in tutta la Sicilia,471 sebbene non sia possibile stabilire se si tratti di un'unica produzione, o, più verosimilmente, di diversi centri produttivi che fabbricavano forme simili.
Fig. 58. a. Esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA?12 e PA?27; b. esemplificazione delle forme da fuoco con impasto PA?7.

142Non resta a questo punto che proporre alcune considerazioni sull’origine di queste produzioni da fuoco presumibilmente palermitane. Per quanto riguarda le produzioni contraddistinte dall’aggiunta di calcite spatica, stando al panorama siciliano di VIII e IX secolo noto, è possibile presumere che questo tipo di tecnica, particolarmente adatta a sopportare il contatto diretto con il fuoco, fosse già conosciuta e ampiamente utilizzata dagli artigiani siciliani anche prima dell’arrivo degli arabo-musulmani. Pertanto non è da considerarsi, da un punto di vista tecnologico, parte del processo di islamizzazione della cultura materiale. Allo stesso tempo è interessante notare, però, che la pentola cilindrica con orlo introflesso e fondo piatto è una forma piuttosto diffusa in Mediterraneo, documentata nel nord Africa centrale,472 Spagna,473 Marocco474 ma anche in Italia peninsulare.475 Quindi questa produzione palermitana, sebbene non preponderante da un punto di vista quantitativo negli usi della popolazione residente nella capitale, rientra in una sorta di koiné che accomuna il resto della Sicilia e del bacino mediterraneo sin dall’epoca tardo-romana.476 Lo stesso non si può dire delle olle con impasto a matrice ferrica senza l’aggiunta di calcite spatica, e in particolar modo quelle caratterizzate dagli impasti PA6 e PA9. Non solo questo tipo di forma non sembra circolare molto nel Mediterraneo, per lo meno in quello islamico,477 e nel resto della Sicilia, salvo le eccezioni su menzionate,478 ma la tecnologia impiegata ad oggi non trova confronti. Tra l’altro, si tratta di una tecnica ben precisa che richiedeva know-how specifici, e di certo non è frutto dell’improvvisazione degli artigiani. Infatti, contenitori dalle pareti arrotondate e sottili e con impasti piuttosto depurati sono particolarmente adatti a sopportare gli shock termici, al contrario dei fabrics con matrici ricche di inclusioni che richiedono pareti più spesse per ridurre stress meccanici e rischi di rottura.479 Caratteristiche tecnologiche simili sono state riscontrate ad esempio nella cosiddetta Brittle ware, che raggruppa una serie di produzioni da fuoco in circolazione dal periodo romano a quello abbaside (X secolo) e distribuite in Siria, nel sud della Turchia e nell’Iraq nordoccidentale. Si compone di un repertorio piuttosto vasto che si presenta “red in colour, the fabric is sandy and the cooking pots are globular with corrugated, thin walls”.480 Tuttavia, non vi sono somiglianze stringenti nel repertorio formale tra il gruppo delle Brittle ware e le produzioni di olle palermitane, e inoltre la presenza di selce in alcuni dei fabrics identificati a Palermo rende piuttosto peculiari questi ultimi. Se da un lato si considera, dunque, l’adozione di questa tecnica a Palermo una delle novità introdotte in conseguenza all’arrivo degli arabo-musulmani, si dovrà ancora indagare sulle origini e sulle dinamiche di arrivo di questa specifica tecnologia.
Fig. 59. Crono-tipologia delle produzioni da fuoco palermitane.

Notes de bas de page
1 Ad oggi si tratta dell’unico forno a barre ritrovato, datato dagli archeologi tra fine XI e prima metà XII (Spatafora – Canzonieri – Di Leonardo 2014) ma la cui cronologia è stata successivamente ribassata . Recentemente è stata data la notizia del ritrovamento di un forno a piano forato forse per la produzione di laterizi a Palazzo Scavuzzo Trigonia e databile ad età islamica (Aleo Nero 2018, p. 76; Vassallo et al. 2018, p. 11). Non è chiara, invece, l’ipotesi proposta sullo scarico di Corso dei Mille, in cui si accenna alla presenza di barre da un lato e di scarti di anfore dall’altro (Battaglia et al. 2018, p. 92-95). Anche nel caso delle fornaci “A” e “B” restituite dagli scavi di emergenza nei pressi della Stazione centrale non è chiaro cosa producessero; si parla di butti costituiti prevalentemente da ceramica acroma, orci, contenitori biansati, pentole, lucerne poca invetriata, poche anfore e di una barra (Battaglia – Canzonieri 2018). In tutti i casi qui menzionati l’analisi delle ceramiche è ancora in corso di studio e si hanno pertanto solo notizie preliminari.
2 Occorre ricordare a questo proposito l’ultimo interessante contributo di Lucia Arcifa, la quale propone un quadro delle conoscenze produttive sulla Sicilia alto-medievale (Arcifa – Bagnera 2018).
3 Gli scarti a cui si fa riferimento sono in particolare quelli pertinenti ai ritrovamenti di Castello a Mare datati all’XI secolo (D’Angelo 1986), al Monastero dei Benedettini Bianchi datati tra la fine dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo (Arcifa 1996) – anche se recentemente sono state avanzate due ipotesi che tendono a rialzare alla seconda metà dell’XI secolo la datazione di questi contesti (cfr. infra; Sacco 2017, p. 362; Pezzini 2018, p. 378-379) – e di Palazzo Lungarini anch’essi della fine dell’XI – prima metà del XII secolo (D’Angelo 2005; Spatafora 2005; D’Angelo 2012) anche queste ribassate alla seconda metà del XII secolo.
4 Per un recente censimento cfr. Aleo Nero 2018. Vale la pena inoltre segnalare l’ipotesi della presenza di una bottega di vasaio a Porta Sant’Agata formulata sulla base del ritrovamento di materie prime quali argilla e minerale (Battaglia – Canzonieri 2018, p. 219-221).
5 Alaimo – Giarrusso – Montana 1999; Montana et al. 2011; Giarruso – Mulone 2014; Orecchioni – Capelli 2018; Testolini 2018; Giarrusso – Montana 2022.
6 Gragueb et al. 2011; cfr. inoltre, Appendice 1.3.
7 Si tratta di poche barre e di qualche distanziatore circolare.
8 Si escludono da questa disamina i laterizi in quanto non costituiscono l’oggetto di questo lavoro.
9 La compresenza di sistemi produttivi differenti è un fenomeno conosciuto nel mondo islamico. Cfr. ad esempio per al-Andalus Coll Conesa – Porras 2010.
10 Per questo tipo di considerazioni sono piuttosto le fonti scritte a fornire informazioni, purtroppo assenti per il periodo qui trattato.
11 La Produzione 1 comprende gli impasti PA1, PA2, PA3, PA49 e PA58 che si distinguono per i tipi e le temperature di cottura. (cfr. Appendice 1).
12 Per le eccezioni cfr. infra capitolo 4.2.2.
13 Sulla distinzione delle vetrine nella produzione palermitana cfr. infra capitolo 4.2.
14 La presenza di barre, infatti, di per sé non testimonia l’uso di forni a barre (cfr. ad esempio Coll Conesa – Porras 2010, p. 32). Le indagini di scavo del teatro Santa Cecilia, che hanno restituito due fornaci datate inizialmente tra fine XI e inizi XII secolo (Spatafora – Canzonieri – Di Leonardo 2012), e poi nella seconda metà del XII secolo (Aleo Nero – Chiovaro – Di Maggio 2019; Falsone et al. 2022) consentono di precisare ulteriormente le modalità di cottura delle produzioni da mensa invetriate, per lo meno in questa fase cronologica. Il ritrovamento di un forno subcircolare privo di piano forato e di un forno a barre ha spinto ad ipotizzare che la prima cottura avvenisse nel primo forno, a ridosso del combustibile, mentre la seconda in quello a barre.
15 Thiriot 1997; Coll Conesa – Porras 2010.
16 Per una sintesti e per la bibliografia sull’argomento cfr. Arcifa – Bagnera 2018, p. 10-18.
17 Questo elemento ha spesso indotto i ricercatori ad ipotizzare una certa vicinanza con centri di produzione. Vorremmo ridimensionare questo assunto, ipotizzando che in alcuni casi possa trattarsi di riuso. Come già si domandava Jacques Thiriot (Thiriot 1997, p. 366), anche noi ci chiediamo se nel caso di Palermo sia possibile che in alcuni casi le barre possano essere reimpiegate come materiale da costruzione o come uso domestico. Quindi in sintesi non rigettiamo l’ipotesi dell’uso dei forni a barre per la Produzione 1 di Palermo, ma riteniamo che la sola presenza di qualche barra non sia sufficiente ad ipotizzare la vicinanza di forni e centri di produzione, che dovrebbe essere supportata, invece, anche da altri elementi.
18 L’uso simultaneo di barre, zampe di gallo e ganci è, invece, documentata in diversi siti del mondo islamico. Per una sintesi si rimanda a Thiriot 1997. Cfr. inoltre, Coll Conesa – Porras 2010, p. 32.
19 Capelli et al. 2020, p. 262 nota 89.
20 D’Angelo 2005; Id. 2014; Spatafora – Canzonieri – Di Leonardo 2014.
21 Arcifa 1996, p. 471.
22 Cfr. supra.
23 Aleo Nero 2018.
24 Cilia Platamone – Fiorilla 2009, p. 907.
25 Porter 2006; Jenkins 1968. Anche se alcuni nomi sembrerebbero indicare pittori/decoratori, non si può affermare con certezza che questi nomi fossero rappresentativi effettivamente di individui, in quanto potrebbero riferirsi piuttosto al nome dell’atelier (Porter 2006, p. 34).
26 Spatafora – Canzonieri – Di Leonardo 2012, p. 26.
27 Come si vedrà nell’Appendice 1, le analisi petrografiche hanno accertato che gli impasti PA18, PA21, PA28, PA31, PA52, PA53 e PA55 sono tutte varianti della Produzione 2 palermitana, che si differenziano per il tipo di cottura subita che le rende macroscopicamente differenti. Va inoltre ricordato che anche due campioni classificati con impasto SI?22 si sono rivelati essere palermitani (cfr. infra, capitolo 5.2.1).
