• Contenu principal
  • Menu
OpenEdition Books
  • Accueil
  • Catalogue de 16478 livres
  • Éditeurs
  • Auteurs
  • Facebook
  • X
  • Partager
    • Facebook

    • X

    • Accueil
    • Catalogue de 16478 livres
    • Éditeurs
    • Auteurs
  • Ressources numériques en sciences humaines et sociales

    • OpenEdition
  • Nos plateformes

    • OpenEdition Books
    • OpenEdition Journals
    • Hypothèses
    • Calenda
  • Bibliothèques

    • OpenEdition Freemium
  • Suivez-nous

  • Lettre d’information
OpenEdition Search

Redirection vers OpenEdition Search.

À quel endroit ?
  • Ausonius Éditions
  • ›
  • Scripta Antiqua
  • ›
  • Sources et modèles des historiens ancien...
  • ›
  • Per un’analisi intertestuale delle fonti...
  • Ausonius Éditions
  • Ausonius Éditions
    Ausonius Éditions
    Informations sur la couverture
    Table des matières
    Liens vers le livre
    Informations sur la couverture
    Table des matières
    Formats de lecture

    Plan

    Plan détaillé Texte intégral Leggere le Supplici di Euripide Tra tragedia e storiografia: la battaglia di Delio attraverso Euripide e Tucidide Conclusione: dalla narrazione storica alla critica morale Notes de bas de page Auteur

    Sources et modèles des historiens anciens, 2

    Ce livre est recensé par

    Précédent Suivant
    Table des matières

    Per un’analisi intertestuale delle fonti della battaglia di Delio: Tucidide (4.89-101) e le Supplici di Euripide (650-730)1

    Andrea Giannotti

    p. 31-44

    Texte intégral Leggere le Supplici di Euripide Tra tragedia e storiografia: la battaglia di Delio attraverso Euripide e Tucidide Conclusione: dalla narrazione storica alla critica morale Notes de bas de page Auteur

    Texte intégral

    Leggere le Supplici di Euripide

    1Se si leggono le parole di R. Goossens ‒ “il semble à première vue que tout ait été dit sur la signification politique des Suppliantes”2 ‒ e quelle più recenti di I. C. Storey ‒ “in Suppliant Women we are never allowed to stand securely on any firm ground”3 ‒ risulta evidente quanto la natura delle Supplici di Euripide rimanga enigmatica: se nel 1932 si era sicuri che fosse già stato detto tutto circa la tragedia, più recentemente si è restii ad affermare con sicurezza di essere arrivati ad una conclusione definitiva per l’interpretazione di essa. Il paradosso cronologico delle affermazioni di Goossens e Storey non è del tutto immotivato dal momento che le Supplici sono a tutti gli effetti un’opera controversa e di non facile interpretazione. L’interesse che la tragedia suscita è motivato dalla presenza di elementi di varia natura utili a fornire importanti testimonianze su storia, politica, società e ritualità ateniesi. Si pensi alla questione cronologica4; al rito della supplica che percorre tutta la tragedia5; al rapporto con gli Eleusini di Eschilo6; al dibattito sulle costituzioni tra Teseo e l’Araldo tebano (399-563) che doveva essere un tema attuale all’epoca7; all’elogio funebre di Adrasto per i sette caduti a Tebe (841-917) che si pone spesso a confronto con l’epitaffio di Pericle in Tucidide e di altri più tardi8; al lamento funebre delle madri considerato in tutto il suo valore sociale pubblico e privato, che si può mettere in relazione con le restrizioni applicate verosimilmente fin dai tempi di Solone e poi con l’istituzione della pratica dell’elogio funebre pubblico9; allo scontro tra οἶκος (rappresentato dalle madri argive) e πόλις (rappresentato da Atene e i suoi personaggi, ma soprattutto dalla guerra in sé); all’esortazione finale agli orfani argivi in relazione alla processione degli orfani ateniesi che veniva celebrata durante il festival. Questi sono solo alcuni degli spunti letterari (e non) che le Supplici di Euripide offrono e che possono essere contestualizzati ed interpretati sia separatamente, attraverso indagini più mirate, sia collettivamente attraverso una ricerca di più ampia portata10.

    2Tuttavia l’oggetto della presente e sintetica trattazione riguarda esclusivamente l’aspetto storico (se non storiografico11) delle Supplici e il loro rapporto con un evento che funge da sfondo storico-politico alla tragedia stessa: la battaglia di Delio del 424 a.C. tra Ateniesi e Beoti, dettagliatamente descritta dallo storico Tucidide in 4.89-99 e da Diodoro Siculo (derivante da Eforo12) in 12.69-70. Tale evento fornì ad Euripide la possibilità di adottare la versione bellica del pre-esistente mito dello scontro tra Atene e Tebe per la restituzione dei corpi degli eroi argivi13. Un modo per comprendere il contesto storico-politico delle Supplici di Euripide, perciò, è rappresentato dall’analisi della versione tragica della battaglia di Delio alla luce del reale evento storico e della narrazione di esso da parte di Tucidide e Diodoro Siculo14. In passato15 è stata sottolineata la somiglianza della versione di Euripide − narrata dal Nunzio in Eur., Suppl., 650-730 − con quella di Diodoro Siculo (Eforo) piuttosto che con quella di Tucidide. Invece una lettura comparata più attenta delle testimonianze dimostrerà: la vicinanza di Euripide (o delle fonti di Euripide) a Tucidide (o alle fonti di Tucidide); un particolare topografico che rende la versione euripidea ancor più originale (e lontana da Diodoro Siculo); la comune reazione del tragediografo e dello storico al drammatico episodio bellico. Considerando le narrazioni di entrambi, gli autori, infatti, si coglierà l’effetto devastante che la battaglia ebbe sugli sconfitti animi ateniesi. Non solo: la somiglianza in forma e contenuto tra la versione euripidea e quella tucididea, potrebbe addirittura permettere di ipotizzare che la tragedia euripidea (rappresentata poco tempo dopo i fatti di Delio) sia stata in qualche misura una fonte per la narrazione di Tucidide (la cui opera difficilmente vide luce prima degli ultimi anni del v a.C.).

    Tra tragedia e storiografia: la battaglia di Delio attraverso Euripide e Tucidide

    “Lo sviluppo dell’arte tragica euripidea non si intende senza la storia della guerra del Peloponneso”, scriveva V. Di Benedetto16. Più in particolare, le Supplici di Euripide non si intendono senza l’episodio di Delio ed è generalmente accetatto che la tragedia rimandi ai rivolgimenti del 424 a.C., “capovolgendo” l’esito della battaglia in funzione del mito17. Nella sua indagine storica e comparativa tra il Teseo del mito e il beotarca Pagonda, M. Sordi ha visto “la conferma che Euripide, scrivendo poco dopo la battaglia e attingendo evidentemente a fonti scritte, porta alla versione di Eforo-Diodoro”18.

    3Ma partiamo dalla versione più “classica” e dettagliata dello scontro. Nel quarto libro della sua opera (4.89-99) Tucidide racconta la dinamica della battaglia combattuta tra Ateniesi e Beoti nel Novembre del 424 a.C.: lo scontro era diretto per parte ateniese dallo stratego Ippocrate, per parte beota dal tebano Pagonda. I Beoti, muovendo da Tanagra, si diressero verso Delio per respingere gli Ateniesi, i quali, intenzionati a fare incursioni nella Beozia per instaurare regimi democratici nelle città del territorio, si mossero da Delio, dopo averne occupato e fortificato il sacro santuario dedicato ad Apollo. I due eserciti, di 7000 opliti circa ciascuno, si scontrarono su una collina dal terreno fertile caratterizzata da profondi torrenti ai fianchi. Lo studio condotto da W. K. Pritchett19 ha identificato il sito di Delio con la moderna Dhilesi ed il luogo della battaglia sull’odierno altopiano di Paliokháni, avendo esso tutte le caratteristiche elencate da Tucidide: distanza di 10 stadi da Delio; terreno favorevole alla cavalleria; presenza di un rilievo collinare a ovest dietro cui si accamparono i Beoti; presenza di ῥύακες, “torrenti”, ai lati (Thuc. 4.96.2). La battaglia, molto confusa, vide una grande prestazione dell’ala destra dell’esercito beota, occupata dai Tebani e dal generale Pagonda, i quali misero in fuga l’intera ala sinistra ateniese. D’altro canto, gli Ateniesi, che stavano avendo la meglio (seppur disordinatamente) sull’ala sinistra dell’esercito beota occupata dai Tespiesi, furono in seguito costretti a fuggire a causa dell’arrivo della cavalleria che Pagonda aveva tenuto nascosta intorno al colle. L’intero esercito ateniese fu sbaragliato e vi fu chi si diresse verso Delio e il mare, chi verso Oropo e chi verso il monte Parnete. L’episodio di Delio rappresentò una grave sconfitta nella storia dei primi anni della guerra del Peloponneso, avendo causato circa 1000 morti tra i ranghi ateniesi (compreso lo stratego Ippocrate), ma soprattutto rappresentò un empio affronto da parte di Tebani e Beoti, come si legge in Tucidide che dedica una parte del suo resoconto della battaglia (Thuc. 4.97.2-99) al trattamento riservato da Tebani e Beoti ai corpi dei guerrieri ateniesi: un araldo beota, infatti, incontrato un araldo ateniese inviato per raccogliere i morti, respinse quest’ultimo e non permise agli Ateniesi di compiere quella che era un’usanza panellenica. L’araldo beota disse “che gli Ateniesi non avevano agito giustamente, violando le norme seguite dai Greci” (Thuc. 4.97.2: ὅτι οὐ δικαίως δράσειαν παραβαίνοντες τὰ νόµιµα τῶν Ἑλλήνων), poiché avevano invaso un territorio nemico con la fortificazione di un santuario sacro. Inoltre i Beoti sostenevano che gli Ateniesi, non essendo nel loro territorio, avevano commesso un’azione empia occupando il santuario e attingendo da esso acqua sacra e “intoccabile” (ἄψαυστον)20. Di contro gli Ateniesi si difendevano dicendo che erano stati costretti a stabilirsi nel santuario per proteggersi dagli attacchi dei Beoti e che si erano serviti dell’acqua per gli stessi motivi dovuti alla guerra. In realtà, secondo gli Ateniesi, erano stati molto più empi i Beoti poiché non avevano rispettato la comune usanza panellenica della restituzione dei corpi. Il breve racconto si conclude con un nulla di fatto e con la ferma presa di posizione dei Beoti, i quali restituiranno i corpi solamente 17 giorni21 dopo (cf. Thuc. 4.101.1).

    4Il resoconto di Diodoro Siculo (12.69-70) risulta molto più scarno rispetto a quello dello storico ateniese. Oltre ai discorsi dei generali, Diodoro Siculo non menziona l’importante questione sulla restituzione dei corpi, omettendo così il dettaglio che accomuna in maniera più evidente Tucidide ed Euripide. È vero che Diodoro (12.70.1-2) narra di uno scontro tra le opposte cavallerie22:

    Ἀµφοτέρων δὲ προθύµως ὡρµηµένων παρετάχθησαν αἱ δυνάµεις τόνδε τὸν τρόπον. Παρὰ τοῖς Βοιωτοῖς ἐτάχθησαν ἐπὶ τὸ δεξιὸν κέρας Θηβαῖοι, ἐπὶ δὲ τὸ εὐώνυµον Ὀρχοµένιοι, τὴν δὲ µέσην ἀνεπλήρουν φάλαγγα Βοιωτοί· προεµάχοντο δὲ πάντων οἱ παρ’ ἐκείνοις ἡνίοχοι καὶ παραβάται καλούµενοι, ἄνδρες ἐπίλεκτοι τριακόσιοι. Ἀθηναῖοι δὲ διατάττοντες ἔτι τὴν δύναµιν ἠναγκάσθησαν συνάψαι µάχην. Γενοµένης δὲ τῆς παρατάξεως ἰσχυρᾶς, τὸ µὲν πρῶτον οἱ τῶν Ἀθηναίων ἱππεῖς ἀγωνιζόµενοι λαµπρῶς ἠνάγκασαν φυγεῖν τοὺς ἀντιστάντας ἱππεῖς·

    5“Entrambi gli eserciti avanzarono prontamente e assunsero il seguente schieramento. Fra i Beoti, i Tebani si schierarono all’ala destra, alla sinistra erano quelli di Orcomeno, mentre la zona centrale fu occupata interamente da Beoti. Combattevano in prima linea trecento uomini che sono chiamati eníochoi e parabátai. Quanto agli Ateniesi, essi furono costretti a ingaggiare battaglia, quando stavano ancora organizzando il loro schieramento. Lo scontro fu violento. Nella prima fase i cavalieri ateniesi, combattendo brillantemente, costrinsero alla fuga i cavalieri a loro contrapposti, […]”.

