Capitolo 1
Da città di secondo piano a capitale della Sicilia: storia e topografia di Palermo islamica
p. 17-42
Texte intégral
1Lo sbarco delle truppe aghlabidi a Mazara nell’827 innesca progressivamente profondi cambiamenti a livello politico, economico, culturale e territoriale in Sicilia. Uno degli eventi che più di tutti marcano questi mutamenti è lo spostamento del baricentro politico dell’isola da est ad ovest. Siracusa, che fino a quel momento era stata la capitale dell’isola, viene rimpiazzata, infatti, da Palermo, che si trasforma da centro di secondo piano a sede del governo dell’isola, mantenendo questo ruolo, salvo che per brevi parentesi, sino ad oggi.
2La comprensione del cambiamento del ruolo politico ed economico di Palermo all’interno dell’isola, e in un più ampio contesto mediterraneo, soprattutto centrale, è di fondamentale importanza per capire le trasformazioni nelle produzioni ceramiche circolanti in città. Per quanto riguarda il vasellame prodotto localmente, da un lato i cambiamenti nelle tecnologie, nelle forme e negli stili morfo-decorativi sono sintomo di una circolazione di uomini, che portano con sé nuove idee, usi, mode e tecnologie; dall’altro l’aumento dei volumi indica una maggiore richiesta a livello urbano, e quindi una crescita della popolazione, ma anche insulare ed extra-insulare. Quest’ultimo aspetto permette di percepire il ruolo che a sua volta Palermo aveva in quanto centro esportatore di beni, ma anche di idee e mode. Anche l’analisi delle importazioni mostra cambiamenti nel corso del tempo, verosimilmente legati in alcuni casi alla riconfigurazione dei commerci.
3L’importanza crescente, il cambiamento del ruolo a livello politico ed economico, così come l’arrivo di nuove popolazioni, ha avuto ricadute anche sull’assetto urbano: Palermo si espande progressivamente per rispondere alle esigenze di una popolazione in aumento, dotandosi di tutta una serie di strutture legate alle nuove necessità politiche, religiose, sociali ed economiche. Dal canto suo, la descrizione dell’evoluzione urbanistica da un lato, consente di inserire all’interno di un contesto ben preciso i siti di cui si discute in questa sede, localizzati in diversi quartieri della città; dall’altro, permette di localizzare alcuni dei luoghi di produzione e/o di vendita del vasellame.
1.1. Due secoli e mezzo di dominazione arabo-musulmana
4La storia della Sicilia islamica è narrata da fonti scritte di differente natura1 e nel corso del tempo sono state pubblicate svariate sintesi più o meno corpose e con diversi focus sull’argomento.2 Tuttavia, dalla Storia dei musulmani di Sicilia di Michele Amari, redatta nella seconda metà del 1800 ad oggi, la concezione della Sicilia islamica, come del resto più in generale del Mediterraneo islamico, è mutata profondamente da un lato grazie a una rilettura delle fonti scritte, e dall’altro all’uso sempre più sistematico dei dati archeologici, capaci di fornire nuovi elementi su cui riflettere. D’altronde, alcune delle interpretazioni proposte da Michele Amari erano intrise di posizioni ideologiche ben precise, frutto del clima politico risorgimentale di quel periodo.3 Palermo è la città che più di tutte in Sicilia ha beneficiato di questa rivoluzione degli studi, in quanto attualmente dispone di una quantità e di una varietà maggiore di fonti rispetto ad altre aree insulari. Inoltre, è stata l’oggetto di particolare attenzione perché, diventando capitale dell’isola nei primi anni del dominio degli Aghlabidi, fu certamente la città che prima di tutte fu interessata dal processo d’islamizzazione, inteso qui non stricto sensu – ovvero a livello religioso e linguistico – ma in senso più largo, comprendendo altri aspetti quali quello politico, culturale e sociale. Palermo ha rappresentato per tutta l’età islamica il nuovo potere sull’isola e questo ebbe ripercussioni non solo a livello politico e amministrativo, ma anche sociale, economico e urbanistico.4
1.1.1. La costruzione del potere aghlabide in Sicilia
5Il periodo durante il quale la Sicilia, o almeno parte di essa, fu sotto il controllo aghlabide è stato oggetto, negli ultimi anni, di una attenzione particolare da parte degli studiosi grazie alla rilettura delle fonti scritte e ai nuovi dati acquisiti in campo archeologico, soprattutto per quello che riguarda la fase finale di dominazione.5
6La versione tradizionale del racconto della conquista arabo-musulmana della Sicilia comincia con la richiesta di aiuto alle forze aghlabidi6 da parte del tumarca bizantino Eufemio, il quale si ribellò a Michele II e allo stratego in carica della Sicilia Costantino.7 Nonostante fosse ancora in vigore la tregua stipulata nell’817 con i Bizantini, gli Aghlabidi dopo un lungo dibattito – riportato nel Riyāḍ al-nufūs di al-Mālikī8 – decisero di intervenire. La campagna di conquista della Sicilia ebbe inizio nell’827 con lo sbarco delle truppe aghlabidi a Mazara per volere di Ziyādat Allāh b. Ibrāhīm b. al-Aghlab, che governò l’Ifrīqiya dall’817 all’838 per conto degli Abbasidi,9 a quel tempo governati da al-Ma’mūn (786-833). La campagna militare fu affidata al qāḍī di Kairouan Asad ibn al-Furāt, il quale, dopo aver organizzato a Susa un esercito di diecimila uomini, di cui settecento cavalieri,10 sbarcò il 18 giugno 827 con un centinaio di navi a Mazara.11 Le direttive della conquista condussero sin da subito l’esercito verso Siracusa, capitale della Sicilia, nei pressi della quale, nell’828, Asad ibn al-Furāt morì a causa di una epidemia. Successivamente l’esercito puntò in direzione di Palermo, che fu conquistata nell’831 dopo un anno di assedio. A questo punto gli arabo-musulmani controllavano circa un terzo dell’intera isola.12 Le isole minori possono essere considerate conquistate dopo la caduta di Siracusa, che avvenne solo nell’878. Alle fine del loro dominio, gli Aghlabidi controllavano quasi tutta la Sicilia, ad esclusione della cuspide nord orientale, il Val Demone, che cade solamente con i Kalbidi nella seconda metà del X secolo.
Fig. 3. Tappe della conquista della Sicilia (da Nef 2022, p. 70-71).

7Benché le date, gli attori e gli eventi siano gli stessi, una nuova lettura delle fonti scritte e sigillografiche ha portato a una diversa e più accurata interpretazione degli eventi. Innanzitutto si è compreso che la conquista della Sicilia fu una iniziativa autonoma degli Aghlabidi, i quali non chiesero l’approvazione degli Abbasidi dai quali dipendevano politicamente.13 Questo dato è stato letto nel segno di una forte autonomia politica, ma anche come il risultato delle relazioni strette che già esistevano tra la Sicilia e l’Ifrīqiya,14 di cui si ha qualche debole traccia anche nelle fonti archeologiche.15 Inoltre, l’analisi delle direttive della conquista aghlabide della Sicilia ha consentito di ipotizzare che tra l’827 e il 902 sia stata messa in atto una guerriglia permanente piuttosto che una conquista sistematica.16 Questo aveva probabilmente un duplice scopo: da un lato impedire a Costantinopoli di recuperare l’isola, e dall’altro consentire agli Aghlabidi di mantenere stabile il loro potere nella Sicilia occidentale, continuando ad ottenere bottini di guerra dalla parte orientale.17 Durante questo stato di guerriglia sembra sia iniziato un processo di fatḥ, ossia un processo di integrazione nella dār al-Islām “which could take long, fail in the end, but which aimed at gaining a new land to the universal Islamic empire”.18
8Oltre che la Sicilia, l’offensiva arabo-musulmana riguardò anche l’Italia peninsulare, e rappresentò molto più che un insieme di semplici razzie disorganizzate e casuali. Già a partire dagli anni ‘30 dell’800 si registrano attacchi contro le aree corrispondenti pressappoco alle odierne regioni della Calabria, della Campania, della Puglia e del Molise, alcuni dei quali portarono ad insediamenti stabili. Ad esempio Amantea e Taranto rimarranno sotto l’autorità arabo-musulmana fino all’880 e addirittura a Bari fu istituito un emirato indipendente, sebbene di breve durata (847-871).19 Vennero effettuati inoltre diversi attacchi nel Lazio, tra i quali va menzionato il saccheggio di Roma nell’846.20 Più tardo è invece l’insediamento arabo-musulmano al Garigliano, che ebbe inizio nell’883 e terminò con la “battaglia del Garigliano” nel 915.21 Ai fini di questo lavoro, valutare la consistenza della presenza arabo-musulmana nell’Italia sud peninsulare sarà utile per comprendere e inquadrare meglio le dinamiche commerciali che legarono Palermo e il sud Italia peninsulare nel corso del X secolo.
9Tornando alla Sicilia, l’arrivo degli Aghlabidi a Palermo innescò una serie di cambiamenti che modificarono gli assetti socio-economici della città. Essa fu conquistata nell’831 dopo un anno di assedio, che terminò con un negoziato secondo il quale il governatore bizantino, il vescovo Luca e forse i funzionari più importanti potevano lasciare la città con i loro beni. Palermo era a quel tempo la seconda città più importante della Sicilia e la forte resistenza in cui gli arabo-musulmani si imbatterono, indica che la città era tutt’altro che decadente.22 Secondo Ibn al-Aṯīr l’assedio causò una riduzione drastica della popolazione addirittura da settantamila a tremila abitanti. Sebbene questi numeri siano certamente iperbolici, è possibile ipotizzare che la popolazione subì una forte contrazione dovuta sia a una grave epidemia che all’esodo di una parte della popolazione.23
10Una volta conquistata Palermo, l’emiro aghlabide Ziyādat Allāh scelse come governatore della città e comandante dell’armata musulmana della Sicilia suo cugino Fihr Muḥammad b. ‘Abdallah b. al- Aghlab, che rimase al potere fino all’851, anno della sua morte. Come si è visto, uno dei primi obiettivi degli Aghlabidi in Sicilia, fu quello di insediare stabilmente il loro potere nella parte più occidentale dell’isola, creando dunque una nuova capitale, che doveva servire da base d’appoggio per governare e organizzare gli attacchi contro il resto dell’isola e il sud Italia peninsulare. La scelta di questa nuova capitale ricadde proprio su Palermo per ragioni in prevalenza militari e geografiche. Fondamentali furono anche la presenza di un buon porto24 e la vicinanza con l’Ifrīqiya. Quest’ultimo aspetto in particolare la differenziava da Siracusa la quale, oltre ad essere più distante dall’Ifrīqiya, era protesa verso il Mediterraneo orientale – e continuerà ad esserlo per tutto il IX secolo – implicando dunque una maggiore accessibilità da Costantinopoli. Inoltre, la scelta di Palermo fu anche dettata dalla resistenza che opposero Siracusa e le città situate nelle zone centrali della Sicilia alla conquista islamica.25 Tra gli indizi più pregnanti che testimoniano la precocità nella scelta di Palermo come nuova capitale dell’isola, vi è il ritrovamento di un semi-dirham coniato nella capitale nell’844-45,26 quindi solo 13 anni dopo la conquista, che documenta peraltro la presenza attiva di una zecca.
11A partire dall’886 e fino alla fine del secolo si susseguirono molte tensioni interne all’isola e diverse rivolte nella capitale.27 Tra queste ad esempio vi fu la ribellione dell’890 durante la quale, secondo quanto riportato dalla Cronaca di Cambridge, si contrapposero “i Siciliani” e la “gente d’Affrica”.28 Per placare queste insurrezioni e per ristabilire il potere, nel 900 Ibrāhīm II (850-902),29 amīr di Ifrīqiya, inviò a Palermo suo figlio Abū ’l-‘Abbās.
12Il dominio aghlabide in Sicilia ebbe fine nel 909, quando salì al potere la dinastia califfale dei Fatimidi, che riuscì ad impossessarsi dell’Ifrīqiya e della sua capitale Raqqāda. I Fatimidi governarono in Sicilia sino alla conquista normanna, anche se, a partire dal 948, affidarono il governo dell’isola agli emiri kalbidi e dal 1040 persero di fatto il completo controllo dell’isola a causa di numerosi disordini interni che portarono ad una frammentazione del potere.30
1.1.2. L’integrazione della Sicilia al nuovo califfato fatimide
13Durante il X secolo la perdita di centralità del potere abbaside, situato nell’odierno Iraq, modifica profondamente gli assetti politici esistenti fino a quel momento nella dār al-Islām. Nel Mediterraneo emergono due califfati indipendenti che diventano i protagonisti assoluti di questo spazio geografico tra il X e l’XI secolo: i Fatimidi31 nel Mediterraneo centro-orientale e gli Omayyadi di al-Andalus nell’estremo occidente.32 A partire dal 909 i Fatimidi, grazie all’aiuto di alcuni gruppi berberi, tra cui la tribù dei Kutāma,33 presero il controllo dell’Ifrīqiya e con essa anche della parte di Sicilia fino a quel momento conquistata. In una prima fase il centro del potere restò in Ifrīqiya, mantenendo come capitale per un breve periodo Raqqāda (fino al 920-921) – l’antica capitale aghlabide – sostituita prima con al-Mahdiyya nel 91634 e, a partire dal 946/947, con Ṣabra al-Manṣūriyya. In questo stesso anno la Sicilia viene affidata agli emiri kalbidi.35 Dopo la conquista dell’Egitto, iniziata nel 969, i Fatimidi, governati a quel tempo da al-Mu‘izz (932- 975), decisero di spostare nuovamente la loro capitale, questa volta ad al-Qāhira nel 973. A seguito del trasferimento del baricentro politico centrale verso est, i Fatimidi lasciarono come governatori dell’Ifrīqiya gli Ziridi,36 i quali tuttavia non ebbero la supervisione diretta della Sicilia. Quest’ultima restò, a partire dal 948, sotto il controllo della dinastia dei Kalbidi, che rispondevano direttamente ai califfi fatimidi.
14L’espansione dei Fatimidi non cessò con la presa dell’Ifrīqiya e dell’Egitto, ma proseguì con la conquista della Siria fino a Damasco, e aveva come obiettivo quello di sconfiggere e di far cadere gli Abbasidi,37 senonché nel 1171 Ṣalāḥ ad-Dīn (1137-1193) mise fine al loro dominio.38 Durante il loro califfato, dunque, i Fatimidi riuscirono a governare su una grande porzione del Mediterraneo, il che li rese protagonisti anche dei commerci marittimi non solo all’interno della rete islamica, ma anche verso i territori latini.39 Questo incremento ha portato a quella che è stata definita come una vera e propria “rivoluzione commerciale di X secolo”40 nel Mediterraneo.
