Il prezzo di mercato nell’Egitto ellenistico
p. 191-206
Texte intégral
1Lo scopo di queste pagine è di tracciare una breve e parziale rassegna di quanto la documentazione papiracea offre per lo studio della definizione di prezzi di mercato nell’Egitto tolemaico1. I papiri infatti sono spesso ricchi di informazioni, talora sommarie o addirittura approssimative, peraltro comunque meritevoli di qualche attenzione, ma la cui interpretazione ha condotto talvolta a valutazioni affrettate e superficiali, in altri casi, al contrario, essa è risultata completamente assente. Manca comunque uno studio sistematico e d’insieme, sicuramente però da auspicare. Infatti, sebbene di recente l’attenzione alla componente economica della storia ellenistica si sia espressa in numerosi contributi, spesso riguardanti specificamente l’Egitto2, gli aspetti più strettamente connessi con l’estensione, l’organizzazione, lo svolgimento e gli andamenti del mercato interno egiziano, seppure sovente sfiorati o rapidamente trattati, sono rimasti in secondo piano.
Definizione di prezzo di mercato
2Le principali definizioni che la scienza economica contemporanea fornisce per il ‘prezzo di mercato’ insistono sul ruolo indispensabile giocato dalla concorrenza nel determinare un prezzo che contemporaneamente soddisfi l’esigenza di una clientela che è disposta a pagare una certa somma per l’acquisizione di un bene, e un fornitore in grado di procurare quel bene includendo nel prezzo le componenti che gli consentono di garantirsi un guadagno. La concorrenza infatti consente di mantenere il rapporto tra domanda e offerta, anche di beni indispensabili, entro un equilibrio in cui la domanda non viene prevaricata dall’offerta. Un mercato perfettamente concorrenziale tuttavia dovrebbe a sua volta soddisfare quattro condizioni: a) tutti i partecipanti al mercato sono in ogni momento al corrente delle opportunità che il mercato offre; b) i compratori e i venditori sono ugualmente dimensionati e indipendenti c) l’inserimento di nuovi prodotti è semplice; d) esiste facilità di movimento di capitali da un settore ad un altro. Un mercato concorrenziale è inoltre composto da molti compratori e molti venditori, in modo che nessun singolo compratore o venditore può esercitare un’influenza significativa sui prezzi.
3Rispetto a queste definizioni, la realtà economica testimoniata dai papiri dell’età ellenistica, e in genere in epoca greca e romana, pone parecchi limiti, quando si voglia ricercare se e fino a che punto esistesse la nozione e quindi l’influenza di prezzi di mercato per beni comunemente oggetto di transazioni. Prima di tutto l’attuale differenza teorica e pratica tra prezzi correnti e prezzi di mercato, spesso non coincidenti, ben difficilmente è riscontrabile nell’antichità; poi l’esistenza di numerosi monopoli regi toglieva teoricamente ad una concorrenza la possibilità di proporre in partenza prezzi differenti per una grande quantità di prodotti. Inoltre la natura dei documenti che si hanno a disposizione spesso non consente di stabilire dei potenziali confronti con altri prezzi eventualmente praticati per gli stessi beni, né le informazioni su questo aspetto sono immediatamente perspicue. Indubbiamente il prezzo di mercato più significativo, una volta determinato, era quello del grano, che non era oggetto di un monopolio statale e rappresentava il prodotto maggiormente commercializzato e di cui sono più numerose le attestazioni. Tuttavia, come si vedrà, il prezzo praticato nei mercati in realtà poteva risultare molto diverso anche per beni soggetti a controllo statale e, per contro, anche un prodotto come il grano in realtà subiva ad esempio, un forte condizionamento da parte dell’amministrazione regia, rappresentato dai prezzi fissati ad Alessandria per le sementi e dalla componente fiscale determinata e riscossa in natura su molta parte dei terreni posseduti dal tesoro regio.
4Un’ulteriore incognita è poi costituita dalla pressoché totale ignoranza che abbiamo circa le percentuali di guadagno applicate da rivenditori, sia all’interno di un impianto monopolistico, sia in regime di mercato libero, per cui non sempre è possibile confrontare prezzi la cui posizione nella filiera non è nota con sicurezza. Inoltre spesso non è nemmeno possibile ricostruire le condizioni in cui avvenivano le transazioni commerciali (mercati al dettaglio, vendite tra privati) o, e questo è uno dei casi più frequenti, le unità di misura utilizzate come riferimento per i prezzi riportati. Né siamo meglio informati sulle differenze tra prezzi praticati all’ingrosso e al dettaglio, se non che la nozione di tale differenza era ben chiara anche in questo caso.
5Date queste premesse, le pagine qui di seguito rappresentano un modestissimo tentativo di raccogliere alcuni esempi di una casistica plausibile che possa dare conto dell’esistenza, nell’Egitto tolemaico, di una consapevolezza della componente economica costituita dal prezzo di mercato delle merci3.
Terminologia
6Nei papiri si trovano varie forme che riconducono al concetto di “prezzo corrente, prezzo di mercato”:
ἡ ἐπὶ τοῦ καιροῦ τιμή, τιμὴ ἡ κατὰ καιρὸν ἐσομένη,
ἡ οὖσα τιμή, ἡ ἐσομένη τιμή, ἡ ἐσομένη ἐν ἀγορᾷ τιμή,
ἡ φαινομένη τιμή, ἐνεστῶσαι τιμαί
7Si tratta di espressioni che vengono usate in modo formulare all’interno di documenti nei quali la determinazione del prezzo era essenziale, ma non era possibile specificarla nel momento in cui erano redatti. Non mancano però espressioni simili, ma articolate diversamente, come τιμὴ ὡς ἂν πωλῆται ἐπὶ τῆς ἅλω (P. Frankf., 1), τιμὴν ἑκάστης ἀρτάβης τὴν ἐπὶ τοῦ καιροῦ [πρ]⁄ο⁄στησομένην ἐν Ἀλεξανδρεία[ι] (BGU, 4, 1142), πρὸς τὴν ἐπ’ ἀγορᾶς τιμήν (O. Bodl., 2, 2062)4. In tutti i casi qui citati è evidente che il riferimento comportava un prezzo sì variabile a seconda del momento e/o del luogo, ma pubblicamente verificabile e quindi oggettivamente accertabile.
“Il più alto prezzo di mercato”
8Alcuni documenti di prestito in natura fanno riferimento, nelle clausole di penalità in caso di mancata restituzione del prodotto prestato, ad una penale in denaro calcolata sulla base del “più alto prezzo nell’agorà”5 spuntabile o rilevato per il prodotto, formula che implica la definizione di una sorta di “quotazione” dei prodotti in questione con un prezzo più basso e uno più alto (forse la penale consisteva nel valutare il valore della merce ricevuta, per quanto basso all’atto del prestito, al più alto livello), ma soprattutto sembrerebbe implicare un controllo esterno sugli importi dei prezzi praticati in un certo mercato in quel certo giorno.