    6E che, similmente, in Euripide la cavalleria ateniese ha la meglio (vv. 694-696):

    Νικῶντα δ’ ἵπποις ὡς ὑπείδετο στρατὸν
    Κρέων τὸν ἐνθενδ’, ἰτέαν λαβὼν χερὶ
    χωρεῖ, πρὶν ἐλθεῖν ξυµµάχοις δυσθυµίαν.

    “Creonte, come ebbe sentore che l’esercito di qui nei cavalli aveva la meglio, afferra uno scudo di vimini e si fa avanti, prima che i suoi compagni fossero presi da scoramento”.

    7Ciò nonostante, Euripide non parla esplicitamente di uno scontro tra le due cavallerie. Il tragediografo dice che i cavalieri erano collocati alle frange estreme dell’esercito (Suppl., 660-662: ἱππότην ⟨δ’⟩ ὄχλον/ πρὸς κρασπέδοισι στρατοπέδου τεταγµένον/ ἴσους ἀριθµόν, “la massa dei cavalieri, schierata alle frange estreme dell’esercito in ugual numero”; il che rimanda a Thuc. 4.93.4: Ἐπὶ δὲ τῷ κέρᾳ ἑκατέρῳ οἱ ἱππῆς καἰ ψιλοὶ ἦσαν, “Ai fianchi di ciascuna delle due ali c’erano i cavalieri e le truppe leggere”) e che le due cavallerie, assieme agli aurighi, stavano una di fronte all’altra (Suppl., 666-667: ἱππεῦσι δ’ ἱππῆς ἦσαν ἀνθωπλισµένοι τετραόροισί τ’ ἀντί’ ἅρµαθ’ ἅρµασι, “i cavalieri stavano con le armi spianate contro i cavalieri, le quadrighe di fronte alle quadrighe”). In Euripide abbiamo prima gli aurighi, che danno inizio allo scontro (Suppl., 674-675: Ποιµένες δ’ ὄχων/ τετραόρων κατῆρχον ἐντεῦθεν µάχης, “Gli aurighi allora diedero inizio alla battaglia”), poi le due cavallerie opposte (Suppl., 680-683: Ἰδὼν δὲ Φόρβας, ὅς µοναµπύκων ἄναξ/ ἦν τοῖς Ἐρεχθείδαισιν, ἁρµάτων ὄχλον,/ οἵ τ’ αὖ τὸ Κάδµου διεφύλασσον ἱππικόν,/ συνῆψαν ἀλκὴν κἀκράτουν ἡσσῶντό τε, “Forbante, comandante della cavalleria ateniese, alla vista della mischia dei carri, e a loro volta i capi della cavalleria tebana attaccarono battaglia”). Mentre gli aurighi di entrambi gli eserciti, coi παραιβάται (guerrieri che combattevano dal carro stando presso l’auriga) e i carri23, si scontrano a vicenda (Suppl., 676-677: πέραν δὲ διελάσαντες ἀλλήλων ὄχους,/ παραιβάτας ἔστησαν ἐς τάξιν δορός, “lanciarono i carri gli uni attraverso gli altri, disponendo al posto di combattimento i loro compagni”), non sembra avvenga lo stesso per le cavallerie: queste, piuttosto, attaccarono battaglia “alla vista della mischia dei carri”, senza che Euripide dica esplicitamente che le due cavallerie stessero per scontrarsi “a vicenda” (ἀλλήλων)24. Perciò il resoconto del Nunzio euripideo sembra confermare fin qui la versione di Tucidide (4.96.2), secondo cui: Καὶ ἑκατέρων τῶν στρατοπέδων τὰ ἔσχατα οὐκ ἦλθεν ἐς χεῖρας, ἀλλὰ τὸ αὐτὸ ἔπαθεν· ῥύακες γὰρ ἐκώλυσαν. Τὸ δὲ ἄλλο καρτερᾷ µάχῃ καὶ ὠθισµῷ ἀσπίδων ξυνειστήκει (“Le estremità di entrambi gli eserciti [scil. le cavallerie] non vennero alle mani, ma incontrarono lo stesso ostacolo: dei torrenti che le fermarono. Ma le altre truppe si scontravano in una battaglia violenta, col cozzo degli scudi”). E forse non a caso nelle Supplici si specifica che l’esercito di Teseo è schierato διπόταµον, “tra due fiumi” (Suppl., 621)25.

    8Ad ogni modo, fu R. Goossens26 (rifacendosi a P. Giles)27 ad intuire il parallelo tra i παραιβάτας di Euripide e i παραβάται di Diodoro Siculo28. Tuttavia appaiono più convincenti due differenti analisi condotte dagli stessi studiosi. Da una parte Giles mise a confronto29 il brano di Tucidide in 4.96.3-4:

    Καὶ τὸ µὲν εὐώνυµον τῶν Βοιωτῶν καὶ µέχρι µέσου ἡσσᾶτο ὑπὸ τῶν Ἀθηναίων, καὶ ἐπίεσαν τούς τε ἄλλους ταύτῃ καὶ οὐχ ἥκιστα τοὺς Θεσπιᾶς. Ὑποχωρησάντων γὰρ αὐτοῖς τῶν παρατεταγµένων, καὶ κυκλωθέντων ἐν ὀλίγῳ, οἵπερ διεφθάρησαν Θεσπιῶν, ἐν χερσὶν ἀµυνόµενοι κατεκόπησαν· καί τινες καὶ τῶν Ἀθηναίων διὰ τὴν κύκλωσιν ταραχθέντες ἠγνόησάν τε καὶ ἀπέκτειναν ἀλλήλους. Τὸ µὲν οὖν ταύτῃ ἡσσᾶτο τῶν Βοιωτῶν καὶ πρὸς τὸ µαχόµενον κατέφυγε, τὸ δὲ δεξιόν, ᾗ οἱ Θηβαῖοι ἦσαν, ἐκράτει τῶν Ἀθηναίων, καὶ ὠσάµενοι κατὰ βραχὺ τὸ πρῶτον ἐπηκολούθουν.

    “L’ala sinistra dei Beoti e la parte che si estendeva fino al centro cedeva agli Ateniesi, i quali premettero contro le varie truppe da questa parte, e soprattutto contro i Tespiesi. Poiché le truppe schierate al loro fianco erano indietreggiate, e i Tespiesi si trovavano accerchiati in uno spazio ristretto, questi furono fatti a pezzi mentre combattevano corpo a corpo; e anche alcuni degli Ateniesi, confusi per via dell’accerchiamento, non si riconobbero e si uccisero tra di loro.30 Questa parte dei Beoti, dunque, subiva una sconfitta, e si rifugiò presso le truppe che sostenevano ancora la battaglia: l’ala destra invece, dove si trovavano i Tebani, aveva la meglio sugli Ateniesi, e spingendoli dapprima lentamente, li inseguiva”

    9Con i vv. 703-706 delle Supplici:

    Λόχος δ’ ὀδόντων ὄφεος ἐξηνδρωµένος
    δεινὸς παλαιστὴς ἦν· ἔκλινε γὰρ κέρας
    τὸ λαιὸν ἡ
    µῶν· δεξιοῦ δ’ ἡσσώµενον
    φεύγει τὸ κείνων· ἦν δ’ ἀγὼν ἰσόρροπος.

    “Il battaglione degli uomini nati dai denti del drago era un valoroso lottatore. La nostra ala sinistra ripiegava, ma la destra, che aveva la meglio, mette in fuga i nemici. La battaglia era equilibrata”.

    10Dall’altra, Goossens mise in risalto la strategia adottata da Teseo nelle Supplici e quella di Pagonda nella realtà (Thuc. 4.96.5-6), ovvero il soccorso prestato all’ala dell’esercito in difficoltà31. Così Tucidide:

    Καὶ ξυνέβη, Παγώνδου περιπέµψαντος δύο τέλη τῶν ἱππέων ἐκ τοῦ ἀφανοῦς περὶ τὸν λόφον, ὡς ἐπόνει τὸ εὐώνυµον αὐτῶν, καὶ ὑπερφανέντων αἰφνιδίως, τὸ νικῶν τῶν Ἀθηναίων κέρας, νοµίσαν ἄλλο στράτευµα ἐπιέναι, ἐς φόβον καταστῆναι· καὶ ἀµφοτέρωθεν ἤδη, ὑπό τε τοῦ τοιούτου καὶ ὑπὸ τῶν Θηβαίων ἐφεποµένων καὶ παραρρηγνύντων, φυγὴ καθειστήκει παντὸς τοῦ στρατοῦ τῶν Ἀθηναίων.

    “E avvenne che, siccome Pagonda aveva mandato due squadre di cavalleria intorno al colle in un punto nascosto, poiché l’ala sinistra era in difficoltà, ed esse apparvero in cima improvvisamente, l’ala degli Ateniesi che stava vincendo credette che stesse arrivando un altro esercito e fu gettata nel panico: e ora su ambedue i fianchi, sia a causa di questa manovra, sia per il fatto che i Tebani continuavano il loro inseguimento e rompevano i ranghi nemici, si produsse la fuga di tutto l’esercito ateniese”.

    11Similmente Euripide (Suppl., 707-709):

    Κἀν τῷδε τὸν στρατηγὸν αἰνέσαι παρῆν·
    οὐ γὰρ τὸ νικῶν τοῦτ’ ἐκέρδαινεν µόνον
    ἀλλ’ ὤιχετ’ ἐς τὸ κάµνον οἰκείου στρατοῦ.

    “In questo frangente era da lodare il comandante [sc. Teseo]. Non contento della vittoria dalla sua parte, andò nell’ala del suo esercito che si trovava in difficoltà”32.

    “C’est ce qu’Hippocratès aurait dû faire, et qu’il ne fit pas, ce que fit, au contraire, le général thébain Pagôndas: […]. Euripide a donc donné à son récit de bataille la ‘physionomie tactique’ de la bataille de Dèlion […] : à ce point, il renverse les rôles, critiquant ainsi la manière dont l’infortuné stratège Hippocratès avait exercé son commandement”33. E dal momento che la strategia di Pagonda non era mai stata utilizzata prima nelle battaglie del v a.C., ma anzi avrebbe ispirato la battaglia di Mantinea del 418 a.C., M. Sordi può dire al termine della sua analisi comparata dei testi di Euripide e di Tucidide: “non vi è dubbio, dunque, che Euripide volle rievocare nella battaglia fra Teseo e Creonte delle Supplici la battaglia di Delion e volle, nello stesso tempo, esprimere un giudizio sulla responsabilità nella sconfitta degli strateghi Ateniesi preoccupati di compiacere il popolo ‘violento’ e assetato di facili e clamorose vittorie […]”34.

