Le residenze romane di un banchiere portoghese all’inizio del Settecento
Antonio da Gama de Padua, palazzo del Bufalo e la vigna sulla via Salaria
Résumés
Questo testo ha per oggetto la figura del banchiere e mercante portoghese Antonio da Gama de Padua, giunto a Roma probabilmente nella seconda metà del XVII secolo, e lo studio delle sue residenze e dei rapporti con la ricca comunità portoghese, in larga parte costituita da famiglie di Cristãos Novos. Questi ultimi, di cui facevano parte i Nunez Sanchez, i Fonseca ed i Perez Vergueiro, esercitano anche loro l’attività bancaria e commerciale, facendosi da tramite tra la Curia romana e la corte portoghese. Proprietari di palazzi a Roma e ville suburbane, si integrano perfettamente alla società romana, anche grazie a matrimoni strategici. Per quanto riguarda Antonio da Gama de Padua, di cui però non si hanno più notizie relative ai suoi famigliari dopo la seconda metà del Settecento, nel giro di pochi anni compera un casino di delizia con giardino e vigna lungo la via Salaria, secondo una tipologia che si era andata definendo nella seconda metà del Seicento, e diventa affittuario di un appartamento al piano nobile del palazzo di Giacinto del Bufalo, posto lungo via del Corso, considerata all’epoca la strada più prestigiosa, e all’interno della quale colloca una ricca collezione di quadri e arredamenti, secondo le notizie tratte da un Inventario del 1705.
This article is focused on the Portuguese banker and merchant Antonio da Gama de Padua, who arrived in Rome probably in the second half of the seventeenth century, and the study of his residences and relations with the rich Portuguese community, largely made up of families of Cristãos Novos. The latter, which included the Nunez Sanchez, the Fonsecas and the Perez Vergueiro, also carry out banking and commercial activities, acting as an intermediary between the Curia Romana and the Portuguese court. Owners of palaces in Rome and suburban villas, they integrate perfectly with Roman society, also thanks to strategic marriages. As for Antonio da Gama de Padua, of whom, however, there is no more news relating to his family after the second half of the eighteenth century, within a few years he bought a Casino di delizia with a garden and a Vigna along the Via Salaria, according to a typology which had been defined in the second half of the seventeenth century, and also rent an apartment at the piano nobile in the palazzo built by Giacinto del Bufalo, and located along Via del Corso, considered at the time the most prestigious street, and within which he placed a rich collection of paintings and furniture, according to the information taken from an Inventario dating from 1705.
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Keywords : Antonio da Gama de Padua, Via del Corso, Via Salaria, Vigna da Gama, cristãos novos, palazzo del Bufalo
Parole chiave : Antonio da Gama de Padua, Via del Corso, Via Salaria, Vigna da Gama, cristãos novos, palazzo del Bufalo
Texte intégral
1Intorno alla metà del XVII secolo, per una serie di ragioni politiche e religiose, giungono a Roma numerosi portoghesi, in larga parte Cristãos Novos, ovvero ebrei convertiti costretti a lasciare il loro paese per sfuggire alle rigide leggi del Tribunale dell’Inquisizione portoghese. Tutelati sin dal 1537 da un Breve di Paolo III, i Nuovi Cristiani si organizzano presto in una sorta di Nazione, le cui cause e sorti vengono perorate da dei Procuratori, in particolare contro gli attacchi dell’Inquisizione e allo stesso tempo, grazie alla loro attività e dinamismo riescono ad integrarsi nella comunità portoghese che si era già stabilita Roma1. La presenza di quest’ultima nella Città Eterna2, benché non molto numerosa, sembra essere assai antica, ed è sicuramente attestata a partire dalla fine del XIV secolo quando Doña Guiomar, una benefattrice originaria di Lisbona, fonda un ospedale nel rione Monti, destinato, così come altre istituzioni straniere di questo tipo, ai pellegrini portoghesi in visita a Roma3. A questo primo luogo di ricovero, se ne aggiungerà un altro nei pressi di Campo dè Fiori, fino a che, nel 1440 il vescovo D. Antonio Martins de Chaves acquista dei terreni vicino alla chiesa di S. Agostino destinati alla costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine Maria, e ai santi Vincenzo e Antonio abate. Accanto alla chiesa viene prevista la costruzione di un ospedale, destinato ai portoghesi residenti o di passaggio4. Il complesso viene posto sotto la protezione del potente cardinale portoghese Jorge da Costa (1406-1508), e dotato di uno Statuto, mentre nel 1508 viene fondata una confraternita per la sua gestione, la Congregação, composta da 20 membri e di cui fanno parte i personaggi più eminenti della comunità portoghese. Dai documenti esistenti presso l’archivio della chiesa di S. Antonio dei Portoghesi, si vede come, molti di questi fossero degli ebrei convertiti, tra cui membri delle famiglie Nunez Sanchez, Perez Vergueiro, e Fonseca5, in larga parte stabilitisi a Roma tra la fine del Cinquecento e i primi anni del secolo successivo. Perfettamente integrate nella vita sociale romana almeno a partire dalla metà del XVII secolo, queste famiglie risiedono in palazzi signorili e patrocinano la costruzione di cappelle gentilizie, come nel caso della cappella Fonseca in San Lorenzo in Lucina, anche grazie alle loro floride attività economiche, in larga parte svolte nell’ambito bancario e commerciale.
Antonio da Gama da Padua
2Antonio da Gama da Padua appartiene a questa compagine, anche se il suo arrivo a Roma sembra essere più tardo, probabilmente intorno alla seconda metà del XVII secolo. Figlio di un potente e conosciuto banchiere e uomo d’affari, Manuel da Gama de Padua (1607-1679)6, originario di Loulè in Algarve, e appartenente a una famiglia la cui attività principale era il redditizio commercio della seta, e che come molte altre famiglie di origine ebraica, si era dovuta convertire forzatamente alla religione cristiana nel 1497 per ordine di re Manuel I (1495-1521)7. Molto vicino alla corte portoghese, grazie alla sua abilità negli affari e ad una grande capacità di negoziazione, Manuel da Gama è anche procuratore dei Cristãos Novos, ovvero incaricato di difenderli presso la Curia e la corte portoghese, anche attraverso il prestito di danaro, ottenuto attraverso la creazione di società mercantili, quali la Compagnia del Brasile, che aveva il vantaggio di poter evitare la confisca dei beni dei suoi associati da parte dell’Inquisizione8. La forza di persuasione di personaggi come Manuel da Gama de Padua farà si che nel 1674 papa Clemente X deciderà di sospendere le attività del Tribunale dell’Inquisizione nei confronti dei Cristãos Novos, con l’intento di modificarle radicalmente9, e rendendo quindi Roma una città particolarmente attrattiva per questa comunità.