15I primi anni di governo dei Fatimidi in Sicilia sono segnati da una serie di rivolte interne che interessarono in primo luogo Palermo. I tumulti scoppiarono, infatti, dopo soli due anni di governo, (tra il 911 e il 912) contro al-Ḥasan b. Aḥmad b. Ibn Abī Ḫinzīr, primo governatore fatimide dell’isola. La rivolta fu portata avanti da Aḥmad ibn Qurhub,41 che fu nominato emiro dell’isola dalla popolazione siciliana e che governò tra il 913 e il 916.42 Alcuni studiosi ritengono che questa rivolta abbia delle motivazioni religiose in quanto Ibn Qurhub era fedele al califfato abbaside, che osservava, così come gran parte della popolazione siciliana musulmana dell’epoca, la fede sunnita mentre i Fatimidi, come detto, erano sciiti. La rivolta di Ibn Qurhub fu placata da Abū Sa‘īd, inviato in Sicilia da al-Mahdī assieme ad un esercito di Kutāma.43 E ancora nel 936, a causa di una pesante carestia che afflisse la Sicilia, Palermo si ribellò all’emiro dell’epoca Sālim, assediandolo all’interno di Balarm.44 Il califfo fatimide al-Qā’im (934-946) decise questa volta di inviare sull’isola Ḫalīl ibn Isḥāq. Questo personaggio è legato ad un altro fondamentale evento della storia di Palermo: la costruzione della Ḫāliṣa, la nuova città palatina che sostituì Balarm.45 Come si vedrà in maniera più dettagliata in seguito, la Ḫāliṣa viene costruita su un antico nucleo in cui probabilmente già risiedeva l’élite fatimide. Inoltre, la vicinanza al porto non fu casuale, ma aveva lo scopo di controllare l’arsenale e quindi la flotta.46 Nonostante questo intervento, che cambiò profondamente gli equilibri nella capitale siciliana sia a livello politico che urbanistico, le rivolte in Sicilia non si placarono, e in particolare a Palermo ebbe luogo una nuova ribellione nel 947, guidata da Banū l-Ṭabarī. Questa volta per riportare l’ordine il califfo fatimide al-Mansūr si rivolse ad Ḥasan b. ‘Alī b. Abī al-Ḥusayn, della famiglia dei Banū l-Kalb.47 Per la Sicilia questo intervento segnò l’inizio del governo dei Kalbidi, emiri alle dipendenze dei Fatimidi che rimasero al potere per poco meno di cento anni e riusciranno a portare a termine la conquista dell’intera isola. Diversamente da quanto riteneva Amari, la relazione che si mantiene tra Kalbidi e potere centrale fatimide esterno all’isola non fu debole e i governatori kalbidi erano molto meno autonomi di quello che si pensava.48
16In virtù dell’importanza e del dinamismo dei Fatimidi nelle reti mediterranee e lungo la rotta Swahili in mar Rosso, ponte di collegamento con l’estremo oriente, molti studi sono stati dedicati a questa dinastia nel corso degli anni.49 Riguardo al ruolo che questa dinastia ebbe nel Mediterraneo centrale, gli studi sono dovuti soprattutto a storici delle fonti scritte arabe e giudeo-arabe e a storici dell’arte che hanno analizzato diversi aspetti legati ai Fatimidi,50 mentre si registra in generale un ritardo degli archeologi. Nello specifico della Sicilia, i Fatimidi sono stati evocati in passato a proposito del loro rapporto con i Normanni, nei lavori sull’architettura e sulla storia dell’arte del XII secolo,51 e in merito alle reti commerciali, documentate soprattutto dalla Geniza del Cairo, a partire dalla fine del X secolo.52 Solo gli atti del convegno Les Fatimides et la Méditerranée centrale a cura di Annliese Nef e Patrice Cressier prendono in conto in egual misura fonti scritte e archeologiche53 e dimostrano che proprio queste ultime possono offrire nuove informazioni sul X secolo.
1.1.3. Un secolo sotto l’autorità dei Kalbidi nella sfera fatimide
17Fino a poco tempo fa era generalmente accettato dalla comunità scientifica che la dinastia kalbida godesse di una certa autonomia e che i Fatimidi, dopo aver spostato la capitale in Egitto, avevano perso interesse nei confronti della Sicilia.54 In realtà è stato osservato che l’autonomia dei Kalbidi non implica affatto un disinteresse da parte dei Fatimidi, che al contrario misero una delegazione in loro rappresentanza sull’isola proprio perché avevano interesse in questa regione.55 È stato sottolineato, infatti, che l’isola si trovava in una posizione strategica sia ai fini del controllo delle rotte commerciali nel Mediterraneo, che per condurre e organizzare il jihād contro i non musulmani.56
18Il secolo di dominio degli emiri kalbidi è generalmente considerato il periodo islamico aureo della storia di Sicilia in quanto, essendo state placate le rivolte, vigevano pace e prosperità sull’isola.57 Questo consentì di riprendere la guerra per conquistare gli ultimi territori siciliani rimasti in mano bizantina, che si trovavano nella cuspide nord-orientale dell’isola, il Val Demone. Dopo il primo tentativo infruttuoso, tra il 963 e il 965, da parte del bizantino Niceforo II Phocas di riconquistare l’isola,58 nel 962 si assistette alla caduta definitiva di Taormina, evento che fu celebrato con l’attribuzione di un nuovo nome alla città: al-Mu‘izziyya, in onore del califfo fatimida dell’epoca, al-Mu‘izz, lo stesso che nel frattempo stava organizzando la conquista dell’Egitto. L’isola si può considerare interamente conquistata nel 976, con la caduta di Messina.59
19Secondo le fonti scritte, un periodo particolarmente fiorente e di stabilità politica della Sicilia si ebbe alla fine del X secolo sotto l’emiro Abū l-Futūḥ Yūsuf (989-998).60 Al contrario, il suo successore e figlio Ja‘far (998-1019), dovette fare fronte a due rivolte, causate in parte da una serie di carestie che afflissero l’isola durante i primi anni del nuovo secolo e che a loro volta generarono una pressione fiscale sulla popolazione. Una prima rivolta fu guidata nel 1015 da ‘Alī, fratello di Ja‘far, spalleggiato dai berberi, forse discendenti dai berberi Kutāma. Nel 1019 ci fu una nuova ribellione causata dalla pressione fiscale ordinata da Ja‘far, che pertanto fu deposto dal suo predecessore nonché padre, Yūsuf, che decise di far salire al potere un altro suo figlio, Aḥmad al-Akḥal. Quest’ultimo governò la Sicilia dal 1019, ed è proprio con questo personaggio che, nel 1036, ebbe fine il potere kalbida sull’isola. Le élites palermitane chiesero aiuto ai governatori d’Ifrīqiya, gli Ziridi, contro Aḥmad al-Akḥal, accusandolo di dispotismo.61 Con la caduta della dinastia kalbida ebbe inizio in Sicilia il cosiddetto periodo ṭā’ifa che terminò con l’arrivo dei Normanni.
20All’età kalbida dell’isola risalgono le tre maggiori fonti arabe contemporanee agli eventi descritti – le due opere geografiche di Ibn Ḥawqal e di Muqaddasī e la cosmografia Kitāb Ġarā’ib62 – e la Cronaca di Cambridge,63 che forniscono preziose testimonianze sulla Sicilia, ma soprattutto sulla sua capitale Palermo.
1.1.4. Dall’instabilità politica alla conquista degli Altavilla
21Gli Ziridi d’Ifrīqiya inviarono in Sicilia ‘Abd Allāh, il quale assediò Aḥmad al-Akḥal nella Ḫāliṣa sconfiggendolo. Dopo la fine del potere kalbida, in Sicilia si assiste ad una frammentazione dell’emirato in piccole unità territoriali che creano una certa instabilità politica.64 Ed è proprio a questo periodo, in particolare al 1038, che risale il tentativo, non riuscito, da parte dei bizantini di Michele IV di riconquistare l’isola, con la spedizione del generale Giorgio Maniace (998-1043).
22L’ultimo periodo di dominazione islamica della Sicilia non è ben documentato dalle fonti scritte, anche se alcune interessanti informazioni si possono ricavare dalle lettere della Geniza del Cairo.65 Queste lettere mostrano che, nonostante l’instabilità politica, Palermo resta una grande città, popolata da musulmani ma anche da comunità ebree e cristiane,66 e la Sicilia continua ad essere prospera e centrale da un punto di vista economico.67
23Intorno al 1050, le fonti citano la presenza a Palermo di una shūra di shuyūkh, ovvero un consiglio urbano costituito dalla élite cittadina,68 il resto dell’isola appare frammentato in quattro piccoli stati militari rivali, chiamati dall’enciclopedista egiziano al-Nuwayrī (1279-1333) ṭā’ifa, governati da altrettanti qaids: ‘Abd Allāh ibn Mankūt governava la Sicilia occidentale con Trapani, Marsala, Sciacca e i loro distretti; ‘Alī ibn Hi’ma, soprannominato Ibn al-Ḥawwās, governava Agrigento e gran parte del Val di Noto fino a Castrogiovanni; Ibn al-Maklāti governava Catania; infine, fino al 1052-53, la costa settentrionale e Palermo erano sottomesse ad al-Hasan detto anche as-Samsām. Verso la metà dell’XI secolo, un quinto qaid, Ibn al-Ṯumna, si impadronì prima di Siracusa, e poi, dopo aver attaccato Ibn al-Maklāti, conquistò anche i suoi possedimenti, e in particolare Catania.69 Ibn al-Ṯumna ebbe secondo molti un ruolo cruciale per la conquista normanna, in quanto fu proprio questo personaggio che nel 1060 si recò a Mileto in Calabria per incontrare il conte Ruggero aprendogli le porte della Sicilia, con l’accordo e la garanzia di ricevere una parte delle terre conquistate.70 Secondo un’altra teoria, invece, la decisione di conquistare l’isola era stata presa ben prima della richiesta di aiuto di Ibn al-Ṯumna. Nel 1059, infatti, papa Nicola II stipulò un accordo con Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, durante il Sinodo di Melfi, nominandolo duca di Puglia, Calabria e Sicilia.71
24Comunque sia, un esercito composto da milites latini, tra cui Normanni, guidati da Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, e da suo fratello Ruggero, conosciuto in seguito come Ruggero I o il Gran Conte, misero piede in Sicilia nel 1061, espugnando in quello stesso anno Messina e alcune aree del Val Demone72 e portando a compimento la conquista in circa un trentennio (1061-1091).73
25Palermo viene conquistata nel 1072, dopo cinque mesi di assedio. Secondo Amato di Montecassino, Roberto il Guiscardo, che si proclamò fin dalla conquista “mālik” (re),74 affida a suo fratello Ruggero il controllo di tutta l’isola, tenendosi per sé solamente la metà di Palermo, Messina e il Val Demone. Goffredo Malaterra, invece, sostiene che Roberto tiene per sé Palermo e concede a suo fratello tutti i territori siciliani.75 La versione di Amato, per quello che riguarda Palermo per lo meno, sembra confermata dai documenti e dalla numismatica dell’epoca.76 Ruggero raccolse l’eredità di Roberto nel 1085, e dopo la sua morte nel 1101 fu sua moglie Adelasia del Vasto ad assumere la reggenza fino alla maggiore età di Ruggero II, nel 1112.77 In questa prima fase Palermo perde il suo ruolo di capitale, e il potere politico fu itinerante fino agli anni 1120’.78 Successivamente la sede del governo viene stabilita prima a Mileto, poi a Messina, e infine a Palermo, e non è chiaro se su decisione di Ruggero II o di sua madre.79 Nel 1130 si forma il Regnum Siciliae, all’interno del quale furono riunite in una unica entità politica la Sicilia e il sud della penisola italiana.80 Ruggero II fu dunque incoronato Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae, e di conseguenza Palermo diventa la capitale del Regnum.
26Ruggero II governò fino alla sua morte nel 1154, in seguito alla quale gli succedettero prima Guglielmo I (1154-1166) e poi suo figlio Guglielmo II, il quale assunse personalmente il potere solo nel 1172.81 La morte di Guglielmo II nel 1189 lasciò un vuoto di potere in Sicilia, a causa dell’assenza di successori diretti. L’erede designata fu Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, che nel 1185 sposò Enrico VI Hohenstaufen, figlio dell’imperatore tedesco. Questo matrimonio portò alla fine del dominio normanno in Sicilia e aprì la strada, non senza tumulti, agli Svevi.
27All’arrivo dei Normanni Palermo era abitata prevalentemente da musulmani, che convivevano con comunità cristiane82 ed ebree. Questa convivenza si manterrà per tutta la durata del dominio normanno. Tuttavia, il venir meno di una forte monarchia portò ad una serie di conflitti tra la popolazione cristiana e quella musulmana.83 Tra il 1224 e il 1246 Federico II ordinò la deportazione di tutti i musulmani dell’isola a Lucera.
