3) «Hoc Amet» e «Hoc Spernat» : il sorgere problematico di una storiografia dell’architettura sul “neomedievalismo” italiano
Texte intégral
1Il frontespizio dell’opera magna di Francesco Milizia, pubblicata nel 1768 come Le Vite de’ più celebri architetti d’ogni nazione e d’ogni tempo precedute da un saggio sopra l’architettura, raffigura l’emblematico manifesto del teorico oritano sui linguaggi architettonici. A sinistra nell’incisione, «Hoc Amet» (ama questo) è il cartiglio giustapposto al mondo classico, rappresentato per sineddoche dalla capanna primitiva laugeriana e dal tempio corinzio. Sulla destra, invece, «Hoc Spernat» (disprezza questo) invita a fuggire le movenze dell’architettura barocca e medievale. Come suggerisce il giudizio del Vasari nel sedicesimo secolo, lo scetticismo nei confronti dell’arte del medioevo non era certo una novità della cultura architettonica del Settecento.
2Ciononostante, lettura critica del medium aevum ed elogio del canone classicista non ostacolarono, specialmente nell’Ottocento (il “lungo secolo dello storicismo”) il sorgere di una storiografia dell’architettura medievale e, in architettura, la diffusione di una tradizione neomedievale. Così, attraverso i cantieri per il completamento delle grandi opere del passato e nuove realizzazioni, il neomedievalismo contribuì alla costruzione dell’Italia del diciannovesimo secolo. Nientemeno che Viollet-le-Duc, nel comparare l’esperienza italiana a quella francese, elogiava la prima, sottolineando che «les Italiens n’ont jamais laissé perdre entièrement certains procédés de structure appliqués chez eux pendant la période du moyen âge, et qu’ils ne répudient pas ces procédés comme on prétend le faire chez nous».
3L’architetto d’oltralpe non poteva certamente immaginare che durante il secolo successivo proprio in Italia quella tradizione sarebbe stata sotto molti aspetti abbandonata e ripudiata. Inoltre, nonostante la ricchezza e la diffusione dell’esperienza medievalista nella penisola, la storiografia dell’architettura si è affacciata al caso italiano tardivamente, specialmente se confrontata con la letteratura prodotta sul Gothic Revival nell’ex impero britannico. Non dissimilmente da come l’architettura medievale (almeno secondo un topos storiografico) venne recepita nel Rinascimento, il neomedievalismo italiano è stato spesso ignorato, sottovalutato, o criticato. In questo senso, è riscontrabile un parallelismo tra il giudizio negativo del Milizia sull’architettura del medioevo e la ricezione critica del fenomeno neomedievale nella letteratura del ventesimo secolo. Nonostante esistano rimarchevoli eccezioni – tra le quali emerge la monografia L’invenzione del passato: Camillo Boito e l’architettura neomedievale di Guido Zucconi –,è ancora forte la resistenza al medievalismo architettonico e non è identificabile una branca definita della storiografia che se ne occupi in relazione con la sovrastruttura tessuta dai cosiddetti Medievalism Studies.
4Le ricorrenti ostilità nei confronti dell’architettura neomedievale possono essere ricondotte al vademecum miliziano e ad una visione che tende a definire il bene e il male, il bianco e il nero, i linguaggi da “amare” e quelli da “disprezzare”. Se nella cultura architettonica le tendenze medievaliste sono tuttora minacciate da una più diretta “continuità” con il canone classicista, in ambito storiografico un approccio evoluzionista ha lasciato in secondo piano le pratiche dei revivals. La tendenza a ricercare le prime avvisaglie di un fenomeno modernista, o di una visione tutta contemporanea sulle pratiche di conservazione, ha portato a definire tutto ciò che non rientra nelle suddette categorie come eclettico, anacronistico, o semplicemente come una pratica distruttiva nei confronti del monumento-documento e deriva dal diktat della teoria del restauro.
5Indagando invece come differenti sogni del medioevo si siano attuati nell’Ottocento, lo storico dell’architettura potrebbe farsi carico di espandere il più ampio discorso medievalista e la riscoperta tutta ottocentesca del medioevo in Italia, e allo stesso tempo facilitare quel “revival di revival” di cui parlava Giulio Carlo Argan un secolo dopo le analisi di Viollet-le-Duc e ripesare il giudizio del Milizia da «Hoc Amet» e «Hoc Spernat» a «Hoc Amet» e «Hoc Amet».
Francesco Milizia, Le Vite de’ più celebri architetti […] (Roma: Paolo Giunchi Komarek, 1768), dettaglio del frontespizio. Su concessione del Getty Research Institute, Los Angeles (85-B3319) .

Bibliografia
6Argan 1974
Milizia, Le Vite
Zucconi 1997
Auteur
-
Tommaso Zerbi
University of Edinburgh
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