    12È da aggiungere al confronto un particolare di natura testuale che, seppur non trovandosi nel resoconto del Nunzio, potrebbe fornire un dettaglio originale (non riportato da Tucidide né da Diodoro Siculo) sull’evento storico. Alla fine del prologo pronunciato da Etra, nella prima strofe il Coro canta così (Eur., Suppl., 42-46):

    Ἱκετεύω σε, γεραιά, γεραιῶν ἐκ στοµάτων πρὸς
    γόνυ πίπτουσα τὸ σόν·
    †ἄνα µοι τέκνα λῦσαι. Φθιµένων νεκύων οἳ†
    καταλείπουσι µέλη
    θανάτῳ λυσιµελεῖ θηρσὶν ὀρείοισι βοράν·

    “Ti supplico, vecchia, con la mia bocca di vecchia, prostrandomi ai tuoi piedi: recupera i corpi dei miei figli! Le loro membra, disfatte dalla morte, sono pasto alle belve montane”.

    13A prescindere dalla questione sull’estensione del locus corruptus35, è opportuno concentrarsi sull’espressione θηρσὶν ὀρείοισι βοράν. C. Collard, soffermandosi su di essa, commenta: “abandonment of the enemy dead as carrion typifies barbarism already in Homer (Il. 1.4f, 11.161f, 17.153f, etc.), and is a commonplace of impassioned scenes in Trag.: 282 below, Hc. 1078, HF 568, Io. 505, 902, Pho. 1603, 1650, Tro. 450, fr. 121; S. Ant. 29f (unde Pho. 1634), 205ff, 697ff, 1081ff, etc. […] — The adj. ὀρείοισι is ornamental: cf. Al. 495, ὀρέστεροι Hc. 1058”36.

    14Precisando che in questo caso l’azione empia, sacrilega e contro la legge panellenica va ben oltre una mera crudeltà, è necessario considerare che tutti gli esempi riportati da Collard differiscono dalla nostra espressione sia dal punto di vista espressivo sia da quello contenutistico: Eur., Hec., 1078, Ion., 505 e Ph., 1603 si riferiscono tutti all’esposizione di un figlio sui monti; in Eur., HF, 568 e Ph., 1650 si parla di cani; in Soph., Ant., 29 sq. e Ion., 902 di avvoltoi; sempre in Soph., Ant., 205 sq., 697 sq. e 1081 sq. abbiamo cani e avvoltoi; infine negli esempi omerici e in Eur., Tr., 450 abbiamo sì θηρσὶν, ma non vi è traccia dell’aggettivo ὀρείοισι e simili. Va da sé che l’immagine del corpo abbandonato e soggetto alla voracità degli animali selvaggi è comunque presente, sia nel nostro caso sia in tutti quelli apportati da Collard. Ma la differenza sostanziale, oltre alle particolarità citate, sta proprio nella presenza dell’aggettivo ὀρείοισι che non è da considerarsi solo come “ornamentale”. Infatti, se così fosse, dovremmo aspettarci la sua presenza anche in Suppl., 282 − citato proprio da Collard per la somiglianza con Suppl., 47, dove invece troviamo solo θηρσὶν. Di conseguenza il qualificativo ὀρείοισι non è trascurabile: per quale motivo il Coro attribuisce alle belve un simile aggettivo? Perché specificare la natura “montana” delle belve, se i corpi dei guerrieri si trovavano a Tebe, sito circondato dalla pianura37? È vero che la battaglia di Delio fu combattuta sulla collina di Paliokháni, dalla lieve altitudine di c. 150 m, tuttavia Tucidide ci informa che le principali vie di fuga dal sito della battaglia furono tre: verso il mare, verso Oropo e verso il monte Parnete38. Il sito di Oropo è stato identificato con la moderna Skala Oropu sul mare, quindi è ad un livello basso, ma il monte Parnete, che segue verso nord la catena del monte Citerone39, raggiunge con la sua cima più alta i 1412 m, costituendo, quindi, un ambiente decisamente montuoso. Inoltre la voce ὄρειος, in alternanza con la sua forma epica οὔρειος, è la forma più utilizzata, anche secondo il LSJ, dalla tragedia40 e dalla commedia41, rispetto alle alternative forme ὀρεινός42 e ὀρέστερος43, ma di tutti gli esempi riportati dal LSJ nessuno è simile al contesto delle Supplici né è riferito a belve, tranne44 Soph., Ph., 937, in cui Filottete usa il nesso θηρῶν ὀρείων per definire la natura selvaggia e ostile dell’isola di Lemno in cui si trova solo e abbandonato, ed Eur., Hipp., 1127-1130, dove il Coro invoca il bosco montano (δρυµὸς ὄρειος) dove Ippolito, insieme ad Artemide, era solito uccidere le fiere (θῆρας) con cagne veloci. Che ὀρείοισι fosse un’indicazione del reale pericolo cui erano sottoposti i corpi dei soldati ateniesi, caduti sulla collina di Paliokháni vicina all’ambiente ferino e selvaggio della catena montuosa costituita dal Citerone e dal Parnete? È una possibilità da prendere in considerazione e, in tal caso, Euripide si dimostrerebbe più ricco in dettagli di Tucidide. Stando così le cose, lo spettatore ateniese − soprattutto una madre ateniese − avrebbe rivolto subito il pensiero alla sorte dei corpi dei propri figli caduti nella battaglia di Delio, lasciati per giorni in balia delle feroci belve dei monti.

    15Proseguendo nell’analisi risultano importanti i successivi vv. 63-64 del Coro, il quale, dopo il prologo di Etra, supplica, fra lamenti e percosse, la madre di Teseo, portando avanti le proprie motivazioni e ragioni riguardo la situazione in cui esso si trova:

    Ὁσίως οὔχ, ὑπ’ ἀνάγκας δὲ προπίπτουσα προσαιτοῦσ’
    ἔµολον δεξιπύρους θεῶν θυµέλας·

    “Contro le usanze, ma per necessità, a prostrarmi, a supplicare sono venuta agli altari sacrificali degli dèi”.

    16L’ammissione di essersi presentati “non piamente”, o meglio “contro le usanze”, cioè contro il costume secondo il quale alle feste di Demetra non erano ammesse persone in atteggiamento di lutto e di supplica − con la conseguente precisazione ὑπ’ ἀνάγκας δὲ − ha un sapore di difesa premeditata e non richiesta in vista di una possibile accusa. Suggestivo, a tal proposito, un ulteriore confronto con una sezione tucididea all’interno della narrazione della battaglia di Delio. Si tratta del passo contenuto in 4.98.2 e 4.98.5-6:

    Τὸν δὲ νόµον τοῖς Ἕλλησιν εἶναι, ὧν ἂν ᾖ τὸ κράτος τῆς γῆς ἑκάστης ἤν τε πλέονος ἤν τε βραχυτέρας, τούτων καὶ τὰ ἱερὰ αἰεὶ γίγνεσθαι, τρόποις θεραπευόµενα οἷς ἂν πρὸς τοῖς εἰωθόσι καὶ δύνωνται. […] Ὕδωρ τε ἐν τῇ ἀνάγκῃ κινῆσαι, ἣν οὐκ αὐτοὶ ὕβρει προσθέσθαι, ἀλλ’ ἐκείνους προτέρους ἐπὶ τὴν σφετέραν ἐλθόντας ἀµυνόµενοι βιάζεσθαι χρῆσθαι. Πᾶν δ’ εἰκὸς εἶναι τὸ πολέµῳ καὶ δεινῷ τινὶ κατειργόµενον ξύγγνωµόν τι γίγνεσθαι καὶ πρὸς τοῦ θεοῦ. Kαὶ γὰρ τῶν ἀκουσίων ἁµαρτηµάτων καταφυγὴν εἶναι τοὺς βωµούς, παρανοµίαν τε ἐπὶ τοῖς µὴ ἀνάγκῃ κακοῖς ὀνοµασθῆναι καὶ οὐκ ἐπὶ τοῖς ἀπὸ τῶν ξυµφορῶν τι τολµήσασιν.

    “Secondo l’usanza dei Greci, a coloro che avevano il dominio su qualsiasi terra, sia grande sia piccola, appartenevano sempre anche i templi, onorati con le cerimonie che fino allora vi si erano tenute abitualmente, purché essi potessero eseguirle. […] L’acqua l’avevano toccata in una situazione di necessità, in cui non erano incorsi spontaneamente, con animo oltraggioso, ma si difendevano invece contro di loro, che per primi erano venuti ad attaccare la loro terra45; ed erano stati costretti a servirsene. Era naturale che tutto ciò che fosse stato compiuto sotto la costrizione della guerra o di qualche pericolo incontrasse un po’ d’indulgenza anche presso il dio: infatti gli altari erano il rifugio per le colpe involontarie, e il nome di trasgressione era applicato nel caso di quelli che erano malvagi senza necessità, e non per coloro che in seguito alle sventure avevano fatto qualcosa di temerario”.

    17In Tucidide si sottolinea il fatto che secondo l’usanza dei Greci i templi appartenevano al popolo che governava il territorio sul quale essi erano situati. A Delio, però, gli Ateniesi occuparono il santuario e si servirono anche dell’acqua sacra custodita al suo interno. Per difendersi, nonostante non sia esplicita l’ammissione di aver occupato e fortificato “in modo non pio” (οὐχ ὁσίως) il santuario di Delio, gli Ateniesi dicono di aver utilizzato l’acqua ἐν τῇ ἀνάγκῃ e che un’azione simile avrebbe dovuto essere comprensibile e meritevole di indulgenza e perdono da parte del dio. Infine si specifica che gli altari erano considerati un rifugio τῶν ἀκουσίων ἁµαρτηµάτων. Non può non colpire l’analogia esistente tra l’episodio storico e l’episodio mitico euripideo: le madri supplici portano, in due versi, le stesse difese che gli Ateniesi proclamano di fronte all’araldo tebano che impediva loro di recuperare i propri morti46.

    18Se di empietà, sia nelle Supplici che in Tucidide, si parla riguardo all’azione, anche la non-azione è vista come gesto empio: Teseo infatti, rifiutando di prestare aiuto alle supplici, avrebbe commesso un’azione empia. È secondo la visione di Etra − quella dell’Atene periclea, patriottica e interventista47 − che bisogna intervenire sempre a favore di chi subisce torti. Pena per il non intervento, un’accusa di ἀνανδρία, cioè di viltà e codardia: Teseo sarà accusato di codardia perché non avrà fatto trionfare la morale, democratica e patriottica, ma soprattutto panellenica, sull’indifferenza. Intervenire per una simile causa è giusto così come è giustificato l’intervento ateniese a Delio (Thuc. 4.95.2): Παραστῇ δὲ µηδενὶ ὑµῶν ὡς ἐν τῇ ἀλλοτρίᾳ οὐ προσῆκον τοσόνδε κίνδυνον ἀναρριπτοῦµεν (“A nessuno di voi si presenti il pensiero che il rischio così grande che corriamo in territorio straniero sia ingiustificato”) − così Ippocrate esortava l’esercito ateniese.

    19Tuttavia, ciò che rende Ippocrate e Teseo incompatibili l’uno con l’altro non è solo l’esito della battaglia, ma anche la capacità di essere un valido generale48. I versi che concludono il resoconto del Nunzio della battaglia fra Ateniesi e Tebani sono giudicati da V. Di Benedetto un vero e proprio “fatto politico”:

    Τοιόνδε τοι στρατηγὸν αἱρεῖσθαι χρεών,
    ὃς ἔν τε τοῖς δεινοῖσίν ἐστιν ἄλκιµος
    µισεῖ θ’ ὑβριστὴν λαόν, ὃς πράσσων καλῶς
    ἐς ἄκρα βῆναι κλιµάκων ἐνήλατα
    ζητῶν ἀπώλεσ’ ὄλβον ᾧ χρῆσθαι παρῆν.

    “Questo è il capo che bisogna scegliersi: coraggioso nei pericoli, ma nemico degli eccessi del popolo, che sull’onda del successo cerca di salire in cima alla scala e perde il benessere di cui poteva godere”.