1.2. L’evoluzione urbanistica di una capitale islamica: il caso di Palermo
28Palermo (dal greco παν-όρμος “tutto porto”) è una città fondata dai fenici nel VII secolo a.C. che si sviluppava su una piattaforma calcarenitica di forma ellittica bagnata ad est dal mare e lambita a nord e a sud da due fiumi, il Papireto e il Kemonia.84 Quest’ultimo non era mai stato un vero e proprio fiume, ma piuttosto una zona paludosa, che si trasformava in corso d’acqua durante la stagione delle piogge. Questo dato è confermato anche dalle fonti scritte che in genere parlano di un solo fiume all’interno della città.85 Il fiume Kemonia (chiamato anche wādī al-šatawī, fiume invernale, fiume del Maltempo o flumen Sabucie) originava dal monte Caputo, e proseguiva in direzione della Fossa Garofala, all’interno del Parco Aumale, per poi scorrere lungo le attuali via Castro, piazza Casa Professa, via Porticello e via Calderai. Lo sbocco a mare avveniva tra le attuali via Schioppettieri e via Calderai.86 Il Papireto (wādī Rūṭa), invece, aveva origine nella grande depressione di Denisinni, alimentato dalle sorgenti di ‘Ayn Abī Sa‘īd (Danisinni) e ‘Ayn Rūṭa, e scorreva tra il nucleo antico della citta (Balarm, Qaṣr al-qadīm, poi Cassaro) e l’abitato sviluppatosi a nord di tale nucleo. Lungo i fianchi del Kemonia e del Papireto si aprivano una serie di grotte e cavità naturali che furono impiegate in vario modo dall’uomo nel corso del tempo.87 Questi due corsi d’acqua costeggiavano l’antico nucleo urbano di Palermo e, a partire dall’età islamica, lo dividevano allo stesso tempo dai quartieri esterni.88 La presenza dell’acqua, e la conseguente gestione di essa, influenzò lo sviluppo della città ed era molto importante per Palermo, come dimostra indirettamente la dettagliata descrizione delle fonti e sorgenti che servivano la città fornita da Ibn Ḥawqal e i cospicui lavori realizzati fin dall’età islamica per gestirla.89 Nella seconda metà del Cinquecento iniziarono altri lavori di bonifica per interrare questi corsi d’acqua al fine di eliminare il problema degli straripamenti stagionali, delle immondizie che si accumulavano e per ottenere nuove aree edificabili.90 Restò sempre attivo, invece, il fiume Oreto (wādī ‘Abbās in arabo), che scorre tutt’oggi a sud della città e che durante l’età islamica costituiva, secondo Ibn Ḥawqal, il margine più a sud di Palermo.91
29Anche la linea di costa è profondamente cambiata. Come nota Pietro Todaro, molti hanno tentato di ricostruire su basi storiche il progressivo indietreggiamento del mare, ma purtroppo non si è ancora riusciti a condurre uno studio geomorfologico dettagliato e conclusivo.92
30Dall’età antica la città era circondata da poderose mura, che resteranno in piedi e saranno utilizzate, con alcuni rifacimenti, restauri e modifiche fino al XIV secolo.93 Nel corso del tempo l’assetto urbano si modificò per far fronte alle necessità di una città in evoluzione. In questa sede si osserveranno le trasformazioni avvenute durante l’età islamica, quando la città modificò il proprio ruolo, divenendo capitale dell’isola. Questi cambiamenti a livello politico ebbero ricadute nell’assetto sociale della popolazione e nelle necessità del nuovo potere governativo, che portarono conseguentemente a modifiche nel tessuto urbano. Come si vedrà, diverse tappe hanno caratterizzato lo sviluppo urbanistico di Palermo islamica. Si ritiene, pertanto, utile proporre una sintesi di quanto al momento è noto sull’assetto urbano bizantino, al fine di comprendere meglio le trasformazioni avvenute a partire dal IX secolo.
1.2.1. Palermo bizantina: una città quasi invisibile
31Ad esclusione delle necropoli,94 per l’età bizantina non si conservano testimonianze archeologiche delle strutture urbane. Le tracce di queste ultime sono ricavabili solamente dalle fonti scritte, e anche queste non offrono una descrizione della città paragonabile a quelle fornite per l’età islamica e normanna.
32La città si sviluppava forse all’interno del circuito murario difensivo di origine punica conservatosi in età romana, e forse l’area interna era divisa in due parti da un ulteriore muro (che separava la Paleapolis dalla Neapolis).95 Palermo fu l’unica città della Sicilia che resistette sia alla conquista bizantina, e questo dimostra il buono stato in cui si trovavano le mura nel VI secolo, sia all’assedio degli Aghlabidi agli inizi del IX secolo che, stando alle fonti scritte, durò circa un anno (830-831). Ancora una volta questo dato è una prova indiretta dell’efficacia di questo circuito murario, che probabilmente fu fortificato attorno all’VIII secolo a seguito delle prime incursioni arabo-musulmane, come testimonia Ibn al-Aṯīr.96 Nella cinta muraria dovevano aprirsi almeno quattro porte97 (fig. 4). Una di queste era quella che Ibn Ḥawqal chiama Bāb al-abnā (porta dei figli o porta delle costruzioni)98 e che egli definisce come la porta più antica della città (fig. 4).99 Poi c’era la Bāb Šantagāṯ (porta Sant’Agata, da non confondere con la porta Sant’Agata tutt’oggi visibile nella cinta muraria esterna situata in corso Tukory) che, considerato il suo agionimo, poteva essere presumibilmente “preislamica”.100 Le altre due porte dovevano essere la Bāb al-Sudān e la Bāb al-Baḥr (fig. 4).101
33Per quanto riguarda le strutture urbane, si hanno informazioni soprattutto sull’esistenza di una serie di edifici religiosi. Fu fondata certamente la cattedrale, che fu trasformata durante l’età islamica in moschea e riconvertita in chiesa dai Normanni, e che quindi doveva essere situata pressappoco dove sorge l’attuale cattedrale di Palermo.102 Le epistole di Gregorio Magno menzionano la presenza a Palermo di otto monasteri, di cui tre urbani e cinque extraurbani,103 ma anche di chiese.104 Dovevano sorgere anche sinagoghe, vista la presenza di ebrei a Palermo, strutture legate al potere, e abitazioni dell’aristocrazia e non. Inoltre, le fonti scritte documentano l’esistenza di uno xenon105 all’interno della città e di una serie di ostelli anche al di fuori, la cui presenza testimonia anche l’importanza economica che Palermo doveva avere in questo periodo. Tuttavia, ad oggi non si conosce l’esatta ubicazione di tutti questi edifici, ad eccezione, come è stato visto, della cattedrale. Inoltre, una serie di scavi urbani, realizzati nell’ambito soprattutto di progetti di archeologia preventiva, hanno rintracciato aree destinate a necropoli ascrivibili cronologicamente ad età tardo antica. La distribuzione di queste ultime, unita agli scarsi ritrovamenti relativi a questo periodo storico, hanno fatto escludere la presenza di quartieri extramoenia,106 per lo meno sino ai recenti scavi di via Guardione, che aprono una serie di questioni sull’estensione dell’abitato e sulla struttura della città bizantina.107 Forse l’unica eccezione potrebbe essere l’area gravitante attorno al porto, soprattutto verso sud, ovvero l’area che circonda l’attuale piazza Marina. Le indagini archeologiche effettuate in questa zona, infatti, hanno portato alla luce evidenze, soprattutto ceramiche, databili all’età punica e romana, ma anche alcune tracce di periodo bizantino (fig. 4).108 Non si conosce la natura di questi insediamenti, in quanto non sono state trovate strutture, ma probabilmente erano connessi all’attività portuale.109
Fig. 4. Palermo bizantina. In grigio: a. possibile area di distribuzione della necropoli; b. possibile area di estensione dell’abitato extra-moenia.

1.2.2. Da polis a madīna:110 l’evoluzione di Palermo in età islamica
34Se da un punto di vista materiale la Palermo di età islamica sembra quasi del tutto scomparsa, una idea generale di come dovevano essere organizzate le sue strutture urbane a partire dalla metà del X secolo ce la forniscono una serie di fonti scritte. In particolare sono giunte a noi tre descrizioni della città ad opera di autori che ne hanno probabilmente avuto una conoscenza diretta: quella contenuta nel Kitāb Ṣūrat al-arḍ del geografo Ibn Ḥawqal, che visita Palermo nel 973; quella realizzata da al-Muqaddasī, che termina di scrivere la sua opera nel 988 circa; infine quella riportata nel Libro delle curiosità, che fornisce indicazioni sulla prima metà dell’XI secolo.111 Ulteriori sporadiche informazioni le si desumono da poche altre fonti scritte tra cui soprattutto la lettera del monaco e grammatikos Teodosio (per la fine del IX secolo) e Ibn al-Aṯīr.
35Se le testimonianze citate aiutano ad avere una idea di come doveva essere la città kalbida della seconda metà del X secolo e su come si è evoluta nella prima metà dell’XI secolo, altrettanto non si può dire per il secolo precedente. Le considerazioni sulla topografia di Palermo tra IX e prima metà del X secolo, corrispondente, come è stato visto, all’età aghlabide e agli inizi dell’età fatimide della città, sono affidate soprattutto ad una serie di deduzioni logiche, basate su poche fonti scritte e su altrettanti sporadici dati archeologici.
36Le fonti scritte menzionano la città di Palermo con il nome Balarm112 – anche se spesso con questo nome viene designato l’antico nucleo urbano, corrispondente alla Panormus punica – ma anche come al-Madīna e Ṣiqilliyya113 (“Sicilia”, abbreviazione probabilmente di Madīnat al-Ṣiqilliyya, “città della Sicilia”).114 L’utilizzo di quest’ultimo nome suggerisce la grande importanza di questa città, che proprio in età islamica diventa capitale dell’isola e che spesso le fonti scritte identificano con l’intera isola. Questo nuovo ruolo fu accompagnato da un grande sviluppo demografico e determinò anche una nuova fisionomia della città.115 L’espansione urbana di Palermo non va tuttavia interpretata in senso caotico, esclusivamente frutto di scelte individuali o familiari, come spesso è stato postulato in passato per le città islamiche. È piuttosto il risultato di complesse dinamiche sociali, in cui il potere centrale interviene regolando e promuovendo il suo sviluppo.116
37La ricostruzione della topografia di Palermo di età islamica è stata oggetto a partire dal XIX secolo di diversi studi, basati soprattutto sulle traduzioni dei testi arabi realizzate in primis da Michele Amari,117 e poi successivamente da Adalgisa De Simone118 e più recentemente da Jeremy Johns.119 Le prime ipotesi ricostruttive si devono a Shubring, Di Giovanni e Columba.120 A partire dagli anni 1980 importanti sono i contributi di Henri Bresc,121 mentre tra gli anni 1990 e inizi 2000 è fondamentale ricordare gli studi di Franco D’Angelo,122 di Ferdinando Maurici123 e di Elena Pezzini.124 Nell’ultimo decennio il dibattito sulla topografia e sulle strutture urbane di Palermo di IX-XI secolo si è riaperto grazie ad un generale rinnovato interesse per le fasi medievali della Sicilia, ed in particolare islamiche della città,125 ed un approccio più olistico, in grado di prendere in considerazione oltre che le informazioni provenienti dalla rilettura delle fonti scritte anche quelle archeologiche.126 Ai ricercatori già menzionati si aggiungono le riflessioni di Alessandra Bagnera, che propone in diversi contributi127 nuove ipotesi e stimoli alla ricerca. Occorre, inoltre, citare la sintesi di Ferdinando Maurici sull’evoluzione urbanistica di Palermo in età islamica e i contributi su Palermo in From Polis to Madina.128 Negli ultimi anni, dunque, il rinnovato interesse nei confronti della madīna di età islamica ha avuto come effetto lo studio e la pubblicazione di nuovi dati archeologici, che hanno consentito di ampliare il quadro, anche topografico, fino ad ora a disposizione.
1.2.3. Gli Aghlabidi e la formazione di una nuova capitale
38Nonostante le pochissime testimonianze sia archeologiche che scritte su questo periodo, sono state proposte una serie di osservazioni sull’assetto urbano di Palermo in età aghlabide, soprattutto in virtù del fatto che fu scelta come capitale della Sicilia.
39I conquistatori si stanziarono all’interno dell’antico perimetro urbano circondato da mura che, come è stato visto, dovevano essere in buono stato data la resistenza che i palermitani opposero agli Aghlabidi. Questi ultimi apportarono una serie di modifiche alla struttura urbana, creando anche nuovi edifici, purtroppo non conservati e difficilmente localizzabili, per rispondere alle nuove necessità politiche (come la dār al-imāra,129 dīwān, zecca, ecc.) e religiose (moschee, bagni, aree cimiteriali), proprio come in genere avveniva per le città conquistate dagli arabo-musulmani.130 Due anni di inattività bellica dopo la conquista di Palermo, servirono, secondo la De Simone, a dare alla città l’assetto di nuova capitale.131 Tra i primi interventi vi fu probabilmente la realizzazione della moschea ǧāmi‘, risultato della trasformazione della cattedrale bizantina, situata verosimilmente in prossimità dell’asse centrale che attraversava la città in senso ovest-est.132 Nonostante si possa dare per certo che questi interventi urbani ebbero luogo, non se ne conoscono ritmi e modalità a causa della povertà dei dati a disposizione. Risulta tuttavia chiaro che quando il monaco e grammatikos Teodosio venne fatto prigioniero e portato da Siracusa a Palermo nell’878, questa era già una capitale multietnica e densamente popolata.133
40Oltre all’occupazione dell’antica Panormus/Balarm, sembrerebbe che già in età aghlabide ci sia stata una prima espansione extramoenia. Come già è stato accennato, l’area gravitante attorno all’attuale piazza Marina era stata occupata sin dall’età punica da un insediamento non ben identificato forse legato all’attività portuale.134 Dai più recenti studi archeologici, si evince che nel IX secolo quest’area continua ad essere occupata inizialmente da una maqbara (cimitero) – nell’area più ad est – e poi, a partire dalla fine del IX secolo, forse anche da un abitato (fig. 5).135 Analogamente più a nord, nell’area del Castello San Pietro, è stata rinvenuta una maqbara di IX secolo e un abitato, anche quest’ultimo databile a partire dalla fine del IX secolo.136
41Le fonti scritte sembrano fornire indizi che confermerebbero la presenza di sobborghi extramoenia a questa altezza cronologica, dunque ben prima che Ibn Ḥawqal visitasse Palermo nel 973 e anteriormente alla fondazione della Ḫāliṣa nel 937.137 Ad esempio nell’epistola del monaco e grammatikos Teodosio si accenna all’esistenza di abitati sparsi o sobborghi fuori l’antico nucleo urbano.138 Altri indizi sono ricavabili da due eventi narrati nella cronaca di Ibn al-Aṯīr. Il primo riguarda la rivolta scoppiata l’8 settembre del 900, durante la quale si racconta che l’aghlabida Abū ’l-‘Abbās, figlio dell’emiro aghlabida Ibrahim II, si impadronì dei “sobborghi della città” saccheggiandoli.139 Il secondo evento è l’assedio del 916-917, durante il quale Abū Sa‘īd «[...] cinse il campo di un muro tirato infino al mare in guisa che il porto rimanesse in poter suo [...]».140 Altre due fonti scritte forniscono indizi sulla presenza di sobborghi extramoenia prima della fondazione della Ḫāliṣa, ma quando la città era già in mano fatimide. La prima è la Cronaca di Cambridge, in cui si riporta che «[...] il 19 ottobre 934 un temporale fece riversare su la città [di Palermo] i fiumi de’ dintorni: onde annegò della gente e furono distrutte molte case dentro la città e fuori [...]».141 Inoltre, nella stessa opera alcuni passaggi sembrano indicare che, a partire dal 917, i rappresentanti del potere fatimide non vivessero all’interno di Balarm, ma in una struttura fortificata a controllo del porto e che disponeva di un arsenale.142 E infine ‘Ibn ‘Iḏārī,143 nella sua ‘al-Bayān al-mughrib fī Ak̲h̲bār al-Mag̲h̲rib, parlando della rivolta di Ibn Qurhub del 916 e della conseguente soppressione portata avanti da Abū Sa‘īd, scrive « [...] e prepose al governo Abū Sa‘īd soprannominato al-Ḍayf (“l’ospite”). Costui assediò [i ribelli in Palermo] per alquanti mesi, e molti ne uccise. [Nelle quali fazioni la tribù di] Kutāmah fe’ quel che volle delle donne e de’ bambini che trovò nei sobborghi della città, e [perfin] violò le donzelle».144
Fig. 5. Palermo aghlabide.