3Nel 1670 è infatti attestata la presenza di Antonio da Gama de Padua presso la corte pontificia e il Sant’Uffizio, ciò che fa presumere che egli in qualche modo continuasse nell’attività di procuratore svolta dal padre Manuel10, pur dedicandosi a quella che era la sua attività principale, ovvero banchiere. Antonio da Gama de Padua si lega infatti con quella che era una delle famiglie più potenti e in vista della comunità portoghese nel XVII secolo, ovvero i Nunez Sanchez, fondatori e proprietari di una banca, e in particolare a Gaspare Perez Vergueiro, di cui diventerà socio in affari. L’attività principale di questi uomini d’affari e banchieri era quella di gestire lettere e benefici curiali tra l’Italia e il Portogallo, e non è un caso che Antonio da Gama de Padua è il referente a Roma di João da Souza, vescovo di Porto e arcivescovo di Braga e Lisbona, oltre a condurre insieme a Perez Vergueiro tutta una serie di intermediazioni per benefici ecclesiastici diretti a curiali portoghesi11.
4Nel 1686 Antonio da Gama de Padua sposa Giovanna Perez da Souza , che gli porta in dote l’ingente somma per l’epoca di 16.000 scudi12, e da cui avrà due figli maschi, Ranuccio Filippo e Pietro Francesco, e tre figlie femmine, Ginevra Elisabetta, Teresina e Francesca. Per quanto riguarda il livello sociale dei da Gama, sappiamo che alla sua morte, Manuel da Gama de Padua, era stato insignito dal re del Portogallo del titolo di Fidalgo Cavaleiro de Casa Real13, anche se il figlio continua ad essere chiamato nei documenti Commendatore14. E plausibile ipotizzare che, alla stregua di altri portoghesi residenti a Roma da più tempo, Antonio da Gama ambisse ad un titolo nobiliare, cosi come era avvenuto per i Nunez Sanchez, a cui il re di Polonia, Jan Sobieski, aveva dato il titolo di marchesi in cambio degli aiuti economici che essi gli avevano fornito per favorire la sua ascesa al trono polacco15.
5Malgrado la mancanza di una patente di nobiltà, i da Gama sono però ben inseriti nella società romana, con i cui membri stringono dei rapporti non solo a livello economico ma anche sociale, probabilmente anche grazie al loro patrimonio tanto che nel 1701 Antonio da Gama de Padua acquista una vigna con casino, posta sulla via Salaria.
La vigna da Gama de Padua sulla via Salaria
6Il 21 marzo 1701 antonio da Game de Padua acquista dallaCongregazione dei Baroni una vigna con casino, perla cifra di 1500 scudi, che la Congregazione aveva confiscato al conte Giovanni Antonio Bigazinni16. Come è noto, il ruolo della Congregazione, fondata nel 1596 da Clemente VIII era quello di tutelare gli interessi di creditori nei confronti della nobilitá ronana spesso indebitava attraverso il sistema finanziaro dei Luoghi di Monte, e la vendita della vigna sulla via Salari al da Gama si era resa necessaria per compensari i creditor del Bigazzini.
7La proprietà, posta poco fuori Porta Salaria17, era in origine costituita da due vigne diverse, rispettivamente di 8 e di 4 pezze18, di proprietà dei Canonici Lateranensi di San Pietro in Vincoli, ai quali appartenevano la maggior parte dei terreni posti tra la via Salaria e la via Nomentana, in larga parte coltivati a vigna, ulivo, con degli orti e dei canneti lungo le rive dei fossi19. Durante il Medioevo e almeno fino alla fine del XVIII secolo, quando molte grandi istituzioni ecclesiastiche vedranno confiscate le loro proprietà o le cederanno definitivamente, questi terreni venivano affittati a privati tramite lo strumento dell’enfiteusi in cambio di un canone annuo, che poteva essere riscosso in contanti o in natura. Nel 1622 le due vigne sono di proprietà di Giacomo Antonio Rodiani ma intorno alla metà del secolo, Guido Rasponi, marito di Virginia Rodiani ne entra in possesso, anche se nel 1683 si vede obbligato a cedere la vigna al cognato Giovanni Antonio Bigazzini, marito della sorella Laura Rasponi, a cui doveva ancora corrispondere un residuo dotale. In un documento del 1684, la vigna viene descritta come confinante con i beni dell’abate Paolucci e del duca Lante, con la via Salaria e con al suo interno un edificio definito «parvo palatio»20. A seguito di un tracollo finanziario, forse dovuto anche alla costruzione di un grandioso palazzo su piazza San Marco, su progetto di Carlo Fontana, e che doveva ospitare la sua ricca collezione di opere d’arte21, Giovanni Antonio Bigazzini deve cedere la maggior parte dei suoi beni, tanto che per quanto riguarda la vigna sulla via Salaria, il canone d’affitto riscosso dai Canonici Lateranensi di San Pietro in Vincoli per gli anni 1699 e 1701 viene pagato dalla Congregazione dei Baroni22, mentre l’anno successivo risulta ufficialmente come enfiteuta Antonio da Gama de Padua23. Malgrado ciò il documento ufficiale di Recognitione in dominum da parte dei Canonici Lateranensi viene redatto solo nel 170324, a causa di un opposizione alla vendita da parte di Filippo Rasponi, nipote del Bigazzini.
8Non si hanno descrizioni relative allo stato della proprietà al momento dell’acquisto da parte di Antonio da Gama, se non la presenza di un edificio, che viene chiamato «parvo palatio» nel 1684 e «Casino» nell’atto di vendita, né se vi fosse un giardino, ma pochi mesi dopo la Recognitione in dominum, Antonio da Gama riceve il permesso per «mettere fuori d’una fenestra del Casino della sua Vigna fuori di Porta Salara una ferrata a gabbia»25, dal momento che l’edificio era a filo con la strada (Figura 1), secondo una consolidata tipologia, della quale uno degli esempi più antichi è sicuramente la Casina Vagnuzzi lungo la via Flaminia. Anche lungo la via Salaria, strada consolare sulla quale si attestavano molte vigne con casini, questi ultimi erano spesso a filo con la viabilità principale, basti pensare alla vigna Capocaccia, posta quasi di fronte alla vigna da Gama, o alla palazzina Filomarino, e in genere si trattava del riadattamento e ampliamento, come nel caso del Casino della vigna di Antonio da Gama, di preesistenti edifici in origine a carattere rurale.