    20Lo studioso considera la chiosa del Nunzio alla sua narrazione dello scontro un vero e proprio “appello elettorale”, dal momento che le elezioni dell’anno 423/422 a.C. si tennero entro il 19 di Marzo, cioè una settimana dopo le Dionisie49. Se per la seconda parte dell’appello del Nunzio Di Benedetto sembra avere ragione, i primi due versi si applicano più alla figura del condottiero in guerra che al generale come figura politica in ambito elettorale. E visto lo stretto legame Supplici-Delio e il contesto bellico del discorso del Nunzio, la coppia Ippocrate-Pagonda non può non venire in mente. È soltanto nella versione tucididea che viene sottolineata la superiorità del beotarca nei confronti del generale ateniese. Di Pagonda Tucidide loda la capacità persuasiva ed il senso dell’organizzazione e dell’unione (cf. Thuc. 4.91) il principio della guerra difensiva e giusta rispetto a quella aggressiva e arrogante (cf. Thuc. 4.92.3 e 5), la virtù (cf. Thuc. 4.92.7), la rapidità (cf. Thuc. 4.93.1) e l’ordine (cf. Thuc. 4.93.1 e 3)50. Alla stessa maniera il “glorioso” (Suppl., 656) Teseo è un generale astuto che non si fa cogliere dalla paura né dalla sorpresa (cf. Suppl., 697), coraggioso e magnanimo (cf. Suppl., 723-725 e 727). Di Ippocrate, il quale avrebbe dovuto agire come il beotarca, vengono invece sottolineate la debolezza delle proprie esortazioni (cf. Thuc. 4.95-96.1), la fretta (cf. Suppl., 4.96.1) e la disorganizzazione (cf. Thuc. 4.96.3 e 5-6): tratti del tutto paragonabili al silenzio e impreparazione di Creonte in battaglia.

    21Perciò è solo nel confronto più diretto tra Euripide e Tucidide che si colgono più chiaramente il nesso tra Teseo e Pagonda ed il legame tra la battaglia del mito e quella della storia. Diodoro Siculo si avvicina sì in alcuni punti alla fonte tucididea ma, nonostante il particolare (non decisivo) sulla cavalleria, non fornisce una narrazione esauriente, lineare e sovrapponibile con la fonte euripidea51.

    Conclusione: dalla narrazione storica alla critica morale

    22Il resoconto tucidideo sulla questione della restituzione dei corpi dei caduti possiede, dunque, una drammaticità comparabile alle denunce euripidee della guerra: “Thucydides’ insertion of this long dispute (scil. tra i due araldi), his insistence on this argument of words, was due to his feeling that the Boeotian refusal to allow the Athenian to collect their dead was another evil resulting from war (no matter whether the war was being fought for a good or a bad cause), an abandonment of one of the recognised, and human, usages of Greece”52. Quando A. W. Gomme parla di “insistenza delle parole”, si riferisce, a ragione, alla sfera lessicale utilizzata da Tucidide in riferimento al dialogo tra Beoti e Ateniesi. Tra Thuc. 4.97.2 e 99 si incontra infatti una ridondante presenza di termini legati alla sfera della giustizia e dell’ingiustizia, della volontarietà e dell’involontarietà, dell’innocenza e della colpevolezza: οὐ δικαίως, ἀδικῆσαι, ἑκόντες βλάψειν, ἀδικοῦντας, βίᾳ, ἑκόντες, βιάζεσθαι, πολέµῳ καὶ δεινῷ τινὶ, ἀκουσίων ἁµαρτηµάτων, παρανοµίαν, µὴ ἀνάγκῃ, κακοῖς, ἀσεβεῖν. Tutto ruota intorno a uno sdoppiamento: accusatore e difensore, causa e conseguenza, affermazione e negazione. Si percepisce una staticità drammatica che non è molto lontana dal quella che affiora, non a caso, dal dialogo tra Teseo e l’Araldo tebano nelle Supplici53. Vi è, in Tucidide come in Euripide, uno scontro dialettico e concettuale tra due parti fermamente convinte della loro posizione54, senza spazio per una risoluzione pacifica: tertium non datur.

    23Dal canto suo, Euripide trova un “precedente mitologico”55 della sconfitta di Delio e un modo per trasporre in poesia la battaglia. Ma se, per quanto riguarda la battaglia, è palese l’analogia Teseo-Pagonda, su scala più grande emerge quella Teseo-Pericle: “si donc on veut ‘rendre à Athènes son ancien rang dans la Grèce’, venger les morts de Délion et remettre de l’ordre dans la politique intérieure, c’est aux traditions du temps de Périclès qu’il faut revenir: c’est un Périclès aux affaires qui nous manque”56. Teseo rappresenta lo spirito pericleo57 delle Supplici, la proiezione immaginaria di come sarebbero, forse, andate le cose, se lo stratego fosse stato ancora vivo, di come sarebbe stata risolta la vergogna di Delio, di come sarebbe stato preservato l’equilibrio panellenico e di come dovrebbe essere rispettata la legge. Il capovolgimento dell’esito dello scontro poteva essere un desiderio insperato del tragediografo, così come insperato (Suppl., 731: ἄελπτος) era stato il desiderio delle madre ateniesi di recuperare subito i corpi dei propri figli.

    24La critica alla guerra è diretta alla gestione del contemporaneo governo ateniese e a tutte le fazioni politiche a favore della guerra di ogni stato greco. Se il mito è il paradigma della comunità e della universalità con i suoi valori morali ed etici unici ed aggreganti, allora la critica di Teseo alla guerra intrapresa da Argo è una critica universale mossa contro il carattere offensivo della guerra del Peloponneso. Euripide non porta sulla scena argomenti retorici a favore della pace, ma mostra qualcosa di più forte, ovvero le conseguenze reali della guerra, i risultati delle violente campagne militari, il dolore delle sconfitte non solo da un punto di vista militare e politico, ma anche dal punto di vista familiare e privato. Il racconto del Nunzio è stato da molti considerato come un passo dal tono polemico verso i Sette contro Tebe di Eschilo. Effettivamente una forte differenza tra le narrazioni delle due battaglie è costituita soprattutto nella presenza/assenza dei dettagli della battaglia. La precisa e sanguinosa descrizione della battaglia del “dramma pieno di Ares” eschileo è evitata da Euripide con un espediente naturale e realistico (Suppl., 686-688: οὐκ ἔχω/ τί πρῶτον εἴπω, πότερα τὴν ἐς οὐρανὸν/ κόνιν προσαντέλλουσαν, ὡς πολλὴ παρῆν, […] (“non so che cosa dire per primo: se la polvere che saliva fino in cielo, tanta ce n’era, […]”). La polvere impedisce al Nunzio di fornire un dettagliato resoconto delle imprese dei singoli guerrieri, anche se il personaggio non fa menzione di tale impedimento e non vuole utilizzarlo come una giustificazione. Suggestivo il confronto con Eschilo e con le parole che il Coro, fiducioso negli dèi diversamente da quello di Euripide, dice (Aesch., Th., 80-82) : ῥεῖ πολὺς ὅδε λεὼς πρόδροµος ἱππότας·/ αἰθερία κόνις µε πείθει φανεῖσ’,/ ἄναυδος σαφὴς ἔτυµος ἄγγελος (“me ne convince la polvere che si mostra nell’aria, chiaro sicuro messaggio senza voce”)58. Nei Sette la polvere non è di impedimento alla narrazione della battaglia, anzi, essa fa capire il movimento della cavalleria. Il pubblico poteva intuire il parallelo con l’opera eschilea e avrà sentito le forti dissonanze tra i due passi: in Euripide “l’accento batte sull’aspetto luttuoso della battaglia”59. In tutta la narrazione del Nunzio si avverte un equilibrio tra le due forze in guerra (Suppl., 683: […] κἀκράτουν ἡσσῶντό τε). La forza del nemico e l’incertezza dell’esito della battaglia dovevano rendere al pubblico l’idea della difficoltà e dell’imprevedibilità della guerra. Ma, soprattutto, Euripide richiamava in questo modo un episodio bellico reale, quello di Delio, il cui esito non fu scontato fino all’ultimo. Anche in questo si percepisce la polemica contro la guerra, in una descrizione sì di carattere militare, ma pervasa dal senso di incertezza e dolore.

    Notes de bas de page

    1 Per i passi tratti da Tucidide si seguono il testo e la traduzione di Donini 1982. Per i passi tratti da Euripide si seguono il testo di Diggle 1981 e la traduzione di Musso 1993. Per i passi tratti da Diodoro Siculo si seguono il testo e la traduzione di Miccichè 2016.

    2 Goossens 1932, 9.

    3 Storey 2008, 101.

    4 Collard 1975, 8-9 riassume le principali proposte di datazione della tragedia che vanno dal 424 al 417/416 a.C. Proposte più recenti quelle di Mastromarco 1991 (423 a.C.), Sordi 1995 (424-420 a.C.), Toher 2001 (423-420 a.C.), Avezzù 2003 (423 a.C.) e Carter 2007 (prima del 421/420 a.C.). Mirto 1984, Whitehorne 1986, Bowie 1997 e Pepe 2000 riconoscono l’episodio della battaglia di Delio come sfondo generale della tragedia. In questo contributo si considera il 422 a.C. come data di rappresentazione della tragedia.

    5 Cf. e.g. Tzanetou 2011; 2012.

    6 Cf. in particolare Culasso Gastaldi 1976. Il mito trattato da Euripide era molto conosciuto ed apparteneva alla tradizione mitica del ciclo tebano nel quale Atene non giocava un ruolo significativo. La drammatica storia dello scontro fratricida tra Eteocle e Polinice cominciò ad essere narrata nella Tebaide, un poema ciclico perduto, di cui ci rimangono pochi frammenti (cf. Davies 1988, 21-26). La narrazione della prima spedizione argiva contro Tebe ci è nota solo grazie ai Sette contro Tebe di Eschilo, all’Antigone di Sofocle e alle Fenicie di Euripide, mentre conosciamo il seguito delle vicende di Adrasto e la risoluzione della mancata sepoltura dei caduti grazie alle stesse Supplici di Euripide. Tuttavia, tra l’arcaica Tebaide e le Supplici non vi è un vuoto: pur non avendone il testo (eccetto i brevissimi fr. 53a e 54 Radt), sappiamo che Eschilo rappresentò una tragedia intitolata Eleusini che trattava proprio dell’intervento di Teseo e di Atene contro Tebe a favore di Adrasto e delle madri argive per il recupero dei corpi dei loro figli. Entrambi i tragediografi attinsero alla versione ateniese del mito che doveva essersi formata, a scopi propagandistici, nel vi a.C. (cf. Parmentier & Grégoire 1950, 80). Fino ad allora la città di Atene non aveva avuto parte alla vicenda Argo-Tebe, ma poteva vantare solo una sepoltura dei Sette posta in suolo attico, ad Eleusi. Proprio questo dettaglio permise l’entrata in scena di Atene e del suo re Teseo. Fu così che Eschilo rappresentò un Adrasto supplichevole che si recava ad Atene per domandare aiuto nella richiesta dei corpi dei caduti a Tebe. Ma, ad un certo punto (molto probabilmente agli inizi del v a.C.), vi fu una innovazione di un particolare della tradizione mitica che, per quanto ne sappiamo, fu preso in considerazione da Eschilo e da Euripide: il primo mise in scena la versione pacifica dello scontro Atene-Tebe, infatti non vi è traccia di una battaglia tra l’esercito di Teseo e quello di Creonte; il secondo adottò, al contrario, la versione bellica del mito, con il conflitto in armi tra Ateniesi e Tebani.

    7 Cf. Di Marco 1980-1981; Pepe 2000; Cerri 2004; Giannotti 2019.

    8 Cf. Goossens 1932, 33-34; 1962, 449-452; Lanza 1977, 103-108; Toher 2001a; Besso 2002.

    9 Cf. Mirto 1984; Whitehorne 1986; Kornarou 2008.

    10 Cf. anche il riassunto degli spunti di interesse (con relativa bibliografia) offerti dalla tragedia in Tufano forthcoming. Esprimo qui la mia gratitudine a Salvatore Tufano per il reciproco scambio di bozze dei nostri contributi e per l’utile confronto di pareri sul tema.