In grigio: aree di possibile localizzazione delle maqbara di età aghlabide. 1. Moschea ǧāmi‘; 2. via Paternostro; 3. Palazzo Bonagia; 4. Gancia; 5. via Butera; 6. Castello San Pietro.
1.2.4. I Fatimidi e lo spostamento della sede del potere (prima metà del X secolo)
42Quando i Fatimidi giunsero in Sicilia Palermo si sviluppava all’interno delle antiche mura urbiche ed erano presenti già i primi insediamenti extramoenia, sebbene sia difficile chiarire la natura e l’estensione di questi ultimi. Anche per questa fase di prima metà X secolo non si dispone di molte informazioni dirette da un punto di vista urbanistico e topografico. Come si vedrà in dettaglio più avanti, nonostante i progressi nell’identificazione delle produzioni fittili databili tra fine IX e inizi del X secolo, il dato ceramico non consente di distinguere chiaramente l’ultima fase aghlabide dalla prima fatimide. Pertanto allo stato attuale delle conoscenze non è possibile sfruttare questa fonte per meglio comprendere l’evoluzione urbana nella fase di passaggio tra i due poteri politici, evoluzione che, come è stato recentemente sottolineato, risponde ad una intenzionalità precisa del potere centrale.145 Nello specifico, lo studio e la datazione delle sequenze ceramiche non permettono di capire se la decisione dell’ampliamento urbano extramoenia programmato avvenne per volere degli Aghlabidi o dei Fatimidi. Secondo una recente interpretazione di Alessandra Bagnera, l’estensione della città ad opera dei Fatimidi è da relazionarsi alla fondazione della Ḫāliṣa. La studiosa, contestualizzando il dato di Palermo alla luce delle più recenti ricerche che hanno interessato il Maghreb, ritiene che possa trattarsi di una ‘ri-fondazione’ urbana, che comporterà una espansione considerevole e pianificata.146 Nell’area della Kalsa, le ricerche archeologiche condotte sugli scavi realizzati presso la chiesa della Gancia hanno riconosciuto una fase di urbanizzazione pianificata147 precedente alla fondazione della Ḫāliṣa (937). Si è ipotizzato che quest’ultima possa essere riconducibile ad un intervento del potere centrale fatimide, e che probabilmente si tratti di quel Qaṣr, tradotto da Amari come “castello”, provvisto di arsenale citato dalla Cronaca di Cambridge, in cui risiedevano già nel 917 i rappresentati del potere fatimide.148
43L’evento più significativo da un punto di vista urbanistico, quello in cui è più evidente l’intervento dell’autorità politica dei Fatimidi,149 è rappresentato dalla fondazione di una seconda madīna fortificata: la Ḫāliṣa,150 situata a sud-est rispetto all’antico nucleo urbano. Ibn al-Aṯīr riporta che fu fondata dal generale Ḫalīl ibn Isḥaq nel 937, in seguito alle continue rivolte che afflissero Palermo durante i primi anni del dominio fatimide dell’isola.
44La decisione di questa costruzione aveva molteplici significati a livello politico, militare e urbanistico, rispondendo ad una volontà di separare l’élite shiita dal resto della popolazione a maggioranza sunnita.151 Questo stesso modello urbano si ritrova anche nelle altre capitali fatimidi in Tunisia (Mahdiyya e Ṣabra al-Manṣūriyya) e in Egitto (il Cairo).152 Da un punto di vista politico la Ḫāliṣa diventò il nuovo centro del potere dove vivevano i wālī (governatori) con la loro corte, sostituendosi a Balarm, ovvero il quartier generale siciliano degli Aghlabidi. Per quanto concerne l’aspetto militare, la costruzione della Ḫāliṣa risolveva innanzi tutto il problema dei continui assedi che i governatori di Balarm subivano da parte della popolazione palermitana. Inoltre, la vicinanza al porto non era casuale, in quanto era un’ottima via di fuga, collegava Palermo direttamente con l’Ifrīqiya e consentiva un controllo più rigido della flotta navale.153 È stato anche ipotizzato che Mahdiyya abbia funto da modello per la costruzione della Ḫāliṣa, in quanto precedentemente fondata nel 916.154
45Le uniche informazioni sulla Ḫāliṣa provengono dalle fonti scritte.155 Non si conservano tracce materiali di questa madīna, e pertanto non si conosce la sua esatta ubicazione.156 Tuttavia, gli studiosi sono generalmente concordi nel collocarla nel quartiere oggi conosciuto come “Kalsa”, attorno all’attuale piazza Marina.157 Le descrizioni riportate dalle fonti scritte forniscono una idea generale di come doveva essere. Si sa che era circondata da mura, oggi non conservate,158 fatte costruire smantellando in parte le mura di Balarm, lungo le quali si aprivano quattro porte (due a nord, una a sud e una a ovest).159 La cittadella fu fondata con l’intenzione di renderla completamente indipendente da Balarm, soprattutto in vista di possibili assedi, dato che all’interno risiedeva l’emiro con tutto il suo entourage. Pertanto vi erano tutte le strutture necessarie a condurre la vita di corte: il dīwān, una moschea congregazionale, due ḥammam e una prigione. Per quanto riguarda i mercati, Ibn Ḥawqal sostiene la loro assenza, mentre Muqaddasī è di diverso avviso.160 Quel che è certo è che in caso di assedi la cittadella doveva essere autosufficiente.161 Altro elemento importante era la presenza dell’arsenale, che viene ubicato all’interno della Ḫāliṣa da Ibn Ḥawqal. Questa è l’unica struttura che si riesce effettivamente a localizzare, pressappoco nell’area dove oggi sorge piazza Marina. Tuttavia, le indagini archeologiche condotte in quest’area hanno dato vita a due ipotesi contrapposte: la prima ritiene, sulla base della presenza di impianti artigianali nei pressi dello Steri e di via Butera, che l’arsenale fosse al di fuori delle mura;162 la seconda ipotizza invece che fosse all’interno.163 Che si trovasse all’interno del circuito murario o fuori, certamente l’arsenale era connesso alla Ḫāliṣa, come provano sia il nome di una delle porte (Bāb al-Ṣinā‘a) sia diversi confronti con città quali Mahdiyya, Susa, Bugia, Tlemcen, Salé.164 Tra l’altro la vicinanza al porto e la necessità di un arsenale facevano secondo David Bramoullé della Ḫāliṣa «[...] avant tout une base de réparation des navires de la flotte officielle».165 Un’altra caratteristica della Ḫāliṣa era l’assenza di sorgenti d’acqua naturali, sopperita mediante l’utilizzo di pozzi artificiali. Ed infatti si sa che nella zona della Kalsa arrivavano alcune diramazioni dei qanāt palermitani.166
46Con la caduta della dinastia kalbida, la Ḫāliṣa fu abbandonata come centro del potere, per passare nuovamente all’interno di Balarm.167 Verrà dunque inglobata all’interno del sobborgo e delle sue mura si perderanno del tutto le tracce nel XIV secolo.
1.2.5. Palermo nella seconda metà del X secolo: una città polinucleare
47Da un punto di vista topografico, più che da specifici ritrovamenti di edifici, il X secolo è conosciuto soprattutto grazie alle fonti scritte. A parte qualche lacerto di muro e qualche pozzo, nulla si conserva della grande e florida capitale polinucleare descritta da al-Muqaddasī e soprattutto da Ibn Ḥawqal nel X secolo:
[...] Palermo, capitale di Sicilia, è situata sul mare in [quell’] isola. È più grande di al-Fusṭāṭ [il Cairo vecchio], ma è ripartita [in diversi settori]; i fabbricati della città sono di pietra e calce [ed essa appare] rossa e bianca. La circondano sorgenti e canneti, le fornisce acqua un fiume chiamato Wādī ‘Abbās. I mulini sono numerosi nel suo mezzo ed essa abbonda di frutta e di produzioni [del suolo] e d’uva. L’acqua batte le sue mura. Possiede una città interna, nella quale si trova la moschea ǧāmi; i mercati sono nel sobborgo (rabaḍ). Ha inoltre una città esterna dotata di mura e chiamata al-Ḫāliṣa, in cui si aprono quattro porte: Bāb Kutāma, Bāb al-Futūḥ, Bāb al-Bunūd e Bāb aṣ-Ṣinā‘a. In essa si trovano anche una moschea congregazionale e dei mercati [...].168
48Così al-Muqaddasī descrive la Palermo di X secolo, una città “rossa e bianca”, per l’utilizzo di pietra calcarenitica e di argilla,169 ricca di sorgenti d’acqua, caratterizzata da due città e un rabaḍ (sobborgo).
49Due madīne – Balarm e Ḫāliṣa – e tre ḥārāt170 – Ḥārat al-Ṣaqāliba, Ḥārat Masǧid Ibn Ṣaqlāb e Ḥārat al-ǧadīda – compongono Palermo secondo Ibn Ḥawqal, che visitò la città intorno al 973.171 La descrizione di questo geografo è quella che fornisce la maggior parte delle informazioni sulla topografia di Palermo nella seconda metà del X secolo e che consente, dunque, una ricostruzione approssimativa della città in questo periodo.172
50Balarm o madīnat Balarm (fig. 6), corrispondente al quartiere denominato nei testi più tardi di al-Idrīsī e Ibn Jubayr Qaṣr al-qaḍīm (letteralmente il “castello vecchio”), da cui deriva il toponimo “Cassaro”, coincideva con l’antico nucleo urbano fondato in età punica. Si estendeva da Ovest a Est in lunghezza ed era circondata da una cinta muraria di origine punica che, come si è visto, resistette a diversi assedi e smantellamenti.173 Nel corso del tempo è verosimile immaginare che ebbero luogo svariati restauri e rifacimenti che probabilmente ne modificarono l’aspetto, ma non l’andamento generale. Ad esempio le fonti riportano che nel 967 al- Mu‘izz, nell’ambito di una serie di interventi volti a fortificare la Sicilia e a fondare in ogni città una moschea,174 ordinò all’emiro Aḥmad di ricostruire e fortificare le mura di Palermo.175 Ibn Ḥawqal informa anche che in queste mura si aprivano nove porte, nominate in senso antiorario: Bāb al-Baḥr (porta del Mare), Bāb as-Šifā (porta della salute o della guarigione), Bāb Šantagāṯ (porta Sant’Agata), Bāb Rūṭa (dal fiume Rūṭa che gli scorreva vicino), Bāb al-Riyāḍ (porta dei giardini, che sostituì la Bāb Ibn Qurhub), Bāb al-abnā (porta dei figli o porta delle costruzioni),176 Bāb as-Sudān (porta dei Neri), Bāb al-Ḥadīd (porta del ferro, che conduceva al quartiere degli ebrei) e una porta di cui non è riportato il nome (fig. 6). Cita anche una decima porta che tuttavia era già a quel tempo chiusa e inutilizzata.177 Internamente Balarm era attraversata da una strada principale centrale lastricata in pietra, al-simāṭ al-balāṭ (“la strada lastricata”, Platea marmorea), che procedeva in senso ovest-est, e che corrisponde pressappoco all’attuale Corso Vittorio Emanuele. Questa strada era circondata da mercati,178 e inoltre vi si affacciava la famosa moschea ǧāmi‘, che nacque, come detto in precedenza, sull’impianto della antica chiesa cristiana e la cui qibla (direzione della Mecca) era orientata verso sud-est. Questa moschea, secondo Ibn Ḥawqal, poteva ospitare fino a settemila persone e conteneva al suo interno la sepoltura di Aristotele, oggetto di venerazione da parte dei cristiani. Oltre alla moschea ǧāmi‘, ve ne erano certamente delle altre all’interno di Balarm tra cui ad esempio quella di al-Zuhrī, e non dovevano mancare neanche le madrase (“scuole” dove venivano insegnate soprattutto legge e religione ma in generale le scienze islamiche).179
51Nonostante al tempo di Ibn Ḥawqal Balarm avesse perso il suo ruolo di sede del governo, allora situato nella seconda madīna Ḫāliṣa (l’Eletta), restò comunque un importante centro religioso, sociale ed economico, nel quale si concentravano le residenze delle élites.