28 Il vasellame prodotto all’interno della Produzione 2 sarà più ampiamente descritto nel capitolo 4.3.
29 In queste fornaci, infatti, è documenta la produzione di categorie funzionali simili a quelle della Produzione 2 di Palermo e l’uso degli stessi distanziatori circolari (Bonacasa Carra – Ardizzone 2007).
30 In questo sistema, molto diffuso già in età romana, la camera di combustione è separata da quella di cottura mediante un piano forato (Cuomo di Caprio 2007, p. 508-526; Coll Conesa – Porras 2010, p. 33).
31 Cfr. infra, Appendice 1.
32 Il gruppo CF9 è stato attribuito genericamente alla Sicilia occidentale.
33 Questa ipotesi andrà verificata, in quanto si basa esclusivamente sull’osservazione macroscopica.
34 Louhichi 2000, p. 143; Ardizzone 2004b, p. 195; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 204. Sulle sigillate cfr. Hayes 1972, p. 39-41, fig. 6; Bonifay 2004, p. 157-159, fig. 85.
35 Ardizzone 2004; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 205. Sulla sigillata Hayes 1972.
36 Fulford – Peacock 1984, p. 175, fig. 64.
37 Meo 2021a.
38 Ad es. Gayraud 2011, p. 298; Gragueb Chatti 2011, p. 182-183.
39 A Palazzo Bonagia è stato identificato un frammento che presenta superficie scurita (SCUR), ma si tratta attualmente di un unicum.
40 Oltre a quelli illustrati nella fig. 12: ANF; AP; BOTT; CATCARBIF; CHIU; DIST1; LUC2; VFIL.
41 Arcifa – Bagnera 2014, p. 169 e TAV. III.20 e 22-23.
42 A Contrada Castello San Pietro è segnalata la presenza nei contesti più antichi di età islamica di ceramiche schiarite con qualche incertezza nella resa su alcune forme chiuse (Arcifa – Bagnera 2014, p. 169). Andrebbe valutato tuttavia se si tratta di materiale appartenente alla Produzione 1 oppure piuttosto alla Produzione 2 dove, come si vedrà, è presente uno schiarimento più debole rispetto a quello delle produzioni da mensa della Produzione 1.
43 Meo 2021b, p. 255.
44 Cfr. infra.
45 Sull’introduzione dell’invetriata a Palermo cfr. ultra.
46 Cacciaguerra 2009; Aleo Nero – Chiovaro 2016; Sacco 2017.
47 Vaccaro – La Torre 2015; Arcifa – Messina – Vaccaro c.d.s.
48 I risultati di questo studio, pubblicati in Sacco 2017, saranno in questa sede ripresi e ampliati grazie ad ulteriori lavori realizzati successivamente a questo primo contributo, nonché alle analisi sulle vetrine realizzate da Veronica Testolini (Testolini 2018) e da Claudio Capelli e Roberto Cabella (Capelli et al. 2020).
49 Capelli et al. 2020; Capelli – Meo – Sacco c.d.s. Si discuterà dei risultati di questi studi all’interno della descrizione dei diversi wares (cfr. ultra).
50 Capelli et al. 2020.
51 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
52 È opportuno precisare che questi tre gruppi di vetrine non corrispondono a tre tipi tecnologici, ma solo all’aspetto macroscopico finale del rivestimento.
53 Cfr. infra.
54 Cfr. infra, capitolo 4.2.5.
55 Sono assenti tra i contesti della Nuova Pretura.
56 Cfr. ultra.
57 Cfr. infra, capitolo 4.2.2.
58 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 203-207; Sacco 2014, p. 225-231.
59 Il giallo di Raqqāda è una produzione individuata per la prima volta tra la ceramica rinvenuta per l’appunto a Raqqāda caratterizzata da una vetrina gialla e da motivi decorativi realizzati in verde e bruno dallo stile ben riconoscibile. Sul giallo di Raqqāda cfr. soprattutto Gragueb 2006.
60 Cfr. Appendice 1.
61 Giarrusso – Mulone 2014, p. 191-195, n. 15, 17 e 18; Sacco 2016; Testolini 2018; Capelli et al. 2020.
62 Cfr. Appendice 1.3.
63 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.
64 Al di là di quelle rappresentate a fig. 16 occorre segnalare il CATCAR3.3.
65 Come è stato visto, solo nella produzione acroma sono documentati, in queste fasi più antiche, fondi di questo tipo (cfr. supra). Inoltre, non è chiaro a che forma appartenga il fondo PB196 (fig. 16): una tazza?
66 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Eaed. 2018; Sacco 2014; Ead. 2016.
67 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; ai quali bisogna aggiungere l’US 970 di Castello San Pietro (Arcifa – Bagnera 2014).
68 Quest’ultimo dato sembrerebbe avallato dai dati preliminari delle sequenze della Nuova Pretura, sebbene occorrerà verificare meglio questa ipotesi con uno studio più sistematico.
69 Cfr. Appendice 1.3.
70 Documentati anche da importazioni ifrichene a Palermo di anfore e ceramica da mensa invetriata (cfr. infra).
71 In realtà è noto che Raqqāda continua ad essere abitata fino all’XI secolo e alle invasioni hilaliane, ma non è chiaro se era presente una produzione ceramica, ed eventualmente come si declinava (Gragueb Chatti 2009, p. 339).
72 Arcifa – Bagnera – Nef 2012, p. 251.
73 I pochi frammenti di giallo di Raqqāda rinvenuti sono stati interpretati come residuali (Gragueb – Tréglia c.d.s.).
74 Arcifa – Bagnera – Nef 2012, p. 249-251; Sacco 2014, p. 231.
75 Ardizzone et al. 2012; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Sacco 2016; Ead. 2017.
76 Meo c.d.s.; cfr. infra.
77 Cacciaguerra – Sacco 2022. Si escludono i frammenti palermitani identificati recentemente tra i contesti databili entro la prima metà del X secolo di Casale San Pietro (Meo c.d.s.).
78 Dal punto di vista quantitativo e dei rapporti con le altre produzioni coeve si può attualmente fare riferimento solamente ai contesti da noi analizzati che sono differenti tra loro per natura del deposito e per consistenza, e nei quali, in molti casi, il giallo di Palermo è stato interpretato come residuale. Nelle quattro unità stratigrafiche in cui il giallo di Palermo è certamente in fase, in due casi è presente come unica produzione da mensa invetriata locale, in un altro caso rappresenta la produzione minoritaria mentre nell’ultima unità stratigrafica è in netta prevalenza. Questi dati, ancora troppo scarsi da un punto di vista numerico, limitano molto la comprensione di questa produzione, lasciando aperte molte questioni.
79 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2018.
80 Aleo Nero – Chiovaro 2014, fig. 5 n. 1a-b.
81 Aleo Nero – Vassallo 2014, fig. 7.12 a-c.
82 Ardizzone – Agrò 2014, p. 47, fig. 3 n. 17.
83 Ad esempio una ipotesi di questo tipo è stata proposta da Akila Djellid per la capitale rustamide Tahert (Djellid 2011, p. 149-151).
84 Oltre a quelle rappresentate a fig. 17 vi sono anche BOTT; TAZZ; VFIL; LUC2.
85 Oltre a quelli rappresentati nelle figure si documentano anche ANF e BROCTRIL.
86 Due dalla Gancia, 1 da Palazzo Bonagia.
87 Ad esempio: Daouatli 1995, p. 79, n. 12; Gragueb 2004, p. 247 fig. 1; Kalinowsky – Stevens – Walth 2005, p. 504 fig. 4-5, p. 514 fig. 64-66; Gragueb Chatti 2009, p. 341 fig. R1; Ead. 2013b, p. 327 fig. 11; Vallauri 2020, p. 145 fig. 497.
88 Uno stesso ware è stato documentato nella produzione ifrichena (cfr. infra, fig. 61.IFR8.PB391)
89 Occorre precisare che il “moderatamente” è relativo al corpus analizzato in Capelli et al. 2020. In realtà si tratta di quantità di stagno molto basse.
90 Testolini 2018; Capelli et al. 2020, p. 263 e 265.
91 Cfr. ultra.
92 Cfr. ultra.
93 Questa difficoltà è anche dovuta al fatto che, come è stato visto, non si conosce nella maggior parte la natura delle UUSS analizzate.
94 Cfr. infra.
95 Meo c.d.s.
96 Cfr. infra.
97 Da ultimo Molinari 2010.
98 Cfr. infra.
99 Lo si preferisce a tipo pavoncella per due ragioni: innanzi tutto per evitare ulteriori confusioni e sovrapposizioni tra tipi che indicano ceramiche differenti; e poi perché, come si vedrà, la pavoncella seppur costituisca la decorazione centrale più documentata non è l’unica.
100 Capelli et al. 2020.
101 Aleo Nero 2017b, fig. 16.
102 Come del resto già osservato in Molinari 1994, p. 103.
103 Per questo schema, oltre ai nostri frammenti inediti, si sono presi in considerazione anche quelli pubblicati da altri studi (D’Angelo 2010, fig. 7-8; Lesnes 1997; Spatafora 2004, tav. II.b).
104 Cfr. infra.
105 Il volume della produzione del graticcio ware non è ancora quantificabile precisamente, ma è evidente la sua diffusione a Palermo e in Sicilia anche dalle varie notizie preliminari pubblicate nel corso del tempo.
106 Sulla diffusione del particolare motivo del pavone/pavoncella su diversi media nel mondo islamico cfr. Arcifa – Bagnera 2018, p. 30-38.
107 Così Derek Kennet definisce alcune produzioni restituite da vari siti in nord Africa e Sicilia (Kennet 1995, p. 224-226).