I prezzi più bassi
9Se ci si domanda per quali prodotti esistesse un prezzo di mercato in Egitto la risposta più ovvia è: per qualunque oggetto di commercio; ma naturalmente i prodotti agricoli sono quelli più facilmente documentati. Così oltre al grano6 o al vino, si ha per esempio attestazione diretta di “prezzi di mercato”, cioè di acquisti effettivamente affettuati in agorà, per il fieno, il loto, l’olio, probabilmente il formaggio, ma anche il ferro7. Ci sono poi riscontri per valutazioni sui prezzi, più o meno convenienti, che implicitamente rinviano a forme di offerte differenziate anche nel tempo8. Apparentemente sembrano esserci prezzi diversi anche per il papiro (che era oggetto di monopolio, cf. però infra, XX). Un genere particolare poi sono le cariche sacerdotali per le quali risulta che ad Alessandria si tentasse di vietarne le transazioni (C.Ord.Ptol., 53 = P. Tebt., 1, 5, 80 sq.). Dagli esempi citati risulta chiaramente che non solo i prezzi potevano variare anche sensibilmente (si veda il prezzo del formaggio che Zenone vorrebbe vendere a 10 dracme al talento, più di 25 kg., e che il suo agente Iason non riesce a spuntare per più di 6, con una “perdita” del 40%, o la preoccupata richiesta di Philinos, sopra ricordata, di mandare subito grano e orzo da vendere perché i prezzi calano), ma che la consapevolezza delle differenze presenti sui vari mercati dei villaggi induceva a volte a spostarsi per acquistare più convenientemente dei prodotti, come nel caso del loto che il parsimonioso L. Bellenus Gemellus di P. Fay.,111 fa acquistare sulla piazza di Dionysias perché lì “dicono che si trovi a 18 dracme”, evidentemente un prezzo favorevole. Esempi i cui si precisa la maggiore convenienza di alcuni mercati per certi prodotti sono ancora presenti nell’archivio di Zenone, per sua natura particolarmente abbondante nella documentazione di questi casi: P. Cair.Zen., 2, 59270 (251 a.C.): παρεγένοντο πρὸς μὲ οἱ ἰβιοβοσκοὶ ἐχθὲς ⁄ο⁄ἱ ἐκ Μήας βουλόμενοι εὐωνότερα ἀποδόσθαι (scil. τὰ κεκομμένα), oppure P. Cair.Zen., 3, 59488 (c. 250 a.C.): οὐκ ἐμνήσθην σοι ἐνδημοῦντι ἐντείλασθαι ὑπὲρ ξυστρῶ⁄ν ἀγόρασον οὖν μοι, εὔωνοι γάρ εἰσιν ἐν Μέμφει, ἀνδρείας μὲν 6, παιδικὰς δὲ 6 τῶν Σικυωνιουργῶν ὅτι καθαρωτάτας. Se la maggiore convenienza dei sistri a Menfi dipendesse dall’antica presenza greca e da una più numerosa freequentazione del ginnasio che garantiva un smercio costante di quegli oggetti è pura ipotesi; certo, come si vede, il prezzo di mercato al dettaglio di un manufatto “industriale” in un villaggio, non diversamente da oggi, risultava più caro9.
10Un altro aspetto della questione riguarda poi la contrattazione e definizione di un buon prezzo rispetto ad un acquisto all’ingrosso: è il caso di P. Cair.Zen., 3, 59470 (256-246 a.C.), una lettera di un agente di Zenone, Molossos, il quale, inviato evidentemente per procedere ad una serie di acquisti, si trova di fronte alla possibilità di comperare lino e papiro (entrambi comunque generi di monopolio) in quantità e prezzi convenienti: per il lino si parla nel documento di 10.000 “rotoli”10, tanto da pregare Zenone di dare disposizione alla banca di provvedere alla somma necessaria per l’acquisto. Il papiro è lacunoso e quindi i prezzi non sono riportati, ma la situazione descritta è ugualmente significativa.
Chi lo determina e chi lo fissa?
11Per definizione, il prezzo di mercato dovrebbe dipendere essenzialmente dalle variabili dell’offerta e della domanda, ma ci sono indizi che in parte venisse determinato da una componente definita dall’autorità. Uno dei documenti più celebri della storia economica e amministrativa tolemaica, il P. Tebt., 3, 703 (208 a.C. circa), pubblicato da M. Rostovtzeff e concordemente ritenuto una lettera di istruzioni ad un oikonomos, accenna infatti all’esistenza di διαγεγραμμέναι τιμαί per i prodotti oggetto di monopoli appaltati, ma riferisce anche di generi soggetti a libera vendita, e quindi a prezzi liberamente fissati (o per meglio dire prezzi non fissati, οὐχ ἑστηκυίαι τιμαῖ11), per i quali però viene indicata una forma di controllo, proprio rispetto ad un “congruo ricavo”, σύμμετρον ἐπιγένημα, e ad uno smercio tempestivo12. Il ruolo dell’economo nel determinare almeno alcuni prezzi, evidentemente soprattutto quando fossero collegati a prodotti in tutto o in parte compresi nella gestione di monopoli regi, è documentato anche da P. Col., 3, 55 (250 a.C.) una ricevuta di consegna di 115 metreti di vino acquistati dal nomarca Etearchos al comogrammateo Anosis, in cui si riferisce di un prezzo di 6 dracme per i 40 metreti provenienti dalla produzione della dorea di Apollonios, prezzo conforme però a quello fissato dall’economo dell’Arsinoite Aristandros per i rivenditori di Bacchias e Hephaistias13.
12Assai diverso, e apparentemente eccezionale, è invece l’intervento pubblico sul prezzo del grano, che non era oggetto di monopolio, così come risulta da P. Köln, 5, 217 (195 a.C. ?); si tratta infatti di un rapporto pentemerico stilato da un “preposto alla distribuzione del grano”, ὁ πρὸς τῆι διαθέσει, il quale riferisce di aver smerciato grano a 10 dracme in meno del prezzo praticato nell’agorà di Menfi14. L’importanza del documento risiede ovviamente nella testimonianza di un intervento di tipo sostanzialmente calmieristico con cui, secondo l’editore, si tentava forse di rallentare la spinta inflazionistica che i prezzi avevano registrato tra iii e ii secolo a.C., il che naturalmente porterebbe immediatamente a collegare questo documento al P. Tebt., 3, 703 sopra citato, con la sua menzione di prezzi correttamente fissati ed anche di disponibilità dei prodotti sul mercato garantita (contro tentativi di accaparramento a scopo speculativo, presumibilmente15).
13In rapporto a condizionamenti del mercato da parte di funzionari pubblici che riflettono esigenze di convenienza da parte dello stato, un ruolo analogo è del resto rivestito dal prefetto, in età romana, il quale stabiliva un prezzo per il πυρὸς συναγοραστικός, frumentum emptum (o imperatum ?)16
I rapporti tra i prezzi di mercato di prodotti differenti
14Le informazioni relative a prezzi di alcuni generi agricoli possono aprire prospettive interessanti sulle forme di condizionamento dei prezzi di mercato, da parte dello stato, non solo del grano, ma anche di altre granaglie, e talora questi rapporti si rivelano soprattutto complessi quando investono generi di monopolio, in cui pure, apparentemente, non si sarebbero dovuti verificare fenomeni poco chiari.
15È il caso testimoniato da P. Berl.Salmen., 1917 (78 a.C.) in cui Leonides, sitologo di Bousiris, deve consegnare al mercante (emporos) Hermias 2005 artabe di lenticchie al prezzo di 2,5 dr. d’argento per artaba. Secondo il rapporto di valore 3:2 tra lenticchie e grano che risulta dal P. Berl.Salmen., 618, il prezzo del grano allora avrebbe dovuto essere 3,75 dr. all’artaba: si trattava quindi di un prezzo piuttosto alto19. Il fatto che il prezzo sia dato in argento può dipendere sia dal fatto che il prezzo ufficiale come tale era fissato ad Alessandria (dove tra l’altro il denaro doveva pervenire), sia perché le lenticchie erano genere di monopolio. Ciò che colpisce comunque è che questo legume fosse, in quantità rilevante, oggetto di mercato da parte di un emporos il quale evidentemente lo rivendeva con un guadagno, determinando perciò, sia che la derrata venisse consumata, sia che il mercante la smerciasse per semine “non ufficiali”, un prezzo di mercato “libero”, ma sicuramente comunque superiore a quello fissato nei granai pubblici20.