    11 O, come dice Foster 2018, 110, “Euripides’ play is useful [...] because it shows a more immediate and anti-historiographical response to the events”.

    12 Cf. Tufano forthcoming per le possibili fonti di Diodoro.

    13 Cf. supra n. 6. Cf. anche: Pind., N., 9.21-24; O., 6.16-18; Hdt. 9.27.3; Isocr. 4.58; 12.170-172; Plu., Thes., 29.4-5.

    14 Cf. anche Nevin 2008 e Brambilla 2016 per le differenze tra le versioni dei due storiografi.

    15 Cf. Sordi 1995.

    16 Di Benedetto 1971, 105 (bisogna sempre ricordare come la lettura storico-politica di V. Di Benedetto si affievolì nel tempo con gli studi su Eschilo e Sofocle: cf. Di Benedetto 1978 e 1983). Cf. anche Delebecque 1951.

    17 Una visione opposta è da ritrovarsi in Tufano forthcoming, il quale fornisce una chiara e dettagliata discussione sulle fonti della battaglia di Delio, ma non dimostra, a mio giudizio, in maniera sufficientemente convincente come le Supplici “lack any positive sign that the author directly referred to the battle”. Per sostenere che Euripide si fosse riferito alla battaglia di Delio non è necessario aspettarsi allusioni chiare ed esplicite all’episodio storico di modo che le due narrazioni (quella euripidea e quella tucididea) si possano sovrapporre ed intercambiare alla perfezione. Il tragediografo poteva giocare con la mente del suo pubblico con allusioni più o meno velate. Limitatamente all’episodio di Delio, sappiamo che esso segnò le menti dei cittadini ateniesi (cf. Foster 2018) e che quindi doveva essere un evento ben conosciuto, considerando anche la partecipazione alla battaglia da parte di personaggi rinomati come Socrate ed Alcibiade (cf. Pl., Ap., 28e, La., 181a, Smp., 221a-b; Cic., Diu., 1.54; Plu., Alc., 7.6). Dati il tragico esito della battaglia, l’eminenza di alcuni partecipanti e la vicinanza temporale dell’evento, è possibile che Euripide non dovesse calcare troppo la mano su un episodio mitologico che già di per sé mostrava diverse analogie con l’episodio storico.

    18 Sordi 1995, 937.

    19 Pritchett 1969, 24-36. Cf. anche Allison 2011 per uno studio più recente sulla topografia della battaglia.

    20 Curiosamente, l’araldo beota, in Thuc. 4.97.4, “states the conditions in the form of an oath” (Allison 2011, 140) ordinando “agli Ateniesi di andarsene dal santuario e di portar via con sé le loro cose (τὰ σφέτερα)”. Riferendosi verosimilmente il τὰ σφέτερα ai corpi, non può che saltare alla mente il momento in cui Teseo, in Eur., Suppl., 1165-1175, dona i corpi degli Argivi caduti ai figli orfani (1168: τούτοις ἐγώ σφε καὶ πόλις δωρούµεθα), invocando gli dèi come testimoni e chiedendo poi un giuramento in cambio.

    21 Allison 2011, 144 nota come questo dettaglio temporale fornito da Tucidide “leaves us to imagine the condition of the corpses”. Vaughn 1991, 52 sostiene invece che “the corpses must have had some rudimentary form of care from their Boiotian guards.

    22 Negativo il giudizio di Gomme 1956, 568, sul resoconto di Diodoro Siculo: “Diodoros’ account, xii. 69–70, follows Thucydides in its arrangement, with few errors and less confusion than is usual with him; but the two details which he adds, a cavalry fight at the beginning of the battle, brilliantly won by the Athenians, and the 300 ἐπίλεκτοι, called ἡνίοχοι καὶ παραβάται in Homeric fashion, who fought in front of the hoplite phalanx, do not deserve to be believed”. Cf. anche Toher 2001b, 181, il quale sostiene che l’affinità tra Euripide e Diodoro limitatamente alla menzione dei paraibatai, “leads to the conclusion that Diodoros incorporated the ahistorical reflection of Delion found in that play into his ‘historical’ account of the battle”

    23 Da sottolineare che i carri non avevano la stessa collocazione della cavalleria (Suppl., 662-663: ἁρµάτων δ’ ὀχήµατα/ ἔνερθε σεµνῶν µνηµάτων Ἀµφίονος, “i carri sotto il venerando monumento funebre di Anfione”).

    24 Poco dopo il Nunzio parla della battaglia dei carri, non delle cavallerie (Suppl., 684-685: ἐκεῖ γὰρ ἦ/ ἔνθ’ ἅρµατ’ ἠγωνίζεθ’ οἵ τ’ ἐπεµβάται, “perché ero là dove si svolgeva la battaglia dei carri e dei loro equipaggi”).

    25 In questa maniera Euripide rispetta anche la topografia di Tebe, davanti alla quale scorrevano due fiumi, l’Asopo (o Dirce) e l’Ismeno.

    26 Cf. Goossens 1962, 418-420.

    27 Cf. Giles 1890.

    28 Cf. anche Sordi 1995, 934. In Tucidide aurighi (cf. Eur., Suppl., 674-675; Diod. 12.70.1: ἡνίοχοι) e παραιβάται non sono menzionati. Nell’esercito beota vengono menzionati opliti, truppe leggere, cavalieri e peltasti (cf. Thuc. 4.93.3).

    29 Giles 1890, 98: “the course of the battle was obviously meant to remind the audience of Delium. At the battle of Delium the right wing of the Athenians drove back the Boeotians, while their own left wing which opposed to the Thebans, was defeated (Thuc. 4.96.3-4). Compare with this (Suppl. 703)”.

    30 Confusione che richiama la difficoltà del Nunzio (Eur., Supp., 686-688) a descrivere chiaramente gli avvenimenti della battaglia.

    31 In Diodoro Siculo questo importante particolare che accomuna Tucidide ed Euripide non viene menzionato in maniera così esplicita. Piuttosto viene detto brevemente (Diod. 12.70.3): Οἰ δὲ Θηβαῖοι, διαφέροντες ταῖς τῶν σωµάτων ῥώµαις, ἐπέστρεψαν ἀπὸ τοῦ διωγµοῦ, καὶ τοῖς διώκουσι τῶν Ἀθηναίων ἐπιπεσόντες φυγεῖν ἐνάγκασαν· (“Ma i Tebani, superiori per prestanza fisica, rientrarono rinunziando all’inseguimento e, piombati sugli Ateniesi che stavano incalzando, li costrinsero alla fuga”).

    32 Aggiungerei anche Suppl., 718: Μόλις δέ πως ἔτρεψαν ἐς φυγὴν πόδα (“Insomma, sia pure a fatica, volsero in fuga”).

    33 Goossens 1962, 419-420.

    34 Sordi 1995, 937.

    35 Parmentier & Grégoire 1950 non inseriscono cruces mentre Murray [1904] 19133 introduce puntini di sospensione, tentando di difendere il codice L e sostenendo “clamores confusos habes precantium”. “Riporto in testo la congettura ἄνα µοι di Brodaeus. Il verso (ἄνοµοι τέκνα λῦσαι φθιµένων νεκύων οἳ) appare interamente corrotto in Diggle 1981, Kovacs 1998 (che traduce la “attractive but uncertain” congettura di Campbell ἀνόµους καταπαῦσαι) e Morwood 2007 (addirittura Musso arriva fino a βοράν), mentre Collard 1975 appone le cruces solo da ἄνοµοι a λῦσαι. Diggle propone in apparato ἄνα µοι (Brodaeus) τέκνα λῦσαι ’κ (Page) φθιµένων νεκύων ὧν, mentre Kovacs, in nota, propone ἀνόµων ἄπο λῦσαι / νέκυας φθιµένων.

    36 Collard 1975, 120.

    37 Vero è che in Eur., Suppl., 147, Teseo fa riferimento alla patria di Tideo e Polinice (rispettivamente Calidone e Tebe) con πατρίδος ὅρους (“monti patrii”).

    38 Thuc. 4.96.7: Καὶ οἱ µὲν πρὸς τὸ ∆ήλιόν τε καὶ τὴν θάλασσαν ὥρµησαν, οἱ δὲ ἐπὶ τοῦ Ὠρωποῦ, ἄλλοι δὲ πρὸς Πάρνηθα τὸ ὄρος, οἱ δὲ ὡς ἕκαστοί τινα εἶχον ἐλπίδα σωτηρίας (“Alcuni si lanciarono verso Delio e il mare, altri verso Oropo, altri verso il monte Parnete, e altri in altre direzioni, secondo la speranza di salvezza che ciascuno aveva”). Diod. 12.70.4: Τῶν δ’ Ἀθηναίων οἱ µὲν εἰς Ὠρωπόν, οἱ δὲ εἰς τὸ ∆ήλιον κατέφυγον, τινὲς δὲ πρὸς τὴν θάλατταν διέτειναν πρὸς τὰς ἰδίας ναῦς, ἄλλοι δὲ κατ’ ἄλλους ὡς ἔτυχε τόπους διεσπάρησαν (“Gli Ateniesi trovarono in parte scampo a Oropo, in parte a Delio; alcuni poi raggiunsero il mare, rifugiandosi nelle loro navi; altri ancora si dispersero in vari luoghi fuggendo senza una precisa direzione”).

    39 Cf. Soph., OT, 1026-1028.

    40 Cf. Soph., Ant., 352.

    41 Cf. Aristoph., Au., 1098.

    42 Cf. Eur., HF, 364.

    43 Cf. Eur., Hec., 1058.

    44 Tutt’altro il contesto di θηρῶν ὀρείων di Eur., Alc., 495.

    45 Sulla dibattuta questione riguardo al luogo dello scontro (se in territorio ateniese o beota) cf. Hornblower 1996, 89-93.

    46 Il tutto è inoltre in accordo con la plausibile ipotesi (e.g. Fitton 1971) secondo cui l’Atene di Teseo sia l’Atene ideale e la Argo sulla scena rappresenti all’Atene reale.

    47 Eur., Suppl., 321-325: Ὁρᾷς, ἄβουλος ὡς κεκερτοµηµένη/ τοῖς κερτοµοῦσι γοργὸν ὄµµ’ ἀναβλέπει/ σὴ πατρίς; ἐν γὰρ τοῖς πόνοισιν αὔξεται·/ αἱ δ’ ἥσυχοι σκοτεινὰ πράσσουσαι πόλεις/ σκοτεινὰ καὶ βλέπουσιν εὐλαβούµεναι (“Non vedi con che fierezza la tua patria guarda chi le dà della sconsiderata? Le fatiche la rafforzano. Gli Stati inerti, che vivono nell’ombra, hanno anche sguardi oscuri e circospetti”). Così parlando, Etra rispecchia la vera essenza dell’Atene di Pericle, la città che si impegna, costruisce, conquista e regna sovrana: tale era la πολυπραγµοσύνη degli Ateniesi (cf. anche Thuc. 1.144.3; 6.87.3), che veniva considerata dai nemici della città come un eccessivo ardore che portava ad agire non saggiamente (cf. anche Plat., R., 434a-b; come argomenta Michelini 1994, 231, “the reactions of Athens to mockery only confirms the charge of the mockers, that she acts without thought”). L’accusa di sconsideratezza cui fa riferimento Etra trova una curiosa corrispondenza nelle parole che i Corinzi pronunciano di fronte agli Spartani (Thuc. 1.70.3 e 8), confrontando questi ultimi con la natura degli Ateniesi: Αὖθις δὲ οἱ µὲν καὶ παρὰ δύναµιν τολµηταὶ καὶ παρὰ γνώµην κινδυνευταὶ καὶ ἐν τοῖς δεινοῖς εὐέλπιδες· (“E poi loro sono audaci al di là delle loro forze, disposti al rischio al di là dei loro calcoli, e incrollabili nelle loro speranze quando si trovano nei pericoli”); Καὶ ταῦτα µετὰ πόνων πάντα καὶ κινδύνων δι’ ὅλου τοῦ αἰῶνος µοχθοῦσι, […] καὶ µήτε ἑορτὴν ἄλλο τι ἡγεῖσθαι ἢ τὸ τὰ δέοντα πρᾶξαι ξυµφοράν τε οὐχ ἧσσον ἡσυχίαν ἀπράγµονα ἢ ἀσχολίαν ἐπίπονον· (“E in tutte queste attività si affannano tra fatiche e pericoli per la loro vita intera […] e ritengono che solo il fare quello che si deve sia davvero una festa, e che sia una disgrazia la tranquillità inattiva piuttosto che l’attività faticosa”). Per la politicità dell’esortazione di Etra cf. Burian 1985b, 135-136.