108 Si tratta in realtà di un numero piuttosto esiguo di individui, pubblicati in diversi contributi: Zbiss 1954, fig. 6, 9 -10; Berti – Tongiorgi 1981, p. 168, fig. 51 e tav. LVII; Daoulatli 1995, p. 84-85 fig. 42; Louhichi 2000a, p. 137 fig. 26, 29; Louhichi 2000b, p. 162 fig. 14a, fig. 14b; Louhichi 2010, p. 72 fig. 44 e 74 fig. 46; Berti – Giorgio 2011; Vallauri 2020, p. 146 fig. 505-506.
109 Crypta Balbi 2010.
110 Abdussaid et al. 1978, p. 17 pl. II.
111 Philon 1980, p. 59-60 fig. 127-130.
112 Gabrieli – Scerrato 1979, p. 256, fig. 296.
113 Berti – Giorgio 2011.
114 Cfr. capitoli 7-8.
115 Occorre precisare che per la cronologia, oltre ai dati in questa sede analizzati, ci si è in parte affidati anche a quelli pubblicati da Alessandra Molinari, e all’assenza di questo ware specifico nei contesti dell’ex monastero dei Benedettini Bianchi a Palermo (Arcifa 1996), in quelli di Mazara (Meo 2021b) e in quelli ritenuti della metà dell’XI secolo di Pizzo Monaco (Sacco et al. 2020).
116 In questo contributo si è scelto di trattare assieme la ceramica con decorazione colata e con decorazione a pois, anche se andrebbe chiarito con analisi mirate se si tratta effettivamente della stessa tecnica di decoro. Per il momento ci si è adeguati ad alcune delle classificazioni delle splashed wares (cfr. ad esempio Wilkinson 1973, p. 54-58; Soustiel 1985, p. 42 e p. 61 fig. 38).
117 La prima identificazione di questo tipo di decorazione è stata realizzata da Franco D’Angelo su alcuni materiali conservati presso il museo Archeologico Regionale “A. Salinas”, provenienti da vecchi scavi di Palermo, e considerati importazioni (D’Angelo – Sacco 2014).
118 Identificata per la prima volta a Samarra (Sarre 1925, Tav. XXVI-XXXIV). Tradizionalmente l’introduzione delle splashed wares nel mondo islamico era stata messa in connessione con l’influenza del vasellame cinese del periodo T’ang (618-906) (ad es. Rougelle 1991, p. 38-39). Oggi è noto come la splashed ware cinese non solo fu prodotta fino alla metà dell’VIII secolo, ma era usata in contesti funerari e nessuna importazione di questo tipo è stata ritrovata nel mondo islamico. Pertanto le somiglianze tra le splashed wares islamiche e quelle cinesi sono state interpretate come casuali, e produzioni cinesi quali la ceramica a tre colori non sembrano essere considerati prototipi del ware prodotto nel mondo islamico (Watson 2017, p. 491).
119 Ad esempio alcune tipologie di splashed ware sono state sostituite nel corso del tempo dalla splashed ware associata allo “sgraffiato”, probabilmente in momenti diversi nelle differenti aree del mondo islamico (cfr. ad esempio Schnyder 1973; Whitehouse 1979; Tampoe 1989, p. 94; Rougelle 2004, p. 217).
120 Per citare solo alcuni esempi: Wilkinson 1973, p. 54-58; Soustiel 1985, p. 42 e p. 61 fig. 38; Northedge – Kennet 1994, p. 33; Northedge 1997; Watson 2014, p. 133; Id. 2017.
121 Watson 2017, p. 491.
122 Watson 2017, p. 491.
123 Un altro individuo di produzione palermitana caratterizzato da questo tipo di decoro è stato rinvenuto durante gli scavi di Palazzo Reale (D’Angelo – Sacco 2014; Sacco 2018a).
124 Spatafora 2005, p. 54.
125 Sacco 2018a.
126 Frammento che associa questo decoro all’orlo bifido (Arcifa – Lesnes 1997, p. 409 fig. 2b, n. 17).
127 Inedito. Ringrazio Elena Pezzini per la segnalazione.
128 Il frammento si trova presso i magazzini del Museo Archeologico Regionale “A. Salinas”. Ringrazio Elena Pezzini per la segnalazione.
129 Alfano – Sacco 2014, p. 22; Randazzo – Alfano – Barresi 2018, fig. 5.
130 Alfano 2019, p. 608.
131 7 individui della Gancia e di Palazzo Bonagia provengono da contesti degli OC5a e 5b, mentre il resto degli individui sono stati restituiti da contesti non affidabili.
132 Cfr. infra, capitolo 5.
133 Berti – Tongiorgi 1981, p. 166, p. 169 tav. LV; Berti – Giorgio 2011, n. 55.
134 Blake – Aguzzi – Sfrecola 1989.
135 Ballardini 1936.
136 Golvin 1965, pl. LXXIII 1, 4. In Nord Africa, ceramica caratterizzata dall’effetto decorativo a colature o a pois è documentata in diversi siti, la cui cronologia tuttavia è affidata soprattutto ai confronti e non allo studio delle associazioni ceramiche e delle sequenze stratigrafiche: Ajdabiya (Riley 1982, p. 94-95, fig. 35), Qasr al-Āliya (Bahri 2004, p. 74-76, 89, 119 fig. a-8, p. 126 fig. a-39, p. 134 fig. b-33), Sousse e a Henchir al-Oust (Louhichi 2000, p. 145 e p. 159, fig. 6; Louhichi 2001, 207-209, fig. 9). Invece, per la ceramica in “verde e bruno a fondo bianco” ritrovata a Raqqāda, il cui repertorio decorativo comprende anche motivi a colature e pois, è stata ipotizzata una produzione artistica palatina, riservata ai membri dell’entourage principesco connesso agli Aghlabidi. Si tratterebbe dunque di una produzione di fine IX – primissimi del X secolo (Gragueb Chatti 2011, p. 182-195, in particolare fig. 3 e 30).
137 Gayraud – Vallauri 2017, p. 261-262 pl. 184.
138 Cfr. infra, capitolo 8.
139 Cfr. supra. Sono documentate anche rare forme chiuse.
140 Come dimostrano i ritrovamenti della Gancia e di Castello San Pietro (Arcifa – Bagnera 2014; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2018)
141 Oltre a quelli raffigurati nelle fig. 26 e 27 sono documentati anche ANF; APBIF; APTESA; BOTT; BROC; BROCTRIL; LUC1; PIATT (?); TAZZ.
142 Cfr. infra, capitolo 4.2.7.
143 Cfr. ad es. D’Angelo 2005, p. 391-392.
144 Oltre a quelli raffigurati nella fig. 28a si documentano anche: CATCAR3.3 (1); CHIU (3).
145 Ceramica a stampo è stata identificata ad esempio tra i materiali di San Lorenzo Maggiore a Napoli, in cui è interpretata come importazione egiziana (Scerrato 1984, tav. III.550), tra i materiali del relitto B di Marsala (Ferroni – Meucci 1995-1996, p. 317 fig. 32.9-10 e 13) recentemente datato tra la fine dell’XI alla prima metà del XII secolo (Ardizzone – Pisciotta – Sacco 2018, p. 53) e tra quelli conservati presso la biblioteca comunale di Piazza Armerina (Barresi 2010, p. 91-92, fig. 5).
146 Tra le forme aperte i tre individui relativi alle forme CATPT1.1.o4 provengono da contesti del saggio F della Gancia incerti. In questo saggio sono state identificate alcune UUSS contenenti prevalentemente materiale databile al XII secolo. Non è possibile escludere pertanto che i catini pseudo-troncoconici in questione possano essere di XII secolo.
147 Arcifa – Bagnera 2014; Arcifa – Bagnera 2018; Arcifa – Bagnera 2018.
148 Capelli et al. 2020.
149 Cfr. supra.
150 È opportuno ricordare che le quantificazioni “tracce”, “moderatamente” e “abbondante” non sono assolute, ma sono state definite in base al corpus analizzato in Capelli et al. 2020.
151 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.
152 Matin – Tite – Watson 2018.
153 Capelli et al. 2020, p. 263.
154 Arcifa – Bagnera 2014; Arcifa – Bagnera 2018; Arcifa – Bagnera 2018; Capelli et al. 2020.
155 In particolare Capelli et al. 2020 e soprattutto Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
156 Berti – Tongiorgi 1981, p. 170-171, tav. LX, LXII, LXIII-LXVII.
157 Ad esempio D’Angelo 2010; Molinari 1995; Ead. 2010.
158 D’Angelo 2010, p. 110-112.
159 Sacco 2017, p. 352.
160 Oltre a quelli raffigurati nella fig. 31 si documentano anche: APTESA, CATCAR, CATCARBIF, CATPT, CHIU, VFIL.
161 I motivi geometrici più diffusi sono organizzati o alternando cerchi e rombi variamente campiti o su un rombo centrale connesso a quattro triangoli. Per una sintesi degli schemi decorativi del tipo D’Angelo cfr. Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
162 Arcifa 1996.
163 Pezzini 2018.
164 Capelli – D’Angelo 1997.
165 Capelli et al. 2020.
166 Nef – Pezzini – Sacco c.d.s.
167 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
168 Cfr. supra.
169 Berti – Tongiorgi 1981, p. 191-193; Les andalousies p. 155 fig. 175; Azuar 2005, p. 176-177.
170 Sanders 2000; Morgan 1942.
171 Da ultimo Alfano 2018.
172 Meo 2021b; Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
173 Messina 2016; Messina et al. 2018
174 Ben Amara et al. 2009; Fiorilla 2009, p. 197-199, fig. 1-4.
175 Gragueb 2013a, p. 292 fig. 116; Gragueb 2013b, p. 326 fig. 7; Gragueb Chatti 2015, p. 262, 273; Gragueb Chatti et al. 2019; Vallauri 2020, p. 147 fig. 524. Occorre menzionare anche la testimonianza in Libia, in particolare da Medinat al-Sultan/Surt (Fehérvári – Bishop 2002, p. 105, pl. 98d).
176 Recentemente un individuo ifricheno assimilabile al tipo D’Angelo è stato identificato tra i contesti di Casale S. Pietro (Capelli – Meo – Sacco c.d.s.; Meo c.d.s.)