Figura 1 - Vista del Casino già esistente nella vigna da Gama de Padua prima della distruzione di parte della villa Gangalandi Lancellotti

Roma, Archivio Massimo Lancellotti
9Una prima descrizione della proprietà si avrà solo nel 1705, quando a seguito della morte di Antonio da Gama, avvenuta 10 febbraio di quell’anno, viene redatto un Inventario dei suoi beni26, e dove la vigna viene detta di poco meno di 12 pezze, con un Casino composto da tre stanze al piano terreno e tre al piano superiore, e contenente una serie di mobili e quadri, non particolarmente di pregio, a differenza invece degli arredi e dei quadri esistenti presso della residenza dei da Gama in via del Corso, e di cui viene detto «ad uso di Vigna», senza però dare nessun tipo di informazione relativamente alla sistemazione e alla destinazione del terreno che circondava l’edificio principale. Maggiori informazioni si hanno però in una perizia del 26 agosto 1705, ma in realtà inserita in un atto dell’11 novembre 170527, dove la proprietà viene descritta, sempre su richiesta di Giovanna Perez, in maniera molto più dettagliata e dove i due periti agrimensori sembrano insistere non solo sulla qualità dei terreni coltivati, ma anche sul carattere aulico del complesso, di cui viene detto «dovendosi più tosto chiamar Villa che Vigna, potendevesi a sui tempi goder la villeggiatura maggiormente adesso a detto Casino». I periti giungono a questa conclusione dopo la seguente descrizione:
« E secondo la qualità di essi Vignati, con haver considerato alla nobiltà del sito, e giacendo di essa, et anche li commodi in essa esistenti, godendevisi nel’ingresso, haver un nobil Portone, con sua Muraglia p. quanto porta la longhezza di essa nella sud.a Strada, essendoci un vistoso, e piacevolo stazzo, essendo recinto di Muro, con le sue divisioni corrispondenti alli Viali che conducono p. la Vigna, et esservi un Nobil Casino, che fa facciata nella sud.a Strada, e vi si gode la sud.a Vigna, di due Piani consistente in tre Cammere per Piano, con haver il pian terreno contiguo n.° solo a d.° stazzo, ma anche porta segreta che fa godere due Giardinetti recinti di Muro, e nelli sudetti Giardinetti, vi sono li suoi Cassettoni di pianelle p. uso de fiori, et esservi presso p. ordine de insiti di diverse sorte de frutti, et alle Muraglie che li recingono, le sue spalliere di diverse sorte de Agrumi, essendo anche dette Spalliere di Agrumi fuor di esse Muraglie, che vengono godute nel andare camminando p. la Vigna, et esservi il suo Pozzo e grotta. E distante di detto Casino esservi una bona stanza p. commodo del Vignarolo, con suo Tinello sotto e stalla. In oltre esser p. li Viali le sue Cannucciate con havervi ad uso di spalliere li suoi Insiti, di diverse sorte de frutti, come anche p. le rose di detti Vignati quali ascendono a gran quantità, et haver tutte le parti libere, con esservi un nobile e delizioso Viale, venendo ombreggiato da quantità di Arbori, che rapresentano boscaglia.»
10Il documento prosegue poi con l’elenco dei beni contenuti nella proprietà, tra cui i mobili presenti nel Casino, il cui piano terreno era dipinto con pitture a guazzo. Da questa stima si vede quindi come la proprietà avesse due funzioni: la prima è quella di luogo di residenza, un Casino di delizia circondato da un giardino, composto da due giardinetti segreti e da una parte più lasciata a «selvaggio» e rappresentata dal viale, definito nobile, e delimitato da alberi e siepi, secondo la tradizione romana. La descrizione dei due giardinetti contigui all’edificio principale, e circondati da mura, è interessante perché descrive una tipologia largamente in uso tra la fine del XVII secolo e l’inizio del secolo successivo, ovvero il giardino con fiori, posti in vasi o cassette, frutti e agrumi, questi ultimi coltivati a spalliera contro i muri di recinzione, sui quali si addossano anche verso la parte esterna. Infine la presenza di arbusti di rose nei pressi dei filari delle viti, è un altro elemento strettamente legato alla coltivazione della vigna, tutt’ora in uso, e risponde a una necessità pratica, ovvero la verifica del buono stato della vigna, ma anche estetica. Oltre all’edificio principale viene poi citato un tinello, con sopra la stanza per il vignaiolo e sotto una cantina, e a completare il tutto vi era un pozzo e una grotta, quest’ultima facente probabilmente parte del reticolo sotterraneo costituito dalle catacombe che caratterizzava larga parte del territorio al di sotto della via Salaria28. La proprietà, che nel 1701 era stata acquistata per 1500 scudi, viene invece stimata 4 anni più tardi, 2226 scudi e 12 baiocchi, ciò che dimostra che vi erano stati sicuramente fatti dei miglioramenti sia a livello degli edifici, sia a livello agricolo.
Figura 2 - Cancello della Vigna da Gama de Padua

Roma, Archivio Massimo Lancellotti
Figura 3 - Particolare della pianta annessa al contratto di affitto nell’anno 1855 della villa della Porta Rodiani già Gangalandi con indicato la localizzazione della vigna da Gama de Padua

Roma, Archivio Massimo Lancellotti
11Dal punto di vista tipologico, la vigna da Gama segue quindi il modello del casino ad uso di villeggiatura, con giardino e parco, anche se in questo caso di piccole dimensioni, e con annessi dei terreni agricoli, coltivati a vigna. Uno degli elementi architettonici di maggior pregio, oltre al casino, era il portale di accesso (Fig. 2), ovvero una cancellata inserita tra due pilastri con basi in travertino, e costituiti da una colonna fiancheggiata da due lesene e sormontati da delle sfere, un impianto assai classico, e simile per alcuni versi al portale di accesso di villa Altieri ad Albano, ampliata tra la fine del XVII secolo e l’inizio del secolo successivo su progetto di Carlo Fontana, già architetto di Giovanni Antonio Bigazzini per il suo palazzo in piazza Venezia. Ai lati del cancello e dei pilastri vi erano poi due finestre, con inferriata e cornice mistilinea, sulle quali erano poste due urne, secondo un modello spesso presente nei muri di cinta delle mura romane, per dare la possibilità di vedere dall’esterno l’impianto del giardino racchiuso tra le mura. Da una planimetria del 185529 (Fig. 3), quando la vigna e il casino, a seguito di una serie di vicende patrimoniali ed ereditarie, erano state accorpati all’attigua vigna Paolucci ed erano divenute di proprietà della famiglia della Porta Rodiani, si può in parte descrivere l’aspetto del giardino e del parco , al quale si accedeva per mezzo del portale principale, che immetteva in uno stazzo di forma semicircolare (Fig. 4), da cui partiva un viale, perfettamente in asse con il cancello, costituito da lecci con una siepe nella parte bassa. Da alcune fotografie d’epoca, antecedenti alla distruzione di questa parte della villa avvenuta negli anni 20’ del XX secolo30, si vede come lo stazzo fosse delimitato da siepi nelle quali erano inseriti dei piedistalli con sopra delle statue. Sempre nella pianta ottocentesca, ai lati della proprietà, vengono indicati due piccoli giardini circondati da mura, da identificare probabilmente con i due giardinetti descritti nella stima del 1705.