16In P. Berl.Salmen., 5 (86 a.C.) invece il thesauros di Bousiris non ha 125 artabe di spelta, olyra, da distribuire ai contadini di Besgu per la semina, perciò l’ὁ πρὸς τῶν προσόδων Sarapion ordina al sitologo Leonides di consegnare 75 artabe di lenticchie calcolate a 2000 dr. all’artaba in modo che i contadini possano venderle e comprare la spelta necessaria “dai prezzi di mercato” (ἐκ τῶν ἐν ἀγορᾶι τιμῶν), in ragione di 1200 dr. per artaba di olyra, dunque secondo un’importo che dà lo stesso valore monetario totale, secondo il rapporto ufficialmente fissato tra il valore delle lenticchie e quello della spelta, in relazione al grano, rispettivamente di 3:2 e 5:2. Secondo questi dati il prezzo del grano, calcolato sul rapporto fisso che si è visto anche per il documento precendente, dovrebbe essere di 3000 dr. di bronzo all’artaba, al momento della semina. Se si applicasse una ratio, attestata per questo periodo, tra argento e bronzo di 1: 750, il prezzo stabilito da Sarapion equivarrebbe a 4 dr. d’argento per artaba, cioè circa un 5% in più rispetto al prezzo derivato dai dati di P. Berl.Salmen., 19. Questi dati da una parte attestano la ben nota svalutazione del bronzo, dall’altra, se non si vuole trovare del tutto incomprensibile una situazione in cui gli agricoltori avrebbero dovuto pagare di tasca propria il ricarico sul mercato libero delle sementi di cui avevano l’obbligo di servirsi, allora si deve pensare che Sarapion ordinasse un artificio contabile che, sopravvalutando le lenticchie proprio all’interno dei rapporti consueti tra i valori dei prodotti, consentisse agli agricoltori di avere un piccolo margine per procurarsi la spelta, corrispondente al 5% circa appunto. Che questo potesse rientrare nelle prerogative del funzionario superiore, che andava in questo modo a modificare in parte dei prezzi ufficialmente definiti, è un ipotetico corollario del nostro documento, ma come l’espediente venisse portato a compimento in sede di rendiconto della contabilità del granaio è difficile dire. Comunque è forte la tentazione di vedere in questa situazione un esempio di come la realtà di mercati agricoli liberi, attivi e integrati con quelli condizionati dallo stato lagide (le lenticchie venivano probabilmente vendute dai contadini direttamente e quindi al di fuori del circuito ufficiale previsto per il genere di monopolio), fosse non solo presente alle autorità, ma perfettamente utilizzata per risolvere problemi di gestione della terra.
Il prezzo di mercato del denaro
17Anche il denaro, ovvero la moneta d’argento, risulta essere oggetto di mercato, con criteri specifici che ne regolavano le stime. Si veda ad esempio P. Tebt., 5, 1151 (112 a.C.): in esso è riportata una ratio tra argento e bronzo di 1: 487, 5 per il pagamento di un tetradracmo d’argento, valutato 1950 dr., da versare a una donna e a un certo Herakleides. Quello che lascia perplessi è che uno di questi due pagamenti sia fatto proprio a una “moglie”, forse dello scrivente, in 5 rate nell’arco di 4 giorni quasi successivi, e con due rate in uno stesso giorno: l’impressione è che ci sia sotto qualcosa di non completamente lecito. Nello stesso papiro si trova però anche una ratio più bassa di 1: 475, probabilmente per pezzi da 1 dr. e non da 4, o per monete con minore tenore di argento o consumate. Analoghe fluttuazioni sono attestate in P. Tebt., 3, 890 (ii a.C.) in cui, sia per un mnaiaion (ottodracmo d’oro), sia per tetradracmi, il valore in bronzo fornito varia21. Se, come sostiene Hazzard22, il prezzo/valore delle monete può variare per 3 ragioni, decisione ufficiale (improbabile nei papiri citati), qualità delle monete, possibili fattori speculativi, allora il mercato ne prendeva atto e ne definiva le condizioni di scambio (e non solo di cambio) e i valori, anche in rapporto alla qualità della “merce”.
18Ma un aspetto più importante, dal punto di vista economico, è quello relativo al vero e proprio costo del denaro, inteso nel senso anche moderno. Esisteva un prezzo di mercato che, in quanto tale, prevedesse l’esistenza di offerte più o meno convenienti per i prestiti? Sembra di sì, se si prende ad esempio il caso offerto da P. Cair. Zen., 3, 59327 (post 249 a.C.), in cui sono riportati i dati relativi a differenti prestiti su pegno contratti da agenti della dorea da differenti creditori, in località anche diverse da Philadelphia, evidentemente sulla base non solo della disponibilità di liquidi, ma anche delle modalità di contratto23; forse ad una realtà simile, benché in tutt’altro contesto dato che si tratta di un documento di carattere fiscale, benché più direttamente collegata alla problematica valutaria, si riferisce P. Paramone, 8, part. col. II, ll. 28-31.
Il prezzo del papiro
19Il papiro, come altri generi di monopolio, non avrebbe dovuto soggiacere nel prezzo a variazioni di mercato, ma i testi sembrano a volte fornire dati contrastanti rispetto a questo assunto. Lo Skeat, alcuni anni fa24, aveva osservato giustamente che è pressoché impossibile capire che specie di prezzi fossero quelli del papiro, dal momento che per i prezzi indicati nei testi non si specificano lunghezza e/o qualità della carta a cui si riferiscono. Si soffermava in particolare sugli esempi forniti dall’archivio di Eronino e da quello del grapheion di Tebtunis (i d.C.), in cui si sarebbero comunemente usati rotoli doppi (ditomoi) rispetto a quelli del iii d.C., per concludere che un pezzo di papiro di circa cm 28 x 22, sufficiente per scrivere una lettera, non sarebbe costato nel i d.C. più di 1/5 di obolo, cioè molto poco!
20Anche in età ellenistica ci sono alcune evidenze che possono essere interpretate alla luce di quanto proposto da Skeat: nel P. Tebt., 5, 1, a l. 120, per 2 rotoli non scritti si pagano 600 dr. a uno scriba del topogrammateus, ma a l. 25 per 10 rotoli, a 100 dr. ciascuno, se ne pagano 1000 al fabbricante (in P. Tebt., 5, 4 per un numero imprecisato di rotoli, – forse 10? – sono similmente pagate 1000 dracme). La differenza tra i prezzi di 100 e 300 dr. al rotolo può dipendere non dalla discrezionalità del venditore, ma dalla lunghezza dei rotoli: nel caso dei rotoli più economici si trattava probabilmente dei 20 kollemata che costituivano 1 tomos, proprio perché dalla fabbrica uscivano tutti uguali25, ma poi venivano spesso “allungati” a seconda delle esigenze degli acquirenti. Se i rotoli venduti dallo scriba del topogrammateus erano, come quelli usati nel grapheion di Tebtunis, dei ditomoi, cioè due rotoli da 20 fogli uniti insieme, allora i prezzi da confrontare sono 200 (due rotoli di fabbrica) e 300 dr., con un ricarico quindi da parte dello scriba, del 50%; ma non è escluso che per le necessità dell’ispezione dei terreni (di cui vengono elencate le spese nel papiro in oggetto), si approntassero rotoli di 3 tomoi. In questo caso il papiro risulterebbe, come ci si aspetta, escluso da oscillazioni di prezzo, almeno quando a usarlo erano funzionari pubblici.
Necessità di riferirsi a un prezzo di mercato
21Posto che, come si è visto, per alcuni prodotti potesse esistere una sostanziale concorrenza da cui discendeva un prezzo di mercato determinabile e verificabile, le categorie di documenti che più frequentemente forniscono esempi di riferimento ad un prezzo di mercato cui riferirsi sono quella dei prestiti in natura, comunque formulati, e quella delle vendite a termine. Nel primo caso, quello dei prestiti, il prezzo di mercato è la base di determinazione delle penali che si debbano eventualmente versare a fronte di una ritardata restituzione del prodotto oggetto del contratto26. Nel secondo caso, le vendite a termine, il prezzo della derrata, la cui fornitura viene dilazionata rispetto alla stipula del contratto, può implicitamente rispettare quello di mercato – con una fornitura corrispondente per quantità al denaro ricevuto in anticipo – ovvero essere molto più basso, con una fornitura eccessiva di merce a fronte di un prestito usurario, più probabile nei casi in cui non viene specificata la quantità o tipologia di merce che dovrà essere consegnata27.