177 Produzioni compatibili con il tipo D’Angelo sono state ritrovate a: Brucato (Pesez 1984, p. 349-350, pl. 70d-e); Caliata (Castellana 1992, p. 42 fig. 12); Casale Nuovo (Molinari 1995, p. 193; Molinari – Valente 1995, p. 418) dove si ipotizza una provenienza ifrichena, anche se recentemente è stato suggerito che possa trattarsi di produzioni mazaresi (Meo 2021b); Casale San Pietro (Meo c.d.s.); Castellana (Palermo) (D’Angelo 1973, foto 9); Castello della Pietra (D’Angelo 1996a, p. 135 fig. 3.A; Id. 1997, p. 457-458 e tav. LXXXI; Id. 1998a, p. 16 fig. 5; Ardizzone et al. 2012, pp. 167-169) in cui un solo individuo è palermitano mentre il resto dei frammenti sono mazaresi (Capelli – Meo – Sacco c.d.s.); Colmitella (Rizzo – Romano 2012, p. 422, tav. I.13-14), Entella e il suo territorio (Ghizolfi 1995, p. 210; Corretti et al. 2021, p. 1571); Marsala (Canzonieri et al. 2010, p. 39); Milena (Arcifa 1991, p. 342 tav. XVI.5); Monte Iato (D’Angelo 1984, p. 483 tav. CCXLI.1; Isler 1979, p. 52 fig. 13; Ritter-Lutz 1991; Isler 1992, fig. 17 e 19); Siracusa: Fiorilla 1992, p. 13 fig. 3; Ead. 2009, p. 197-199 fig. 1-4; Piazza Armerina: Alaimo et al. 2010, p. 45 fig. 1; Alfano – Carloni – Pensabene 2015, p. 220 tav. 1.7 e 12; Valle del Gela (Fiorilla 1990, p. 164 fig. 31); Valle del Platani (Rizzo 2004, p. 73); Valli dello Jato e del Belice destro (Alfano – Sacco 2014).
178 Blake – Aguzzi 1989, p. 267 fig. 37; Berti – Tongiorgi 1981, p. 170-171 tav. LX, LXII, LXIII-LXVII. Berti – Giorgio 2011; nel caso di un catino carenato di San Matteo e di alcuni bacini della chiesa di Santo Stefano (XI secolo, non lontana dalla datazione di San Zeno e San Piero a Grado) la decorazione è realizzata solo in verde. Vanno segnalati anche gli esemplari restituiti da Reggio Calabria (Preta – Andronico 2008) e a Bric S. Vito (Pantò 1996) ritenuti ifricheni e/o orientali.
179 Agios Theodoros, Vamvaka; Yangaki 2021, p. 633, fig. III.e.
180 Sarebbe interessante capire se questa stessa divisione può essere valida anche per le produzioni ifrichene. In un recente articolo si è ipotizzato che l’introduzione delle invetriate piombo-stannifere in Ifrīqiya sia avvenuta nel tardo X secolo (Salinas – Reynolds – Pradell c.d.s.). Tuttavia detto lavoro si basa solo sull’analisi di alcuni frammenti da Utica e Cartagine, e non tiene conto della presenza di produzioni stannifere a Ṣabra al-Manṣūriyya, accertate con analisi archeometriche (Capelli et al. 2011), e soprattutto a Raqqāda, dove non sono state realizzate analisi, ma è evidente che le “céramiques vert et brun à fond blanc”, circolanti probabilmente quando la città era la sede del potere aghlabide prima e fatimide poi (876-921), siano contraddistinte da vetrine opacizzate allo stagno (Gragueb 2011). C’è anche da dire che sia per Ṣabra che per Raqqāda la cronologia dei frammenti va meglio precisata, e che nel caso di Raqqada va accertato anche se si tratta di una produzione locale. Pertanto è possibile che l’ipotesi di una introduzione tarda delle ceramiche stannifere sia valida per Utica e Cartagine, centri non privilegiati nella fase cronologica di cui si discute, ma è una conclusione che attualmente non può essere estesa all’intera Ifrīqiya, e che pertanto andrà ridiscussa sulla base dell’analisi di un maggior numero di campioni. Su questo cfr. anche Molinari c.d.s.
181 Testolini 2018; Capelli et al. 2020.
182 Attualmente non sono state realizzate analisi per determinare la composizione e quindi il tipo di vetrina. Pertanto il dato presentato in questa sede è affidato solo all’analisi autoptica.
183 Gragueb – Tréglia c.d.s. Sulla composizione chimica della produzione di monocroma turchese identificata a Ṣabra al-Manṣūriyya cfr. Capelli et al. 2011, p. 229-230.
184 Cfr. infra.
185 Gayraud – Vallauri 2017.
186 Occorre comunque sottolineare che il nostro campione di riferimento è ancora piuttosto scarso (4 individui in totale tra Gancia e Palazzo Bonagia)
187 In quest’ultimo caso l’attribuzione ad età islamica non è certa, in quanto proviene da un contesto di difficile lettura e attribuzione cronologica.
188 Berti – Tongiorgi 1981, p. 186-190.
189 Sui diversi schemi decorativi cfr. Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
190 Berti – Giorgio 2011, p. 40.
191 Testolini 2018; Capelli et al. 2020; Sacco et al. 2020.
192 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
193 Meo 2021b; Capelli – Cabella – Piazza 2021.
194 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
195 In Sicilia esemplari a boli gialli sono documentati a: Palermo, Castello San Pietro come produzione palermitana (Capelli et al. 2020), e Palazzo Reale – dove non vi sono indicazioni sulla provenienza (Aleo Nero – Chiovaro 2019, fig. 33a); Castello della Pietra, dove sono documentate smaltate verde/turchesi con decoro a boli gialli racchiusi da sottili linee brune (stessa variante di Berti – Tongiorgi 1981, p. 189 fig. 82) e con vetrina trasparente incolore e decoro in verde e boli gialli (Arcifa et al. 2012; Capelli – Meo – Sacco c.d.s.); Monti di Trapani, in cui è attestata smaltata su fondo bianco a boli gialli di Palermo, verde/turchese a boli gialli tunisina, a fondo bianco tunisina (Sacco et al. 2020); Entella (Ghizolfi 1995, p. 211); a Delia (con quarzo eolico, Fiorilla 2010, p. 146-147, n. 69, 77); alla Muculufa (?), a Salemi (vetrina o smalto a fondo chiaro, provenienza non specificata; Kirk 2013, p. 51-52); a Merì-ME (a fondo bianco; Arcifa 2004, tav. IV).
196 Sacco et al. 2020. Tuttavia è stato osservato come detti individui dei Monti di Trapani andrebbero rivisti alla luce delle recenti identificazioni di Mazara (Capelli – Meo – Sacco c.d.s.).
197 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
198 Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
199 Questo dato andrà, tuttavia, verificato mediante analisi archeometriche specifiche, come sottolineato in Capelli – Meo – Sacco c.d.s.
200 Cfr. Appendice 1.1.1.
201 In un solo caso la superficie esterna di un frammento ha una vetrina marrone chiaro, a meno che non si tratti di una vetrina trasparente e il colore che si vede è quello della superficie sottostante privo di schiarimento.
202 Cfr. supra 4.2.3.
203 Cfr. infra.
204 Cfr. Appendice 1.
205 Cfr. infra.
206 A volte sembra quasi una pellicola che avvolge il vaso, come se il vasaio avesse rifinito il vaso con le mani bagnate di argilla un po' più diluita. Su questo aspetto, tuttavia, occorrerebbe indagare meglio mediante analisi archeometriche.
207 Cfr. infra.
208 Ad esempio Arcifa – Bagnera 2014; Arcifa – Bagnera 2018.
209 Alla Gancia e a Palazzo Bonagia ne sono stati identificati ad esempio 27 individui.
210 David Whitehouse fu tra i primi a cercare di definire una evoluzione tipologica della ceramica dipinta a bande altomedievale restituita da scavi dell’Italia meridionale, identificando nelle broad-line wares le tipologie più antiche, seguite e sostituite a partire dal IX secolo circa dalle narrow-line wares (Whitehouse 1966). Questa classificazione è stata col tempo rivista, in parte dallo stesso Whitehouse (Whitehouse 1969; Id. 1986) in quanto ci si è progressivamente resi conto di una maggiore complessità di questi tipi di ceramiche. Sulle produzioni dipinte altomedievali in Italia si rimanda per brevità ai contributi raccolti negli atti a cura di Elisabetta De Minicis (2009), e inoltre Raimondo 2002; Ead. 2006; Imperiale 2014; Arthur – Imperiale 2015.
211 Arcifa – Bagnera 2018a, p. 18; Walmsley 2000.
212 Arcifa 2010, p. 122.
213 Arcifa – Ardizzone 2009; Arcifa – Bagnera 2018a.
214 Arcifa – Bagnera 2014, p. 171-172.
215 Cfr. Appendice 3.
216 Ad esempio il motivo decorativo DIP1 si trova sempre sulle anse, il DIP3 sulla spalla, DIP5 e DIP6 sugli orli ecc.
217 Ad esempio il motivo DIP3 può decorare sia l’ANF6.1 che l’ANF1.1 (fig. 37-38). Il decoro DIP4, invece, si trova sulla maggior parte delle forme di età islamica documentate (come si evince dalle fig. 37-38).
218 Ad esempio ceramica con decorazione a pois racchiusi da archi è presente in Campania associata a forme chiuse (Carsana 2004, p. 143-144), ma anche a Sétif (Mohamedi et al. 1991, p. 200-201, fig. 57.18). Produzione decorata da un motivo a graticcio dipinto in rosso è presente su un frammento trovato a Cagliari (Sereni 2009, fig. 9.1, tav. III.2, p. 215).
219 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 210.
220 Cfr. capitolo 4.3.3.
221 Arcifa – Lesnes 1997, p. 407-408; Ardizzone 2012, p. 122-124.
222 Nel corso della prima metà del X secolo la riproduzione di questo motivo decorativo sembra infatti esaurirsi del tutto. Proprio l’identificazione del motivo a cappi continui sia nella produzione palermitana che in quella della Sicilia orientale in contesti cronologicamente abbastanza vicini, il confronto con decori documentati nel sud Italia bizantino nonché la presenza di una tradizione di ceramica dipinta nel vicino-oriente mediobizantino, ha spinto Lucia Arcifa ad ipotizzare per le ceramiche dipinte palermitane un «… radicamento di queste produzioni in un contesto culturale che elabora un linguaggio originale includendo probabilmente tradizioni preesistenti». (Arcifa – Bagnera 2014, p. 171-172).