Figura 4 - Vista dell’emiciclo dello stazzo nel giardino della villa Gangalandi Lancellotti, da identificare con la vigna da Gama de Padua

Roma, Archivio Massimo Lancellotti
12Dalle notizie desunte dai documenti e dalle planimetrie, è possibile fare alcune considerazioni circa il modello tipologico della vigna da Gama, ovvero una proprietà destinata allo svago del proprietario, che però mantiene però anche un aspetto economico, legato allo sfruttamento dei terreni agricoli, in questo caso coltivati a vigna. Dal punto di vista formale, il giardino riprende un disegno oramai consolidato ovvero un asse principale, costituito dal viale di lecci, che separava i terreni coltivati, e che partiva direttamente dallo stazzo, ai lati del quale erano disposti due edifici, quello principale destinato al proprietario e il tinello, dove invece erano collocati gli ambienti a servizio della proprietà agricola. I due giardini erano anche essi due elementi presenti in questa tipologia, in particolare il giardino degli agrumi, elemento tradizionale nell’ambito dei giardini e parchi romani, mentre la presenza dei fiori coltivati in vaso risale a una tradizione più tarda, che appare a Roma e nel Lazio verso la fine del Cinquecento e che avrà larga diffusione durante tutto il secolo successivo. A questo riguardo va detto che dalla fine del Seicento, e per tutto il Settecento31, a parte alcuni casi, la tendenza è quella di riutilizzare edifici preesistenti, spesso di dimensioni ridotte, almeno rispetto alle grandi ville romane del XVII secolo, dove prevale un aspetto più «rustico» e agreste, sicuramente meno legato al concetto di rappresentanza, e nel caso della vigna da Gama ciò è anche confermato dall’elenco dei mobili presenti nella perizia del 1705, e dalla decorazione a guazzo, più adatta a questo tipo di edificio. Il carattere di svago e delizia della proprietà dei da Gama si coglie poi nel rapporto tra l’edificio principale e il giardino, accessibile direttamente da esso, e da esso visibile. Si tratta di una tipologia della villa o Casino suburbano, ampiamente diffuso all’epoca, destinato non solo all’aristocrazia e all’alta borghesia, ma anche a personaggi di spicco delle comunità straniere che si erano stabilite a Roma.
13Una successiva descrizione della proprietà si ha nel 1719, quando Giovanna Perez, e il figlio Ranuccio Filippo da Gama, decidono di vendere la proprietà al ricco e potente banchiere fiorentino Ferdinando Alessandro Minnucci, di cui il da Gama era debitore32, nella quale però vengono soprattutto descritti i beni posti all’interno dell’edificio principale, mentre la descrizione del giardino si limita all’area dello stazzo, dove vengono citati «12 busti di statue tutte rotte» e «14 vasi rotti e poco sani», il che lascia trasparire lo stato di abbandono in cui era stata lasciata la proprietà. La stima degli oggetti presenti nel Casino dimostra ancora una volta la destinazione dell’edificio: i quadri e le stampe rappresentano per la maggior parte dei paesaggi e alcune vedute di città, mentre i mobili sono adatti ad una residenza di campagna. In alcuni casi viene espressamente sottolineato il cattivo stato di questi beni, il che lascia capire che dopo la morte di Antonio da Gama, vi era stato forse un calo di attenzione nei confronti di questa proprietà, tanto che tra le ragioni della sua vendita vi è l’esigenza, da parte di Giovanna Perez, di recuperare parte della sua dote, dopo che il figlio Ranuccio Filippo aveva rinunciato a questa parte dell’eredità paterna33. Quest’ultimo, pur continuando l’attività del padre34, non sembra però aver avuto la stessa fortuna o abilità, tanto che poco dopo la morte di quest’ultimo, il 26 agosto 1705, secondo il Valesio, viene incarcerato a seguito della denuncia dell’agente del re del Portogallo presso il Papa, il gesuita Antonio do Rego, che si lamenta del fatto che da Gama avesse letto delle missive segrete a lui dirette, accusa da cui poi viene scagionato, ritrovando la libertà sei giorni dopo35. Le vicende successive della vigna da Gama si uniscono a quelle della contigua vigna Gangalandi, già Paolucci, quando Fortunato Gangalandi le unirà e trasformerà gli edifici esistenti, circondati da un parco celebre per la sua amenità e bellezza, e dove interverranno architetti quali Alessandro Dori e Carlo Marchionni, e artisti come Paolo Anesi36.
La residenza romana di Antonio da Gama de Padua
14La prima descrizione della vigna da Gama è contenuta all’interno dell’Inventario dei beni di Antonio da Gama de Padua, in seguito alla sua morte avvenuta il 10 febbraio 1705, e richiesto dalla moglie Giovanna Perez e dal figlio Ranuccio Filippo. L’Inventario37, documento estremamente interessante per comprendere il tipo di vita della famiglia di un ricco banchiere portoghese a Roma nello scorcio del Settecento, inizia con la descrizione di tutti i beni presenti all’interno della residenza romana di Antonio da Gama, posta lungo via del Corso, nell’isolato chiamato nel XVII il «giro del Bufalo»38 a causa della presenza delle case e palazzi appartenenti a questa famiglia, in parte abitati da essa, ed in parte dati in affitto, secondo un uso che diventa frequente nei palazzi romani, almeno a partire dalla seconda metà del Seicento, quando molti edifici signorili vengono riadattati proprio per questa funzione, sino ad arrivare alla costruzione di palazzi, esclusivamente destinati a questo uso.
15Il palazzo era stato costruito da Giacinto del Bufalo39 nella seconda metà del Seicento, nella parte dell’isolato che faceva angolo tra via del Corso e la strada che portava a piazza di Pietra, all’altezza di piazza Sciarra40, accorpando e ampliando delle case preesistenti, su progetto dell’architetto Giovanni Antonio dè Rossi, e alla cui decorazione avevano partecipato artisti quali Giovanni Francesco Grimaldi41 e Giovanni Maria Mariani. Destinato a degli affittuari di rango, spesso forestieri, e che avevano bisogno di una residenza di un certo livello, tra cui il marchese Centurione e il cardinale Imperiali, a seguito di un intricata vicenda ereditaria, il palazzo passa di proprietà a Bartolomeo Felice Barbolani da Montauti e a Scipione Publicola Santacroce42, nel periodo in cui Antonio da Gama ne diventa affittuario, sicuramente a partire dal 169743. Per quanto riguarda la residenza di quest’ultimo, essa era composta da due appartamenti diversi (Fig. 5), fino ad allora affittati separatamente, ambedue al primo piano, e comunicanti per mezzo di un pianerottolo, al quale si accedeva dalla scala principale, e con due funzioni ben distinte, così come si evince dalla descrizione presente nell’Inventario.