Prezzi in “mercati speciali”
22L’archivio di Zenone documenta l’esistenza di un’apposita “agora” per l’approvvigionamento militare. In una lettera allarmata, in previsione di una visita del re e quindi dell’apertura di un “mercato” e di contestuali requisizioni28, Boubalos, agente di Apollonios a Memphis, avverte Zenone di aver fatto falciare e nascosto del fieno. Il timore evidentemente era quello di vedersi costretti e immettere su un mercato dai prezzi forzosamente compressi, prodotti il cui valore era evidentemente più alto. Per contro, pochi mesi dopo, il fieno è di nuovo al centro della corrispondenza inviata da Nicanor a Zenone: questa volta Zenone aveva chiesto al suo collega nel Menfite di acquistare per lui fieno contro grano. Ma la risposta è negativa: gli agenti dell’economo stanno comprando fieno per il servizio pubblico, quindi non solo la gente non vende contro grano e vuole essere pagata in argento, ma il prezzo è anche aumentato29. Come interpretare questi due dati, apparentemente contradditori? Probabilmente nel secondo caso la sottrazione, da parte di funzionari, di merce al mercato libero, aveva fatto salire in misura anomala il prezzo del fieno residuo (forse sottratto anch’esso alle pretese dei funzionari pubblici?) e i normali rapporti di valore in natura, per cui il fieno era considerato ἱσόπυρος, dovevano essere saltati.
Controllo dei prezzi nell’agorà?
23Com’è noto, in Egitto gli agoranomi espletavano essenzialmente una funzione notarile30 e per contro, l’assenza pressoché totale di strutture poliadi non sembrerebbe aver creato il presupposto perchè essi assolvessero, come nel resto del mondo greco, il compito di controllare gli scambi nei mercati, sia per quanto concerneva i prezzi, sia per quanto riguardava l’uso di pesi e misure corretti.
24A ben guardare però ci sono indizi che anche nelle metropoleis egiziane ci fossero testi di riferimento per verificare qualcosa di simile ad una “congruità prezzi”. In UPZ, 2, 202, da Diospolis Magna, si fa cenno a una timographia nell’agorà per stabilire quale fosse il prezzo del ferro da risarcire ai sacerdoti che dovevano ripristinare due ancore prestate allo stato31. La parola, con il suo corrispondente verbo τιμογράφειν, risulta attestata ancora in pochi documenti: I. Didyma, 103 (ii a.C.), P. Hever, 65 (131 d.C.), P. Babatha, 18 (128 d.C.), 37, SB, 18, 13303 (i d.C.), P. Col., 4, 98 (iii a.C. med.), P. Phrur.Diosk., 17 (151 o 140 a.C.)32. Il primo caso, non egiziano, è interessante perché si riferisce ad una programmazione di spesa per lavori al tempio di Apollo, sulla base di una sorta di preventivo per ciascuna opera stilato dagli eklogistai: κα[θότι τέθεικαν οἱ ἐγ]λογισταὶ τὰς τιμογραφίας ἑκάστου τῶν ἔργων κατὰ [τὸν ἀνενηνεγμ]ένον ὑπ’ αὐτῶν ἐπὶ τὸ νεωποιεῖον ἐγλογισμός (ll. 8-9). Nel caso del documento Diospolitano sopra citato invece si potrebbe veramente pensare ad un testo pubblicato nell’agorà in cui si riportavano i prezzi delle merci più rilevanti sul piano economico; malauguratamente il papiro è terribilmente mutilo. Mentre nel P. Col., parimenti frammentario, si fa riferimento ad una valutazione di animali per sacrifici al “prezzo attualmente corrente”33.
25Come curiosità si può anche ricordare che l’unica fonte letteraria che usa il verbo τιμογράφειν, la Settanta, dunque un testo redatto in Egitto, lo utilizza per indicare la stima del valore delle terre da cui attingere il denaro imposto dal Faraone Nechao al re Ioiakim34.
“Mercati” senza agorà
26Il mercato per antonomasia in greco è indicato dalla parola agora, lo spazio, non solo metaforico, nel quale elettivamente venivano scambiati i beni, al quale, come si è visto, si fa riferimento e dal quale giungono anche indicazioni di definizione e controllo dei prezzi. Evidentemente però esistevano beni i cui prezzi erano più difficili da definire, o meglio per i quali le forme di definizione e controllo rispondevano a condizioni ancora più complesse. Per esempio i prezzi relativi agli immobili, appezzamenti di terreno, case o ad edifici in genere, rispondevano naturalmente alle medesime regole di ogni altro tipo di transazione (domanda/offerta, qualità, quantità ecc.), sia per gli affitti sia per le vendite, ma evidentemente subivano, in maniera più diretta per i terreni, indotta per gli altri immobili, il condizionamento di un’ingombrante presenza da parte dello stato35, se non altro sotto il profilo fiscale rappresentato dalla tassa di trasferimento della proprietà36. Inoltre la spiccata ‘regionalità’ nei regimi di proprietà delle terre37 e la forte accentuazione degli aspetti legati alla redditività, più che a quelli patrimoniali, della proprietà di terra, contribuiva a rendere ancora più variabile, e per noi più difficilmente valutabile, il corso dei prezzi38.
27Un capitolo a sè richiederebbe poi il “mercato del lavoro”, con una maggiore attenzione di quanto forse non si sia prestata in passato39: i salari e i compensi, per i quali la documentazione è relativamente abbondante, ma di approccio complesso40, costituivano sicuramente un capitolo fondamentale dell’attività nelle agorai, capitolo di cui però non sussiste alcuna documentazione per la stessa natura dei rapporti, sovente giornalieri, che si stringevano oralmente41. Per contro sicuramente molti altri accordi venivano stipulati non solo privatamente, ma anche per iscritto, soprattutto quando l’ingaggio avveniva su base di squadre di lavoratori ovvero di piccoli gruppi che si associavano42 e prevedeva il pagamento del salario sia in denaro sia in natura43, anche se poi le informazioni sugli importi concordati non sono così perspicue da consentire di valutare un andamento dei prezzi per le diverse prestazioni. L’archivio di Zenone, al solito, fornisce qualche caso interessante, come quello del tessitore che si candida a lavorare presso Zenone, e offre anche uno sconto sul prezzo proposto da un concorrente44 o le ricevute di pagamento anticipato per lavori di scavo di canali che venivano pattuiti a “corpo”, cioè in base alla quantità di terra scavata, secondo un tariffario (cioè un prezzo di mercato ?) che poteva variare addirittura in relazione alla stagione45. Benché non manchino, anche per epoche e situazioni diverse, attestazioni delle difficoltà che i lavoratori agricoli incontravano soprattutto per essere pagati46, la documentazione zenoniana è stata certamente la più considerata per una valutazione sulle modalità di relazione tra datori di lavoro e dipendenti: se la tesi piuttosto pessimistica di Orrieux circa il trattamento e le condizioni di vita dei salariati agricoli (“On sait que le moyen de s’attacher un personnel efficace est de proposer des salaires élevés, des conditions de travail agréables et la garantie de l’emploi. A Philadelphie plus ancore que dans le reste de l’Égypte, on pratique la méthode inverse: les salaires sont trop bas, les fermages trop élevés, les baux renouvelés chaque année, l’endettement est la règle”47) può apparire forse un po’ radicale e non sempre rispettosa della molteplicità delle situazioni, bisogna però ammettere che la forza contrattuale dei prestatori d’opera non doveva essere sufficiente a garantire, almeno potenzialmente, una anche modesta mobilità sociale.