223 Arcifa – Bagnera 2014, p. 170-172.
224 Anche in questo caso non è possibile stabilire con precisione l’inizio di questo motivo decorativo.
225 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 210.
226 Ci teniamo a sottolineare come il processo evolutivo di questo motivo decorativo tra XI e XII secolo necessiterebbe di maggiori approfondimenti sulla base dello studio di nuovi contesti archeologici.
227 Alfano – Carloni – Pensabene 2017, p. 106 e fig. 5.
228 Meo 2021b.
229 Cfr. Appendice 1.3.
230 Molinari 1997.
231 Le indicazioni riguardanti le stime della capienza si riferiscono ai contenitori integri e non si può escludere che all’interno di una stessa tipologia vi siano varianti dimensionali differenti.
232 Sacco et al. 2020.
233 Meo 2021b.
234 Faccenna 2006, p. 41, fig. 40.1.
235 D’Angelo 1976; Ardizzone 2012, p. 111‐112.
236 Cfr. infra.
237 Cfr. infra.
238 Palermo: Chiostro San Domenico (Lesnes 1993, p. 574 fig. 4.17); Via Imera (Ardizzone – Agrò 2014, p. 48, fig. 4.61); S. Michele (Spatafora – Canzonieri – Cavallaro 2020, p. 348 fig. 4a). Sicilia: Milena (La Rosa – Arcifa 1991, p. 343, fig. 12); relitto A di Marsala (Ardizzone – Pisciotta - Sacco 2018, fig. 1.3).
239 Gragueb et al. 2011, fig. 11.
240 Si tratta di un individuo pubblicato da Arthur e identificato come Faccenna A (Purpura 1985, p. 135, fig. 15; Arthur 1986b, p. 549, fig. 4). Tuttavia, l’ampiezza dell’orlo così come la presenza del decoro dipinto porta piuttosto a classificarla come tipo ANF2.1.
241 Oltre alla Gancia, a Palazzo Bonagia e alla Nuova Pretura, altri esempi sono stati identificati in via Imera (Ardizzone – Agrò 2014, p. 48, fig. 4.49) e negli scavi di Sant’Antonino (Aleo Nero 2017b, fig. 10). Anche a Palazzo Reale è stato identificato un individuo appartenente al gruppo ANF.g3d ma non siamo in grado di stabilire se si tratti di parte del corredo di metà/seconda metà XI oppure di un residuo di poco precedente.
242 Sacco 2019.
243 Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, p. 671, gruppo III.
244 Meo 2021b.
245 Denaro 1997, p. 218, fig. 4.36.
246 Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, p. 674‐675.
247 Chiostro San Domenico (Di Stefano 1994, p. 110, fig. 8); piazza Marina (Spatafora et al. 2012, fig. 47.4); Via Imera (Ardizzone – Agrò 2014, p. 48, fig. 4.9; Spatafora et al. 2014a, p. 66, fig. 11).
248 Brucato (Maccari – Poisson, 1984, p. 269 pl. 13.e, p. 272 pl. 15.b, p. 276 pl. 18.b, p. 267, pl. 12.f-g); Carini (Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, fig. 5.A17); Casale Nuovo (Molinari – Valente 1995, fig. 13.16); Castellammare (materiale inedito); Castello della Pietra (Ardizzone et al. 2012); Contessa Entellina (Corretti et al. 2014, fig. 5.3); Marineo (Denaro 1997, p. 218, fig. 4.37); Marsala (relitto A) (Ardizzone – Pisciotta – Sacco 2018, fig. 1.2); valli dello Jato e del Belice destro (Alfano – Sacco 2014, fig. 13.42, 21, 38); Monti di Trapani (Sacco et al. 2020); Piazza Armerina (Alfano 2018); Sambuchi (Lauro 2009, fig. II 7.1); San Vito (Faccenna 2006, p. 41, fig. 40.6-7); Valle del Platani (Monte Castello) (Rizzo 2004, fig. 30.3, 86 10.3).
249 Sacco 2019.
250 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2018, fig. 1.2.
251 Faccenna 2006, p. 41, fig. 40.6-7.
252 Ardizzone 2012, p. 97, nota 51.
253 Informazione di Roberto La Rocca.
254 Meo 2018.
255 Tréglia et al. 2012, p. 206, fig. 1.11.
256 Bahri et al. 2021.
257 Arcifa – Bagnera 2014; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014.
258 Osservazione personale basata sull’osservazione dell’analisi delle sequenze inedite della Gancia. Questa ipotesi sembra particolarmente plausibile anche osservando la tendenza all’allungamento della variante 6.1c rispetto a quelle precedenti. L’evoluzione di questo tipo di anfora andrà comunque confermata dall’analisi dei contesti della seconda metà dell’XI e la prima metà del XII secolo.
259 In Sicilia: Piazza Armerina (Alfano 2018; Id. 2019, fig. IV.14); Brucato (Maccari – Poisson 1984, p. 267, pl. 12.f-g); Monti di Trapani (Sacco et al. 2020); valli dello Jato e del Belice destro (Alfano – Sacco 2014, fig. 21, 38). In Provenza: Castrum Sant’Agnes (Tréglia et al. 2012, fig. 1.11).
260 Richarté-Manfredi et al. 2022.
261 Ardizzone 2012, p. 115 e 120, fig. 46.
262 Tipo B, Faccenna 2006, p. 40 fig. 38 e p. 42.
263 Menchelli 1993, p. 520-521; Meo 2018, p. 231 fig. 9.
264 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2015. Alcuni esemplari sono documentati a: Via Imera (Ardizzone – Agrò 2014, p. 48, fig. 4.15); Magione (Di Stefano et al. 1997, p. 305, fig. 14); Sant’Antonino (Aleo Nero 2017, fig. 8); Chiostro San Domenico (Lesnes 1993, p. 574, fig. 4.16).
265 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014. In realtà non siamo certi che questa ipotesi si possa ancora sostenere. Occorrerebbe lo studio sistematico di un numero maggiore di contesti.
266 Baucina (Bordonaro 2011, p. 53, fig. 55 tav. XXIV 20.17); Brucato (Maccari – Poisson 1984, p. 169 e 276 pl. 13i e 18d); Carini (Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, p. 670‐671, fig. 4 gruppo II); Casale Nuovo (Molinari – Valente 1995, fig. 13.13); Castello della Pietra (Ardizzone et al. 2012); Castronovo (Casale San Pietro) (Meo c.d.s.); Contessa Entellina (Corretti et al. 2014, fig. 5.4); Corleone (Castrorao Barba et al. 2016, fig. 3 2157/bf01_03, 12 2108/bf05.1_06); Piazza Armerina (Gasparini et al. 2008, p. 192, fig. 5, tav. XIV a; Randazzo – Alfano – Barresi 2018); Sambuchi (Lauro 2009, fig. XIII 79.14); San Vito (Faccenna 2006, p. 43, fig. 41‐42); Segesta (Molinari 1997, p. 128, fig. 172 II.3.1); Terrasini (Faccenna 2006, p. 43, fig. 43‐44); Valle del Platani (Monte Castello e Butermini) (Rizzo 2004, fig. 92 22.43, 30.1, 86 10.1); valli dello Jato e del Belice destro (Alfano – Sacco 2014, fig. 9, 12, 25, 27, 31, 38); Vita Cartipoli (Monti di Trapani) e Calatafimi (materiale inedito).
267 Uno degli esemplari campani pubblicati da Peduto (1993, p. 110 tav. XIIb) è databile, infatti, sulla base del motivo decorativo, intorno alla metà del X secolo, così come quelli di Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb et al. 2011, p. 206 fig. 1-2). Fuori dalla Sicilia il tipo ANF7 è documentato a: Sant’Aniello a Caponapoli (Napoli) (Arthur 2002, p. 131, fig. 6); località Fratte e San Pietro a Corte (Salerno) (Peduto 1993, p. 110, tav. XI e XIIa); Napoli (Carsana 2002, p. 506); Arles Abbaye de Montmajour (Tréglia et al. 2012, fig. 1.1-2); Pisa (Meo 2018); Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb et al. 2011, fig. 12.1-4).
268 Questa stima si basa su un’anfora integra proveniente dalla Grotta della Tardara (AG) attualmente in deposito presso la Soprintendenza di Agrigento. Ringrazio Antonio Alfano per la segnalazione.
269 Come si evince dai contesti di Castello San Pietro (Arcifa – Bagnera 2014, tav. II.19, 21 e 26, tav. IV.14, 19) e della Gancia. Cfr. inoltre Sacco 2018.
270 Arcifa – Lesnes 1997; Ardizzone 2012; Sacco 2018. A Palermo altri esemplari compatibili con questa tipologia sono stati identificati a Piazza Marina (Spatafora et al. 2012, fig. 47.2).
271 Casale Nuovo (Molinari 2010, fig. 6); Contessa Entellina (Corretti et al. 2014, fig. 5.2); Corleone (Castrorao Barba et al. 2016, fig. 3 2161/bf01.04); gola della Tardara (inedito).
272 Rossiter – Reynolds – Mackinnon 2012, p. 263, fig. 91‐92. Per gli assemblaggi qui documentati è stata proposta una datazione tra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI secolo. Inoltre, l’attribuzione alla Sicilia occidentale è stata supposta a partire dall’esame macroscopico.
273 Cacciaguerra 2018, p. 156‐157, fig. 9.
274 Bonacasa Carra – Ardizzone 2007, p. 168, tipo IX. Questa tipologia proviene dalla fase precedente allo stabilimento dell’attività produttiva delle anfore, considerata per lungo tempo della fine dell’XI secolo-inizi del XII secolo (Bonacasa Carra – Ardizzone 2007). Tuttavia, più di recente, Fabiola Ardizzone ha proposto una durata dell’attività dei forni più lunga, anticipandola agli inizi del X secolo (Ardizzone 2020). La teoria che si propone in questa sede sembra pertanto avallare questa cronologia alta.