Figura 5 - Pianta della residenza di Antonio da Gama de Padua al primo piano del palazzo di Giacinto del Bufalo, poi Guelfi Camajani, poi Polidori in Via del Corso, 1840

Archivio di Stato di Roma, Trenta Notai Capitolini, Ufficio 01, 680 -1/1
16Il primo appartamento, affacciato su via del Corso, e dove alcuni ambienti erano caratterizzati dalla presenza di una ringhiera, ovvero di un balcone affacciato lungo quella che era considerata la strada più prestigiosa dell’Urbe, in particolare dopo gli interventi voluti da papa Alessandro VII (1655-1667) Chigi44, conteneva gli ambienti più importanti, destinati alla rappresentanza, e dove erano esposti i quadri ed i mobili di maggior pregio. Tra gli ambienti citati vi è una «stanza a volta longa dipinta sopra corrispondente al Corso», completamente dipinta, simile ad una piccola galleria, destinata ad anticamera, e uno «Stantione con Loggia […] dipinto» nel quale erano concentrati i quadri e il mobilio più pregiati. In particolare, vi erano disposti ben 60 quadri, quasi la metà dei 150 presenti nei due appartamenti, nei quali prevaleva il tema religioso, i paesaggi, le vedute architettoniche e alcune battaglie, ma di cui non si ha nessuna indicazione circa l’autore, mentre sono indicate scrupolosamente le dimensioni e il tipo di cornici che li contengono. Tra i mobili presenti nell’Inventario, vanno sicuramente citati un «Tavolino di legno rabescato sora con avorio e con intagli dorati attorno» e uno « Scarabattolo di legno di Portugallo con suoi christalli intagliato in legno tutto indorato con una conchiglia, e due putti indorati di sopra, et il suo piede tutto d’intagli di legno dorato», ambedue collocati nel sopracitato «Stantione». Anche gli specchi sono molto numerosi cosi come le stoffe, utilizzate per tende, portiere e paramenti, per la maggior parte in seta, di cui viene descritto il colore e le misure, e da collegare a quella che era una delle più importanti attività della famiglia da Gama de Padua, ovvero il commercio della seta.
17Se questo primo appartamento era sostanzialmente destinato alla rappresentanza, e ciò è dimostrato anche dalla presenza di anticamere, logge, e camere d’udienza, il secondo appartamento, posto all’angolo tra il Corso e la strada verso piazza di Pietra, aveva una funzione più intima e legata alla vita famigliare, cosi come testimonia il lunghissimo elenco di mobili, di vestiti, di biancheria, oltreché a contenere la «Secretaria» del padrone di casa dove erano custoditi tutti i libri contabili e lettere patenti relativi alla sua attività di banchiere e mercante.
18Nei due appartamenti, che erano composti da circa 18 stanze, senza dimenticare, la cucina, la stalla e due rimesse, contenenti diverse carrozze, collocate al piano terreno del palazzo, abitavano quindi, oltre ad Antonio da Gama de Padua e sua moglie Giovanna, la madre di quest’ultima Maria Enriquez, i cinque figli della coppia, oltre ad un numero imprecisato di servitori tra cui cameriere, garzoni e stallieri, a cui andavano aggiunti i nipoti di Antonio da Gama, studenti presso il Seminario Romano, e residenti saltuariamente presso l’abitazione di via del Corso.
19Da questi dati si può desumere come i da Gama de Padua avessero un tenore di vita decisamente elevato, cosa che è confermata oltreché dal numero degli arredi, dei quadri e dei vestiti, anche dall’elenco degli argenti, dei quali viene annotato il peso, e dei gioielli posseduti, quasi tutti con diamanti, e la cui stima finale corrisponde a 2144 scudi, ovvero quasi 650 scudi in più del valore al quale era stata acquistata la vigna sulla via Salaria. Questo dato non dovrebbe però stupire se si considera la grande disponibilità di queste pietre in Portogallo, in larga parte provenienti da giacimenti di diamanti brasiliani45, e che in ambito romano, si trovano citati in numerosi documenti relativi a ricchi portoghesi abitanti nell’Urbe, come un impressionante «Lista dos diamantes» di proprietà di Clemente da Fonseca46. Di grande interesse, per conoscere l’attività e i rapporti d’affari stretti da Antonio da Gama de Padua con altri membri della comunità portoghese a Roma, è l’elenco dei documenti presenti nella sua «Secretaria», tra cui diversi Libri Mastri, luoghi di monte, intestati a Antonio da Gama, alla moglie e alle figlie, e denari contanti dovuti ad Antonio da Gama dopo la sua morte, ed in parte riscossi da Giulio Cesare Quarantotti, già a servizio del banchiere Francesco Nunez Sanchez, e fondatore a sua volta di una banca47. Legati invece all’attività mercantile tradizionale della famiglia sono 1599 scudi che Pietro da Gama da Silveira doveva ad Antonio da Gama per 16 casse di «zuccaro mascavato», arrivate per nave a Lisbona nel 1699.
20Le due residenze di Antonio da Gama de Padua mostrano quindi una perfetta integrazione con lo stile di vita delle classi più agiate della società romana, se non altro nella scelta di due residenze con caratteristiche molto particolari. La residenza cittadina è infatti localizzata nella strada più prestigiosa della città, in una posizione strategica perché posta poco distante da piazza Colonna, dalla chiesa di S. Antonio dei Portoghesi e da alcuni tra i palazzi più notevoli della città come palazzo Chigi o palazzo Sciarra, e composta da tutti quegli ambienti necessari a soddisfare le esigenze di un inquilino di rango, ovvero ambienti decorati, affacci prestigiosi, e tutta una serie di «commodi». La vigna sulla via Salaria rappresenta invece una proprietà finalizzata all’accrescimento del prestigio di una famiglia che sembra perfettamente adattarsi a uno stile di vita apprezzato all’inizio del Settecento, caratterizzato dal gusto per la villeggiatura in edifici più raccolti, forse meno sontuosi rispetto a quelli del secolo precedente, ma sicuramente altrettanto raffinati.
21Per quanto concerne le successive vicende della famiglia da Gama, ad oggi sono molto scarse le notizie a riguardo, e in parte anche confuse visto che il cognome da Gama era molto diffuso. Il Valesio, ad esempio, riferisce che nel maggio del 1738 un Cavalier Gama, possiede o affitta una villa a San Pancrazio, dove si dice «dovendosi mandare in Portogallo per recitare due cantarine da Roma, oggi ne fu fatta la prova nella villa tenuta dal Cavalier Gama a S. Pancrazio e fu presente il p. d’Evora ministro del re di Portogallo»48. Di questa villa sappiamo che era posta, secondo le fonti, subito fuori le mura di Roma, nei pressi del Vaticano; in particolare l’Eschinardi, nella sua Descrizione di Roma e dell’Agro Romano, descrivendo le vigne fuori Porta Cavallegeri, scrive:
«Si volta lungo le mura a mano dritta, doppo aver salito alquanto, si trova a sinistra la Vigna della Penitenzieria, già degl’Alberici lontana dalla Porta de Cavallegeri 500 passi geometrici. Più su la strada si divide in due, e nella punta della divisione è una Cappella detta La Madonna del Riposo, ristorata nel 1600 da Massimo Massimi, che è lontana dalla Porta della città un miglio e 150 passi geometrici, e dietro la quale tra le due strade è la vigna Palazzeschi, ora dei de Gama, poi degl’Albani ora dei Pierantoni. Andando per la sinistra si va a terminare alla Vigna Carpegna […]»49.
22Anche il Fea nell’elenco dei canoni delle vigne per la tassa dell’Acqua Paola, cita la vigna dei «Signori Gama», posta subito prima di Villa Carpegna venendo da Roma, poco lontano dalla chiesa della Madonna del Riposo50, di cui il proprietario è però probabilmente il portoghese Cavalier Emanuele Gama da Silveira, che insieme al fratello, l’abate Giovanni Patrizio, aveva ricevuto la cittadinanza romana nel 173551. Quest’ultimo viene ricordato come segretario del cardinale Acquaviva ma anche come amico di Giacomo Casanova, che incontra a Roma e che lo citerà nelle sue memorie52.
