1Ho presentato parte del contenuto di questo articolo nella giornata del 18 ottobre 2022 in occasione del secondo Atelier «Les intraduisibles de l’Antiquité. De la philosophie à l’anthropologie historique», (Parigi, 18-19 ottobre 2022) con un intervento dal titolo «Le verbe grec ἀναγιγνώσκω : intraduisibilité d’une approche cognitive de la lecture ancienne ?» (https://lida.hypotheses.org/programme-2).
3Ong [1982] 2014, p. 131.
5Chantraine 1950, p. 115.
6Omero, Odissea I, 215-220; IV, 249-251; XI, 140-145; XIX, 249-251; XXI, 203-206; XIII, 205-209; XXIV, 330-346; Iliade XIII, 730-734.
7Svenbro [1988] 1991, cap. 4; Svenbro 2021. Sui verbi greci della lettura sono state formulate brillanti riflessioni anche da Nieddu 2004, p. 53-70.
8Liddell-Scott-Jones, s. v. ἀναγιγνώσκω, II.
9Chantraine 1950, p. 115.
10Svenbro [1988] 1991, p. 166. L’autore riprende una riflessione sull’apprendimento contemporaneo della lettura elaborata da Bresson, secondo il quale il problema centrale, più che legato all’identificazione dei caratteri, risiederebbe nel sistema di corrispondenze fra sequenza grafica e parlata. Cf. Bresson 1985, p. 14-15.
11Svenbro [1988] 1991, p. 166.
12L’esempio scelto da Svenbro proviene dalla prima frase del romanzo di Raymond Queneau, Zazie nel metró, [Paris] Torino, [1959] 1960.
13Svenbro [1988] 1991, p. 166.
14Ibid., p. 166, n. 25: «anagignoskein si riferisce proprio al momento in cui la sequenza grafica, pronunciata ad alta voce è “riconosciuta” come linguaggio». Cf. anche Svenbro 2021.
15Cf. Dehaene [2007] 2009; Dehaene 2009; Dehaene, Cohen 2011; Dehaene 2013; Dehaene et al. 2015.
16Dehaene [2007] 2009, p. 24-45.
17Cf. Seidenberg, McClelland 1989; Grainger, Jacobs 1996.
18Chantraine 1960-1980, p. 82, s.v. ἀνά. La medesima sfumatura semantica apportata dal preverbo può essere osservabile anche in verbi come ἀναφαίνεσθαι, ἀνευρίσχειν, ἀνερωτᾶν.
19Chantraine 1950, p. 115.
21Fournier 1946, p. 66-67, associa al prefisso del verbo «la notion de retour en arrière (ἀνα-), pour parcourir les lettres et les assembler dans la lecture». Cf. anche Steiner 1994, p. 28-29.
22Frame 1983, p. 14-33 ; Nagy 1983, p. 48-49.
23Chantraine 1960-1980, s. v. γιγνώσκω.
24Platone, Protagora, 325e. Sul tema dell’educazione antica cf. Marrou 1948; Beck 1964.
25Pindaro, Olimpica X, 1-3. Trad. Bruno Gentili (ed. Lorenzo Valla, 2013).
26Fra la vasta bibliografia mi limito a citare Thomas 1989; 1992. In generale, sulla lettura nell’antichità, oltre ai contributi di Svenbro [1988] 1991; 2021, cf. Cavallo, Chartier 1995 e Knox 1968.
27Il riferimento fondamentale è, in questo caso, Detienne 1988. Cf. anche Vatri 2017, p. 54.
30La lettura endofasica, silenziosa, non può essere esclusa a priori nell’antichità. Tuttavia, in una cultura come quella greca che valorizza la parola orale, la lettura silenziosa esigeva condizioni particolari, Svenbro [1988] 1991, cap. 9; Svenbro 1995; Vatri 2012. Knox 1968, p. 433-434, cita due testi del v secolo che sembrano dimostrare questa pratica (Euripide, Ippolito 856-886; Aristofane, Cavalieri 115 ss.).
31La posizione di Chantraine 1950, p. 116, a riguardo è un po’ radicale: «Un point essentiel per l’histoire semantique du verbe ἀναγιγνώσκω, c’est que non seulement l’écolier mais aussi l’homme mûr, tous n’ont connu dans l’Antiquité que la lecture à haute voix».
32Estremamente frequente è anche la forma all’imperativo «ἀνάγνωθι τὸ ψήφισμα», vd. Demostene, Per la corona 118. Solo in Demostene si rintracciano più di 130 occorrenze dell’imperativo ἀνάγνωθι. Sulla pratica di lettura delegata che a cui verbo potrebbe alludere in alcuni impieghi cf. Chantraine 1950, p. 117-118 e Allan 1980.