275 Gragueb et al. 2011, p. 205.
276 Touihri 2016, p. 253, n. 170024‐26. In realtà, questo tipo è stato comparato dall’autore al tipo 3 di Ṣabra al-Manṣūriyya, una piccola anforetta. Ma una classificazione come tipo 5 di Ṣabra al-Manṣūriyya potrebbe essere a nostro parere più pertinente se si prende in considerazione lo sviluppo del collo.
277 Cfr. supra capitolo 4.3.1.1.
278 Cfr. ibid.
279 Sacco 2014, p. 229, fig. 2a.
280 Arthur – Imperiale 2015, p. 39 fig. 22.
281 Nelle produzioni egiziane l’evoluzione di quest’anfora riguarda in prevalenza la spalla che da arrotondata diventa progressivamente più carenata. Inoltre, a differenza di quelle palermitane, le produzioni egiziane presentano un fondo a puntale e un foro per la fermentazione (Dixneuf 2011, p. 154).
282 Non è chiaro se l’anfora palermitana restituita dagli scavi di Althiburos (Touihri 2016) sia classificabile come ANF2 o come ANF11. Il corpo è simile a quello dell’ANF11, mentre l’orlo appare più compatibile con l’ANF2. Non avendo a disposizione nessun individuo integro classificabile come ANF2, non è possibile in questa sede stabilire con certezza l’identificazione dell’anfora di Althiburos.
283 Spatafora – Canzonieri – Cavallaro 2020, p. 357 fig. 10c.
284 Gragueb et al. 2011, fig. 8.
285 Per esempio Ardizzone 2012, p. 121.
286 Jean-Christophe Tréglia l’aveva rimarcato nell’ambito dello studio degli assemblaggi di Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb et al. 2011), e questa cronologia è confermata dallo studio del “Marsala’s Shipwreck Project” dei contesti palermitani (Spatafora – Canzonieri – Cavallaro 2020; Sacco 2016; Ardizzone – Pisciotta – Sacco 2018; Pisciotta – Garnier 2018).
287 Ferroni – Meucci 1996; Ardizzone – Pisciotta – Sacco 2018.
288 Faccenna 2006 p. 39, fig. 30‐35.
289 Sacco 2019.
290 Althiburos (Touihri, 2016, p. 246 e 255, fig. 5.6); Ṣabra al-Manṣūriyya (Gragueb et al. 2011, fig. 8.1); Kasbah di Sousse (informazione personale di Chokri Touihri).
291 Si ritiene che gli esemplari del sud della Francia (Tréglia et al. 2012) e di Napoli (Arthur 1986b, p. 549, fig. 4) non sono identificabili come tipo ANF11. Al contrario un individuo restituito dagli scavi di Althiburos (Touihri 2016, p. 246, 255, fig. 5.6), potrebbe essere una variante del tipo di cui qui si discute.
292 Bramoullé et al. 2017; Pisciotta – Garnier 2018.
293 Richarté-Manfredi et al. 2022.
294 Bramoullé et al. 2017; Pisciotta – Garnier 2018; Richarté-Manfredi et al. 2022.
295 Cfr. supra.
296 Tipo D della Zisa (Ardizzone 2012).
297 Museo Archeologico A. Salinas (Lesnes 1993, p. 44, fig. 4); Magione (Di Stefano et al. 1997, p. 305, fig. 16.14); piazza XIII Vittime (Di Stefano 1993, p. 283, fig. 44); Chiostro S. Domenico (Di Stefano 1994, p. 110, fig. 7).
298 Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, p. 669‐670, gruppo I A9 e A11.
299 Maccari – Poisson 1984, p. 267, pl. 12j.
300 Sacco et al. 2020.
301 Ardizzone et al. 2018.
302 Sacco 2018b; Ead. 2019.
303 La ricchezza nei dettagli morfologici è ritenuta un elemento che suggerisce cronologie alte (Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014).
304 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 210.
305 Via Butera (Cucco 2014, fig. 9); Via Imera (Ardizzone – Agrò 2014, fig. 4.14).
306 Greco – Garofano – Ardizzone 1997-1998, gruppo VI, p. 675-676.
307 Richarté et al. 2022.
308 Sacco 2018; Ead. 2019.
309 Carsana 2018, fig. 8.1, 9; Orecchioni – Capelli 2018.
310 Per i dettagli cfr. Appendice 2. Si tratta in particolare dei seguenti gruppi: ANF.g8; g9; g10; g11; g13; g14; g17; g21; g22; g24; g26; g28; g31; g32; g33; g35; g36; g38; g41; g42; g43; g44; g45; g46; g47; g48; g49; g50; g51; g52; g54; g55.
311 Si segnala anche l’anfora con filtro palermitana identificata nei contesti di metà/seconda metà dell’XI secolo di Mazara, che sembrerebbe simile all’ANFFIL2, sebbene lo sviluppo del corpo sia stato in realtà ipotizzato sulla base di alcuni frammenti (Meo 2021b, fig. 96.XXI.4.1[I]Aa).
312 Ardizzone 2012, p. 109-111 e tabelle 1-3 p. 120-121. Tra i ritrovamenti della Zisa costituiscono, infatti, l’80 % circa rispetto al tutte le delle tipologie anforiche documentate.
313 Ardizzone 2012, p. 112 e 115.
314 Questo dato sembrerebbe anche confermato dall’analisi preliminare dei ritrovamenti ceramici degli scavi della Zisa degli anni ’70 diretti da Gioacchino Falsone (Falsone et al. 2022).
315 Nello specifico le varianti 1 (TAZZ2.1) e 2 (TAZZ2.2), così come alcune varianti del gruppo 1 (TAZZ2.g1). Tra i materiali di Palazzo Bonagia è stata identificata una sola tazza tipo 1 (TAZZ1.2o5).
316 Molinari – Cassai 2010.
317 Arcifa – Bagnera 2014; Molinari 2014; Alfano 2018.
318 D’Angelo – Garofano 1997; Pezzini 2004; Aleo Nero – Chiovaro 2014.
319 Vitale 2007; Ardizzone – Agrò 2014.
320 Meo 2021b.
321 Ovviamente queste misure non vanno osservate in maniera troppo rigida, e vanno anche valutati lo sviluppo e le proporzioni dell’intero vaso.
322 https://www.treccani.it/vocabolario/orciolo/.
323 Ad esempio a Mazara, nel corso degli scavi del 1994 del butto dell’officina del vasaio, sono stati ritrovati alcuni orcioli (o caraffe, come vengono identificate) che erano parte del corredo della bottega, in quanto contenenti il colore manganese utilizzato per decorare le produzioni invetriate (Molinari 2021, p. 93).
324 In un paio di casi si ritiene, sulla base del rapporto tra altezza e larghezza dell’orlo e sulla presenza di un orlo semplice, che si tratti effettivamente di boccali destinati al servizio e consumo diretto di liquidi.
325 Non sono stati trovati coperchi fittili che combaciano con i diametri degli orcioli.
326 Rossiter – Reynolds – Mackinnon 2012, p. 259.
327 In pochi casi sono documentati orcioli contraddistinti da due anse.
328 Tra i materiali di Palazzo Bonagia solo quattro individui presentano tracce di decoro dipinto, ma non si esclude che possa non trattarsi di orcioli ma di qualche altro tipo di vasellame.
329 Cfr. infra, capitolo 4.3.1.4.
330 Vi è solo un esempio in un contesto dell’OC3.
331 178 individui tra la Gancia e Palazzo Bonagia
332 Le abbondanze delle singole varianti non mostrano particolari concentrazioni in determinati orizzonti ceramici.
333 Cfr. ad esempio ad Otranto Arthur – Imperiale 2015b.
334 Questo dato non è comunque da ritenersi definitivo in quanto a Palermo non ci sono sequenze databili tra la fine dell’età bizantina e l’inizio dell’età islamica e studiate sistematicamente (VIII-IX secolo).
335 Ad esempio a Casale Nuovo nel X secolo (Molinari – Cassai 2010; Molinari 2014); Mazara (Meo 2021b); Agrigento (Vitale 2007); Piazza Armerina (Gasparini – Lamonaca – Pajno 2008, p. 199, fig. 9.5; Alfano 2018; Bonanno – Canzonieri 2020).
336 Vitale 2007.
337 Cacciaguerra 2020, p. 73 fig. 12.19.
338 Alfano 2018, p. 15 tav 5.1-4. Due individui sono effettivamente di minori dimensioni rispetto agli orcioli palermitani, gli altri due individui rientrano, invece, perfettamente nel range dimensionale degli orcioli. Tra l’altro la vocazione non potoria è suggerita dalla forma dell’orlo. Per gli esemplari di Piazza Armerina cfr. anche Bonanno – Canzonieri 2020, p. 99 tav. d-i.
339 Meo 2021b (da 8,5 cm a 21 cm).
340 Meo 2021b; Lundy et al. 2021.
341 Molinari 2021, p. 93.
342 Meo 2021b.
343 Gragueb – Tréglia c.d.s.
344 Khechine – Gragueb 2016.
345 Gragueb Chatti 2013a, p. 283 fig. 77.
346 Cfr. Gragueb – Tréglia c.d.s.
347 Qasr al-Aliya (Zitoun 2013/2014); Bir Ftoua Cartagine (Rossiter – Raynolds – MacKinnon 2012, fig. 82-85); Rougga (Vallauri 2020, fig. 415); Raqqāda (Gragueb 2009, p. 341 fig. R9).
348 Althiburos (Touihri 2016, p. 246); Oudhna (Gragueb 2004, p. 246 fig. 129); Cartagine (Kalinowski– Stevens – Walth 2005, p. 516 fig. 77-78); Cartagine Bir Ftoua (Rossiter – Raynolds – MacKinnon 2012, fig. 86-87). Anche ad Ašīr in Algeria sono stati ritrovati vasi da stoccaggio comparabili agli orcioli palermitani, anche se forse di più piccole dimensioni (Djellid 2011, p. 156-157, fig. 9c).