    48 Alcuni errori commessi dagli Ateniesi vengono sottolineati da Gomme 1956, 569, in questi termini: “But why had the Athenians not gone by sea, so that they could withdraw without any fear of interruption? They had sent some triremes there (96.9, 100.5) and must have been prepared at least to supply the garrison of Delion by sea if necessary. And if they were to go by land the short distance to Oropos, why did they not go straight there, instead of southwards from Delion in order to save a mile or two of the journey to Athens? It looks as though in this a mistake was made in the original Athenian plans, and another one in Hippokrates’ directions to his army – both due to their confidence that the Boeotians could not bring all their forces against them”.

    49 Non si discutono qui le allusioni a Cleone e il pensiero di Euripide sulla sua figura. È opportuno, tuttavia, riportare le parole di Di Benedetto 1971, 159: “se Euripide ha fatto una cosa così eccezionale, è certo che si trattava di una questione che era per lui di estrema importanza ed è certo che intendeva rivolgersi direttamente al pubblico ateniese, manifestando in proposito un suo preciso punto di vista. […] Euripide intendeva contrapporre uno stratego che ha il senso della moderazione (poco prima nei vv. 720-25 si dice di Teseo che dopo aver conseguito la vittoria impedisce ai suoi soldati di aggredire la città, dal momento che il suo compito si limitava solamente al recupero dei cadaveri dei guerrieri argivi) a uno stratego che un tale senso della moderazione non ha; e il fatto che lo stratego che si invita a scegliere venga qualificato come uno che odia la ‘massa tracotante’, ὑβριστὴν λαόν, è già un buon indizio per ritenere che lo stratego che veniva contrapposto a quello moderato era uno di parte popolare. Non c’è dubbio che si tratta di Cleone, […]. Cleone era già stato stratego per la tribù Pandionide nel 424-423 a.C. ed era assai naturale che i suoi avversari temessero una sua rielezione anche negli anni successivi: difatti, se Cleone non fu eletto per il 423-422, lo fu però per il 422-421 a.C.”.

    50 Cf. Allison 2011, 134-138, per alcune considerazioni sui discorsi di Pagonda e Ippocrate.

    51 Soltanto nella chiosa alla narrazione della battaglia Diodoro Siculo si rivela più efficace di Tucidide scrivendo (Diod. 12.70.6): Ἀθηναῖοι µὲν οὖν ἐπιβουλεύσαντες τοῖς Βοιωτοῖς τοιαύτῃ συµφορᾷ περιέπεσον (“Pertanto il tentativo ai danni dei Beoti si mutò per gli Ateniesi in così grave disastro”). Ed in nota a tale frase Miccichè 2016, 658 n. 7 riassume: “le conseguenze del disastro di Delio furono incalcolabili, aggravate tra l’altro dalla perdita di Anfipoli e della Tracia e dall’insuccesso in Sicilia decretato dall’accordo sottoscritto nel congresso di Gela dai rappresentanti delle autorità siceliote […]. La situazione politica interna a causa delle disfatte patite subì un significativo contraccolpo: l’opposizione oligarchica tornò a farsi abbastanza vivace, organizzandosi in eterìe antidemocratiche […] e in generale l’opinione pubblica non nascose la sua aspirazione alla pace, ormai stanca ed esasperata da una guerra la cui fine sembrava ogni giorno più lontana”.

    52 Gomme 1956, 571.

    53 Cf. Lloyd 1992, 80.

    54 Un’ulteriore connessione Euripide-Tucidide è da riscontrarsi anche nel confronto tra Teseo e l’Araldo tebano (Suppl., 381-584) e i discorsi di incitamento pronunciati da Pagonda e Ippocrate (Thuc. 4.92 e 95). In entrambi i passi si nota un’insistenza sui temi della guerra giusta o ingiustificata (Suppl., 524-526; Thuc. 4.92.1 e 95.2), della fretta (Suppl., 508-509; Thuc. 4.96.1) e della prudenza (Suppl., 510; Thuc. 4.92.2) in guerra e della trasgressione delle norme panelleniche (Suppl., 526-527; Thuc. 4.97.3). Singolare come Teseo e l’Araldo tebano si congedino “senza concludere nulla” (Suppl., 584: περαίνοµεν γὰρ οὐδέν, “tanto non concludiamo nulla”) così come l’araldo ateniese e i Beoti (Thuc. 4.99: ὁ δὲ κῆρυξ τῶν Ἀθηναίων ἀκούσας ἀπῆλθεν ἄπρακτος, “l’araldo ateniese, udita questa risposta, ripartì senza aver concluso nulla”).

    55 Cf. Goossens 1962, 418.

    56 Goossens 1932, 23.

    57 Ma cf. Morwood 2012 e la sua lettura del personaggio di Teseo (e della tragedia intera) come mezzo sia per elogiare Atene sia per criticare il suo nazionalismo.

    58 Testo e traduzione di Morani & Morani 1987.

    59 Di Benedetto 1971, 167.

    Auteur

    • Andrea Giannotti
    Précédent Suivant
    Table des matières

    Le texte seul est utilisable sous licence Licence OpenEdition Books. Les autres éléments (illustrations, fichiers annexes importés) sont « Tous droits réservés », sauf mention contraire.

    Voir plus de livres
    Architecture romaine d’Asie Mineure

    Architecture romaine d’Asie Mineure

    Les monuments de Xanthos et leur ornementation

    Laurence Cavalier

    2005

    “Les bêtises des Grecs”

    “Les bêtises des Grecs”

    Anna Heller

    2006

    Le proconsul et le prince d’Auguste à Dioclétien

    Le proconsul et le prince d’Auguste à Dioclétien

    Frédéric Hurlet

    2006

    D’Homère à Plutarque. Itinéraires historiques

    D’Homère à Plutarque. Itinéraires historiques

    Recueil d'articles de Claude Mossé

    Claude Mossé Patrice Brun (éd.)

    2007

    Le problème du baptême dans le schisme donatiste

    Le problème du baptême dans le schisme donatiste

    Carlos G. García Mac Gaw

    2008

    Pagus, castellum et civitas

    Pagus, castellum et civitas

    Études d’épigraphie et d’histoire sur le village et la cité en Afrique romaine

    Samir Aounallah

    2010

    Les mystères d’Andania

    Les mystères d’Andania

    Étude d’épigraphie et d’histoire religieuse

    Nadine Deshours

    2006

    Les partisans d’Antoine

    Les partisans d’Antoine

    Marie-Claire Ferriès

    2007

    Orner la cité

    Orner la cité

    Enjeux culturels et politiques du paysage urbain dans l’Asie gréco-romaine

    Anne-Valérie Pont

    2010

    Essai sur la société des épigrammes de Martial

    Essai sur la société des épigrammes de Martial

    André Balland

    2010

    Les médecins dans l’Occident romain

    Les médecins dans l’Occident romain

    Bernard Rémy et Patrice Faure

    2010

    Prodosia

    Prodosia

    La notion et l’acte de trahison dans l’Athènes du ve siècle

    Anne Queyrel

    2010

    Voir plus de livres
    1 / 12
    Architecture romaine d’Asie Mineure

    Architecture romaine d’Asie Mineure

    Les monuments de Xanthos et leur ornementation

    Laurence Cavalier

    2005

    “Les bêtises des Grecs”

    “Les bêtises des Grecs”

    Anna Heller

    2006

    Le proconsul et le prince d’Auguste à Dioclétien

    Le proconsul et le prince d’Auguste à Dioclétien

    Frédéric Hurlet

    2006

    D’Homère à Plutarque. Itinéraires historiques

    D’Homère à Plutarque. Itinéraires historiques

    Recueil d'articles de Claude Mossé

    Claude Mossé Patrice Brun (éd.)

    2007

    Le problème du baptême dans le schisme donatiste

    Le problème du baptême dans le schisme donatiste

    Carlos G. García Mac Gaw

    2008

    Pagus, castellum et civitas

    Pagus, castellum et civitas

    Études d’épigraphie et d’histoire sur le village et la cité en Afrique romaine

    Samir Aounallah

    2010

    Les mystères d’Andania

    Les mystères d’Andania

    Étude d’épigraphie et d’histoire religieuse

    Nadine Deshours

    2006

    Les partisans d’Antoine

    Les partisans d’Antoine

    Marie-Claire Ferriès

    2007

    Orner la cité

    Orner la cité

    Enjeux culturels et politiques du paysage urbain dans l’Asie gréco-romaine

    Anne-Valérie Pont

    2010

    Essai sur la société des épigrammes de Martial

    Essai sur la société des épigrammes de Martial

    André Balland

    2010

    Les médecins dans l’Occident romain

    Les médecins dans l’Occident romain

    Bernard Rémy et Patrice Faure

    2010

    Prodosia

    Prodosia

    La notion et l’acte de trahison dans l’Athènes du ve siècle

    Anne Queyrel

    2010

    Accès ouvert

    Accès ouvert freemium

    ePub

    PDF

    PDF du chapitre

    Suggérer l’acquisition à votre bibliothèque

    Acheter

    Édition imprimée

    • amazon.fr
    • decitre.fr
    • mollat.com
    • leslibraires.fr
    • placedeslibraires.fr
    ePub / PDF

    1 Per i passi tratti da Tucidide si seguono il testo e la traduzione di Donini 1982. Per i passi tratti da Euripide si seguono il testo di Diggle 1981 e la traduzione di Musso 1993. Per i passi tratti da Diodoro Siculo si seguono il testo e la traduzione di Miccichè 2016.

    2 Goossens 1932, 9.

    3 Storey 2008, 101.

    4 Collard 1975, 8-9 riassume le principali proposte di datazione della tragedia che vanno dal 424 al 417/416 a.C. Proposte più recenti quelle di Mastromarco 1991 (423 a.C.), Sordi 1995 (424-420 a.C.), Toher 2001 (423-420 a.C.), Avezzù 2003 (423 a.C.) e Carter 2007 (prima del 421/420 a.C.). Mirto 1984, Whitehorne 1986, Bowie 1997 e Pepe 2000 riconoscono l’episodio della battaglia di Delio come sfondo generale della tragedia. In questo contributo si considera il 422 a.C. come data di rappresentazione della tragedia.