52Per quanto riguarda i tre ḥāra, si sa innanzi tutto che non erano difesi da mura ma che allo stesso tempo erano ben distinti, visto che Ibn Ḥawqal li identifica con dei nomi ben precisi, a differenza dell’età normanna in cui verranno identificati tutti, assieme alla Ḫāliṣa, genericamente come rabaḍ. Lo Ḥārat al-Ṣaqāliba (il quartiere degli Schiavoni) si estendeva a nord e a nord-est del Cassaro ed era separato da quest’ultimo dal fiume Papireto. Era il quartiere più esteso e popoloso, includeva il porto commerciale ed era servito da numerosi corsi d’acqua. Gli altri due quartieri erano contigui tra loro: vi erano a sud lo Ḥārat al-Masǧid Ibn Ṣaqlāb (il quartiere della moschea di Ibn Ṣaqlāb), che secondo Ibn Ḥawqal si estendeva fino al fiume Oreto,180 mentre a sud-est lo Ḥārat al-ǧadīda.181 È stato ipotizzato che quest’ultimo confinasse con la Ḫāliṣa182 e, secondo una recente proposta di Annliese Nef, il nome stesso “al-ǧadīda”, la cui traduzione è “il nuovo”, sembra riflettere l’atto iniziale di fondazione ed è dunque da mettere in relazione con la fondazione della Ḫāliṣa.183 In tutte le aree di abitato a sud del nucleo antico della città mancavano sorgenti e pertanto, l’approvvigionamento idrico avveniva per mezzo dei pozzi.184
53Tra lo Ḥārat al-Masǧid Ibn Ṣaqlāb e l’Ḥārat al-ǧadīda si concentravano la maggior parte dei sūq (mercati) nei quali vi erano «[...] i venditori di olio, i venditori di farina, i cambiavalute, gli speziali, i fabbri, gli spadai, i venditori di frumento, i ricamatori, i pescivendoli, i venditori di grani, una corporazione di venditori di carne, i venditori di legumi, i fruttivendoli, i venditori di piante odorifere, i venditori di giare, i panettieri, i cordai, una corporazione di droghieri, i macellai, i carpentieri, i conciatori, i falegnami, i vasai».185 I sūq, come in tutte le città islamiche, strutturavano il paesaggio urbano.186 Anche se Ibn Ḥawqal riporta che la maggior parte dei mercati si trovano al di fuori delle mura della madīna Balarm, allo stesso tempo menziona la presenza dei grandi mercanti anche dentro Balarm. Probabilmente all’interno dell’antico nucleo urbano non si svolgevano attività produttive, ma si vendevano solo i prodotti finiti.187 Viene, invece specificata l’assenza dei mercati nella Ḫāliṣa, in contrapposizione a Muqaddasī che invece ne sostiene la presenza.
54Oltre a descrivere Palermo divisa in due madine e tre ḥārāt, Ibn Ḥawqal riporta anche la presenza dello Ḥārat al-Yahūd (quartiere degli ebrei), il quale doveva coincidere con lo Ḥārat Ibn Ṣaqlāb oppure essere inglobato al suo interno,188 e il quartiere di Abī Ǧamīn o Abī Ḥimāz (Abū Ḥimār o Ḥamīr – asino, asini – secondo la lettura di Bresc e della De Simone).189 Infine il geografo originario dell’odierno Iraq menziona la presenza anche di un accampamento militare (mu‘askar), che probabilmente era situato nell’attuale zona di Danisinni, fuori dalle mura190.
55Ibn Ḥawqal riferisce dell’esistenza di ben cinquecento moschee a Palermo, di cui trecento situate nella città, delle quali tuttavia non sono conosciute né l’esatta ubicazione né tantomeno i nomi,191 e duecento nelle campagne circostanti. Questi numeri sono certamente iperbolici, ma Ibn Ḥawqal tiene a precisare che questa grande quantità di moschee non era dovuta a un particolare trasporto nei confronti della fede da parte dei palermitani, ma al contrario era frutto della volontà di ottenere prestigio personale. Vi erano anche numerosi fondachi, testimoniati, questi ultimi, anche dalle lettere della Geniza del Cairo, ḥammam (bagni) e ribāṭ (termine polisemico, ma che indica in questo caso un edificio a carattere militare/religioso).192
Fig. 6. Palermo kalbida.

1.2.6. L’evoluzione di Palermo nell’XI secolo
56La conoscenza dell’evoluzione urbana di Palermo nell’XI secolo la si deve alla scoperta relativamente recente del Libro delle curiosità,193 in cui la città, oltre che ad essere descritta nel testo, è anche rappresentata su una mappa, nella quale appare predominante e centrale rispetto al resto dell’isola (fig. 7). Anche se l’autore di questa opera basa la sua descrizione sulla testimonianza fornita da Ibn Ḥawqal, l’aggiunta di una serie di dettagli, assenti nelle altre opere giunte a noi, suggerisce una conoscenza diretta della capitale siciliana.
57L’analisi della mappa consente di ricavare interessanti informazioni su Palermo nella prima metà dell’XI secolo. Il nucleo antico della città, Balarm, viene raffigurato racchiuso da mura circolari, nelle quali si aprono dodici porte, tre in più rispetto a quelle riportate da Ibn Ḥawqal per la seconda metà del X secolo.194 Queste nuove porte sono Bāb al-Bi’r (porta del pozzo), Bāb sūq al-Daǧāǧ (porta del mercato dei venditori polli)195 e Bāb al-ḥaǧǧārīn (porta dei tagliatori di pietra). All’interno di questo spazio circolare vi sono una serie di altre indicazioni quali: venditore di erbe o legumi (Bayyā‘ al-Buqūl), casa di Ibn al-Šaybānī e i bagni di Nizār.196 All’esterno del perimetro circolare di Balarm, in particolare sulla costa nord, è rappresentato il porto a forma di “V”197 e circondato ai lati da due torri, in cui era conservata la catena usata come sistema difensivo.198 Sul lato orientale del porto è raffigurato l’arsenale, che in realtà Ibn Ḥawqal situa all’interno della Ḫāliṣa. Anche se il nome Ḫāliṣa non figura sulla mappa, la madīna fatimide, che ancora era il centro del potere, è rappresentata a nord est di Balarm sotto forma di un edificio con cupola (chiamato “il palazzo del governo, la sua residenza e i suoi servi”).199 Nel testo viene specificato che nelle sue mura si aprivano quattro porte, confermando dunque le testimonianze precedenti di Ibn Ḥawqal e di al-Muqaddasī.
58Un notevole cambiamento lo si nota soprattutto nel rabaḍ, che lascia intravedere una capitale notevolmente accresciuta ed evoluta rispetto a quella visitata e descritta dai geografi di X secolo. Innanzi tutto lo ḥārat al-Ṣaqāliba e il quartiere della moschea di Ibn Ṣaqlāb, che al tempo di Ibn Ḥawqal erano sprovvisti di mura, nel Libro delle curiosità sono raffigurati, invece, circondati da circuiti murari che lo scrittore specifica essere in piedi da circa quaranta anni.200 Inoltre, nel testo sono citati anche quartieri del tutto nuovi, rispetto a quelli menzionati da Ibn Ḥawqal: lo ḥārat al-Tāǧī, situato a sud ovest di Balarm e anche questo circondato da mura, e lo ḥārat al-Ǧa’fariyya, un nuovo quartiere fondato da circa cinquanta anni. Grazie a questa indicazione cronologica e toponomastica fornitaci dall’autore, si può ipotizzare che l’edificazione di questo quartiere fu inaugurata durante il governo dell’ottavo emiro kalbida Ja‘far ibn Yūsuf, al potere dal 998 al 1019, ricordato dal poeta Muḥammad ibn ‘Abdūn al-Sūsī come un grande edificatore.201 Questo emiro è lo stesso che costruì il Qaṣr Ja‘far, il palazzo che alcuni ipotizzano coincidere con quello che poco più di un secolo più tardi fu trasformato da Ruggero II in Maredolce.202 Nel testo, ma non raffigurati sulla mappa, sono ricordati anche lo Ḥārat al ǧadīda e lo Ḥārat al-Yahūd. Solo sulla mappa, nell’area gravitante su Palermo, verso sud, sono riportati una serie di toponimi racchiusi all’interno di rettangoli203 relativi ad altri quartieri come ad esempio lo ḥārat Banū Ṭayy (il quartiere dei Banū Ṭayy),204 il quartiere della Chiesa della Gioia (ḥārat kanīsat al-Furūḥ), il quartiere del Fosso degli Alberi di Acacia (ḥārat ḥufrat Ġullān), il quartiere del dovere religioso (ḥārat al-farīḍa), ḥārat Bū Sālim (il quartiere di Bū Sālim), ḥārat al-Ḥaddādīn (il quartiere dei fabbri).205 Sono anche citati due bagni suburbani e, come in Ibn Ḥawqal, numerose sorgenti,206 mentre i mercati sono situati solo all’esterno di Balarm.
59In sintesi: “[...] Palermo in the late Islamic period was a complex city, with several hierarchised nucleuses”.207 Nell’XI secolo, quindi, Palermo raggiunse una estensione notevole che fu mantenuta ed ereditata in età normanna,208 pur modificando e trasformando alcuni aspetti in modo da meglio rappresentare e legittimare i nuovi dominatori.
Fig. 7. La rappresentazione della Sicilia nel libro delle curiosità.

1.2.7. La trasformazione di Palermo nella capitale normanna del Regnum Siciliae
60All’arrivo dei Normanni la città aveva raggiunto la sua massima espansione, e doveva essere connotata da tutta una serie di elementi che rimandavano alla precedente dominazione arabo-musulmana, anche se, come osserva Elena Pezzini, il loro significato, la fisionomia e il contenuto sociale cambiò nel corso del tempo.209
61Sebbene la topografia di Palermo in età normanna abbia beneficiato di numerosi studi,210 sul periodo di transizione tra età islamica e normanna non si hanno informazioni certe. Un nodo cruciale, sul quale ancora si dibatte, è la costruzione della seconda cinta muraria, di cui si conservano tutt’oggi diversi tratti. Si sa da al-Idrīsī211 che in età normanna Palermo era circondata da una seconda cinta muraria al di fuori della quale vi era un fossato e uno spazio libero. Questa seconda cinta muraria, inglobando il Cassaro, a sua volta circondato dalle mura puniche, e il sobborgo, costituirà la difesa principale della città sino al XVI secolo212 (fig. 8). Anche se al-Idrīsī fornisce un buon terminus ante quem di riferimento, le ricerche condotte fino a questo momento non sono riuscite a stabilire con precisione quando fu edificato il secondo circuito murario.213 Due le ipotesi:214 una prima che avalla la costruzione delle mura alla fine dell’età islamica,215 una seconda che sostiene una cronologia ad età normanna,216 e in particolare Valeria Brunazzi la attribuisce a Ruggero II.217 Da un punto di vista archeologico, i tratti più antichi di età medievale ancora oggi riconoscibili, in particolar modo presso il monastero dei Benedettini Bianchi218 e quello presso santa Maria della Vittoria,219 sono stati datati, sulla base delle cronologie attribuite alle produzioni ceramiche precedenti alle recenti revisioni, agli inizi del XII secolo,220 mentre la datazione di quelli di Palazzo Reale resta più vaga, di età islamica o normanna,221 e ancor più incerta per il tratto conservato presso piazza XIII Vittime.222 Si deve invece al lavoro di Franco D’Angelo l’individuazione dei tratti di mura che si conservano nel Trecento.223
62Le prime trasformazioni sull’assetto topografico della città in età normanna sono attribuite dalla letteratura a Roberto il Guiscardo (1020-1085), che cercò di dare una espressione concreta al nuovo potere politico all’interno dello spazio urbano e di assicurarsi il mantenimento del controllo militare sulla città. Tra i primi interventi vi furono certamente la ritrasformazione della moschea jāmi‘ in cattedrale, la prima costruzione di quello che diventerà il Palazzo Reale di Ruggero II e poi forse del sistema difensivo, anche se le fonti non sono molto chiare su quest’ultimo aspetto.224
63Nonostante questi primi interventi a livello urbanistico, gran parte del processo di trasformazione della fabbrica sociale e di parte delle strutture urbane avvenne probabilmente in seguito al ritrasferimento della sede della capitale a Palermo, dopo un breve periodo in cui fu spostata a Mileto, in Calabria, e poi a Messina225 e si accelera ulteriormente nel 1130, con la formazione del Regnum Siciliae.226 Questo assunto è dimostrato in maniera indiretta anche dalla maggiore loquacità delle fonti scritte sulle descrizioni di Palermo a partire proprio da questo periodo,227 prima fra tutte quella di al-Idrīsī.228 Palermo viene dunque descritta divisa in due parti: il Qaṣr (Cassaro), sviluppato all’interno dell’antica cinta muraria su tre strade principali, e il rabaḍ (sobborgo), che comprendeva la Ḫāliṣa.229 Quest’ultimo era racchiuso, come è stato visto, dalla seconda cinta muraria, ed era caratterizzato da giardini, parchi e canali d’acqua. Bresc arriva a definire Palermo bassomedievale come «una immensa conchiglia vuota riempita da giardini che lentamente ma non del tutto andavano cedendo al costruito».230 Le ricerche archeologiche condotte nel Seralcadi e nella Kalsa sembrerebbero dimostrare che la formazione di questi giardini sia stata causata dall’abbandono da parte della popolazione, numericamente in regressione, di alcune aree abitate nel corso della seconda metà dell’XI, nel XII e soprattutto nel XIII secolo.231
64Intorno alla metà del XII secolo, l’Anonimo Vaticano232 offre una testimonianza sulle fortificazioni che i Normanni edificarono a Palermo. In particolare «[...] duo fortissima Castra, alterum juxta mare, alterum loco, qui dicitur Galea [Galga], brevi tempore constituerunt».233 Si tratta probabilmente del Castellammare alla Cala e del Palazzo dei Normanni.234
65La fondazione della Galka è un’altra realizzazione di età normanna, che non si sa esattamente quando venne creata.235 Sembrerebbe essere stata una sorta di città palatina che, secondo Henri Bresc, era stata costruita seguendo come modello la Ḫāliṣa dato che, come in quest’ultima, non erano presenti mercati ed era ricca di elementi simbolici, chiese e palazzi.236 Ospitava, infatti, la corte normanna237 e conteneva gli apparati legati alla rappresentazione e alla legittimazione del potere.238
66Durante l’età normanna, non si possono non menzionare una serie di fondazioni reali extraurbane, sulle quali non ci si soffermerà in questa sede.239
67La componente arabo-musulmana continua a essere consistente a Palermo per tutta l’età normanna.240 Nonostante la moschea jāmi‘ fosse stata da subito riconvertita in chiesa, numerose restano le moschee in uso.241 Inoltre, le fonti scritte tracciano il quadro di una città nella quale i mercati e gli uffici finanziari erano in prevalenza gestiti da musulmani, con i quali i cristiani vivevano in un primo momento a stretto contatto. Progressivamente la maggiore concentrazione dell’elemento arabo-musulmano si sposta principalmente nel Seralcadi,242 come è testimoniato da Ibn Jubayr che scrive che i musulmani «[...] hanno borghi lor propri né quali abitavano non [mescolati] co’ Cristiani».243
Fig. 8. Secondo circuito murario urbano.