Problemi aperti
28Come si vede, nonostante le molte informazioni, rimangono numerose le incognite relative ai prezzi di mercato. Per esempio: come si componeva il prezzo della merce, anche in relazione al trattamento fiscale o alla componente derivante dal monopolio e quindi quali percentuali di ricarico venivano mediamente applicate da parte degli emporoi? Fino a che punto poteva influire la maggiore o minore concorrenza? Quale peso ebbero i mutamenti che gradualmente si verificarono nei mercati soggetti ai contraccolpi e all’impatto che le vicende politiche legate alla presenza greca crearono in Egitto48? Esisteva di norma una forma di controllo periferico, cioè al livello della singola transazione nell’agorà, così come accadeva nelle poleis49? Che ruolo e che peso potevano avere strutture di rete, comunicazione, parentela, clientela50? Certo il carico della fiscalità tolemaica, per la quale si sente sempre più la mancanza di un aggiornato studio d’insieme, non può non aver giocato un ruolo assolutamente peculiare rispetto ad altre realtà economiche coeve; tuttavia il potenziale documentario costituito dalle centinaia di papiri, di cui qui si è trattato solo per campionature scelte, dovrebbe rappresentare una sollecitazione a rinnovare anche questo aspetto della nostra conoscenza dell’economia antica.
Notes de bas de page
1Il testo propone sostanzialmente quanto esposto nella comunicazione tenuta a Bordeaux il 9 marzo 2007, durante l’Atelier de recherche “Institutions des marchés : Agoranomes et édiles 1”; ringrazio il prof. R. Descat per il cortese invito e i colleghi presenti che non fecero mancare utili e costruttive osservazioni.
Le abbreviazioni usate per le raccolte di papiri sono quelle della Checklist of editions of Greek, Latin, Demotic, and Coptic papyri, ostraca and tablets, web edition: http://library.duke.edu/rubenstein/scriptorium/papyrus/texts/clist_papyri.html.
2Ricordo in particolare il recente volume Von Reden 2007; Manning 2007, partic. 445, dove si fa genericamente riferimento ad una presunta stabilità di prezzi (“On the basis of the scanty evidence, commodity prices appear to have remained relatively stable”), ma tale affermazione è più volte ridimensionata dai documenti come si vedrà; Manning 2006. Sempre per quanto riguarda l’Egitto è significativo notare che nel volume Économie antique. Prix et formation des prix dans les économies antiques 1997, l’Egitto era trattato per l’epoca romana e tardo-antica. Del resto agli studiosi di economia antica, in special modo nel mondo romano, è ben presente l’apporto che la documentazione egiziana può recare ad una più ampia e conoscenza di questo specifico aspetto, cf. Lo Cascio 2009, 260-272 e 284-285.
Per una esposizione ampia e articolata su vari aspetti dei mercati anche in età ellenistica, ma incentrata prevalentemente sulla dimensione poliade, si veda ora il denso lavoro di Bresson 2008.
Peraltro in passato, oltre all’opera di Rostovtzeff, non è mancata una specifica attenzione alla documentazione egiziana per quanto concerneva la determinazione di prezzi: ricordo in particolare, oltre all’ormai archeologico Segrè 1922, l’opera di Heichelheim 1930, entrambe inutilizzabili, anche se ricche di dati, a causa della insufficiente conoscenza dei fenomeni valutari ed inflattivi studiati in anni seguenti.
3Alcuni degli esempi utilizzati risalgono all’epoca romana, ma le tipologie documentali a cui appartengono sono parse del tutto omologabili. Per contro, un’analisi della casistica e soprattutto del significato storico-economico della definizione di un prezzo di mercato nell’Egitto romano, provincia tra le più fortemente connotate come economicamente importanti nell’impero, penso che richieda una verifica specifica a integrazione di quanto già discusso da Rathbone 1997, 183-244, il quale affronta correttamente uno degli aspetti più dibattuti sull’argomento, e cioè la questione relativa all’inflazione del iii secolo d.C., ma necessariamente non comprende una valutazione, su scala microeconomica, della definizione di prezzi di mercato per i beni, anche se i riferimenti a “prezzi correnti” sono frequenti. Sull’uso del termine ἀγορά e le sue possibili specificazioni cf. Litinas 1997, 601-606. Si veda inoltre per una particolare allocuzione, implicitamente legata alla realtà di prezzi che mutavano e ai conseguenti adattamenti che nella quotidianità erano imposti, Cuvigny 2005.
4Si vedano anche altri esempi come BGU, 14, 2390, ll. 34-35 : ἀποτεισάτω Πολυήρατος Διζαόλωι οὗ ἂν αὐτῶι προσοφειλήσῃ σίτου τιμὴν ἑκάστης ἀρτάβης τῶν πυρῶν δραχμ[ὰ]ς τετρακοσίας καὶ ὅσωι ἂν πλείονος ⁄τούτ[ου] πώληται ἐν τῆι ἐν Ἡρακλέους πόλει ἀγορᾶι ; P. Adl., 15 : ἀποτεισάτω ..... παραχ⁄ρ⁄ῆ[μα] ἡμιόλιον ἢ τὴν ἐσομένην ἐν τῇ ἀγορᾶι τιμήν ; P. Amh., 2, 46: ἀποτεισάτω παραχρῆμα [ἡμιόλιον τὴ]ν ἐ[σο]μένην ἐν τῆι ἀγορᾷ τιμήν; P. Berl. Salmen., 5 (86 a.C.) : ἵν’ ἔχωσιν ἐκ τῶν ἐν ἀγορᾶι τιμῶν συναγοράσαι τὴν ὀλ[ύ]ραν.
5P. Amh., 2, 44 (137/136 a.C.) : τὴν ἐσομένην πλείστην τὴν ἐν τῆι ἀγορᾶι τιμήν ; P. Athen., 14 (22 d.C.) : τὴν ἐσομένην ἐν ἀγορᾶι πλείστην τιμήν.
6Un esempio particolarmente chiaro delle oscillazioni che il prezzo del grano poteva subire sui mercati della chora è la lettera preoccupata di Philinos a Zenone, P. Cair. Zen., 3, 59363 (242 a.C.), in cui gli chiede di inviare ἐν τάχει il grano e l’orzo (da vendere evidentemente), perché “i prezzi calano ogni giorno, a volte di mezzo obolo a volte di un quarto”. Naturalmente il valore, e non il prezzo, del grano, come pure dell’orzo, poteva oscillare fortemente, sia in alto sia in basso, anche in relazione al contesto economico o giuridico in cui veniva espresso: per esempio se si trattava di componente salariale o di penale per inadempienza contrattuale, cf. quanto osservato ad esempio da Cadell & Le Rider 1997, 57.
7Vino: P. Ent., 35 (222 a.C.): δέομαι οὖν σου, βασιλεῦ, προστάξαι Διοφάνει τῶι στρατηγῶι γράψαι Πολυκράτει τῶι ἐπιστάτηι, ἐὰν ᾖ τὰ διὰ τῆς ἐντεύξεως ἀληθῆ, εἰσπρᾶξαι αὐτὸν τοὺς 30 χο(ῦς) τοῦ οἴνου ἢ τὴν [ο]ὖσαν τιμὴν ἐν τῆ[ι] ἀγορᾶι.
Fieno: SB, 18, 13253 (iii a.C. archivio di Zenone): ἀ[ξιῶ ο]ὖ[ν σε] γράψαι ὧι καθήκ[ει] ἀποδοῦν[αί] μοι τὰ χορτάσματα, ἵνα μ[ὴ] χορτωνῶ ἐκ τῆς ἀγορᾶς πλείονος τιμῆς μηδὲ παρέλκωμαι.
Olio: P. Mich. Mchl., 25, (88 d.C.): ἔγραψά[ς] μοι περὶ τῆς τιμῆς τοῦ ἐλαίου ὅτι νῦν ἐστιν τιμῆς πολλῆς παρά σοι ⁄καὶ οὐ δοκεῖ μοι πολλοῦ ἀγοράσαι.
Loto: P. Fay., 111 (95/96 d.C.): περισσὸν ἐνετειλάμην σοι εἰς Διο[νυσι]άδα μεῖναι δύο ἡμέρας ἕως ἀγοράσῃς λωτίνου (ἀρτάβας) 20. λέγουσι εἶναι τὸ λώτινον ἐν τῇ Διονυσιά[δι] ἐκ (δραχμῶν) 18. ὡς ἐὰν βλέπῃς [τ]ὴν τιμὴν πάντως ἀγόρασον τὰς τοῦ λωτίνου (ἀρτάβας) 20, [ἀ]ναγκαῖον ἥγησα[ι].