    5 Cf. e.g. Tzanetou 2011; 2012.

    6 Cf. in particolare Culasso Gastaldi 1976. Il mito trattato da Euripide era molto conosciuto ed apparteneva alla tradizione mitica del ciclo tebano nel quale Atene non giocava un ruolo significativo. La drammatica storia dello scontro fratricida tra Eteocle e Polinice cominciò ad essere narrata nella Tebaide, un poema ciclico perduto, di cui ci rimangono pochi frammenti (cf. Davies 1988, 21-26). La narrazione della prima spedizione argiva contro Tebe ci è nota solo grazie ai Sette contro Tebe di Eschilo, all’Antigone di Sofocle e alle Fenicie di Euripide, mentre conosciamo il seguito delle vicende di Adrasto e la risoluzione della mancata sepoltura dei caduti grazie alle stesse Supplici di Euripide. Tuttavia, tra l’arcaica Tebaide e le Supplici non vi è un vuoto: pur non avendone il testo (eccetto i brevissimi fr. 53a e 54 Radt), sappiamo che Eschilo rappresentò una tragedia intitolata Eleusini che trattava proprio dell’intervento di Teseo e di Atene contro Tebe a favore di Adrasto e delle madri argive per il recupero dei corpi dei loro figli. Entrambi i tragediografi attinsero alla versione ateniese del mito che doveva essersi formata, a scopi propagandistici, nel vi a.C. (cf. Parmentier & Grégoire 1950, 80). Fino ad allora la città di Atene non aveva avuto parte alla vicenda Argo-Tebe, ma poteva vantare solo una sepoltura dei Sette posta in suolo attico, ad Eleusi. Proprio questo dettaglio permise l’entrata in scena di Atene e del suo re Teseo. Fu così che Eschilo rappresentò un Adrasto supplichevole che si recava ad Atene per domandare aiuto nella richiesta dei corpi dei caduti a Tebe. Ma, ad un certo punto (molto probabilmente agli inizi del v a.C.), vi fu una innovazione di un particolare della tradizione mitica che, per quanto ne sappiamo, fu preso in considerazione da Eschilo e da Euripide: il primo mise in scena la versione pacifica dello scontro Atene-Tebe, infatti non vi è traccia di una battaglia tra l’esercito di Teseo e quello di Creonte; il secondo adottò, al contrario, la versione bellica del mito, con il conflitto in armi tra Ateniesi e Tebani.

    7 Cf. Di Marco 1980-1981; Pepe 2000; Cerri 2004; Giannotti 2019.

    8 Cf. Goossens 1932, 33-34; 1962, 449-452; Lanza 1977, 103-108; Toher 2001a; Besso 2002.

    9 Cf. Mirto 1984; Whitehorne 1986; Kornarou 2008.

    10 Cf. anche il riassunto degli spunti di interesse (con relativa bibliografia) offerti dalla tragedia in Tufano forthcoming. Esprimo qui la mia gratitudine a Salvatore Tufano per il reciproco scambio di bozze dei nostri contributi e per l’utile confronto di pareri sul tema.

    11 O, come dice Foster 2018, 110, “Euripides’ play is useful [...] because it shows a more immediate and anti-historiographical response to the events”.

    12 Cf. Tufano forthcoming per le possibili fonti di Diodoro.

    13 Cf. supra n. 6. Cf. anche: Pind., N., 9.21-24; O., 6.16-18; Hdt. 9.27.3; Isocr. 4.58; 12.170-172; Plu., Thes., 29.4-5.

    14 Cf. anche Nevin 2008 e Brambilla 2016 per le differenze tra le versioni dei due storiografi.

    15 Cf. Sordi 1995.

    16 Di Benedetto 1971, 105 (bisogna sempre ricordare come la lettura storico-politica di V. Di Benedetto si affievolì nel tempo con gli studi su Eschilo e Sofocle: cf. Di Benedetto 1978 e 1983). Cf. anche Delebecque 1951.

    17 Una visione opposta è da ritrovarsi in Tufano forthcoming, il quale fornisce una chiara e dettagliata discussione sulle fonti della battaglia di Delio, ma non dimostra, a mio giudizio, in maniera sufficientemente convincente come le Supplici “lack any positive sign that the author directly referred to the battle”. Per sostenere che Euripide si fosse riferito alla battaglia di Delio non è necessario aspettarsi allusioni chiare ed esplicite all’episodio storico di modo che le due narrazioni (quella euripidea e quella tucididea) si possano sovrapporre ed intercambiare alla perfezione. Il tragediografo poteva giocare con la mente del suo pubblico con allusioni più o meno velate. Limitatamente all’episodio di Delio, sappiamo che esso segnò le menti dei cittadini ateniesi (cf. Foster 2018) e che quindi doveva essere un evento ben conosciuto, considerando anche la partecipazione alla battaglia da parte di personaggi rinomati come Socrate ed Alcibiade (cf. Pl., Ap., 28e, La., 181a, Smp., 221a-b; Cic., Diu., 1.54; Plu., Alc., 7.6). Dati il tragico esito della battaglia, l’eminenza di alcuni partecipanti e la vicinanza temporale dell’evento, è possibile che Euripide non dovesse calcare troppo la mano su un episodio mitologico che già di per sé mostrava diverse analogie con l’episodio storico.

    18 Sordi 1995, 937.

    19 Pritchett 1969, 24-36. Cf. anche Allison 2011 per uno studio più recente sulla topografia della battaglia.

    20 Curiosamente, l’araldo beota, in Thuc. 4.97.4, “states the conditions in the form of an oath” (Allison 2011, 140) ordinando “agli Ateniesi di andarsene dal santuario e di portar via con sé le loro cose (τὰ σφέτερα)”. Riferendosi verosimilmente il τὰ σφέτερα ai corpi, non può che saltare alla mente il momento in cui Teseo, in Eur., Suppl., 1165-1175, dona i corpi degli Argivi caduti ai figli orfani (1168: τούτοις ἐγώ σφε καὶ πόλις δωρούµεθα), invocando gli dèi come testimoni e chiedendo poi un giuramento in cambio.

    21 Allison 2011, 144 nota come questo dettaglio temporale fornito da Tucidide “leaves us to imagine the condition of the corpses”. Vaughn 1991, 52 sostiene invece che “the corpses must have had some rudimentary form of care from their Boiotian guards.

    22 Negativo il giudizio di Gomme 1956, 568, sul resoconto di Diodoro Siculo: “Diodoros’ account, xii. 69–70, follows Thucydides in its arrangement, with few errors and less confusion than is usual with him; but the two details which he adds, a cavalry fight at the beginning of the battle, brilliantly won by the Athenians, and the 300 ἐπίλεκτοι, called ἡνίοχοι καὶ παραβάται in Homeric fashion, who fought in front of the hoplite phalanx, do not deserve to be believed”. Cf. anche Toher 2001b, 181, il quale sostiene che l’affinità tra Euripide e Diodoro limitatamente alla menzione dei paraibatai, “leads to the conclusion that Diodoros incorporated the ahistorical reflection of Delion found in that play into his ‘historical’ account of the battle”

    23 Da sottolineare che i carri non avevano la stessa collocazione della cavalleria (Suppl., 662-663: ἁρµάτων δ’ ὀχήµατα/ ἔνερθε σεµνῶν µνηµάτων Ἀµφίονος, “i carri sotto il venerando monumento funebre di Anfione”).

    24 Poco dopo il Nunzio parla della battaglia dei carri, non delle cavallerie (Suppl., 684-685: ἐκεῖ γὰρ ἦ/ ἔνθ’ ἅρµατ’ ἠγωνίζεθ’ οἵ τ’ ἐπεµβάται, “perché ero là dove si svolgeva la battaglia dei carri e dei loro equipaggi”).

    25 In questa maniera Euripide rispetta anche la topografia di Tebe, davanti alla quale scorrevano due fiumi, l’Asopo (o Dirce) e l’Ismeno.

    26 Cf. Goossens 1962, 418-420.

    27 Cf. Giles 1890.

    28 Cf. anche Sordi 1995, 934. In Tucidide aurighi (cf. Eur., Suppl., 674-675; Diod. 12.70.1: ἡνίοχοι) e παραιβάται non sono menzionati. Nell’esercito beota vengono menzionati opliti, truppe leggere, cavalieri e peltasti (cf. Thuc. 4.93.3).

    29 Giles 1890, 98: “the course of the battle was obviously meant to remind the audience of Delium. At the battle of Delium the right wing of the Athenians drove back the Boeotians, while their own left wing which opposed to the Thebans, was defeated (Thuc. 4.96.3-4). Compare with this (Suppl. 703)”.

    30 Confusione che richiama la difficoltà del Nunzio (Eur., Supp., 686-688) a descrivere chiaramente gli avvenimenti della battaglia.

    31 In Diodoro Siculo questo importante particolare che accomuna Tucidide ed Euripide non viene menzionato in maniera così esplicita. Piuttosto viene detto brevemente (Diod. 12.70.3): Οἰ δὲ Θηβαῖοι, διαφέροντες ταῖς τῶν σωµάτων ῥώµαις, ἐπέστρεψαν ἀπὸ τοῦ διωγµοῦ, καὶ τοῖς διώκουσι τῶν Ἀθηναίων ἐπιπεσόντες φυγεῖν ἐνάγκασαν· (“Ma i Tebani, superiori per prestanza fisica, rientrarono rinunziando all’inseguimento e, piombati sugli Ateniesi che stavano incalzando, li costrinsero alla fuga”).

    32 Aggiungerei anche Suppl., 718: Μόλις δέ πως ἔτρεψαν ἐς φυγὴν πόδα (“Insomma, sia pure a fatica, volsero in fuga”).

    33 Goossens 1962, 419-420.

    34 Sordi 1995, 937.

    35 Parmentier & Grégoire 1950 non inseriscono cruces mentre Murray [1904] 19133 introduce puntini di sospensione, tentando di difendere il codice L e sostenendo “clamores confusos habes precantium”. “Riporto in testo la congettura ἄνα µοι di Brodaeus. Il verso (ἄνοµοι τέκνα λῦσαι φθιµένων νεκύων οἳ) appare interamente corrotto in Diggle 1981, Kovacs 1998 (che traduce la “attractive but uncertain” congettura di Campbell ἀνόµους καταπαῦσαι) e Morwood 2007 (addirittura Musso arriva fino a βοράν), mentre Collard 1975 appone le cruces solo da ἄνοµοι a λῦσαι. Diggle propone in apparato ἄνα µοι (Brodaeus) τέκνα λῦσαι ’κ (Page) φθιµένων νεκύων ὧν, mentre Kovacs, in nota, propone ἀνόµων ἄπο λῦσαι / νέκυας φθιµένων.

    36 Collard 1975, 120.

    37 Vero è che in Eur., Suppl., 147, Teseo fa riferimento alla patria di Tideo e Polinice (rispettivamente Calidone e Tebe) con πατρίδος ὅρους (“monti patrii”).

    38 Thuc. 4.96.7: Καὶ οἱ µὲν πρὸς τὸ ∆ήλιόν τε καὶ τὴν θάλασσαν ὥρµησαν, οἱ δὲ ἐπὶ τοῦ Ὠρωποῦ, ἄλλοι δὲ πρὸς Πάρνηθα τὸ ὄρος, οἱ δὲ ὡς ἕκαστοί τινα εἶχον ἐλπίδα σωτηρίας (“Alcuni si lanciarono verso Delio e il mare, altri verso Oropo, altri verso il monte Parnete, e altri in altre direzioni, secondo la speranza di salvezza che ciascuno aveva”). Diod. 12.70.4: Τῶν δ’ Ἀθηναίων οἱ µὲν εἰς Ὠρωπόν, οἱ δὲ εἰς τὸ ∆ήλιον κατέφυγον, τινὲς δὲ πρὸς τὴν θάλατταν διέτειναν πρὸς τὰς ἰδίας ναῦς, ἄλλοι δὲ κατ’ ἄλλους ὡς ἔτυχε τόπους διεσπάρησαν (“Gli Ateniesi trovarono in parte scampo a Oropo, in parte a Delio; alcuni poi raggiunsero il mare, rifugiandosi nelle loro navi; altri ancora si dispersero in vari luoghi fuggendo senza una precisa direzione”).

    39 Cf. Soph., OT, 1026-1028.

    40 Cf. Soph., Ant., 352.

    41 Cf. Aristoph., Au., 1098.

    42 Cf. Eur., HF, 364.

    43 Cf. Eur., Hec., 1058.

    44 Tutt’altro il contesto di θηρῶν ὀρείων di Eur., Alc., 495.

    45 Sulla dibattuta questione riguardo al luogo dello scontro (se in territorio ateniese o beota) cf. Hornblower 1996, 89-93.