1.2.8. Il porto di Palermo dal IX all’XI secolo
68Come detto in precedenza, in questo lavoro si analizzerà il ruolo di Palermo nelle dinamiche commerciali del Mediterraneo centrale tra il IX e l’XI secolo. La scelta di Palermo come capitale non fu casuale244 e sicuramente la presenza di un’ampia e ben protetta insenatura portuale ebbe il suo peso in questo senso. Già il nome “Palermo”, dal greco παν-όρμος “tutto porto”, rivela il fondamentale ruolo, sia a livello militare che commerciale, che il porto ebbe per la città nel corso del tempo. Ovviamente col passare dei secoli le strutture portuali hanno subito una evoluzione dovuta da un lato ai cambiamenti geomorfologici245 e dall’altro alle esigenze dei vari dominatori. In questo paragrafo si è scelto di raccogliere le informazioni sul porto di Palermo in età islamica, in quanto sono preliminari e indispensabili per fornire un contesto all’interpretazione in chiave economica delle produzioni ceramiche prodotte e importate a Palermo, argomento che sarà sviluppato nell’ultima parte di questo lavoro. Il porto di Palermo è stato oggetto di alcuni studi specifici. Tra questi vanno ricordati un articolo del 1958 a cura di Illuminato Peri,246 un contributo sulla catena portuale di Vladimir Zoric,247 e, più recentemente, le riflessioni di Elena Pezzini e di Franco D’Angelo.248
69Per l’età bizantina le uniche informazioni a disposizione sono legate alla narrazione della conquista bizantina da parte di Procopio. Quest’ultimo riporta che il mare, e dunque l’insenatura portuale, lambiva le mura che erano più basse degli alberi maestri delle navi bizantine che arrivarono per conquistare la città.249 Quindi grazie a Procopio si sa innanzi tutto che il porto era fuori dalla cinta muraria e che non era difeso.250
70Per l’età islamica si ha anche in questo caso qualche notiza in più rispetto al periodo precedente.251 In età aghlabide il porto doveva avere una importanza fondamentale da un punto di vista militare, dato che proprio Palermo, divenuta la nuova capitale, fu usata come base per sferrare gli attacchi contro il resto della Sicilia e il sud Italia peninsulare. In età fatimide il controllo del porto divenne talmente tanto importante, da indurre a scegliere come sito di fondazione della seconda madīna, nonché nuovo centro del potere, l’area gravitante attorno all’attuale piazza Marina, che era ai tempi una insenatura portuale e ospitava l’arsenale,252 probabilmente già presente in età aghlabide. Come già accennato, la funzione del porto era duplice: militare e commerciale. In entrambi i casi la posizione strategica di Palermo e della Sicilia nel Mediterraneo, rese fondamentale il suo controllo. David Bramoullé e Christophe Picard253 sottolineano a più riprese l’importanza delle flotte palermitane per i califfi fatimidi, tanto che, quando spostarono la capitale in Egitto lasciarono il controllo dell’isola ai Kalbidi che rispondevano direttamente a loro.
71Per l’XI secolo all’interno del Kitāb ġarā’ib è presente una raffigurazione del porto di Palermo, seppur schematica. È rappresentato a forma triangolare, controllato a nord e a sud da due qaṣr al-Silsila (castello o forte della catena). Quello a sud doveva coincidere con la fortificazione della Ḫāliṣa, forse situata vicino all’attuale Santa Maria della Catena,254 mentre il qaṣr a nord con quello che poi sarà conosciuto come Castello a Mare.255
72Durante tutta l’età islamica Palermo, data la sua centralità nel Mediterraneo, godette di una fiorente attività economica, in quanto fungeva da scalo per molte delle rotte commerciali marittime. Sembrerebbe che la parte del porto destinata ai commerci, fosse quella più a nord, cioè sul lato dove si sviluppava l’ḥārat al-Ṣaqāliba.256 Tra la fine del X secolo e per tutto l’XI secolo sono soprattutto le lettere della Gheniza del Cairo, seppur in maniera parziale, ad attestare l’attività commerciale di Palermo. Anche se non si hanno molte informazioni sul periodo precedente, le rotte marittime utilizzate in età kalbida appaiono talmente tanto rodate che non si può immaginare che non riflettessero un sistema utilizzato già da tempo dai mercanti. Come si vedrà nei prossimi capitoli, i dati ceramici in questa sede analizzati sono una ulteriore prova di quanto Palermo fosse centrale nel Mediterraneo da un punto commerciale.
73In età normanna il porto resta attivo e florido da un punto di vista commerciale, come dimostrato dalla presenza in città di mercanti provenienti da Amalfi, Venezia, Pisa, Genova257 e dalle numerose produzioni ceramiche d’importazione dai maggiori scali commerciali del Mediterraneo attestate nelle fasi di questo periodo, soprattutto a partire dalla seconda metà del XII secolo. Rivelatore dell’importanza del porto palermitano, tra il XII e il XIII, è la presenza di quartieri mercantili nella zona posta tra la Porta di Mare e la Kalsa e l’arsenale a sud e il Castellammare a nord.258
Notes de bas de page
1 Le principali sono: epistole (lettera del monaco e grammatikos Teodosio; lettere della Geniza del Cairo); cronache (Cronaca di Cambridge, Ibn al-Aṯīr); geografie e cosmografie (Ibn Ḥawqal; Al-Muqaddasī; il Libro delle curiosità); fatāwā; ṭabaqāt.
2 Amari 1854-1872; Maurici 1995, che scrive un compendio basato sulla Storia dei musulmani di Sicilia di Amari; Pellitteri 1997, il quale si concentra sul periodo fatimide; Metcalfe 2009, che dedica alla Sicilia una parte della sua opera dedicata ai musulmani d’Italia; Chiarelli 2011, che tratta del periodo in cui la Sicilia era sotto il dominio arabo-musulmano; Vanoli 2012, che fornisce una sintesi della storia della Sicilia islamica utilizzando la storiografia più recente.
3 Nef – Prigent 2006; Nef 2010.
4 Al di là di una serie di articoli su aspetti specifici della storia di Palermo, che verranno menzionati nel corso delle pagine seguenti, ci preme ricordare tre sintesi fondamentali che si occupano di diversi aspetti storici della città: la prima a cura di Rosario La Duca, è dedicata al periodo compreso tra il tardo-antico e l’Islam (Storia di Palermo II); la seconda diretta da Annliese Nef su Palermo medievale (Nef 2013); la terza a cura di Ferdinando Maurici si concentra specificamente sulla città islamica (Maurici 2015).
5 I riferimenti principali e più recenti sul periodo aghlabide in Sicilia sono contenuti in Ardizzone – Nef 2014 e Anderson – Fenwick – Rosser-Owen 2018. Cfr. inoltre, Nef 2011; Nef – Prigent 2013.
6 La storia della dinastia aghlabide ebbe inizio intorno alla metà dell’VIII secolo, quando al-Aghlab giunse in Africa settentrionale per ordine di al-Manṣūr (709/713-775), secondo califfo della dinastia abbaside da poco insediata al potere, al fine di ristabilire l’ordine. Ma il vero fondatore della dinastia fu suo figlio, Ibrāhim I, che fu nominato dall’Abbaside Hārūn al-Rašīd (763-809) prima governatore dello Zāb (dal 797 al 799) – una zona situata nell’odierna Algeria, strategica per il controllo sugli Idrissidi (dinastia insediatasi nel Maghreb al-Aqsa, pressappoco l’attuale Marocco, fondata nel 789 da Idrīs I e che perse definitivamente il suo potere nel 985 per mano dei Fatimidi) – e poi, nell’800, emiro dell’Ifrīqiya. Sulla storia della dinastia aghlabide cfr. Talbi 1966.
7 Sulla figura di Eufemio e le cause che portarono alla ribellione cfr. Prigent 2006.
8 BAS I, p. 300-309.
9 Gli Abbasidi salirono al potere nel 750 sconfiggendo gli Omayyadi (650-750) e trasferirono la capitale a Baghdad, ad eccezione di un breve periodo in cui fu spostata a Samarra (835-892). Rimasero al potere fino al 1258, quando furono deposti dai mongoli. In seguito a questo evento gli Abbasidi continuarono ad essere califfi fino al 1517 sotto la protezione dei mamelucchi al Cairo.
10 Questi numeri sono certamente iperbolici e l’autore che riporta queste cifre intende fornire l’idea che fosse un esercito numeroso.
11 Talbi 1966, p. 419.
12 Santagati 2012, p. 227 e tavola 8 p. 229.
13 Nef 2011a.
14 Nef 2011a, p. 197.
15 Cfr. infra.
16 Cinque fasi sono state identificate: 1) durante la prima fase, dall’827 all’840 circa, l’obiettivo fu quello di stabilire nella parte occidentale dell’isola una base di potere solida dalla quale organizzare le campagne militari contro il resto della Sicilia e dell’Italia peninsulare, e di creare un nuovo emirato trasformando Palermo nella sua capitale; 2) nella seconda fase (840-860) gli Aghlabidi si concentrarono sulla conquista delle zone a controllo degli accessi ad est dell’isola, ed in particolare Cefalù, presa tra l’857 e l’858, e Castrogiovanni (Enna), espugnata tra l’858 e l’859; 3) la terza fase vide innanzi tutto la repressione di alcune rivolte scoppiate contro il potere arabo-musulmano e culminò con la conquista di Siracusa nell’878; 4) durante la quarta fase la guerra si spostò in Calabria, a causa del tentativo del generale Niceforo Focas di riconquistarla; 5) infine le battaglie si concentrarono su Taormina, che cadde nel 902 anche se non in maniera definitiva, e sul Val Demone (Nef – Prigent 2013, p. 14-19; Nef 2021).
17 Nef – Prigent 2013, p. 33; Nef 2021.
18 Nef 2021.
19 Sull’emirato di Bari cfr. Musca 1964.
20 Negli ultimi anni si stanno moltiplicando gli studi sulla presenza arabo musulmana nel sud Italia peninsulare, presenza che si concretizza o semplicemente sotto forma di attacchi, oppure anche come insediamenti permanenti o dello stabilimento di rapporti commerciali. Sulla presenza arabo-musulmana nel sud Italia cfr. ad esempio Talbi 1966, p. 443-448 e 451-459; Metcalfe 2009, p. 16-22; Feniello 2011; Nef 2021. Si segnalano anche numerosi studi regionali come ad esempio Musca 1964; Tonghini 1997; Noyé 1998; Marazzi 2007; Di Branco – Wolf 2014a; Di Branco – Wolf 2014b.
21 Di Branco 2019; sull’insediamento del Garigliano cfr. Di Branco – Matullo – Wolf 2014.
22 Prigent 2013.
23 De Simone 2000, p. 80.
24 Sull’importanza del porto di Palermo cfr. Bramoullé 2014; Picard 2015, p. 131.
25 Sulle ragioni che portarono alla scelta di Palermo come capitale cfr. De Simone 1968, p. 133-134; Nef 2013, p. 40.
26 La moneta in questione è stata pubblicata da Balog 1969, p. 612 e fig. 1-2; cfr. inoltre, Bagnera 2013, p. 64; Nef 2013, p. 56; Bagnera 2020.
27 Per una descrizione generale delle rivolte cfr. Metcalfe 2009, p. 28-31.
28 BAS I, p. 280.
29 Sulla figura di Ibrāhīm II cfr. Nef 2009 e Nef 2011c.
30 Cfr. infra.
31 Di fede sciita ismailita, la legittimazione del potere fatimida deriva dalla presunta discendenza dal califfo ‘Ali (656-660), cugino e marito di Fāṭima, figlia del profeta Muḥammad. Per le origini e la storia generale della dinastia cfr. EI2.
32 Il nipote del califfo omayyade Hishām, ‘Abd al-Raḥmān, fuggì dalla Siria prima che gli Abbasidi si imponessero sugli Omayyadi, stabilendosi in al-Andalus e insediandosi a Cordova nel 756. Nel 929, con ‘Abd al-Raḥmān III, gli Omayyadi di Spagna si resero indipendenti dagli Abbasidi e istituirono un loro califfato.
33 I berberi Kutāma furono da sempre fedeli alleati dei Fatimidi, ed è proprio grazie a loro che questi ultimi riuscirono a costruire il loro potere sull’isola. Sui Kutāma cfr. EI2.
34 Walker 2021.
35 Cfr. infra.
36 Gli Ziridi sono una dinastia originaria del Maghreb centrale che sale al potere nel 972 per volontà del Fatimide al-Mu‘izz, che nel frattempo era impegnato sui fronti egiziano e siriano. Per ulteriori approfondimenti sugli Ziridi cfr. EI2; Idris 1962.
37 Picard 2015, p. 314.
38 Sulla politica fatimide nel Mediterraneo cfr. ad esempio l’ultimo lavoro di Christophe Picard (Picard 2015) e di David Bramoullé (Bramoullé 2019).
39 Cfr. infra.
40 Picard 2015, p. 324-332.
41 Qarhab secondo Mandalà (Mandalà 2012, p. 351-352).
42 Per un approfondimento su Ibn Qurhub, cfr. Mandalà 2012.
43 Sulla rivolta di Ibn Qurhub cfr. anche Pellitteri 1997, p. 49-59.
44 Sulla localizzazione di Balarm, cfr. infra.
45 Cfr. infra.
46 Bramoullé 2014, p. 29-30.
47 Sulla figura di Ḥasan b. ‘Alī b. Abī al-Ḥusayn cfr. Pellitteri 1997, p. 63-67.
48 Cfr. infra.
49 Sarebbe impensabile in questa sede citare tutti i lavori sulla storia e la storia dell’arte fatimide. Ci si limiterà quindi a: Barrucand 1999; Brett 2001.
50 Pellitteri 2008; Goldberg 2012; Picard 2015; Cressier – Nef 2016; Bramoullé 2019; Valérian 2019.
51 Gabrieli – Scerrato 1979; Johns 1995.
52 Golberg 2012; Picard 2015; Bramoullé 2019.
53 Cressier – Nef 2016; gli articoli riuniti nel volume 2.2 (2015) del Journal of Islamic Archaeology.
54 Michele Amari diceva infatti che: «[...] parendo ormai che i fâṭimidi non pretendessero di esercitare autorità in Sicilia, né di eleggerne gli emiri, ma sol mantenere le cerimonie dell’investitura [...]». Storia dei musulmani II.II, p. 405.
55 « Le modèle polycentrique permet de revenir sur l’interprétation qui consistait à considérer que les Fatimides eux-mêmes étaient le fruit de l’incapacité de l’empire abbasside à contrôler l’ensemble de ses territoires, pour les concevoir de manière plus positive comme les promoteurs d’une réorganisation de l’espace politique islamique donnant toute leur place à de nouvelles polarités et à de nouvelles articulations » (Nef 2016, p. 63).