33Cf. Demostene, Sulle simmorie 94; 26; Andocide, Sui misteri 47. Alcuni esempi epigrafici: IG I3 34, l. 14-18; IG II3 1, 292, l. 47-49; IG II3 306, l. 8-10.
34Sul nesso fra scrittura e democrazia cf. Musti 1986; Missiou 2011; e, per un discorso più ampio, Pébarthe 2006.
35Aristotele, Poetica 52a 30-32.
36Cf. Jones 1962, p. 57-58. Il processo di riconoscimento, spesso faticoso ma illuminante, permette al verbo di sviluppare anche un altro significato, attestato per lo più in Erodoto, quello di persuadere e di convincere. Cf. LSJ, s. v. ἀναγιγνώσκω, III, «induce one to do a thing»; «persuade, convince».
37LSJ, s.v. ἀναγιγνώσκω, I.
38Omero, Odissea IV, 244-251. Le traduzioni dei passi omerici proposte appartengono Di Benedetto (ed. BUR, Milano, 2010). La resa di «τοῖον ἐόντα» oscilla fra «essere l’uomo che egli era» e «seppur così camuffato», cf. West 1988, ad loc.
39Il riconoscimento dell’identità, in questo caso, è pensato nei termini di una verità a cui solo Elena accede.
40Nagy ritiene non casuale la soppressione, in questo caso, del complemento oggetto sēma, elemento indispensabile al processo di riconoscimento. In realtà su otto occorrenze del verbo nei poemi omerici, solo tre si presentano accompagnate da sēma. In senso ampio, si potrebbe considerare un sēma non dichiarato il volto dell’eroe riconosciuto da Elena. Cf. Nagy 1983, p. 52, n. 7.
41Omero, Odissea XI, 142-144. Nella traduzione si potrebbe insistere con espressioni come: «Come potrebbe riconoscermi che sono proprio io/ io in persona?». Cf. Heubeck 1992 ad loc. «How might she recognize me for what I am?».
42Erodoto predilige l’utilizzo del verbo ἀναγιγνώσκω proprio in relazione al riconoscimento dei membri familiari. Cf. Erodoto II, 91: «ἀναγνῶναι τοὺς συγγενέας».
43La ricerca di una continuità fisica fra Telemaco ed Odisseo ritorna anche in Odissea III, 122-125 dove ad essere notata da Nestore è la medesima capacità di parlare di Telemaco, mentre Elena e Menelao si soffermano di nuovo sulla somiglianza fisica (ad essere paragonati sono, in particolare, le mani, i piedi, gli occhi, la testa e i capelli) cf. Odissea IV, 138-146; 148-154. cf. Murnaghan 1987, p. 34-37.
44Omero, Odissea I, 208-209.
45Omero, Odissea I, 215-216.
46Cf. West 1988, ad Odissea II, 207. Murnaghan 1987, p. 34: «At it turns out, he does not overcome this uncertainty about himself by being exposed to Odysseus and recognizing him».
47Cf. Jones 1962, p. 57. Non è un caso che proprio alla cerchia delle persone più care si indirizzi il processo di comprensione di un certo tipo di sēmata: sono proprio questi i referenti che possiedono il background di conoscenza necessaria alla corretta comprensione dei segnali esterni.
48Nei poemi omerici, il riferimento più noto a ciò che possiamo definire un sistema di scrittura in associazione al termine σῆμα è presente nel celebre passo dell’Iliade (VI, 166-170) dove Bellerofonte riceve da Preto la tavoletta corredata dai σήματα λυγρά, segni funesti che interpretati da Iobate causeranno la sua rovina. Da sempre gli studiosi si sono interrogati sulla natura di questi sēmata: segni alfabetici o un qualche tipo di scrittura per immagini (che gli scholia definiscono εἴδωλα o ζωγραφία) o un cifrario sconosciuto, noto solamente a Preto e a Iobate. Un altro passo dibattuto nell’Iliade per la menzione di un sēma iscritto è a VII, 175-189.
49Omero, Odissea XIX, 249-251.
50Al v. 224 il soggetto di ἰνδάλλεται «appare», è Odisseo, e poi, nel corso stesso della formulazione, di nuovo la menzione di Odisseo, al verso successivo, è subalterna alla descrizione delle vesti e del fermaglio. Cf. Russo 1992, ad loc.
51Omero, Odissea XXIII, 205-209.