Formaggio: P. Lond., 7, 2006: κ⁄αὶ τὸν τυρὸν ὃν γράφεις ἡμῖν πα[ρ]αλαμβάνειν ἐκ 10 (δραχμῶν) τὸ τάλαντον οὐχ̣ εὑρίσκει τὸ τά(λαντον) ἀλλ’ ἢ (δραχμὰς) 6.
Ferro: UPZ, 2, 202 (130 a.C.). τίς ἐν ἀγορᾶι συνέστη[κεν τοῦ κατασκευασθησομένου ὁλκίου τιμή,] ἐπισκεψάμενον ἀνενεγκεῖν, ἐπισκοποῦντες εὑρίσκομεν [εἶναι ἐν ἀγορᾶι τῆς μνᾶς τὴ]ν τιμὴν (δραχμῶν) 500.
8Cf. P. Köln, 6, 278 (i d.C.), in una lettera privata, a una domanda lo scrivente risponde che il miele e la cera “sono da poco calati di prezzo” (ἄρτι δὲ εὐωνότερά ἐστι τὰ δύο ταῦτα).
9Un caso analogo, di epoca notevolmente più tarda, in P. Stras., 4, 183 (iv d.C.?), in cui il mittente di una lettera chiede al suo corrispondente di verificare se i prezzi di prodotti tessili a Hermoupolis siano più convenienti. Altri esempi di attenzione alla convenienza dei prezzi in Reekmans 1996, 118-119.
10ll. 3-7: πωλοῦνται δὲ ἀνὰ [ - - -] ἐρωτώμενοι δὲ οἱ κάπελοι εἰ δύνανται διατεθῆναι δέσμαι μ(ύριαι) α ἔφασ[αν δύνασθαι. ὅσον οὖν σοι] λυσιτελές ἐστι, πέμπε τὴν ταχίστην καὶ τὸν διαθησόμενον· πρόστ[αξον δὲ αὐτῶι φροντίσαι] ἵνα πραθῆι ὡς λυσιτελέστατα. γράψον δὲ καὶ Προμηθίωνι τῶι τραπ[εζίτηι ὅπως ἂν περὶ τούτων] ἐπιδημῶν συνεπιμεληθῆι.
11L’espressione è inequivocabilmente analoga a quella nota ora anche dalla legge granaria ateniese del 374/373, SEG, 48, 96, ove si parla di καθεστηκυία τιμή, si veda il commento e la discussione sul suo significato di prezzo fissato, ma non fisso, in Ampolo 2010, 46-58, con bibliografia precedente.
12P. Tebt., 3, 703, l. 176 sq.: μελέτω δέ σοι κα⁄ὶ [ἵ]⁄ν⁄α ⁄τ⁄ὰ [ὤ]⁄ν⁄ι⁄α μὴ πλείονος πωλῆται τῶν διαγεγραμ[μ]ένων τιμῶν· ὅσα δ’ ἂν ἦι τιμὰς οὐχ ἑστη[κ]⁄υίας ⁄ἔ⁄χ⁄οντα, ἐπὶ δὲ τοῖς ἐργαζομένοις [ἐσ]τὶν ⁄τ[άσ]⁄σειν ἃς ἂν
βο[ύ]λωνται, ἐξεταζέσθω καὶ τοῦτο μὴ παρέργως, καὶ τὸ σύμμετρον ἐπιγένημα[[τα]] τάξας τῶν πολουμένων φορτίων συνανάγκα[[ι]]ζε τοὺς .... κου [ . . ] ς διαθέσεις ποιεῖσθαι. Sul papiro in generale, si vedano i sempre importanti articoli di Samuel 1971, 451-460, partic., per il controllo dei prezzi da parte dello stato, 456-457; Huss 1980, 67-77.
13P. Col. Zen., 3, 55, ll. 4-8: κατὰ τὴν παρ’ Ἀριστάνδρου τοῦ οἰκονόμου ἐντ(ολὴν) ὥστε τοῖς ἐν Βακχιάδι καὶ Ἡφαιστιάδι καπήλοις καθ’ἃ συνέθετο πρὸς Ἀρίστανδρον τὸν οἰκονόμον τοῦ [Ἀ]ρ[σ]ινοίτου τιμῆς τὸν (ἑξάχουν) με(τρητὴν) Ἀρσινοικὸν τοῦ γλεύκους πρὸς ἀργύ(ριον) (δραχμῶν) οἴνου μετρητὰς μ.
14Cf. ibid., ll. 1-9: ᾽Ασκληπιάδης ὁ πρὸς τῆι ἐν Μέμφει διαθέσει τοῦ σίτου Θεωδώ[ρωι] χαίρει⁄ν τῆι ς τοῦ Παχὼν διετέθησαν ἐν Μέμφει ἀπὸ τ[οῦ] παρακομ[ι]σθέντος ἐκ ....μ....π[ο]λίτου πυροῦ λευκοῦ [(ἀρτάβαι) -] ἀνὰ ρο πωλουμένου τοῦ ὁμο[ίου] τῆι ἀγορᾶι (δραχμῶν) ρπ, καὶ τῆ[ι ζ] διετέθησαν τοῦ αὐτοῦ πυροῦ [(ἀρτάβαι) -] ἀνὰ ρο πωλουμένου τοῦ ὁμο[ίου] (δραχμῶν) ρπ, καὶ τῆι η τοῦ αὐτοῦ (ἀρτάβαι) νβ ἀνὰ ρο πωλουμένου τοῦ ὁμοίου (δραχμῶν) ρ[π].
15Cf. ll. 178-182: ἐξεταζέσ[θ]ω καὶ τοῦτο μὴ παρέργως, καὶ τὸ σύμμετρον ἐπιγένημα [[τα]] τάξας τῶν πο[λ]ουμένων ⁄φ⁄ο⁄ρτίων συνανάγκαζε ⁄τ⁄ο⁄ὺ⁄ς [̣] ̣ ⁄κ⁄ο⁄υ[̣ ̣]⁄ς̣ ⁄τὰς διαθέσεις ποιεῖσθα[ι]. Il problema dell’accaparramento, o della vendita graduale, per fare salire i prezzi, era del resto ben noto nella polis classica cf. i commenti all’orazione lisiana 22 in Bresson 2008, 107-109 e Galvagno 2008, 101-134.
16Cf. ad esempio la serie di documenti di P. Oxy., 41, 2958, introd. (Coles): il grano era comprato forzosamente ai coltivatori ad un prezzo inferiore al prezzo corrente nei papiri in oggetto (P. Oxy., 41, 2961-67), il prezzo alto del frumentum potrebbe indicare un periodo di cattivo raccolto con conseguenti maggiorazioni. Diversa era invece la situazione delineata dall’espressione σῖτος ἀγοραστός, che nell’età tolemaica, come stabilito da Reekmans 1957, 203-210, indicava semplicemente un prodotto venduto allo stato sì a prezzo ufficiale, ma liberamente.
17Per questo, come per gli altri documenti della medesima raccolta, si vedano anche le correzioni e proposte di Kaltsas 2003, 5-19, partic. i nn. 10,13 e 19.
18ll. 8-11: (πυροῦ) σξθ τὸν κατὰ λόγον φακὸν ἐκ α (ἥμισυ) ἐφ’ ᾧ διαθέμενοι τοῦ [---] καὶ τοῦτον κατασπείραντες παραδώσουσι καθότι πρόκειται [---]ινα τὸν δὲ φακὸν ἀποκαταστήσουσι ἀρτάβ(ας) τετρακοσίας τρεῖς ἥμισυ, γίνονται φακοῦ ἀρτάβ(αι) υγ (ἥμισυ).