56 Bramoullé 2014.
57 Sulle ragioni del successo di questa dinastia in Sicilia cfr. Nef 2013, p. 45-47.
58 Prigent 2010, p. 64.
59 Solo di recente la data della fine della conquista della Sicilia, generalmente posta nel 962, è stata rivista. Cfr. Nef – Prigent 2013.
60 Come si vedrà, questa prosperità è visibile anche attraverso il dato archeologico, ed emerge particolarmente dall’analisi delle esportazioni delle produzioni palermitane.
61 Nef 2011b, p. 26-27.
62 Cfr. infra capitolo 2.3.
63 La Cronaca di Cambridge è una raccolta di notizie ordinate sotto forma di annali, che mirano a redigere una storia universale. È giunta ai giorni nostri attraverso due codici scritti in greco custoditi nelle biblioteche Vaticana e Parigina, e uno scritto in arabo conservato a Cambridge, dal quale prende il nome. Lo studio comparato delle versioni in greco e in arabo ha dimostrato che la versione greca è il prototipo originale, mentre il manoscritto in arabo di Cambridge è una copia posteriore, che, peraltro, inizia dall’invasione arabo-musulmana della Sicilia e tratta solamente dell’età islamica dell’isola, aggiungendo qualche sporadica notizia sull’Italia meridionale (Cozza-Luzi 1890). Non si conosce né l’identità dell’autore né l’anno di realizzazione della cronaca. Nella Biblioteca Arabo-Sicula Amari avanza l’ipotesi che l’autore fosse cristiano, probabilmente siciliano, BAS I, p. XLII. La sezione che riguarda l’età islamica della Sicilia è introdotta dal titolo «da che i Saraceni entrarono in Sicilia». Questo espediente tradisce l’intenzione dell’autore di isolare e dare importanza proprio a questo periodo storico, del quale vengono riportati gli avvenimenti maggiori dalla conquista dell’isola fino al 987. La parte che concerne l’età islamica della Sicilia, oltre ad essere pubblicata all’interno della Biblioteca Arabo-Sicula (BAS I, p. 277-293), è stata oggetto di una edizione del 1890 ad opera di Cozza-Luzi, il quale pubblica sia la traduzione greca della cronaca che il testo arabo, quest’ultima curata da Lagumina (Cozza-Luzi 1890; inoltre per una disamina più approfondita sulle edizioni più antiche della Cronaca di Cambridge cfr. La Cronaca Siculo-Saracena di Cambridge 1891). Successivamente la parte greca è stata edita da Schreiner (1975-1979, p. 326-340) mentre la parte araba da ultimo da La Rosa 2014.
64 Pezzini 2013, p. 195.
65 Gill 1995; Simonsohn 1997, p. 278-81.
66 Pezzini 2013, p. 196; Mandalà 2013.
67 Gill 1995; Goitein 1971; Goldberg 2012; Nef 2007.
68 Su questo BAS II, p. 142, Gill 1995, p. 116, e soprattutto cfr. la recente riflessione proposta da Annliese Nef, la quale ridimensiona la dimensione istituzionale di questo consiglio cittadino, rivedendo così l’ipotesi di Michele Amari (Nef 2013, p. 49-51; Nef 2020, p. 336-337).
69 Taviani-Carozzi 1996, p. 349.
70 Taviani-Carozzi 1996, p. 356-358. Da notare la similarità tra l’entrata degli Altavilla in Sicilia con quella degli arabo-musulmani. Su questo cfr. Nef 2011b, p. 25-26 (nota 20).
71 Taviani-Carozzi 1996, p. 237-244. Annliese Nef ha messo in discussione questa interpretazione, basandosi soprattutto sull’assenza di questo evento nelle cronache di Amato di Montecassino e di Goffredo Malaterra (Nef 2011b, p. 50).
72 Sulle tappe della conquista cfr. Nef 2011b, p. 27-31 e fig. 1.
73 I tempi della conquista della Sicilia si ricostruiscono soprattutto grazie alle fonti latine pro normanne, ed in particolare alle opere di Goffredo Malaterra – De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comtis et Robertis Guiscardi ducis fratris eius (Le Gesta di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia e del duca Roberto il Guiscardo suo fratello) (Malaterra 2000) – e dell’Anonimo Vaticano - Historia Sicula (Stanton 2013) - uniche a descriverla per intero.
74 Bresc 1996, p. 9. Sull’uso della titolatura “mālik” durante l’età normanna cfr. Nef 2011b.
75 Taviani-Carozzi 1996, p. 367.
76 Pezzini 2013, p. 202; Nef – Pezzini c.d.s. (con bibliografia).
77 Sul regno di Ruggero II in Sicilia cfr. Houben 1999.
78 Nef – Pezzini c.d.s.
79 Sulla decisione di riportare la capitale a Palermo cfr. Houben 1999, p. 36-37; Nef 2013, p. 133-135.
80 Metcalfe 2009, p. 88.
81 In un primo momento sotto la tutela di sua madre Margherita di Navarra.
82 Goffredo Malaterra testimonia ad esempio la presenza a Palermo di un arcivescovo, Nicodemo, al momento della conquista della città da parte dei normanni.
83 Pezzini 2013, p. 226.
84 Todaro 1988, p. 9. Probabilmente dei sobborghi extramoenia si trovavano intorno alla zona gravitante piazza Marina (cfr. infra).
85 Ibn Ḥawqal parla di numerosi corsi d’acqua ma solo di un fiume che costeggiava le mura di Balarm, lo wādī Rūṭa (il Papireto), e del wādī ‘Abbās (fiume Oreto) che però era più a sud. Ibn Jubayr riferendosi a Palermo scrive: «[...] un limpido fiume la spartisce» (BAS I, p. 160-161).
86 Di Stefano 1990, p. 136; D’Angelo – Pezzini 2020.
87 In queste cavità sono attestati ad esempio sepolcreti paleocristiani e bizantini soprattutto nella zona del trans-Papireto, mentre ad oggi non vi è nessuna evidenza archeologica databile ad età islamica e normanna. Di Stefano 1990, p. 136; cfr. inoltre, D’Angelo – Pezzini 2020.
88 D’Angelo – Pezzini 2011, p. 249.
89 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2015, p. 231-235; D’Angelo – Pezzini 2020.
90 D’Angelo – Pezzini 2011, p. 249.
91 De Simone 2000, p. 118. In effetti questo dato sembrerebbe confermato da recenti evidenze archeologiche ancora inedite venute alla luce durante gli scavi realizzati in occasione dei lavori per la messa in opera del sistema tramviario di Palermo nell’area percorsa dall’attuale Corso dei Mille.
92 Todaro 1988, p. 15-16.
93 Pezzini 1998, p. 720; Vassallo 2019; Nef – Pezzini c.d.s. Tutt’oggi è possibile osservare il percorso che doveva seguire la cinta muraria in negativo, in quanto si conservano nel tessuto urbano odierno le due strade che correvano all’interno dell’opera difensiva (Belvedere 1987, p. 290).
94 Schubring 1989, p. 88; Todaro 1996, p. 126-127; Bonacasa Carra 2000, p. 41-49; Vassallo et al. 2019, p. 6-8.
95 Sulla localizzazione della Neapolis citata da Polibio sono state proposte diverse ipotesi, alcune delle quali postulavano il suo sviluppo al di fuori del circuito murario, nell’area del quartiere della Kalsa. La localizzazione più probabile è quella proposta da Columba agli inizi del ‘900 che situa la Neapolis nell’attuale Cassaro, in particolare nell’area più ad est della città antica, vicino al mare. Per una sintesi su questo argomento cfr. Maurici 2015, p. 28-30. A lungo si è ipotizzato che il muro della Galka di età normanna coincidesse pressappoco con quello che separava la Paleapolis dalla Neapolis di età fenicio-punica e romana. Tuttavia, il fatto che detto muro non venga né menzionato né rappresentato nell’anonimo Libro delle curiosità sembrerebbe consentire di escludere questa derivazione (Nef – Pezzini c.d.s.).
96 Prigent 2013, p. 25; Per l’elenco delle scorrerie cfr. Talbi 1966, p. 386-389.
97 Belvedere 1987, p. 291-292.
98 Sulla traduzione di abnā cfr. infra.
99 Ibn Ḥawqal, p.120; Schubring 1989, p. 87.
100 Maurici 2015, p. 80.
101 Belvedere 1987, p. 292.
102 De Simone 1968, p. 154; Schubring 1989, p. 83; Bonacasa Carra 2000, p. 38- 39. L’attuale aspetto della cattedrale è il risultato dei lavori voluti dall’arcivescovo Gualterio negli anni ’80 del XII secolo.
103 Giardina 1987, p. 247; Prigent 2013, p. 27.
104 Alcuni ritengono, ad esempio, che la chiesa di Santa Maria dell’Annunziata detta “della Pinta” risalga ad età bizantina. Bonacasa Carra 2000, p. 37-38.
105 Ovvero una sorta di ostello che serviva da rifugio ai viaggiatori.
106 Prigent 2013, p. 26.
107 Vassallo et al. 2019.
108 Cfr. infra.
109 Belvedere 1987, p. 302; Di Stefano 1990, p. 138; Spatafora 2009; Spatafora – Canzonieri 2014, p. 233.
110 Questo titolo è ispirato al celebre articolo di Hugh Kennedy del 1985 e ai recenti atti a cura di L. Arcifa e M. Sgarlata sulla trasformazione delle città siciliane tra tardoantico e alto medioevo.
111 Queste fonti saranno discusse nel capitolo 2.3.
112 Sulla derivazione dal greco Panormos (Πάνορμος) cfr. De Simone 1968, p. 134-135, Maurici 2015, p. 36 nota 2.
113 De Simone 2000, p. 78.
114 Lo stesso fenomeno si registra anche per Fusṭāṭ, spesso indicata nei testi come Miṣr “[città dell’]Egitto”.
115 Pezzini c.d.s.
116 Van Staëvel 2000, p. 39-63; Id. 2008; Nef 2020, p. 333-334.
117 BAS.
118 La quale oltre ad offrire una traduzione delle opere, propone ipotesi concrete sulla topografia di Palermo in età islamica. De Simone 1968; Ead. 2000.
119 Johns 2004; Id. 2006; cfr. inoltre, Rapoport – Savage-Smith 2014.
120 Di Giovanni 1889-90; Columba 1910; Shubring 1989.
121 Soprattutto Bresc 1981a; Id. 1981b; Id. 1996. Degli anni ’80 è da ricordare anche il breve paragrafo destinato alla descrizione di Palermo islamica nel volume di Cuneo sulla storia dell’urbanistica nel mondo islamico (Cuneo 1986).
122 Soprattutto D’Angelo 1998b; Id. 2002.
123 Maurici 1992, p. 55-62.
124 Pezzini 1998; Ead. 2000.
125 Interesse palesatosi soprattutto nei convegni organizzati nel 2012 a Siracusa: From polis to Madina. La trasformazione delle città siciliane tra tardo antico e alto medioevo (a cura di LuciaArcifa e Maria Rita Sgarlata) e a Palermo: Le processus d’islamisation de la Sicile et de la Méditerranée centrale (a cura di Fabiola Ardizzone e Annliese Nef), e nel 2014 a Roma: Les Fatimides et la Méditerranée centrale (a cura di Patrice Cressier e Annliese Nef). Ci preme precisare che un importante studio sulla topografia di età islamica di Palermo lo si deve ad un contributo di Elena Pezzini intitolato Madīnat Ṣiqilliyya. Palermo during the Islamic age, che doveva essere pubblicato in un volume a cura di Attilio Petruccioli ma che non è mai uscito. Questo contributo, scritto ormai una decina di anni fa, è circolato ancora in versione inedita tra gli studiosi di Palermo ed è stato un riferimento, sebbene non sia stato citato e riconosciuto come avrebbe dovuto.
126 Nuove considerazioni a carattere topografico sono state proposte da diversi lavori a partire dai nuovi dati archeologici: Arcifa – Bagnera 2014; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Pezzini – Sacco – Spatafora 2018; Spatafora – Canzonieri – Cavallaro 2020.
127 Bagnera 2013; Ead. 2020; Ead. 2022.
128 Maurici 2015; Arcifa – Sgarlata 2020.
129 Letteralmente “la casa del governo”. Sulla possibile localizzazione della dār al-imāra cfr. De Simone 2000, p. 85.
130 De Simone 2000; Pezzini c.d.s.; Bagnera 2013, p. 63; Maurici 2015, p. 41-62; Bagnera 2020.
131 De Simone 2000, p. 80.
132 È Ibn Ḥawqal nella seconda metà del X secolo che fornisce questa informazione, aggiungendo inoltre che probabilmente subì nel corso del tempo degli ampliamenti; tuttavia non si sa esattamente quando e come ciò avvenne. Per alcune recenti ipotesi cfr. Bagnera 2013, p. 66-67. Sulla moschea ǧāmi‘ cfr. da ultimo la sintesi di Maurici 2015, p. 44-47.
133 Rognoni 2010, p. 221; Bagnera 2013, p. 63; Ead. 2020.
134 Cfr. supra.
135 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014; Eaed. 2018; Pezzini – Sacco – Spatafora 2018.
136 Arcifa – Bagnera 2014; Eaed. 2018.
137 Cfr. infra.
138 Rognoni 2010, p. 221.
139 BAS I, p. 402; De Simone 2000, p. 83; Bagnera 2013, p. 65; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 201.
140 BAS I, p. 411; Columba 1910, p. 404 n. 2; De Simone 2000, p. 83; Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 201. Sulla localizzazione di questo muro cfr. infra.
141 BAS I, p. 284-285; De Simone 2000, p. 84.
142 BAS I, p. 282.
143 Storico del Maghreb e di al-Andalus, sul quale non si possiedono informazioni biografiche, ma che vive e scrive nel XIII secolo.
144 BAS II, p. 26.
145 Bagnera 2020, p. 324.
146 Bagnera 2020.
147 La pianificazione dell’area è avallata da un lato dall’obliterazione del cimitero aghlabide nella porzione analizzata, e dall’altro dall’orientamento delle strutture murarie, in linea con l’assetto urbano successivo (Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014).
148 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2014, p. 201.
149 Nef 2020.
150 In arabo questo termine è tradotto come “l’eletta”, “la pura” o, come preferisce la De Simone, “il [posto] riservato al potere” (De Simone 1968; Ead. 2000, p. 97).