349 Parent et al. 2018, p. 324-328, fig. 23.1-7.
350 Cfr. ultra.
351 Arcifa – Bagnera 2018, p. 385.
352 Gutiérrez 1996, p. 113-115. Il jarro con collo cilindrico, forma destinata a bere, considerato nei contesti della Spagna sud-orientale un indicatore dei contesti di età emirale (a partire dai contesti di seconda metà VIII e fino alla metà del X secolo), che soppianta il cuenco carenado tipico dei contesti di VII e VIII secolo (Gutiérrez 1996; Ead. 2011a, fig. 6; Ead. 2011b p. 244; Acién Almansa et al. 2003, p. 424 e 426; Castillo Galdeano – Martinez Madrid 1993, n. 12; Amorós Ruiz et al. 2012, p. 253-254 fig. 5.12). Inoltre, gli esempi di jarro spagnoli hanno un corpo ceramico che li caratterizza molto specifico, segno probabilmente di una produzione specializzata, e diametri che vanno dai 6,5 cm e i 14 cm (su quest’ultimo aspetto cfr. Acién Almansa et al. 2003, p. 426).
353 Arcifa – Bagnera 2014, p. 169-170.
354 Arcifa – Bagnera 2018, p. 385.
355 Meo 2021b.
356 Rossiter – Raynolds – MacKinnon 2012, p. 259-263.
357 Alla Gancia e al Palazzo Bonagia sono stati riconosciuti 7 individui in totale.
358 Alla Gancia e a Palazzo Bonagia sono stati identificati 6 individui, di cui 4 presentano tracce di decoro dipinto.
359 Su quest’ultimo cfr. lo studio sugli esemplari armeni di Bernard et al. 2016.
360 Una special issue è stata recentemente pubblicata sul Journal of Islamic Archaeology (Pradines 2016); cfr. inoltre, Ettinghausen 1965; Hildburgh 1951; Seyrig 1959; al-Hasan – Hill 1986, p. 109; Savage-Smith 1997.
361 In un caso le tracce di combustione sono state interpretate come post-deposizionali.
362 Ad esempio Cadenat 1077, fig. 31.2; Djellid 2011, p. 153, fig. 6; Gayraud et al. 2009, p. 174-177; Gragueb 2006, fig. 37; Gragueb 2009, p. 349 fig. 26; Lesnes 1997, p. 53 fig. 30; Mokrani 1997, p. 279 fig. 6, p. 282 fig. 34 e 38, p. 283 fig. 58.
363 125 individui alla Gancia e a Palazzo Bonagia.
364 Ardizzone – Agrò 2014b.
365 Considerato come una produzione della Sicilia occidentale. Inoltre, gli autori ipotizzano un fondo piatto, ma l’andamento delle pareti spinge a chiedersi se invece non possa trattarsi di un fondo umbonato. Kalinowski – Stevens – Walth 2005, p. 517 n. 84.
366 Vaccaro – La Torre 2015.
367 Borgognoni – Nomi 2008, p. 177-186.
368 Borgognoni – Nomi 2008.
369 Per gli esemplari di Piazza Armerina cfr. anche Bonanno – Canzonieri 2020, tav. 10e.
370 Denaro 2007, p. 143-144 fig. 25 (89-83). In questo caso l’autore lo identifica come un bruciaprofumi o uno scaldavivande/scaldino.
371 Per Castello San Pietro e Mazara cfr. Borgognoni – Nomi 2008, p. 182-183, fig. 34-35. Per Mazara cfr. inoltre, Meo 2021b, p. 216. Il frammento di piazza della Vittoria è inedito: ringrazio Elena Pezzini per la segnalazione.
372 Wilkinson 1973, p. 321.
373 Golvin 1995, p. 205, fig. 8.4-5. Anche se Golvin identifica il frammento in questione come un braciere.
374 Gragueb 2006, serie T Sbr 890/626, fig. 152.
375 Anche se in questo caso, non essendo presente il foro sul fondo, si è pensato ad un vaso rituale. Il “Vase de Tavira” è stato pubblicato in diverse occasioni. Per brevità si rimanda a Déléry 2014, p. 398-400 (con bibliografia); Rossellò Bordoy 2006, p. 168.
376 Cfr. ad esempio Salinas 2012b, p. 389-390, fig. 166, l m 20.1 e 20.3 (con bibliografia).
377 D’Angelo 2004, p. 131.
378 Bazzana – Montmessin 2006, p. 234-248; Barbera 2012, p. 45. Sul sistema della noria e della senia cfr. anche Al-Hasan – Hill 1986, p. 38-43.
379 Il sistema della noria è infatti descritto da Vitruvio (I a.C.) (Al-Hasan – Hill 1986, p. 41). Cfr. inoltre Barbera 2000, p. 228.
380 Ibn Ḥawqal 2000, p. 120.
381 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 202.
382 Arcifa – Bagnera 2014, tav. III.33-35.
383 Tuttavia tra i contesti di Castello San Pietro sono state documentate due prese di vasi da senia, una piatta e l’altra no. Pertanto se quella di Castello San Pietro fosse una identificazione corretta, la nostra ipotesi di distinzione tra i vasi da senia e i coperchi sarebbe errata (Arcifa – Bagnera 2014, tav. IV.22-23). Anche a Bir Ftouha due frammenti di vasi da senia pubblicati possiedono, come nel caso di Castello San Pietro, la presa caratterizzata da un bottone a rilievo (Rossiter – Reynolds – MacKinnon 2012, p. 255, fig. 39-40). Tra l’altro è molto interessante notare come alcuni frammenti di vasi da senia rinvenuti a Bir Ftouha sono stati interpretati come importazioni siciliane (Rossiter – Reynolds – MacKinnon 2012, p. 256).
384 Arcifa – Bagnera 2014, p. 168.
385 Cfr. ad esempio Bazzana – Montmessin 2006.
386 Raqqāda cfr. Gragueb Chatti 2009, p. 351, fig. 38; Kalinowski – Stevens – Walth 2005, p. 527.
387 Rodziewicz 1984, p. 271, fig. 287 b, c, d (tardoantichi); Pierrat 1991, p. 154; Goreki 1993, fig. 2; Rousset – Marchand 2000, p. 413, fig. 30B i.
388 Miglus 1999, pl. 54-55.
389 Meo 2021b.
390 Lesnes 2013, p. 205 e fig. 29.221-223. In realtà il frammento 222 potrebbe essere un’olla con breve versatoio tipica dei contesti di XII secolo. Anche nel caso degli esemplari identificati come vasi da senia a Piazza Armerina (Bonanno – Canzonieri 2020, p. 101 tav. 11a-b), sono a nostro parere piuttosto orli di anfore, in particolare somiglianti al tipo ANF12 della classificazione proposta in questa sede.
391 Sacco 2019.
392 Nef – Pezzini – Sacco 2021.
393 Nef – Pezzini – Sacco 2021.
394 Cfr. supra.
395 Ouerfelli 2008, p. 229-250.
396 Maredolce (Tullio 1997) e Palazzo Steri (Falsone 1974) a Palermo; Buonfornello nell’area dell’antica città di Himera (Bonacasa 1976, p. 635-642, tav. CIV,7 e n. 32; D’Angelo 2016).
397 Queste ultime suggeriscono che lo zucchero era un prodotto raro e costoso, destinato alle classi sociali più agiate o alla farmacopea. Un faqīh sunnita di Kairouan rifiutò di mangiare una torta confezionata con zucchero proveniente dalle proprietà fatimidi siciliane e una ambasciata inviata dai cristiani dell’isola ai normanni nel 1016 per chiedere aiuto contro i musulmani, porta tra i doni dello zucchero (Ouerfelli 2008, p. 151).
398 I dati di corso dei Mille sono stati presentati in un poster da Claudio Mangiaracina in occasione dell’11th Congress AIECM3 on Medieval and Modern Period Mediterranean Ceramics (Atene 2015). Attualmente non sono stati pubblicati.
399 Ouerfelli 2008, p. 152-154.
400 Ardizzone 2012, p. 131, fig. 49b.
401 Ardizzone 2010, p. 63; Ferroni – Meucci 1995-1996, p. 314-315; Purpura 1985, p. 134-135.
402 Bramoullé et al. 2017; Pisciotta – Garnier 2018.
403 In particolare questo diametro è documentato su un individuo restituito dagli scavi di Cefalà Diana (Pezzini 2018, p. 373).
404 Falsone et al. 2022.
405 Molinari 1997, fig. 185.
406 Vitale 2017, p. 239 - 246; Piazza Armerina (Bonanno – Canzonieri 2020, p. 97, tav. 9a-c).
407 Vokaer 2018, p. 461, fig. 2.
408 OLL1.1.o6; OLL1.1.o7; OLL1.1.o9; OLL.1.1o30; OLL1.2.o2; OLL.1.3.o1; OLL.1.3.o2; OLL.1.3.o3; OLL3.2.o1; OLL5.1.o1; OLL5.1.o2.
409 Cfr. infra, capitolo 4.4.
410 Cfr. infra.
411 Arcifa 1996, p. 467 n. 21. In questo contributo l’esemplare in questione viene classificato come scaldavivande, probabilmente con una funzione legata alla mensa.
412 Aleo Nero – Chiovaro 2019, p. 182.
413 Cfr. supra.
414 Cfr. ultra.
415 In generale le forme aperte hanno caratteristiche “antichizzanti”. Con caratteristiche “antichizzanti” ci riferiamo sia ai fondi piatti che alla persistenza di una carena dolce o una pseudo-carena, a differenza dei catini carenati della Produzione 1 la cui carena tende ad essere a spigolo vivo e contraddistinta da una concavità appena al di sotto di essa nel corso del X secolo.
416 Due individui sono stati identificati rispettivamente tra i materiali di via Torremuzza (Pezzini 2004, p. 361, fig. 1 n. 243) e di via Himera (Ardizzone – Agrò 2014b, p. 51, fig. 3.24).