19Il rapporto risulta uguale a quello tra grano e fagioli attestato nel iii a.C. dal P. Lond., 7, 1994, ma all’epoca il grano ad Alessandria era quotato tra 1 e 2 dracme all’artaba.
20Che i granai di stato non raccogliessero e conservassero solo cereali, ma anche legumi, è ribadito da Geraci 2008.
21Cf. Maresch 1996, 104-107.
22Cf. Hazzard 1995, 86.
23Cf. Reekmans 1997, 307-331; al di là comunque delle differenze a volte eclatanti nei tassi riportati per alcuni di questi prestiti (in cui tra l’altro la componente “soggettiva” costituita dal pegno presentato, argento lavorato, è difficilmente valutabile), riconducibili alla caratteristica di un paese in cui “les prix variaient d’une région à l’autre”, i tassi documentati dall’archivio non sembrano oscillare tanto: dal 24% a Memphis, al 25% di Philadelphia e al 12% di Alessandria, che in quanto città greca non poteva discostarsi troppo dal classico 10%, cf. ibid., partic. 330.
24Cf. Skeat 1995, 75-93, part. 87-90.
25Cf. Skeat 1995, 88-89.
26Si vedano a solo titolo di esempio, oltre ai casi citati supra alla nota 3 (BGU, 14, 2390, P. Adl., 15, P. Amh., 2, 46), alcuni dei papiri nell’archivio di Dryton, per esempio P. Dryton, 11 o 16, per i quali cf. anche Criscuolo 2011, 173, con bibliografia precedente.
27Cf. Bagnall 1977, 85-96, partic. 92. Negli esempi citati, peraltro, il riferimento al prezzo corrente, τιμὴ ἡ κατὰ καιρὸν (o ἐπὶ τοῦ καιροῦ) ἐσομένη, è sempre menzionato in rapporto alla penale da pagare in caso di inadempienza, ed è relativo ad un importo corrispondente a quantità di merce maggiorate di interesse o di penale per il mancato rispetto dei termini del contratto.
28Cf. PSI, 4, 354 (14 luglio 253 a.C.): Βούβαλος Ζήνωνι χαίρειν. ἔγραψεν Ἀθηναγόρας Ἑρμολάωι παραγείνεσθαι τὸν βασιλέα, καὶ ἑτοιμάζειν ἀγορὰν καὶ χορτάσματα. ἐγὼ μὲν οὖν διεκρουσάμην τὸν χόρτον τὸν συνηγμένον δι’ ἡμῶν ὥστε σοι, ἵνα μὴ ἀπενεχθῆ<ι>· ἐστὶν δὲ ἐν παρόδωι. καλῶς οὖν ποιήσεις ἀποστείλας τὰς ἡμιόνους ὅπως συναχθῆ<ι> εἰς Μοιθῦμιν ἐν τάχει, ἵνα μὴ ἐν τῶι παραπορεύεσθαι τὸν βασιλέα διαφορηθῆ<ι> ὑπὸ τῆς δυνάμεως. ἔρρωσο.
29PSI, 4, 356 (13 febbraio 252 a.C.): Νικάνωρ Ζήνωνι χαίρειν. ἔγραψάς μοι περὶ τοῦ σίτου ὅτι οὐθεὶς ἀπομεμέτρηκεν. εἰσμεμέτρηται οὖν ἔτι ἐπὶ τῆς ἅλω κριθῶν (ἀρτάβαι) 500· οὕτω γάρ μοι ἐπεχώρησας ἀντὶ τῶν 400 (ἀρταβῶν) ὧν ἐμετρησάμην τοσοῦτο μετρῆσαι. καλῶς ἂν οὖν ποιήσαις συντάξας ἀνακαλέ<σα>σθαι Πανῆσιν τὸν χειριστὴν καὶ Ἄνοσιν καὶ τὸν σιτολόγον, καὶ ἂν φαινώμεθα εἰσμεμετρηκότες, συντάξας ἀποδοῦναι Πασίωνι τῶι παρ’ ἐμου τὸ συγγράφιον. καὶ περὶ χόρτου μοι ἔγραψας ὅπως ἂν συναγορασθῆι πρὸς σῖτον. οὐθεὶς οὖν ἐν τοῖς τόποις πωλεῖ πρὸς σῖτον, ἀλλὰ πρὸς ἀργύριον· καὶ ἐπιτετίμηται, παρὰ τὸ τοὺς περὶἙρμόλαον συναγοράζειν εἰς τὸ βασιλικόν. ἔρρωσο.
30Attestata in tutto l’Egitto, cf. C. Ptol. Sklav., 1, 5, ll. 2-10 (= P. Col., 1,1), del 198/97 a.C.
31l. 6: τὴν ἐν ἀγορᾶι τιμογραφίαν e cf. nel fr. 2 del medesimo papiro, ll. 6-9· [ἐπιστολὴν Δημητρίωι τῶι θη(βάρχηι) περὶ τῶν ἀ]γκυρῶν δ[ύο ὁλκῆς] (ταλάντων) η ὥστε [ἀποκαταστῆσαι εἰς αἴτησιν - - - ] ἀντὶ τῶν [ἀποκεχρησ]μέν[ω]ν, παρε[πιγεγραμμένην δ ‘ἡμῖν τίς ἐν ἀγορᾶι συνέστηκεν τ]οῦ κατασ[κευασθησομ]ένου ὁλκίου τιμή.
32Di questi P. Hever e P. Babatha sono contratti di matrimonio in cui il termine timographia corrisponde alla “stima del valore” della dote messa a disposizione dalla sposa, SB, 18, 13303 è invece una lettera privata in cui il verbo timographein si riferisce alla stima del valore di un cavallo in uso all’esercito, stima effettuata ad Alessandria dallo stesso prefetto d’Egitto, secondo un’interpretazione della parola hegemon che lascia un poco perplessi, cf. Hanson 1985, 90 e nota 14. P. Phrur.Diosk. 17, una lettera privata tra figlio e padre, similmente utilizza il verbo timographein per indicare la stima del valore di un mantello.
33ll. 1-6: παρ’ ᾽Α[πολλ]ωνίου. ....καλῶς οὖν ποιήσεις φροντίσας ὅπως αν παραδοθῆι αυτοῖς τὰ ἱερεῖα τιμογραφήσας αὐτὰ τῆς καταξίας τιμῆς τῆς [[ ]] παρὰ σοῦ ἐν τῶι νῦν καιρῶι.
34Cf. Sept., 4Reg., 23.35 (=2Reg., 23.35): καὶ τὸ ἀργύριον καὶ τὸ χρυσίον ἔδωκεν Ιωακιμ τῷ Φαραω· πλὴν ἐτιμογράφησεν τὴν γῆν τοῦ δοῦναι τὸ ἀργύριον ἐπὶ στόματος Φαραω, “Ioiakim diede al Faraone l’argento e l’oro: fece una stima completa della terra che desse denaro su ordine del Faraone”. Usualmente il verbo viene tradotto semplicemente con “tassò”, ma il greco è, evidentemente, più rispettoso dell’originale ebraico che porta il termine ‘arak (ךרע), dalla parola che indica una “stima, valutazione”.
35Per il prezzo della terra in età tolemaica cf. Cadell 1994, 289-305, in cui, oltre a raccogliere la scarsa documentazione relativa a vendite di terreni, che a seconda delle epoche possono prevalentemente comprendere vigneti e giardini, di proprietà prevalentemente cleruchica nel iii.C., o terreni edificabili e cerealicoli, nel Pathyrite di fine ii a.C., l’autrice sottolinea come in generale il prezzo della terra doveva essere piuttosto elevato (ma non mancano eccezioni anche sorprendenti), anche se tutto nei documenti e nelle situazioni che prospettano, fa pensare che spesso i contratti celassero situazioni più complesse e forse non trasparenti che rischiano di compromettere la corretta comprensione delle informazioni disponibili. Sulle vendite di terreni soprattutto nella documentazione demotica dell’Alto Egitto, si veda anche Manning 2003, 205-218. La caratteristica assenza dei prezzi di vendita dei terreni, formulare nei contratti demotici, ovviamente rende però impossibile una maggiore utilizzazione dei dati che forniscono.