Le altre residenze portoghesi a Roma: i palazzi dei Nunez Sanchez, Perez Vergueiro e Gomez Homen
23Per quanto riguarda i legami di Antonio da Gama de Padua con la comunità portoghese residente a Roma, egli intratteneva dei rapporti con le famiglie Nunez Sanchez e Perez Vergueiro, stabilitesi a Roma da diverso tempo e associate fra di loro53. Tra gli esponenti di queste famiglie, il personaggio di cui si hanno più notizie è sicuramente Francesco Nunez Sanchez, probabilmente presente a Roma sin dal 162854. Anche esso di origine ebraica, ma convertito al cattolicesimo, all’inizio figura come pagatore e cambiavalute per prelati e personaggi di un certo rilievo. Tra il 1645-1650 gli viene concesso di aprire un banco con funzioni di prestito, giro e deposito: è in contatto con numerosi esponenti della comunità portoghese ma soprattutto agisce come intermediario negli affari curiali e gestisce anche la spedizione delle lettere apostoliche. Dopo il ritorno della monarchia portoghese, cura gli affari dell’emissario di Joao IV di Braganza, ovvero il nipote don Miguel, vescovo di Lamego55. Muore all’età di 89 anni nel 1689, lasciando una fortuna assai cospicua, di cui fanno parte numerosi immobili, tra cui l’acquisto nel 1651 di una cappella nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, accanto alla cappella Fonseca, e probabilmente sempre in quell’epoca inizia ad acquisire gli immobili dell’isolato posto tra via Condotti, via Bocca di Leone e via Borgognona, sul quale verranno realizzati «un palazzo grande» e due case contigue (Fig. 6).
Figura 6 - Alessandro Specchi, Palazzo Nunez in via Condotti in Nuovo Teatro dei Palazzi di Roma, 1699

24Per la costruzione di quest’ultimo viene chiamato Giovanni Antonio de Rossi, e la costruzione è da datare agli anni 1659- 166056, dato che negli anni immediatamente successivi vengono concesse una serie di licenze, da parte della Presidenza delle Strade, inerenti alla sua costruzione57. Non è un caso che Francesco Nunez Sanchez affidi il progetto del suo palazzo a colui che all’epoca era forse il più «collaudato» e famoso architetto nel campo di questa tipologia, in particolare quando si trattava di adattare e accorpare degli edifici preesistenti, trasformandoli in edifici funzionali all’interno e aulici all’esterno, secondo uno schema di facciata estremamente riconoscibile, legato alla tradizione ma anche alla praticità. Tra gli edifici più celebri, dove appunto il de Rossi interviene con delle opere di unificazione e stabilisce il «tipo» del palazzo romano del secondo Seicento58, vi sono palazzo Altieri, palazzo d’Aste, palazzo Muti Bussi e numerosi altri, tra cui il palazzo di Giacinto del Bufalo, abitato da Antonio da Gama de Padua. La decorazione interna del palazzo viene invece affidata a Giovan Francesco Grimaldi e Giacinto Calandrucci, anche essi affermati artisti all’epoca e richiesti dalla stessa tipologia di committenti. Il palazzo, diviso in 4 appartamenti, è abitato dalla numerosa famiglia di Francesco Nunez, morto senza discendenza, composta dalle famiglie del fratello Gasparo, e delle sorelle Artemisia e Caterina, con i loro figli tra cui Francesco Nunez Sanchez jr. erede del fedecommesso, che Clemente X (1670-1676) gli concede nel 167459. Contemporaneamente, Francesco Nunez Sanchez acquista dal cardinale Virginio Orsini i feudi di Cantalupo e di Bardella, con relativo titolo marchionale, in un momento in cui l’antica famiglia baronale romana, travolta dai debiti, si vede obbligata a disfarsi di gran parte delle sue proprietà60.
25Sempre negli stessi anni, Francesco Nunez Sanchez compera da Paolo Panizza un casino ad Albano, che verrà successivamente ampliato dal nipote Vincenzo nel 1729, probabilmente su progetto di Tommaso de Marchis61. I Nunez Sanchez infine sono anche proprietari di un certo numero di vigne tra le quali una posta lunga la via Salaria, poco distante dalla proprietà dei da Gama, di circa 40 pezze «in vocabolo Crocefisso o Monte delle Gioie»62, ed un'altra nei pressi di Porta San Lorenzo, che verrà successivamente acquistata dai Sacripanti63.
26Grazie ad un accorta politica matrimoniale, che cerca da una parte di imparentarsi con membri di antiche famiglie romane, spesso decadute, e alle quali non venivano richieste grandi doti, e dall’altra di continuare ad avere dei forti legami con la ricca comunità portoghese che si era stabilita a Roma, la generazione dei nipoti di Francesco Nunez Sanchez si lega ai Gottifredi, ai Naldi della Bordisiera e ai Caffarelli, ma anche ai Paiva e ai Perez Vergueiro. Questi ultimi non solo erano soci in affari con i Nunez Sanchez, ma abitavano anche essi in via Condotti64. Gaspare Perez Vergueiro, morto nel 1708, lascia un’eredità di ben 80.000 scudi al cugino Vincenzo Nunez Sanchez, nipote di Francesco, oltre a numerosi altri lasciti tra cui l’istituzione di una dote per maritare delle zitelle povere a Roma e Evora, città dove possedeva diversi immobili65. I legami famigliari tra le famiglie Nunez Sanchez, Paiva e Perez Vergueiro sono raffigurati in un albero genealogico esistente presso l’archivio della chiesa di S. Antonio dei Portoghesi a Roma (Fig. 7), e dove si vede che il capostipite comune era Gonzalo Mendes, bisnonno di Francesco Nunez Sanchez66.
Figura 7 - Albero genealogico dei discendenti di Gonzalo Mendes

Archivio dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio a Roma, Testamenti, B.018, f. 168
27Un'altra famiglia di origine portoghese, e anche essa probabilmente stabilitasi a Roma nella seconda metà del Seicento, è quella dei Gomez Homen, che intorno alla fine del secolo è proprietaria di un palazzo67 sito in via della Croce (Fig. 8), anche questo realizzato da Giovanni Antonio de Rossi che ricostruisce in nuova forma delle case preesistenti che Baldassare Gomez Homen aveva acquistato nel 1669. Nel 1678 queste ultime vengono «ridotte» dal de Rossi «ad uso di palazzo»68, con un impostazione della pianta che oramai era diventata classica nell’opera dell’architetto, ovvero con un asse di simmetria molto forte69.