417 Decoro Groupe 2A della classificazione di Bonifay (Bonifay 2004, p. 193) che caratterizza le produzioni di VII secolo. Questo decoro “est obtenu par un lustrage du dessin à l’ébauchoir, la spatule de l’outil étant probablement enduite d’un vernis qui fait ressortir le décor en brillant sur le fond mat” (Gourvest 1998, p. 37).
418 Conosciuta anche come “céramique de Zegalass” (Ben Moussa – Revilla Calvo 2016, p. 186-197).
419 Bonifay 2004, p. 258-260; Ben Moussa 2006, p. 120-121 e p. 125-126; Ben Moussa – Revilla Calvo 2016, p. 186-187.
420 La tecnica prevede un primo strato di ingobbio che doveva subire il processo di essiccazione con il vaso, in modo da permettere il suo completo consolidamento. Un secondo strato di ingobbio, più chiaro rispetto al primo, veniva poi applicato sulla superficie interna, sul bordo e sulla parte superiore del listello. Infine la terza ed ultima tappa prevedeva un secondo passaggio al tornio in cui si procedeva al lisciaggio del vaso, e attraverso uno strumento affusolato venivano tolte piccole bande parallele del secondo strato d’ingobbio procedendo dal bordo al fondo del vaso (Ben Moussa 2006, p. 125-126).
421 Alcuni esemplari sono completamente sprovvisti di ingobbio e in questi casi specifici solo le tracce di uno strumento, probabilmente di una roulette-encreur, sono visibili (Ben Moussa – Revilla Calvo 2016, p. 186-187).
422 Ben Moussa – Revilla Calvo 2016, p. 186-187.
423 Che tuttavia non è possibile escludere completamente a causa dello stato dell’arte che interessa l’VIII e il IX secolo sia la Sicilia che il nord Africa.
424 Cfr. supra.
425 Devo l’informazione alla cortesia di Paul Reynolds che si sta occupando dello studio e della pubblicazione dei materiali di Utica (Reynolds c.d.s.). Cfr. inoltre Salinas – Reynolds – Pradell c.d.s.
426 Sacco 2017, p. 356.
427 Falsone et al. 2022.
428 Ardizzone 2012, p. 103-106, fig. 42.
429 Come a Pizzo Monaco ed esempio (Sacco et al. 2020).
430 Arcifa 1996, p. 469-470; Arcifa – Lesnes 1997, p. 407-408; Lesnes 1997, p. 45 n. 6; Lesnes 1998, tav. III.27; Arcifa – Bagnera 2018a, p. 22; Sacco 2017, p. 356.
431 Ceramica sovradipinta in bianco è stata documentata a Brucato (Maccari-Posson 1984, p. 252, pl. 8.c), Calathamet (Lesnes 2013, p. 174-175, n. 83-86), Cefalà Diana (Pezzini 2018c, p. 393, fig. 120.80; Cefalù (Tullio 1995, p. 148, fig. 13.13-14), Monte Iato (Isler 1984, p. 121 tav. 39.6, p. 138-140, tav. 45.103-114, p. 142, tav. 46.121-124, p. 146, tav. 47.14); Pizzo Monaco (fig. 48.PM6 e Sacco et al. 2020, p. 47); valli dello Jato e Belice Destro (Alfano – Sacco 2015, p. 311).
432 Meo 2021b, p. 253.
433 Inedito.
434 Occorre precisare che la provenienza palermitana, o del territorio circostante, dell’impasto PA?81, è stata ipotizzata solo sull’esame macroscopico. Fino a questo momento questo fabric è associato ad una sola variante di olla (OLL1.1.o33, fig. 198).
435 Cfr. infra, Appendice 1.2.
436 Per un quadro aggiornato su questo tipo di vasellame cfr. Meo 2021b, p. 194-195.
437 Alaimo – Giarrusso 2007, p. 419.
438 Informazione personale. Ringrazio Alessandro Corretti per avermi fatto visionare il materiale (Corretti – Michelini – Vaggioli 2010, fig. 14 e 20).
439 Castrorao et al. 2016; Castrorao et al. 2018, p. 64, fig. 8.c.
440 Molinari – Valente 1995, fig. 13.3.
441 Alfano – Sacco 2014; Id. 2015.
442 Informazione personale. Ringrazio Antonino Meo per la segnalazione.
443 Pezzini 2018, p. 370; Giarrusso – Mulone 2018, p. 511-512.
444 Cacciaguerra 2015, p. 242; Cacciaguerra – Sacco 2022.
445 Montana et al. 2021.
446 Tra gli ultimi contributi che discutono del tripode palermitano cfr. Pezzini – Sacco 2018; Cacciaguerra – Sacco 2022.
447 Pezzini – Sacco 2018.
448 Arcifa – Bagnera 2014; Eaed. 2018.; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Eaed. 2018.
449 Gragueb – Sacco – Touihri 2019.
450 Piazza Armerina: Fiorilla 1990a, p. 30, n. 20; Ead. 2006; Gasparini – Lamonaca – Panajno 2008, p. 199, fig. 9.1; Bonanno – Canzonieri 2020, p. 112; Siracusa: Fiorilla 2009, p. 195; Bitalemi-Gela: Fiorilla 1990, p. 30, nn. 18-20; p. 212, n. 175; Agrigento: Fiorilla 1990a, p. 29, n. 18; Mazara: Meo 2021b.
451 Pezzini – Sacco 2018, p. 353; Gragueb – Sacco – Touihri 2019, p. 287.
452 Fiorilla 1990; Ead. 1991, p. 122; Ead. 2006, p. 196.
453 Rizzo 1991.
454 Da ultimo Molinari 2010b, p. 212.
455 Ardizzone – Agrò 2014a, p. 262.
456 Salinas 2012a, p. 196.
457 Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di accennare in precedenza, occorre rilevare che alcuni esemplari hanno corpi ceramici molto simili a quelli della Produzione 2, talvolta contraddistinti da uno schiarimento superficiale. Tra l’altro in un caso questa forma compare tra gli scarti di una fornace che produceva ceramica da mensa (Arcifa 1996).
458 Questa assenza è stata segnalata anche da Ardizzone – Agrò 2014 per gli esemplari dai contesti di via Imera (Palermo).
459 Su questa pratica cfr. Salinas 2012a, p. 197 (con bibliografia).
460 Salado Escaño – Navarro Luengo – Suárez Padilla 2011, p. 74-75.
461 Per Mazara l’autore ipotizza un legame con la preparazione e/o il servizio (Meo 2021b, p. 204).
462 Giarrusso – Mulone 2018, p. 512.
463 Cfr. Appendice 1. Nello specifico il PA10 rientra nei gruppi petrografici CF1.1, CF1.2 e CF3; il PA11 nei gruppi CF3 e CF4.2; il PA26 nei gruppi CF2, CF5.2 e CF3.
464 5 in totale nei contesti di Palazzo Bonagia.
465 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014. Occorre precisare che nel caso di Palazzo Bonagia gli esemplari con impasto PA35 sono stati restituiti dagli orizzonti ceramici 3 e 4/5, ma, data l’esiguità del campione, potrebbe trattarsi di residui.
466 Cacciaguerra 2015b, p. 239-242.
467 Borrello – Lionetti 2011, tav. 6 e 8. Purtroppo non è descritto il corpo ceramico, e pertanto non è possibile istituire un confronto su base tecnologica.
468 Un impasto contraddistinto da calcite spatica che dovrebbe corrispondere al PA?12 è stato analizzato anche da Giarrusso – Mulone 2014, p. 194-195.
469 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014 p. 214 e fig. 4.13.
470 34 individui (4,62 %) a Palazzo Bonagia, 6 (2,91 %) alla Nuova Pretura.
471 Butermini (Rizzo 2004, p. 112, fig. 92, 22.55); Casale Nuovo (Molinari – Valente 1995, tav. II.2); Castello della Pietra (Ardizzone et al. 2012, p. 171, fig. 3 n. 55119); Colmitella (Rizzo et al. 2012, p. 421, tav. I.11; Rizzo – Romano 2014, p.103 tav. I.9.); Entella (Corretti – Michelini – Vaggioli 2010, p. 174, fig. 14 e p. 180, fig. 20.1-2.); Mazara (Meo 2021b, p. 187-192, fig. 39); Menfi (Caminneci – Rizzo 2015); Palazzo Pignatelli di Menfi (AG) (Caminneci – Rizzo 2015, p. 147 tav. 2.2); Paternò (Messina 2016, p. 84 tav. I); Piazza Armerina (Barresi et al. 2012, p. 356, fig. 6.8; Alfano 2019, p. 616, tav. VII.14, p. 621, tav. XII.9-10), San Miceli (Lesnes 2014); Valle dello Jato e del Belice Destro (Alfano – Sacco 2014; Id. 2015). Per una carta di distribuzione della ceramica da fuoco con calcite cfr. Meo 2021b, p. 310, fig. 166.
472 Ad esempio Riley 1982, fig. 6; Gragueb Chatti 2009, p. 349, fig. 30.
473 Ad esempio Gutiérrez 1996, p. 76-79; Amorós Ruiz 2018, p. 144-151.
474 Ad esempio Amoròs – Fili 2018, p. 233-235.
475 Ad esempio in Campania (De Rossi et al. 2010, p. 489 e 493, fig. 3.7).
476 Come si evince ad esempio in Spagna (Gutierrez 1986).
477 Produzioni di olle, in quanto forma generica, sono documentate nel Mediterraneo centrale sebbene spesso ansate. Si possono citare a titolo esemplificativo le produzioni rinvenute in Salento (Patterson – Whitehouse 1992, p. 92-96; Imperiale 2014, p. 334-336; Arthur – Imperiale 2015, p. 36-37), Lazio (Saguì – Ricci – Romei 1997), Abruzzo (Staffa 1998). Esemplari simili sono stati rinvenuti anche in Spagna (cfr. ad es. Gutierrez 2015, p. 76-85).
478 Cfr. supra.
479 Sulle proprietà della ceramica da fuoco cfr. l’interessante contributo di Vokaer 2010 con bibliografia.
480 Vokaer 2010.
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