52Omero, Odissea XXIV, 330-346. La cicatrice è nuovamente σῆμα ἀριφραδές in altri momenti fondamentali del riconoscimento di Odisseo ad Itaca: quando a riconoscerlo è la nutrice Euriclea (XXIII, 73) e i fedeli servi Eumeo e Filezio (XXI, 217).
53Cf. Nagy 1983; Svenbro [1988] 1991, p. 17: «il termine sema […] non può essere pronunciato senza l’idea di una nòesis, di una anàgnosis o di una anagnòrisis, tre parole chiave della decodificazione dei segni, della lettura e del riconoscimento, che si ritrovano tutte nell’entourage immediato del termine sema».
54Fournier 1946, p. 67 considera il verbo φράζειν un sinonimo di εἰπεῖν «parlare», differentemente Svenbro esclude questa prossimità semantica. La Suda, difatti, pone il verbo come sinonimo di σημαίνω (composto appunto da σῆμα) «significare», e di δηλοῦν «mostrare». L’espressione ἀντὶ φωνῆς χειρί φράζειν «mostrare qualcosa con la mano al posto della voce» (Eschilo, Agamennone 1061), sottolinea bene il carattere non acustico del verbo; cf. Erodoto IV, 113, 2, «φωνῆσαι μὲν οὐκ εἶχε (οὐ γὰρ συνίεσαν ἀλλήλων), τῇ δὲ χειρὶ ἔφραζε». Cf. Svenbro [1988] 1991, p. 15-16.
56Liddell-Scott-Jones, s. v. νοέω, I. Per le occorrenze del verbo con ὀφθαλμοῖσιν; ἐν ὀφθαλμοῖσι cf. Omero, Iliade XV, 422; XXIV, 294.
57Si intende con ciò una invasione parziale o totale di un nuovo oggetto culturale, di territori corticali inizialmente dedicati a una funzione diversa. Si tratta di un processo di riconversione cerebrale: una funzione del nostro passato evolutivo, inutile nel nostro presente, viene riciclata in una funzione nuova, più utile nel contesto culturale in cui si vive. Cf. Gould, Vrba 1982.
58Dehaene [2007] 2009, p. 167.
59L’area, “the visual word form area” (VWFA), è anche definita “letterbox”, «because it concentrates much of our visual knowledge of letters and their configurations», Dehaene 2013 e 2009, p. 69-72, 97.
60Mei et al. 2010, p. 376.
61Haxby et al. 2001; Grill-Spector et al. 2006. Questa pluralità di funzioni è garantita dall’interazione con le altre aree corticali, cf. Price, Devlin 2003.
62Dehaene [2007] 2009, p. 142 ssg.; Dehaene, Cohen 2011. Esperimenti su altri sistemi grafici hanno dimostrato che la localizzazione della WVFA risulta analoga per l’elaborazione dei caratteri cinesi rispetto a quella presente in altre scritture alfabetiche. Cf. Liu et al. 2008.
64Lissauer 1890; Goodale, Milner 1992.
66Nel cervello umano si è realizzata un’importante espansione nelle regioni associative della corteccia, collegate nell’emisfero sinistro all’elaborazione del linguaggio orale e alle reti semantiche.
67Ishai et al. 2000; Puce et al. 1996.
68Dehaene [2007] 2009, p. 142. Per un’interessante analisi sui nessi fra “culture, literacy and face processing” cf. Meineck 2018, p. 105-111.
70È stato dimostrato che la competenza metafonologica non è automatica. Interessanti esperimenti su illetterati sono stati condotti da Morais et al. 1979.
71Cf. Dehaene [2007] 2009, p. 253-270.
72Questo non toglie comunque che il metodo globale, integrato ad un approccio misto di decodifica dei singoli grafemi, sia comunque utile nelle prime fasi di apprendimento della lettura. In questo senso, potrebbero rivelarsi interessanti, come preparazione alla lettura, giochi di manipolazione dei suoni del linguaggio (rime, sillabe, fonemi), o giochi di riconoscimento visivo della forma delle lettere.
74Svenbro [1988] 1991, p. 167. Cavallo 2019, p. 34. La menzione di individui deboli in lettura sposta la prospettiva sulla questione, complessa e multiforme, dell’alfabetismo antico per il quale «clear-cut oppositions such as orality-literacy or literate-illiterate should definitely be abandoned in favor of a varied and graded model», Giordano forthcoming. Risultano più calibrate le definizioni elaborate da Saenger e riprese da Thomas di “phonetic literacy” e “compehension litereacy”. Saenger 1989, p. 142; Thomas 1992, p. 9-13, 91-92.
75Cf. Cavallo 2019, p. 34.