Figura 8 - Palazzo Gomez Homen in Via della Croce a Roma

28Infine, nei pressi di Santa Maria sopra Minerva si trovavano altre due residenze appartenenti a famiglie di origine portoghese, ovvero il palazzo appartenente ai Nunez, che il Valesio chiama i «Nunez della Minerva»70, per distinguerli dai Nunez Sanchez, con titolo marchionale, e con un rango sociale più elevato forse perché giunti prima a Roma, e la residenza dei Fonseca71, arrivati a Roma nel XVI secolo. In ambedue i casi si tratta però di famiglie che sono integrate da più tempo nella società romana, e la cui identità portoghese, alla fine del XVII secolo, è meno riconoscibile72, anche grazie a matrimoni con membri di famiglie romane73. A questo proposito anche la scelta di risiedere nei pressi della Minerva, segna forse una più grande volontà da parte di queste famiglie di inserirsi maggiormente in ambito cittadino74, a differenza delle altre famiglie portoghesi giunte a Roma in un periodo successivo, che invece tendono a stabilirsi nell’area del Tridente e di via del Corso (Fig. 9), che a partire dalla seconda metà del XVII secolo diventano il vero e proprio centro cittadino, luogo di residenza di famiglie aristocratiche romane ma anche di residenza di ricchi forestieri. A questo proposito è abbastanza illuminante la scelta operata da Francesco Nunez Sanchez di costruire il palazzo di famiglia lungo via Condotti, strada che collegava il Tridente con il cuore della Roma rinascimentale, e con la chiesa di S. Antonio dei Portoghesi, mentre Antonio da Gama de Padua stabilisce la sua residenza lungo la strada più importante e prestigiosa della Roma della seconda metà del XVII secolo, ruolo che manterrà almeno sino alla fine del secolo successivo.
Figura 9 - Localizzazione delle diverse proprietà portoghesi a Roma sulla base della pianta di G.B. Nolli del 1848

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Notes de bas de page
1 NELSON NOVOA James W. (2018) – «La nazione cristiana nuova portoghese a Roma (1532-1668)». In CABIBBO S.; SERRA A. (eds), Venire a Roma, restare a Roma. Forestieri e stranieri fra Quattro e Settecento. Roma: RomaTre press, pp. 217-230.
2 NELSON NOVOA, James W. (2014) - Being the Nação in the Eternal City. New Christian Lives in Sixtheenth-Century Rome. Portuguese Studies Review Monograph Series, vol. 2, Peterborough: Baywolf Press. NELSON NOVOA, James W. (2016) - The ‘Nação’ as a Political Entity at the Court of Rome. Journal of Levantine Studies, 6, Summer/Winter 2016, pp. 277-293.
3 PEREIRA ROSA Maria de Lurdes (1994) - L’Ospedale della nazione portoghese di Roma, sec. XIV-XX. MEFR, 106-1, pp. 73-128.
4 NELSON NOVOA, James W. (2005) – «Roman Exile and Iberian Identity. Antonio da Fonseca between Churches and Identities in Sixteenth-Century Rome». In KOLLER A.; KUBERSKY-PIREDDA S. (eds.) Identità e rappresentazione. Le chiese nazionali a Roma, 1450-1650. Roma: Campisano, pp. 93-111; p. 95.
5 Nelson Novoa (2005) - Roman Exile.
6 Sulla figura di Manuel da Gama de Padua, cfr. LLOYD, Ana Paula (2016) - Manuel da Gama de Padua’s Political Networks: Service, Subversion, and the Disruption of the Portuguese Inquisition. Journal of Levantine Studies. 6, Summer/Winter, pp. 251-275.
7 Nelson Novoa (2018) – La nazione cristiana, p. 218.
8 LLOYD (2016) – Manuel da Gama de Padua, pp. 256-257.
9 Tra i vari metodi contestati al tribunale, vi era quello di poter incarcerare un membro della comunità dei Cristãos Novos sulla base di una sola testimonianza, cfr. LLOYD (2016), Manuel da Gama de Padua, p. 256.
10 LLOYD (2016) – Manuel da Gama de Padua, p. 262.
11 DIAZ RODRIGUEZ, Antonio J. (2018) - Mercaderes de la Graça: las compañias de negocios curiales entre Roma y Portugal en la Edad Moderna. Ler Historia, 72, pp. 55-76.
12 Archivio di Stato di Roma, Trenta Notai Capitolini, uff. 29, Stefano Mancinelli, 11 novembre 1705.
13 DÍAZ RODRÍGUEZ (2018) – Mercaderes de la Graça, p.70, n. 17.
14 Da Gama era Commendatore dell’ordine di Nostro Signore Gesù Cristo del Portogallo.
15 DÍAZ RODRÍGUEZ (2018) – Mercaderes de la Graça, p. 72.
16 Archivio di Stato di Roma, Notaio dell’Auditor Camera, vol. 5635, cc. 614r-618v, 630r-633v.
17 LEPRI, Giada (2015) – «L’architettura degli edifici e il disegno del giardino. Dalla formazione della proprietà agli interventi settecenteschi di Alessandro Dori e Carlo Marchionni». In Massimo Lancellotti E. (ed.). Villa Gangalandi Lancellotti. Roma: Gangemi Editore, pp. 11-65.
18 Una pezza romana corrispondeva a 2640,63 mq.
19 LEPRI, Giada (2013) – «L’evoluzione di un territorio suburbano tra la via Salaria e la via Nomentana attraverso lo studio dei Catasti dell’archivio dei Canonici Lateranensi di Roma». In CADINU M. (ed.). I Catasti e la storia dei Luoghi. Roma: Edizioni Kappa, pp. 381-396, p. 386.
20 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 13, 22 giugno 1684, cc. 227r-321v.
21 TITI, Filippo (1763) - Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte al pubblico in Roma, Roma: Nella stamperia di Marco Pagliarini. p. 484; ANTINORI, Aloisio (2017) – «La costruzione della carriera di Carlo Fontana: il ruolo delle stampe». In BONACCORSO G.; MOSCHINI F. (eds.). Carlo Fontana 1638-1714, Celebrato Architetto. Roma: Accademia Nazionale di San Luca, pp. 148-154.
22 Roma, Archivio dei Canonici Lateranensi di San Pietro in Vincoli, Posizione 402, M. 1008, ID 4842.
23 La vigna era gravata di un canone di 4 scudi e 35 baiocchi.
24 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 12, 7 settembre 1703, cc. 27r-28v.
25 Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Registro 56, c. 120r.
26 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 35, 3 settembre 1705, cc. 534r-559r.
27 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 29, 11 novembre 1705, cc. 850r-v.
28 Nei documenti la vigna viene spesso localizzata nei pressi delle catacombe di Santa Petronilla, cfr. Roma, Catasto dei Canonici Lateranensi di San Pietro in Vincoli, Posizione 402, M. 1008, ID 4842, Catasto 1712-1750, cc. 133v-134v
29 Roma, Archivio Massimo Lancellotti.
30 SPINAZZE’, Sabrina (2015) – «La lottizzazione della villa nel Novecento e la nascita del quartiere intorno a piazza Verbano». In MASSIMO LANCELLOTTI E. (ed.). Villa Gangalandi Lancellotti. Roma: Gangemi Editore, pp. 171-206.