36Considerando che l’ἐγκύκλιον passa alla fine del ii secolo a.C. dal 5 al 10% è possibile che i contratti ad esempio (secondo un costume assai praticato anche nell’età contemporanea) registrassero prezzi più bassi di quelli effettivamente pagati.
37Di regionalità parla Manning 2003, 193 e sq., per indicare il rapporto tra aree assegnate ad esempio ai cleruchi in servizio, o appartenenti a tradizionali zone di insediamento indigeno. Manning mette bene in evidenza il forte pragmatismo egiziano per cui la modalità giuridica di detenzione della terra poteva passare in secondo piano rispetto alla reale disponibilità del capitale fondiario.
38Basti pensare alla casistica rappresentata dalle ὠναὶ ἐν πίστει, vendite fiduciarie legate alle inadempienze contrattuali nei prestiti, nelle quali ovviamente il prezzo per gli appezzamenti di terreno oggetto di potenziale transazione non può essere considerato un riferimento ‘commercialmente’ attendibile; sulla tipologia contrattuale cf. Pestman 1985a, 45-59.
39Si può ricordare la dissertazione di Hengstl 1972, che però offre un approccio più marcatamente giuridico, giustificato peraltro dal fatto che anche in questi casi è spesso molto difficile mettere a confronto informazioni troppo eterogenee e di volta in volta incomplete, ma assai utile come schema di valutazione dei dati, cf. partic. pp. 98-103, sulle differenze dei periodi di ingaggio (giornaliero, mensile ecc.) e l’ingaggio di singoli o squadre. Su aspetti più singolari poi si veda ad esempio quanto osservato, per l’età romana Manca Masciadri et Montevecchi 1984, 25-26, sulle differenze tra i compensi previsti per il baliatico di un bambino libero o di uno schiavo. Sulla retribuzione in denaro del lavoro e sulla sua sostanziale atipicità nelle società antiche, se non nella prassi certamente nel comune sentire, si veda ora Schaps 2004, 150-162.
40Ad esempio di scarsa utilità sono studi come quello di Mrozek 1989, che non tengono conto dell’interazione tra compensi in natura e in denaro, per le quali si vedano ad esempio i casi come quelli ricordati in Criscuolo 2011, 169-170 e 172.
41Si pensi ad esempio alla parabola evangelica dei lavoratori a giornata per la vigna, vd. Mt., 20,1-36, oltre ad innumerevoli papiri in cui si fa riferimento ad accordi orali espressi, come nel NT, dal verbo συνφωνεῖν.
42Cf. ad esempio P. Köln, 10, 413 (142 a.C.). Si vedano inoltre le ricevute per importi in denaro pagati da Panakestor a squadre di scavatori o di ripulitori di terreno, P. Zen.Pestm., 4-11, da cui apparentemente si deduce per un manovale un salario giornaliero di 1 obolo (cf. n. 8), ma in realtà poiché le durate dei lavori non sono mai specificate è sempre problematico l’uso di queste informazioni per calcolare redditività del lavoro o, peggio ancora, fabbisogno giornaliero o mensile. Va sempre ricordato, inoltre che queste ricevute spesso sono per una parte dei potenziali compensi: ad esempio una ricevuta in denaro non esclude che ci fosse anche una forma di retribuzione in natura.
43Numerosissimi sono i casi documentati nell’archivio di Zenone, per uno dei quali, significativo anche per la personalità studiata, vale a dire l’architetto che aveva presieduto alla bonifica del territorio di Philadelphia, vd. Reekmans 1970, 17-24, che sottolinea come molte delle somme assegnate, a titolo di retribuzione, all’architetto Cleon, come pure al suo sucessore Theodoros, servissero per i pagamenti ai suoi dipendenti, e ricorda anche l’espressione ἀγορά con cui veniva indicato il credito ottenuto dal funzionario per le spese che doveva sostenere in attesa della corresponsione del salario. Tra l’altro in questo documento risulterebbe una precisa differenza anche valutaria nel calcolo dell’ὀψόνιον, in argento, e del corrispettivo del pagamento in natura, calcolato in bronzo, vd. Reekmans 1970, 19. Altre interessanti osservazioni sul tema dei salari in denaro e natura (in questo caso in razioni di vino) sempre in Reekmans 1968, partic. 227-231.
44P. Lond., 7, 2005, ll. 3-8: εἴ σοι δοκεῖ ἵνα παρὰ σοὶ ἐργάζωμαι τὰς ψιλοτάπιδας. καὶ ἀπὸ τοῦ κατέργου οὗ ἐλάμβανεν Πετοσαρᾶπις ἀφίημι δ.
45Cf. P. Cair. Zen., 5, 59848 (256-248 a.C.), commento a ll. 20-22, in cui si constata che l’archivio fornisce almeno tre diverse tariffe, cioè, per statere, 50 aoilia (l’aoilion, equiparato di solito al naubion, è una misura di volume, corrispondente a circa m3 1,14) in estate, 70 in inverno, ovvvero talora 60 aoilia come in questo papiro, che pure sembra riferirsi ad un lavoro invernale. In questo caso però i compensi risultano liquidati in natura, o meglio in grano secondo un prezzo di dr. 1,5 di bronzo per artaba: la percentuale di sovrapprezzo del 20% circa, dovuta forse alla valuta di bronzo usata per calcolare il valore del grano, potrebbe aver ammortizzato in parte l’aumento del prezzo corrisposto agli operai (60 invece di 70 aoilia per statere): in sostanza costava di più al committente il lavoro di scavo, ma costava anche di più agli operai il grano che ricevevano invece del denaro. Come spesso in questi casi però si tratta di prezzi e, quindi di considerazioni su di essi, del tutto parziali nella loro definizione economica assoluta, dato che mancano due elementi di valutazione indispensabili, il numero di persone che venivano ricompensate e la durata della prestazione.
46Si veda il P. Köln, 10, 413 sopra citato, una petizione allo stratego da parte di un certo Alessandro e dei suoi 6 soci, nella quale denunciano l’inadempienza totale di due cleruchi nel pagamento di un lavoro di irrigazione meccanica di una vigna concordato, come al solito, parte in natura e parte in denaro.
47Orrieux 1983, 118.
48Von Reden 2011, partic. p. 436, sottolinea le componenti che contribuirono a orientare e modificare fortemente produzioni (vino, grano/triticum durum, per esempio) e nuovi mercati in ragione delle esigenze rappresentate dalla presenza greca, ma non non è poi così semplice svilupppare, conseguentemente, l’indagine sul variare dei prezzi che inevitabilmente ne venivano condizionati, in mancanza di paralleli corrispondenti per gli stessi beni al di fuori dell’Egitto.
49Cf. ora le pagine dedicate alle competenze e prerogative degli agoranomi sia sul controllo delle transazioni sia sulla fissazione dei prezzi, in Reger 2007, 96-101 e soprattutto Bresson 2008, 22-44. per esempio in relazione all’attribuzione della frusta, come segno distintivo dell’autorità dell’agoranomo (cf. Bresson 2008, 29-30), nell’Egitto lagide sembra che si accompagnassero ad almeno un mastigoforos sia l’oikonomos sia l’epimeletes (entrambi funzionari legati alla gestione dei monopoli), vd. SB, 16, 12375, in cui addirittura se ne parla al plurale: una coincidenza o un comune denominatore, anche se parziale, di funzione?
50Cf. la serie di problematiche evocate da Manning 2011. Rispetto alla sua conclusione, 318, alla luce di quanto si può constatare dalle evidenze documentarie, essenzialmente locali, relative ai prezzi di mercato, si può forse integrare la sua sintesi riferita all’economia tolemaica “as a complex and changing set of interactions between state demand and local response”, che si dava anche una ‘local demand and state response’, quanto meno nell’inevitabile bisogno di regole.
Auteur
-
Lucia Criscuolo
Università di Bologna
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