    46 Il tutto è inoltre in accordo con la plausibile ipotesi (e.g. Fitton 1971) secondo cui l’Atene di Teseo sia l’Atene ideale e la Argo sulla scena rappresenti all’Atene reale.

    47 Eur., Suppl., 321-325: Ὁρᾷς, ἄβουλος ὡς κεκερτοµηµένη/ τοῖς κερτοµοῦσι γοργὸν ὄµµ’ ἀναβλέπει/ σὴ πατρίς; ἐν γὰρ τοῖς πόνοισιν αὔξεται·/ αἱ δ’ ἥσυχοι σκοτεινὰ πράσσουσαι πόλεις/ σκοτεινὰ καὶ βλέπουσιν εὐλαβούµεναι (“Non vedi con che fierezza la tua patria guarda chi le dà della sconsiderata? Le fatiche la rafforzano. Gli Stati inerti, che vivono nell’ombra, hanno anche sguardi oscuri e circospetti”). Così parlando, Etra rispecchia la vera essenza dell’Atene di Pericle, la città che si impegna, costruisce, conquista e regna sovrana: tale era la πολυπραγµοσύνη degli Ateniesi (cf. anche Thuc. 1.144.3; 6.87.3), che veniva considerata dai nemici della città come un eccessivo ardore che portava ad agire non saggiamente (cf. anche Plat., R., 434a-b; come argomenta Michelini 1994, 231, “the reactions of Athens to mockery only confirms the charge of the mockers, that she acts without thought”). L’accusa di sconsideratezza cui fa riferimento Etra trova una curiosa corrispondenza nelle parole che i Corinzi pronunciano di fronte agli Spartani (Thuc. 1.70.3 e 8), confrontando questi ultimi con la natura degli Ateniesi: Αὖθις δὲ οἱ µὲν καὶ παρὰ δύναµιν τολµηταὶ καὶ παρὰ γνώµην κινδυνευταὶ καὶ ἐν τοῖς δεινοῖς εὐέλπιδες· (“E poi loro sono audaci al di là delle loro forze, disposti al rischio al di là dei loro calcoli, e incrollabili nelle loro speranze quando si trovano nei pericoli”); Καὶ ταῦτα µετὰ πόνων πάντα καὶ κινδύνων δι’ ὅλου τοῦ αἰῶνος µοχθοῦσι, […] καὶ µήτε ἑορτὴν ἄλλο τι ἡγεῖσθαι ἢ τὸ τὰ δέοντα πρᾶξαι ξυµφοράν τε οὐχ ἧσσον ἡσυχίαν ἀπράγµονα ἢ ἀσχολίαν ἐπίπονον· (“E in tutte queste attività si affannano tra fatiche e pericoli per la loro vita intera […] e ritengono che solo il fare quello che si deve sia davvero una festa, e che sia una disgrazia la tranquillità inattiva piuttosto che l’attività faticosa”). Per la politicità dell’esortazione di Etra cf. Burian 1985b, 135-136.

    48 Alcuni errori commessi dagli Ateniesi vengono sottolineati da Gomme 1956, 569, in questi termini: “But why had the Athenians not gone by sea, so that they could withdraw without any fear of interruption? They had sent some triremes there (96.9, 100.5) and must have been prepared at least to supply the garrison of Delion by sea if necessary. And if they were to go by land the short distance to Oropos, why did they not go straight there, instead of southwards from Delion in order to save a mile or two of the journey to Athens? It looks as though in this a mistake was made in the original Athenian plans, and another one in Hippokrates’ directions to his army – both due to their confidence that the Boeotians could not bring all their forces against them”.

    49 Non si discutono qui le allusioni a Cleone e il pensiero di Euripide sulla sua figura. È opportuno, tuttavia, riportare le parole di Di Benedetto 1971, 159: “se Euripide ha fatto una cosa così eccezionale, è certo che si trattava di una questione che era per lui di estrema importanza ed è certo che intendeva rivolgersi direttamente al pubblico ateniese, manifestando in proposito un suo preciso punto di vista. […] Euripide intendeva contrapporre uno stratego che ha il senso della moderazione (poco prima nei vv. 720-25 si dice di Teseo che dopo aver conseguito la vittoria impedisce ai suoi soldati di aggredire la città, dal momento che il suo compito si limitava solamente al recupero dei cadaveri dei guerrieri argivi) a uno stratego che un tale senso della moderazione non ha; e il fatto che lo stratego che si invita a scegliere venga qualificato come uno che odia la ‘massa tracotante’, ὑβριστὴν λαόν, è già un buon indizio per ritenere che lo stratego che veniva contrapposto a quello moderato era uno di parte popolare. Non c’è dubbio che si tratta di Cleone, […]. Cleone era già stato stratego per la tribù Pandionide nel 424-423 a.C. ed era assai naturale che i suoi avversari temessero una sua rielezione anche negli anni successivi: difatti, se Cleone non fu eletto per il 423-422, lo fu però per il 422-421 a.C.”.

    50 Cf. Allison 2011, 134-138, per alcune considerazioni sui discorsi di Pagonda e Ippocrate.

    51 Soltanto nella chiosa alla narrazione della battaglia Diodoro Siculo si rivela più efficace di Tucidide scrivendo (Diod. 12.70.6): Ἀθηναῖοι µὲν οὖν ἐπιβουλεύσαντες τοῖς Βοιωτοῖς τοιαύτῃ συµφορᾷ περιέπεσον (“Pertanto il tentativo ai danni dei Beoti si mutò per gli Ateniesi in così grave disastro”). Ed in nota a tale frase Miccichè 2016, 658 n. 7 riassume: “le conseguenze del disastro di Delio furono incalcolabili, aggravate tra l’altro dalla perdita di Anfipoli e della Tracia e dall’insuccesso in Sicilia decretato dall’accordo sottoscritto nel congresso di Gela dai rappresentanti delle autorità siceliote […]. La situazione politica interna a causa delle disfatte patite subì un significativo contraccolpo: l’opposizione oligarchica tornò a farsi abbastanza vivace, organizzandosi in eterìe antidemocratiche […] e in generale l’opinione pubblica non nascose la sua aspirazione alla pace, ormai stanca ed esasperata da una guerra la cui fine sembrava ogni giorno più lontana”.

    52 Gomme 1956, 571.

    53 Cf. Lloyd 1992, 80.

    54 Un’ulteriore connessione Euripide-Tucidide è da riscontrarsi anche nel confronto tra Teseo e l’Araldo tebano (Suppl., 381-584) e i discorsi di incitamento pronunciati da Pagonda e Ippocrate (Thuc. 4.92 e 95). In entrambi i passi si nota un’insistenza sui temi della guerra giusta o ingiustificata (Suppl., 524-526; Thuc. 4.92.1 e 95.2), della fretta (Suppl., 508-509; Thuc. 4.96.1) e della prudenza (Suppl., 510; Thuc. 4.92.2) in guerra e della trasgressione delle norme panelleniche (Suppl., 526-527; Thuc. 4.97.3). Singolare come Teseo e l’Araldo tebano si congedino “senza concludere nulla” (Suppl., 584: περαίνοµεν γὰρ οὐδέν, “tanto non concludiamo nulla”) così come l’araldo ateniese e i Beoti (Thuc. 4.99: ὁ δὲ κῆρυξ τῶν Ἀθηναίων ἀκούσας ἀπῆλθεν ἄπρακτος, “l’araldo ateniese, udita questa risposta, ripartì senza aver concluso nulla”).

    55 Cf. Goossens 1962, 418.

    56 Goossens 1932, 23.

    57 Ma cf. Morwood 2012 e la sua lettura del personaggio di Teseo (e della tragedia intera) come mezzo sia per elogiare Atene sia per criticare il suo nazionalismo.

    58 Testo e traduzione di Morani & Morani 1987.

    59 Di Benedetto 1971, 167.

    Sources et modèles des historiens anciens, 2

    X Facebook Email

    Sources et modèles des historiens anciens, 2

    Ce livre est diffusé en accès ouvert freemium. L’accès à la lecture en ligne est disponible. L’accès aux versions PDF et ePub est réservé aux bibliothèques l’ayant acquis. Vous pouvez vous connecter à votre bibliothèque à l’adresse suivante : https://freemium.openedition.org/oebooks

    Suggérer l’acquisition à votre bibliothèque Acheter ce livre aux formats PDF et ePub

    Si vous avez des questions, vous pouvez nous écrire à access[at]openedition.org

    Sources et modèles des historiens anciens, 2

    Vérifiez si votre bibliothèque a déjà acquis ce livre : authentifiez-vous à OpenEdition Freemium for Books.

    Vous pouvez suggérer à votre bibliothèque d’acquérir un ou plusieurs livres publiés sur OpenEdition Books. N’hésitez pas à lui indiquer nos coordonnées : access[at]openedition.org

    Vous pouvez également nous indiquer, à l’aide du formulaire suivant, les coordonnées de votre bibliothèque afin que nous la contactions pour lui suggérer l’achat de ce livre. Les champs suivis de (*) sont obligatoires.

    Veuillez, s’il vous plaît, remplir tous les champs.

    La syntaxe de l’email est incorrecte.

    Référence numérique du chapitre

    Format

    Giannotti, A. (2021). Per un’analisi intertestuale delle fonti della battaglia di Delio: Tucidide (4.89-101) e le Supplici di Euripide (650-730). In O. Devillers & B. B. Sebastiani (éds.), Sources et modèles des historiens anciens, 2. Pessac: Ausonius Éditions. https://doi.org/10.4000/books.ausonius.18790
    Giannotti, Andrea. « Per un’analisi intertestuale delle fonti della battaglia di Delio: Tucidide (4.89-101) e le Supplici di Euripide (650-730) ». In Sources et modèles des historiens anciens, 2, édité par Olivier Devillers et Breno Battistin Sebastiani. Pessac: Ausonius Éditions, 2021. doi:10.4000/books.ausonius.18790.
    Giannotti, Andrea. « Per un’analisi intertestuale delle fonti della battaglia di Delio: Tucidide (4.89-101) e le Supplici di Euripide (650-730) ». Sources et modèles des historiens anciens, 2, édité par Olivier Devillers et Breno Battistin Sebastiani, Ausonius Éditions, 2021, https://doi.org/10.4000/books.ausonius.18790.

    Référence numérique du livre

    Format

    Devillers, O., & Sebastiani, B. B. (éds.). (2021). Sources et modèles des historiens anciens, 2. Pessac: Ausonius Éditions. https://doi.org/10.4000/books.ausonius.18703
    Devillers, Olivier, et Breno Battistin Sebastiani, éd. Sources Et modèles Des Historiens Anciens, 2. Pessac: Ausonius Éditions, 2021. doi:10.4000/books.ausonius.18703.
    Devillers, Olivier, et Breno Battistin Sebastiani, éditeurs. Sources Et modèles Des Historiens Anciens, 2. Ausonius Éditions, 2021, https://doi.org/10.4000/books.ausonius.18703.
    Compatible avec Zotero Zotero

    1 / 3

    Ausonius Éditions

    Ausonius Éditions

    • Mentions légales
    • Plan du site
    • Se connecter

    Suivez-nous

    • Facebook
    • LinkedIn
    • Instagram
    • Flux RSS

    URL : http://ausoniuseditions.u-bordeaux-montaigne.fr

    Email : editions.ausonius@u-bordeaux-montaigne.fr

    OpenEdition
    • Candidater à OpenEdition Books
    • Connaître le programme OpenEdition Freemium
    • Commander des livres
    • S’abonner à la lettre d’OpenEdition
    • CGU d’OpenEdition Books
    • Accessibilité : partiellement conforme
    • Données personnelles
    • Gestion des cookies
    • Système de signalement