151 Maurici 2015, p. 64; Bagnera 2020, p. 317.
152 Pezzini 1998; Ead. 2004; Bagnera 2013, p. 70; Ead. 2020, p. 317.
153 Su quest’ultimo aspetto cfr. De Simone 1968, p. 144; Bramoullé 2014.
154 Pezzini 1998, p. 767-768; Bagnera 2013, p. 70-72.
155 In particolare da Ibn Ḥawqal, p. 116-118; Muqaddasī, p. 80; Anonimo (Kitāb Ġarā’ib al-funūn wa-mulaḥ al-‘uyūn) (Rapoport – Savage-Smith 2014, p. 457-458); Ibn al-Athīr, in BAS I, p. 414; Al-Ḥimyarī, p. 45-46.
156 L’unica eccezione è rappresentata forse da un blocco di calcare recante una iscrizione in caratteri cufici recuperato nel 1897 dal crollo di “un muro di sostegno di un alto terrapieno che da levante a ponente si prolunga tra le fabbriche” cui si dava accesso da via del Parlamento. Il concio, grande 0,83 x 0,38, è stato trovato dunque in giacitura secondaria e lo stile del cufico presente sull’iscrizione trova confronto con quello che correva lungo una delle torri della Bāb al-Baḥr del Cassaro (odierna Porta Patitelli) e datata al X secolo (Pezzini 1998, p. 732 con bibliografia). Secondo il Lagumina questo blocco potrebbe aver fatto parte delle mura della Ḫāliṣa ed in particolare di una delle torri vicine alla Bāb Kutāmah o alla Bāb al-futūḥ. Un’altra testimonianza, sulla quale tuttavia molti studiosi nutrono forti dubbi, è l’identificazione della Porta delle Victorie, oggi incorporata nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, con la Bāb al-futūḥ. In realtà se questa coincidenza tra le due porte fosse vera, quella di età islamica si troverebbe lungo il muro est della cittadella, smentendo dunque quanto riportato da Ibn Ḥawqal il quale specifica «ad est c’è il mare e un muro senza porta». Su questo e sulle altre argomentazioni contro l’identificazione della Porta delle Victorie con la Bāb al-futūh, cfr. Pezzini 1998, p. 765. Per una relazione preliminare sugli scavi condotti all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria cfr. Spatafora 2005, p. 60-62.
157 Le ricostruzioni sono diverse; per uno status quaestionis cfr. Pezzini 1998, p. 763-764, nota 174 e più recentemente Maurici 2015, p. 66-72.
158 Le ultime informazioni sulle mura della Ḫāliṣa risalgono al XIV secolo. All’interno di un documento in cui si parla della rettifica delle mura della Kalsa si accenna ai muros antiquos dicte urbis. Bresc 1981a, p. 15 e soprattutto nota 15.
159 Bāb al-Ṣinā‘a, porta dell’arsenale o del mare; Bāb Kutāmah, porta della tribù dei Berberi Kutāma; Bāb al-bunūd, porta delle bandiere; Bāb al-futūḥ, porta delle vittorie.
160 Su questa incongruenza tra le due fonti cfr. Maurici 2015, p. 106; Nef 2020.
161 De Simone 1968, p. 144.
162 Spatafora et al. 2012, p. 32; Spatafora – Canzonieri – Di Leonardo 2014, p. 234 e 236; Spatafora – Canzonieri 2014, p. 236.
163 La presenza di impianti artigianali non consente da sola di escludere che quell’area della città si trovasse all’interno del perimetro murario della Ḫāliṣa. Infatti impianti artigianali per la produzione del vetro e di ceramica sono stati trovati ad esempio a Ṣabra al-Manṣūriyya in connessione alla città palatina (D’Angelo – Pezzini 2020).
164 Pezzini 2000, p. 25 con bibliografia.
165 Bramoullé 2014, p. 30.
166 Il qanāt è un sistema di sfruttamento delle acque che scorrono nella falda freatica, e consiste in lunghe gallerie leggermente in pendenza che, sfruttando in questo modo la gravità, fanno scorrere l’acqua per portarla nel punto desiderato. Ad oggi non è ancora chiaro quando questo sistema fu adottato per Palermo, e pertanto non è possibile datare neanche le diramazioni della Kalsa. Sistemi di qanāt sono documentati dalla Cina sino al nord Africa e quelli più antichi, rinvenuti in Persia con cronologie di età achemenide (650-331 a.C.), sembrano risalire a prima del VII secolo a.C. Sui qanāt di Palermo cfr. Todaro 1988 p. 25- 36; Id. 2002, p. 36-42. Più recentemente cfr. Todaro et al. 2020.
167 Bresc 1994, p. 328.
168 De Simone 2000, p. 80.
169 Cfr. Maurici 2015, p. 95-96 con bibliografia.
170 Ḥāra viene in generale tradotto come “quartiere”, ma in realtà può rinviare ad un’area più o meno estesa, significando anche “via” o “gruppo di vie con accesso unico”. Cfr. De Simone 2000, p. 94.
171 Sull’utilizzo dei termini ḥ̣̣ārat e rabaḍ cfr. Columba 1910, p. 396 nota 1; De Simone 2000, p. 94; Nef 2020; Pezzini c.d.s. (con bibliografia).
172 La ricostruzione urbanistica che segue è tratta da De Simone 1968, Ead. 2000 e da Pezzini c.d.s., tranne nei casi specificati.
173 Cfr. supra.
174 Sulla fortificazione della Sicilia in base al volere di al-Mu‘izz cfr. Maurici 1992, p. 62-72.
175 BAS II, p. 134; Nef 2013, p. 47.
176 Sulla traduzione del nome di questa porta è recentemente tornata a parlare Annliese Nef (Nef 2020). Il termine abnā può innanzi tutto essere tradotto come “figli”, sottintendendo “dello Stato” o “della dinastia”, indicando dunque un raggruppamento di partigiani. In questo caso potrebbe fare riferimento o alla fazione degli Abnā, che sono un gruppo di militari di origine persiana inviato dagli Abbasidi per placare le rivolte in Ifrīqiya nell’XI secolo, oppure al gruppo tribale dei Banū Tamīm (per maggiori informazioni cfr. EI2 e Talbi 1966, p. 144-145). La parola abnā può significare anche “costruzioni”, e ad avallare questa ipotesi ci sarebbe il nome attribuito a questa porta in età normanna “Porta Palacii”. Annliese Nef pensa che la scelta dell’adozione di quest’ultimo nome da parte dei normanni potrebbe semplicemente fare riferimento alla ristrutturazione della zona palaziale nella Galka.
177 Per una discussione più approfondita delle porte cfr. da ultimo Maurici 2015, p. 78-85 con bibliografia.
178 Vengono in particolare citati da Ibn Ḥawqal venditori di carni, di vasellame, calzolai, cotone, cardatori e ciabattini. Ibn Ḥawqal, p. 118.
179 EI2.
180 Recenti tracce archeologiche ancora in corso di studio, sembrerebbero confermare la presenza di un abitato di età islamica in questa zona.
181 Le fonti documentarie più tarde chiamano il luogo dove sorge il giardino della Magione Artelgidide (Pezzini 2006, p. 48).
182 Bresc 1981a, p. 11; Id. 2012, p. 10.
183 Nef 2020.
184 È noto che in quest’area arrivava una diramazione dei qanāt. Todaro 1988, p. 35 fig. 18/b.
185 De Simone 2000, p. 118.
186 Nef 2020.
187 Nef 2020.
188 De Simone 2000, p. 94.
189 Bresc 1981a, p. 13 e 37; De Simone 2000, p. 94.
190 Bagnera 2013, p. 73; Maurici 2015, p. 92 (entrambi gli articoli con bibliografia precedente).
191 Ad eccezione della moschea ǧāmi‘ che doveva trovarsi pressappoco nel luogo in cui si trova l’odierna Cattedrale di Palermo, della moschea di Zuhrī che si trovava lungo la “grande via” e di un’altra moschea nei pressi della Bāb aš-Šifā. Pezzini c.d.s.
192 Sul ribāṭ cfr. il fondamentale contributo di Picard – Borrut 2003.
193 Cfr. infra.
194 Occorre tuttavia precisare che se è vero che sulla mappa sono raffigurate 12 porte, nel testo del Kitāb Ġarā’ib ne sono citate 9, le stesse di Ibn Ḥawqal. Questo a prova del fatto che Ibn Ḥawqal fu la fonte di riferimento principale per l’autore del Libro delle curiosità.
195 Che secondo Jeremy Johns era la porta senza nome citata da Ibn Ḥawqal (Johns 2004, p. 419-420).
196 Johns 2004, p. 421.
197 Questo in effetti è l’unico dettaglio rappresentato nelle coste siciliane. Cfr. infra.
198 Su questo sistema difensivo cfr. Zoric 1996.
199 Johns 2004. Una icona astratta di una struttura rettangolare cupolata, si trova in un’altra mappa, dove è rappresentata Baghdad, la capitale abbaside (Rapoport 2012, p. 194-199).
200 Johns 2004, p. 433-434; Id. 2006, p. 20.
201 BAS.
202 Johns 2006.
203 Non è detto che questi rettangoli indichino la presenza di mura. Su questo argomento cfr. Nef 2020.
204 Si può leggere anche Banū Lakhmī. Rapoport – Savage Smith 2014, p. 465.
205 Sulla questione degli ḥārāt circondati dalle mura e su quelli non circondati dalle mura si rimanda all’interessante ipotesi di Annliese Nef (Nef 2020).
206 Johns 2004.
207 Pezzini 2013, p. 196; Bresc 1981a.
208 Bresc 2012, p. 10-11.
209 Pezzini 2004, p. 733.
210 La topografia di Palermo in età normanna è stata oggetto di molti più studi rispetto al periodo precedente, che non è possibile in questa sede citare tutti in modo esaustivo. Ci basti quindi ricordare i numerosi contributi di Henri Bresc (Bresc 1972; Id. 1981a; Id. 1981b; Id. 1994a; Id. 1994b; Id. 1996); Franco D’Angelo (D’Angelo 1996; Id. 1998b; Id. 2002); Elena Pezzini (Pezzini 1998; Ead. 2000; Ead. 2004; Ead. 2006; Ead. 2013); Ferdinando Maurici (Maurici 2016).
211 Idrīsī.
212 Pezzini 1998, p. 722.
213 Sulle fonti scritte che ne testimoniano la presenza nel XII secolo cfr. Brunazzi 1996, p. 66.
214 Pezzini 1998, p. 724-725; Sciortino 2007, p. 286.
215 Questa ipotesi è avallata soprattutto da Columba 1910, p. 406; Peri 1958, p. 437; Cuneo 1986, p. 173; Bresc 1990, p. 99; Maurici 1992, p. 59-62; Pezzini 2013; Maurici 2015, p. 109-114.
216 Gli esponenti di questa ipotesi sono principalmente Spatrisano 1972, p. 32; Filangeri 1975, p. 30; Camerata Scovazzo 1990, p. 100-101.
217 Brunazzi 1996, p. 65-72.
218 L’area del Monastero dei Benedettini Bianchi fu abbandonata forse proprio in seguito alla realizzazione delle mura (Arcifa 1996). Recentemente, però, la cronologia dei butti è stata rialzata alla seconda metà dell’XI secolo (Pezzini 2018; Sacco 2017).
219 Il tratto di mura in Santa Maria della Vittoria è stato datato grazie al terminus post quem: la fossa di fondazione conserva frammenti di età normanna (Spatafora 2004, p. 65).
220 Sciortino 2007, p. 289.
221 Vassallo 2019.
222 Arcifa et al. 1985-1987.
223 D’Angelo 1996b, fig. 1.
224 Maurici 1992, p. 96; Pezzini 2013, p. 200-201.
225 Pezzini 2013, p. 205; Nef – Pezzini c.d.s.; cfr. supra.
226 Pezzini 2013, p. 205.
227 Pezzini 2013, p. 210.
228 Idrīsī , p. 308-309.
229 La stessa opposizione tra Cassaro e sobborgo si ritroverà nella descrizione di Ibn Jubayr. Cfr. Pezzini 2004, p. 744.
230 Bresc 1981a, p. 24.
231 Pezzini 1998, p. 723; Arcifa – Ardizzone 1995, p. 293-299; Di Stefano 1995, p. 289-292; Pesez 1995, p. 313-315; Tisseyre 1996, p. 485-486; Pezzini – Sacco – Spatafora 2018.
232 Cfr. infra.
233 Muratori VIII col.765. Il Malaterra, dice che solo un castello è rafforzato, lasciando intendere che era stato edificato già in passato.
234 Stanton 2013, p. 86; Taviani-Carozzi 1996, p. 365-367.
235 Due sono le scuole di pensiero. La prima fa risalire la costruzione della Galka verso la fine dell’età islamica o subito dopo la conquista normanna, da parte di Roberto il Guiscardo (Zoric 1999; Longo 2014). La seconda ipotizza piuttosto una fondazione da parte di Ruggero II (Pezzini 2013; Nef – Pezzini c.d.s.). Si rileva comunque che la prima menzione è in un documento del 1153, mentre un documento precedente del 1137 suggerisce che le mura della Galka non erano ancora state costruite (Pezzini 2013, p. 206).
236 Bresc 1996, p. 12; Pezzini 2013, p. 208-209.
237 Bresc 1996, p. 11-12; Id. 2012, p. 11.
238 Sulla Galka cfr. le più recenti considerazioni contenute in Nef – Pezzini c.d.s.
239 A titolo esemplificativo si può citare l’ultima sintesi di Rosa Di Liberto con bibliografia (Di Liberto 2013).
240 Nef 2011b; Pezzini 2013.
241 De Simone 1968, p. 152.
242 Pezzini 2013, p. 212 e 227.
243 BAS I, p. 161.
244 Cfr. supra.
245 Cfr. supra.
246 Peri 1958.
247 Zoric 1996.
248 Ardizzone – Pezzini – Sacco 2015; D’Angelo – Pezzini 2020.
249 Procopius I, 5, 13-16.
250 Zoric 1996, p. 78.
251 Si farà riferimento per l’età islamica al fondamentale contributo di D’Angelo – Pezzini 2020.
252 Cfr. supra.
253 Bramoullé 2014; Picard 2015.
254 Zoric 1996.
255 Sul Castello a Mare cfr. Di Stefano – Lo Iacono 2012.
256 D’Angelo – Pezzini 2020.
257 Pezzini 2013, p. 204-205; sui mercanti presenti a Palermo in età bassomedievale cfr. inoltre, Bresc 1981a, p. 21-24; Bresc 1994b.
258 Bresc 1981a, p. 21.
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