31 BELLI BARSALI, Isa (1983) – Le Ville di Roma. Milano: Rusconi.; CREMONA, Alessandro (2012) – «I ‘commodi necessari’: ville ed edifici nobilitati come luoghi per la villeggiatura e il riposo». In CAMPITELLI A.; CREMONA A. (ed.). Atlante storico delle ville e dei giardini di Roma. Milano: Jaca Book, pp. 185-198.
32 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 36, 6 luglio 1719, cc. 318r-322r.
33 Archivio di Stato di Roma, 30 Notai Capitolini, Ufficio 36, 6 luglio 1719, cc. 318r-322r.
34 DÍAZ RODRíGUEZ (2018) – Mercaderes de la Graça, p. 71.
35 VALESIO, Francesco (ed. 1978) - Diario di Roma. Milano: Longanesi, pp. 435, 442.
36 LEPRI (2015) - L’architettura degli edifici e il disegno del giardino.
37 LEPRI Giada (2021a) - «Investimenti immobiliari e proprietà portoghesi a Roma tra il XVII e il XVIII secolo. Antonio da Gama de Padua: la residenza in via del Corso, la vigna sulla via Salaria». In NELSON NOVOA J.W. (ed.). Tracce della presenza iberica a Roma in età moderna. Percorsi, luoghi e vite. www.giornaledistoria.net, 36/2021, pp. 1-28.
38 WADDY Patricia (1996) – «Giacinto del Bufalo ‘Maestro delle Strade’ and Homeowner». In STRIKER C.L. (ed.). Architectural Studies in Memory of Richard Krautheimer. Mainz am Rhein: Zabern, pp. 175-179. p. 176.
39 LEPRI, Giada (2021b) – Dalla Casa al Palazzo. Evoluzione e trasformazione delle proprietà di Giacinto del Bufalo lungo via del Corso durante il XVII secolo nell’ambito della politica urbanistica di papa Alessandro VII (1655-1667). Storia dell’Urbanistica, 13/2021, in cds.
40 WADDY (1996) - Giacinto del Bufalo; LEPRI (2021b) - Dalla Casa al Palazzo.
41 WADDY (1996) – Giacinto del Bufalo, p. 177.
42 WADDY (1996) – Giacinto del Bufalo.
43 Archivio di Stato di Roma, Archivio Santacroce, b. 818, foglio sciolto.
44 KRAUTHEIMER, Richard (1987) - La Roma di Alessandro VII. Roma: Edizioni dell’Elefante.
45 D’OREY, Leonor (1993) – «Portuguese Jewelry of the Eighteenth Century». In LEVENSON J.A. (ed.). The Age of the Baroque in Portugal. New Haven and London: Yale University Press, pp. 163-166.
46 Archivio dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio a Roma, Testamenti, AC. B. 018, f. 63.
47 VALERIANI Roberto (2015) - «Palazzo Nuñez e i suoi proprietari». In DEBENEDETTI E. (ed.). Antico, città, architettura. 2. Dai disegni e manoscritti dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte. «Studi sul Settecento Romano», 31, pp. 23-44. p. 30.
48 VALESIO (1978) – Diario di Roma, t. VI,p. 120.
49 ESCHINARDI, Francesco (1750) - Descrizione di Roma e dell’Agro Romano. Fatta già ad uso della carta topografica del Cingolani. Roma: Francioli Roma Salomoni. p. 335.
50 FEA, Carlo (1832) - Dei Condotti Antico-Moderno delle Acque, Vergine, Felice, Paola e loro autori. Roma Nella Stamperia R.C.A. p. 208.
51 MAGNI, Francesco (2007) - Repertorio delle creazioni di cittadinanza romana (secoli XIV-XIX). De Dominicis C. (ed.) http://www.accademiamoronania.it.
52 VALERI, Antonio (1899) - Casanova a Roma. Roma: Enzo Voghera Editore. pp. 12-15.
53 DÍAZ RODRÍGUEZ (2018) – Mercaderes de la Graça, p. 65.
54 VALERIANI, Roberto (2017) – Palazzo Torlonia. Roma: De Luca Editori. p. 30.
55 VALERIANI (2015) - Palazzo Nunez, p. 28.
56 SPAGNESI, Gianfranco (1964) – Giovanni Antonio de Rossi. Roma: Officina Edizioni. p. 74.
57 VALERIANI (2015) – Palazzo Nunez, pp. 25-27.
58 SPAGNESI (1964) – Giovanni Antonio de Rossi, p.57.
59 VALERIANI (2015) – Palazzo Nunez, pp. 29-30.
60 LA MARCA, Nicola (2000) – La Nobiltà romana e i suoi strumenti di perpetuazione del potere. Roma: Bulzoni Editore. pp. 505-507.
61 CRIALESI, Emanuele (2015) – La Residenza estiva di Letizia Bonaparte. Strenna dei Romanisti. pp. 173-194, pp. 176-177.
62 Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, b. 442. Tassa delle Vigne per l’anno 1735.
63 VALESIO (1978) – Diario di Roma, t. IV, p. 705.
64 VALERIANI (2017) – Palazzo Torlonia, pp. 31-32.
65 Per il testamento di Gaspare Perez Vergueiro morto il 17 agosto 1708, cfr. Archivio dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma, Testamenti, B.018-014.
66 Archivio dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma, Testamenti, B.018-165.
67 Per palazzo Gomez Homen, cfr. CARBONARA, Sabina (1998) - «La residenza patrizia minore alla fine del Seicento: palazzo Gomez Homen in via della Croce». In DEBENEDETTI E. (ed.), Roma, le case, la città. «Studi sul Settecento romano». 14, Roma: Bonsignori, pp. 61-75.
68 CARBONARA (1998) – La residenza patrizia minore, p. 63.
69 SPAGNESI (1964) – Giovanni Antonio de Rossi, pp. 172-173.
70 VALERIANI (2015) – Palazzo Nunez, p. 30.
71 Sulla famiglia Fonseca, cfr. Nelson Novoa (2018) – La nazione cristiana nuova portoghese.
72 NELSON NOVOA (2018) – La nazione cristiana nuova portoghese, p. 223.
73 DE DOMINICIS, Claudio (1992) – La famiglia Fonseca di Roma. Strenna dei Romanisti. pp. 159-174.
74 NELSON NOVOA (2018) – La nazione cristiana nuova portoghese, p. 228.
Auteur
-
Giada Lepri
Sapienza Università di Roma, giadalepri@hotmail.com
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2013
Os Municípios no Portugal Moderno
Dos Forais Manuelinos às Reformas Liberais
Mafalda Soares da Cunha et Teresa Fonseca (dir.)
2005
A Historiografia Medieval Portuguesa na viragem do Milénio
Análise Bibliométrica (2000-2010)
Filipa Medeiros
2015
Ecclesiastics and political state building in the Iberian monarchies, 13th-15th centuries
Hermínia Vasconcelos Vilar et Maria João Branco (dir.)
2016
Da Comunicação ao Sistema de Informação
O Santo Ofício e o Algarve (1700-1750)
Nelson Vaquinhas
2010
